lunedì 20 dicembre 2010

Auguri di buone feste

clip_image001

auguri!

Un anno è passato.

Un anno che ci ha visti

trattenere insieme tra le dita

il filo che ci lega

alle nostre origini,

alla terra d’Albania.

A tutti quelli

che mi hanno accompagnato

in questo amato viaggio,

che mi hanno aiutato

in questa ricerca

culturale e profonda,

storica e spirituale,

do appuntamento nel

2011.

Grazie a tutti

i lettori del blog.

Elton Varfi

domenica 19 dicembre 2010

Gli Epiroti e i Macedoni non erano popoli ellenici (2)

-seconda ed ultima parte-

Quello che abbiamo detto degli Epiroti, possiamo sostenerlo anche per gli antichi Macedoni. È storicamente provato che, come gli Epiroti, anche questo popolo aveva una sua lingua, diversa da tutti i dialetti greci; aveva una sorta di governance che era completamente diversa da quella greca; aveva le sue leggi, i suoi usi e costumi, la sua organizzazione militare, che non aveva niente in comune con quella dell’Ellade. Per dimostrare questa tesi non faremo altro che rivolgerci alla storia. Iniziamo con Plutarco, che ci racconta come Alessandro Magno uccise il suo amico del cuore Clito:

Alessandro, ubriaco dal vino e dalla rabbia, uscì dalla sua tenda e parlò in lingua macedone alla sua guardia e ai suoi soldati. (traduzione libera).

Pashko Vasa 1825-1892

Pashko Vasa 1825-1892

Secondo diversi autori e storici, la lingua macedone era diversa da tutti gli altri idiomi che si parlavano in Grecia. Da questo si può evincere che Alessandro Magno non usava la lingua greca perché i Macedoni non lo avrebbero capito. La lingua che conoscevano e parlavano i soldati di Filippo II e Alessandro Magno non poteva essere che la lingua degli antichi Pelasgi, la stessa che si parlava in Epiro, quella che chiama shqipe l’aquila e che oggi si parla ovunque in Albania. In molti scritti antichi si menzionano gli Etoli che erano confinanti con l’Epiro; essi parlavano una lingua mista, un po’ greca ed un po’ pelasga, che veniva definita barbarica. Il motivo per cui parlavano un simile dialetto era che essi (gli Etoli) da un lato confinavano con la Grecia e dall’altro con l’Epiro. Questo dettaglio, che ci è confermato da tanti storici, rafforza la nostra tesi che la lingua degli Epiroti fosse la lingua dei Pelasgi e che questa lingua, come abbiamo detto precedentemente, fosse completamente diversa dai dialetti parlati nelle diverse regioni della Grecia.

La lingua greca era adoperata nell’alta società, nella quale la si studiava, come oggi la si studia in alcuni centri dell’Albania. È verosimile che nella corte di Filippo II e di Pirro i cortigiani, gli alti ufficiali e i governanti parlassero e scrivessero in greco e coltivassero la scrittura e la letteratura greche. Bisogna inoltre considerare che la lingua greca non era studiata solo in Epiro e Macedonia; questo idioma era diffuso in Asia e in Africa, cosi come a Roma e in tutta l’Italia. Questo succedeva perché il greco era la lingua all’avanguardia, la più idonea in quel periodo per collegare popoli differenti che avevano relazioni commerciali o politiche. Allora la lingua greca si studiava come oggi si studia il francese, che è diventato lingua universale*.

Nessuno può negare che gli Elleni abbiano raggiunto il punto più alto della gloria tramite il progresso della loro civiltà. La loro lingua era diventata la lingua liturgica di tutti. Non solo, la loro arte, le loro relazioni, le loro conoscenze li avevano innalzati al primo posto fra le antiche civiltà. Ma noi non crediamo che tutti coloro che parlavano la lingua greca fossero Greci o appartenessero al loro ceppo etnico. Quello che abbiamo scritto fino ad ora dimostra che gli Epiroti e i Macedoni erano dei popoli che avevano una comune provenienza come quella dei Etoli, degli Ioni, ecc. Fin dalla loro apparizione sulla scena politica, essi si erano tenuti separati dai Greci ed avevano formato una autonoma loro società. Erano popoli con caratteristiche che non avevano nulla in comune con la civiltà greca. Essi avevano una loro vita indipendente politica e sociale, e mai avevano avuto delle cause in comune con la Grecia, o simpatia per la sua politica.

L’unico elemento di affinità erano le divinità pagane. Ma queste divinità furono introdotte dai Pelasgi, e furono i Greci che “abbracciarono” il loro culto. I nomi di queste divinità hanno un significato chiaro e convincente nella lingua albanese.

* oggi la lingua “universale” è l’inglese.

Liberamente tratto dal libro E vërteta mbi Shqipërinë dhe shqiptarët dell’autore Pashko Vasa

domenica 12 dicembre 2010

Gli Epiroti e i Macedoni non erano popoli ellenici (1)

-prima parte-

Nel 376 a.C., l’Epiro si arrese a Cassandro, re della Macedonia, ma soltanto tre anni dopo gli Epiroti fecero una rivolta e lo sconfissero. Malgrado le numerose sconfitte che gli Epiroti subirono in quegli anni, nel III secolo a.C. vediamo emergere una grande personalità epirota: quella di Pirro. Egli, prima di scendere in Italia, combatté contro i Macedoni e contro i Greci che confinavano con il suo stato. Proprio in questa occasione, i suoi soldati, meravigliati dalla velocità che mostrava in combattimento il loro condottiero, gli dissero che sembrava fosse un’aquila. Pirro rispose loro che questo era vero, ma aggiunse che le loro lance gli erano servite da ali per spiccare il volo.

Copertina del libro, versione albanese

La copertina del libro, versione albanese

Plutarco, riferendo questo aneddoto nella sua opera Vita di Pirro, non avrebbe mai potuto immaginare che è proprio a questo aneddoto che gli Epiroti e tutti coloro che oggi si chiamano Albanesi devono l’origine del termine shqiptar (albanese).

Plutarco, che non conosceva la lingua pelasgica (che era considerata fin dai tempi di Erodoto una lingua barbarica), e che non aveva visto da vicino l’Epiro e la sua popolazione, ovviamente non poteva dare questa spiegazione etimologica, che noi lasceremo valutare a filologi e studiosi. Shqype significa aquila (shqiponja) in albanese. Shqypëri oppure Shqypëni (Albania in lingua albanese) significa: vendi i shqiponjës (il paese delle aquile). Shqyptar (albanese) è uguale a: bir i shqiponjës (figlio dell’aquila).

Questo fatto, che è sfuggito sia agli storici antichi e sia ai filologi moderni, merita l’attenzione degli studiosi, perché rappresenta una prova incontrovertibile - per coloro che come noi difendono la tesi che gli Epiroti fossero una popolazione diversa dalla quella ellenica - che essi avessero una loro lingua, la lingua degli antichi Pelasgi. Una lingua che i Greci non capivano, e che possiamo dire con sicurezza essere lo stesso idioma che si parla oggigiorno anche in Epiro, Macedonia, Illiria e in alcune isole dell’Arcipelago, come pure nei monti dell’Attica. La stessa lingua che oggi si chiama arbëreshe oppure shqiptare (albanese). Con l’intento di fornire alla filologia un elemento sicuro per valutare l’importanza di questo articolo, diremo che i nomi Epiro, Macedonia, Albania, ecc, sono completamente sconosciuti per gli Albanesi; nella loro lingua queste parole non esistono*. Essi stessi si riconoscono con il nome originario shqiptar (albanese), e non pensano affatto che il loro paese abbia un nome diverso dal quello che loro adoperano, e cioè Shypëri oppure Shqypëni (Albania). I nomi Epiro e Macedonia sono di origine straniera, greca; invece Albania è un nome moderno che gli Europei hanno dato al paese degli shqyptarëve (albanesi), nel secolo XIV o XV. Ma gli Albanesi non sanno cosa siano l’Epiro, la Macedonia e l’Albania: si tratta di nomi sconosciuti e senza significato nella loro lingua. Perciò, iniziando da Scutari e fino alla baia di Preveza, tutto il territorio fra questi due punti geografici, e anche il mare antistante, vengono identificati col nome di Shqypëri (Albania), paese che appartiene agli Albanesi, che non hanno niente in comune con i Greci. Se provate a fermare un contadino per strada e a chiedergli: Di dove sei tu? Egli risponderà: Jam shqiptar (Sono Albanese). Questa risposta verrà data senza ombra di dubbio sia dagli abitanti del Nord e sia dagli abitanti del Sud dell’Albania; musulmani, cattolici o ortodossi che siano. Se sentissero parlare di Epiro o di Albania, essi non capirebbero e magari si sentirebbero offesi, credendo di essere insultati in qualche lingua straniera.

* il libro da cui è stato estratto questo brano è stato scritto nel 1879. Ovviamente oggi gli Albanesi conoscono i termini sopracitati.

Liberamente tratto dal libro E vërteta mbi Shqipërinë dhe shqiptarët dell’autore Pashko Vasa

domenica 5 dicembre 2010

Corrispondenze linguistiche tra caldaico, ebraico ed albanese

 

Per quanto riguarda i vocaboli, ve ne sono di albanesi, la cui radice si trova nella lingua ebraica. Ne riferisco parecchi:

 Giuseppe Crispi

Giuseppe Crispi (1781-1859)

Bal, in caldaico significa cuore, animo, quasi con una trasposizione di lettere dall’ebraico leb. In albanese bal(l) propriamente è la fronte, il capo, sede dell’anima.

Bar – figlio, in caldaico, beri fili mi Prov. 31. 2. Gli Albanesi dicono bir - figlio, biri - il figlio.

Bara – campagna, in caldaico. In albanese bar vuol dire erba, che è ancora più simile a bar = frumento in lingua ebraica.

Barâ – creò, e in albanese bërë - fatto.

Bana – edificò, costruì, assomiglia a bën - edifica, fa.

Achan – tenne, e nel participio meachen , in albanese me vet chenë - che si tiene da se stesso.

Barach – benedisse, e nel participio pahul, beruch, e in albanese per metatesi becuer - benedetto.

Kever – sepolcro dal verbo kavar, in albanese var.

Ise – è, in albanese isc - era.

Remija – falsità, fallacia, in albanese erremia - menzogna.

Gebar – uomo, in albanese bur(a).

Bach – in te, da cui forse l’albanese basch - insieme, con te.

Hotam – quelli, in albanese hatà quelli.

Sciucha – inclinarsi, propendere, verbo che si usa per indicare una cosa che va ad estinguersi, per esempio beta mavet el sciucha chi. In albanese si direbbe vete të sciuchet stpia e tii, cioè: va a perdersi, o ad estinguersi la sua discendenza.

Jarâ – precipitò, gettò, cadde, in albanese ra - cadde.

Pat – bucella, mipitò de la bucella ejus, in albanese pita (una specie di pane).

Scetija – pozione, bevanda, in albanese etija - la sete.

Questi altri vocaboli caldaico–ebraici hanno una certa somiglianza con termini albanesi, quantunque i primi sembrino quasi essere causa dei secondi:

Derech – via, strada, in albanese deer - porta, via della casa.

Zina – lo scudo, ma in caldaico può tradursi con freddo, in albanese: zin - freddo.

Chapar - scavo, in albanese chapn - aprirsi, spaccarsi.

Kasc – stipula, strame, in albanese casct - paglia.

Macharesciat – zappa o vomere ; gli Albanesi, per contrazione, dicono sciat.

Non poche altre parole ebraico – albanesi potrei aggiungere a queste, se non temessi di infastidire il lettore dilungandomi troppo su questo argomento.

Tratto dal libro Memoria sulla lingua albanese dell’autore Giuseppe Crispi

domenica 28 novembre 2010

28 novembre, il giorno dell’indipendenza dell’Albania

“La libertà non ve l’ho portata io, ma l’ho trovata qui, in mezzo a voi”.

Si narra che con queste parole l’eroe nazionale albanese, Athleta Christi, Giorgio Castriota Skanderbeg, si rivolse al suo esercito pronto a combattere, subito dopo aver liberato il suo principato, Kruja, dagli Ottomani, e aver innalzato trionfante la bandiera dei Castriota (che in seguito sarebbe diventata la bandiera nazionale dell’Albania) sulla torre maestra del suo castello. Questo aneddoto viene riportato da Marin Barleti nella sua opera Historia de vita et gestis Skanderbegi Epirotarvm principis. È verosimile che l’autore, per eccesso di romanticismo, abbia attribuito al principe di Kruja parole che l’eroe non ha mai pronunciato; ma dentro questa frase si racchiude una grande verità storica: la voglia di libertà del popolo albanese. Un popolo indomito, che mal sopportava la tirannia ottomana, e che non aspettava altro che una scintilla per scatenare la rivolta. Il 28 novembre 1443, data del ritorno di Skanderbeg a Kruja, è una ricorrenza storica per l’Arbëria (cosi si chiamava l’Albania a quei tempi). Questa data segna l’inizio dell’eroica resistenza degli Albanesi contro la più grande potenza bellica del tempo: l’Impero Ottomano; resistenza che si protrasse per ben venticinque anni, fino alla morte di Skanderbeg.

 

Giorgio Castriota Skanderbeg

Giorgio Castriota Skanderbeg

Ma il vero capolavoro di Skanderbeg può essere considerato l’impresa compiuta il 2 marzo 1444 ad Alessio (Lezha), quando egli riuscì a riunire tutti i principi albanesi sotto una sola bandiera e con un solo obbiettivo: liberare il paese dai Turchi. Con la morte di Skanderbeg (17 gennaio 1468), gli Ottomani riconquistarono l’Albania che entrerà così nel suo periodo più buio, che si concluderà soltanto dopo quattro secoli. Quattro secoli di sofferenza per il popolo albanese. La maggioranza di esso si convertì forzatamente all’Islam. La “Sublime Porta” era tollerante con i sudditi non islamici; infatti, consentiva ai Greci l’insegnamento della loro lingua. Tuttavia, il trattamento riservato ai sudditi albanesi, anche se di religione musulmana, era diverso. La Turchia aveva, infatti, vietato l’apertura di scuole albanesi e persino l’uso ufficiale della lingua. La politica dei Giovani Turchi che ascesero al potere in Turchia nel 1908, aggressiva verso gli Albanesi, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Gli Albanesi cominciarono a rivendicare i loro diritti. Le richieste degli Albanesi alla “Porta” crebbero così poco per volta, a cominciare da quella dell’uso e dell’insegnamento della loro lingua. La situazione interna in Albania e i rapporti con la “Porta” cominciarono a deteriorarsi seriamente all’inizio del 1910 in Kosovo, degenerando presto in un’insurrezione che si propagò più a Sud. Il 29 settembre 1911 l’Italia dichiarò guerra alla Turchia. Il conflitto italo - turco fece precipitare la situazione nei Balcani. Le guerre balcaniche si estesero nella regione come un flagello biblico. Il conflitto fu funestato da esecuzioni di massa, principalmente a danno di inermi civili albanesi, nel Nord da parte dei Serbi e ancor più dei Montenegrini, ma soprattutto nel Sud ad opera dei Greci. L’odio e l’intolleranza razziale e religiosa condussero, in assenza di qualunque autorità di governo e in un clima reso instabile dalla capillare presenza di armi su tutto il territorio, a eccidi e distruzioni in vaste aree di un paese che ancora non esisteva. Le corrispondenze dei giornali del tempo ed i racconti dei memorialisti parlano di villaggi bruciati, mutilazioni, famiglie distrutte o deportate, di uomini e bambini massacrati nel segno della “pulizia etnica”; di colone di rifugiati e scene di disperazione collettiva, di violenze di ogni genere che ricordano in modo impressionante le immagini degli orrori perpetrati nelle guerre di Bosnia e Kosovo, alla fine degli anni Novanta del secolo scorso.

Albania del Nord. Le vittime dei massacri

Albania del Nord. Le vittime dei massacri

L’insurrezione albanese riprese nuovamente con forza partendo dal Nord e presto si diffuse in tutto il paese. Questa insurrezione creò le condizioni per la successiva vittoria degli alleati balcanici contro la Turchia e la rese possibile, svolgendo un ruolo che non ricevette forse a suo tempo la dovuta attenzione. Fu in questo clima di formazione della coscienza nazionale dell’antico popolo shqipëtar, che il “vecchio saggio” Ismail Kemal Bey Vlora, il 28 novembre del 1912, innalzò a Valona la bandiera albanese, rossa con l’aquila bicipite nera di Skanderbeg, e l’Albania divenne indipendente dall’Impero Ottomano. Fu formato un governo provvisorio diretto dallo stesso Ismail Kemal, e si decise di eleggere un Senato che controllasse e aiutasse il governo. La proclamazione dell’indipendenza fu notificata alla “Porta” ed alle Potenze europee; una delegazione fu inviata all’estero per la difesa dei diritti degli Albanesi.

Ismail Kemal insieme a Isa Boletini capo dell’insurrezione dei kosovari contro i turchi

Ismail Kemal (a sinistra) insieme a Isa Boletini capo dell’insurrezione dei kosovari contro i turchi

Né la scelta della data, né la scelta del mito di Skanderbeg furono casuali. Il 28 novembre, come abbiamo avuto modo di vedere, rievocava una data storica: la data della liberazione dai Turchi di Kruja (roccaforte di Skanderbeg), in un momento in cui gli Albanesi erano in procinto di sottrarsi definitivamente a quel che rimaneva dell’Impero Ottomano. Il culto di Skanderbeg diventò elemento unificante del sentimento di identità nazionale. Gli Albanesi accantonarono le loro discordie di varia natura. Malgrado le differenze fra il Nord e il Sud, fra i Gheghi e Toschi, tutti gli Albanesi ebbero una reazione patriottica. Il 28 novembre del 1912 verrà ricordato nella storiografia albanese come “il giorno della bandiera”. L’Albania aveva acquisito finalmente l’indipendenza. Secondo i patti internazionali, però, l’Albania sarebbe diventata davvero indipendente soltanto nel 1913. Il 29 luglio 1913, a Londra, la Conferenza degli ambasciatori delle sei grandi Potenze decise che l’Albania era costituita in principato autonomo, sovrano ed ereditario, sotto la garanzia delle sei Potenze [che avrebbero designato il Principe]; in quell’occasione venne anche tracciato lo schema del nuovo Stato. Ma in questa Conferenza furono prese anche delle decisioni vergognose. A Nord, il Kosovo fu annesso alla Serbia. A Sud, la Grecia acquisì la Çamëria.

La mappa dell'Albania etnica

La mappa dell’Albania etnica

Come si può capire, l’indipendenza costò caro agli Albanesi. Più della metà dei territori popolati da etnie albanesi rimasero fuori dai confini dello Stato albanese indipendente appena nato (Prizren, Peć, Ochrid, Struga, Djakova, Ulcinj, ecc.). Non vanno dimenticati la repressione ed il genocidio subiti dalle popolazioni rimaste fuori dai confini dell’Albania da parte dei Greci e dei Serbi. Il sangue di quegli innocenti grida ancora vendetta. La politica sciovinista dei Paesi confinanti con l’Albania, come la Grecia e la Serbia, dimostra anche oggi nel 2010 che tali Paesi non hanno mai smesso di mantenere pretese territoriali nei confronti di questa nazione. Gli Albanesi non dovrebbero commettere l’errore di sentirsi sicuri e dormire sugli allori, ma dovrebbero restare sempre vigili. I fatti della Conferenza di Londra dovrebbero servir loro come monito per il futuro.

“Il giorno della bandiera”, ancora oggi, riesce ad unire tutti gli Albanesi, ovunque essi si trovino, perché è l’unica festa che si celebra in tutti i territori abitati da Albanesi, di tutte le estrazioni e religioni (cattolici, ortodossi e musulmani), e da tutti coloro che sentono di appartenere al glorioso e antico popolo albanese.

Elton Varfi

domenica 21 novembre 2010

La montagna di Tomor e la Dodona pelasgica

Di Yllka Lezo

Dove sia collocato il sito dell’antico tempio di Dodona è un argomento che spesso ha fatto discutere gli studiosi. Negli anni Trenta del secolo scorso, Perikli Ikonomi, con il suo libro "Tomori dhe Dodona pellazgjike" (La montagna di Tomor e la Dodona pelasgica), cercò di dimostrare che il sito del santuario di Dodona si trovasse proprio in Albania. La leggenda narra che, tanto tempo fa, due colombe presero il volo dall’Egitto. Una di loro si fermò in Libia, dove venne poi costruito il tempio dell’Amon Zeus; l’altra colomba, invece, si fermò a Dodona. Proprio lì sorse il tempio del più famoso oracolo dell’antichità: l’oracolo di Dodona, predecessore dell’oracolo di Delfi.

 

La montagna di Tomor

La montagna di Tomor

Oggi sappiamo che il tempio di Amon Zeus si trova in Libia; la questione della collocazione dell’oracolo di Dodona è più complicata. Un gran numero di studiosi sostiene che l’antico tempio si trovasse nel territorio dell’odierna Grecia, e più precisamente ai piedi della montagna Tammaros; più o meno, diciotto chilometri da Giannina. Un gruppo minore di studiosi invece, dei quali fa parte anche Perikli Ikonomi (1882 – 1977), non è d’accordo con questa collocazione del tempio di Dodona. Nel 1934 Perikli Ikonomi inizia a scrivere La montagna di Tomor e la Dodona pelasgica, uno studio attraverso il quale cerca di dimostrare che il tempio di Dodona si trovasse proprio sulla montagna di Tomor (Berat, Albania). Inizialmente, nel 1936, egli pubblicò questo studio a proprie spese in edizione ridotta. Una copia di questa edizione é conservata dai suoi familiari; un'altra copia, invece, si trova nel museo storico nazionale d’Albania. Dopo quasi otto anni, di questo studio fu fatta una ristampa. Per dimostrare la sua tesi circa la collocazione dell’antico tempio di Dodona sulla montagna di Tomor, Ikonomi cita i seguenti argomenti: l’etimologia della parola Tomor, le descrizioni degli autori antichi e le somiglianze geografiche di questi due siti (Tomor e Dodona), e anche alcune leggende vive nelle menti di coloro che abitavano nei pressi della montagna di Tomor. Fin dalla prima pagina di questo libro l’autore ci indica i motivi di questa ricerca. Egli è fermamente convinto che l’antico oracolo di Dodona si trovi proprio sulla montagna di Tomor. L’autore riferisce che un folto gruppo di studiosi albanesi abbia la convinzione che la Dodona dell’Epiro (quella della montagna Tammaros a Giannina), sia soltanto una copia più recente dell’originale, che invece si trova senz’ombra di dubbio sulla montagna di Tomor, nella regione che in Albania si chiama Toskëri. Per Ikonomi è molto importante la somiglianza dei nomi delle due montagne: Tammaros, Tomor. Poi egli spiega l’etimologia del nome Tomor. Lo storico sostiene che la montagna di Tomor veniva considerata l’abitazione del dio dei Pelasgi, e cioè degli antichi Albanesi. Oltretutto, secondo la sua tesi, la montagna di Tomor era chiamata mal i të mirit (montagna del bene) e, per questo motivo, i sacerdoti dell’oracolo di Dodona venivano chiamati Tomurë (i buoni).

Nel linguaggio popolare degli Albanesi, ogni posto sacro si chiamava e continua a chiamarsi anche ai giorni nostri, nella maggior parte dei casi, “vend i mirë” (posto buono). In questa frase, l’aggettivo “i mirë” (buono) prende il significato “sacro”; di conseguenza, il nome della montagna di Tomor significa “la montagna di Dio” (traduzione libera).

Poi Ikonomi imprime maggior forza alla sua tesi affermando che i sacerdoti di Dodona, che erano anche preveggenti, si chiamavano Tomuri e le loro previsioni Tomure.

Tomar oppure Tmar era il nome della montagna presso o addirittura sopra la quale era collocato l’oracolo di Dodona, conosciuto diversamente come il santuario sacro dei Pelsagi. Ma queste osservazioni non bastano per provare la sua tesi. Così egli prende in esame tutte le possibili testimonianze storiche. Un intero capitolo è dedicato alle testimonianze di autori dell’antichità come Erodoto, Esiodo, Plinio, Plutarco, Strabone, ecc; testimonianze queste che allontanano Dodona da Giannina e lo portano nel Nord di Toskëri-a. Una delle fonti che Ikonomi cita è quella di Stagira:

“Nella pagina 28 delle note in cui parla di Dodona, egli menziona come indefinita la collocazione della montagna di Tomor. Lo stesso autore ci dice che altri studiosi collocano questa montagna più a settentrione del monte Pindus. Inoltre lo stesso autore afferma che i Molossi erano più famosi dei Kaoni, e che essi (i Molossi) vantavano anche l’esistenza del famoso tempio di Dodona nella loro regione” (traduzione libera).

Prendendo spunto dagli scritti di questi autori e geografi antichi, i quali forniscono preziosi dettagli sul tempio di Dodona, Ikonomi arriva ad una chiara ricostruzione di dove sia collocato effettivamente questo luogo di culto. Ma il suo lavoro non finisce qui. Dopo aver esaminato le descrizioni di questi autori, nell’ultimo capitolo del suo libro egli raccoglie ed espone alcune leggende sulla montagna di Tomor e sui luoghi circostanti.

 

Perikli Ikonomi

Perikli Ikonomi, 1882 - 1977

Una di queste leggende narra che sulla montagna di Tomor abitavano le sorelle di Dodoni, dalle quali si recavano gli antichi re per domandare sul loro destino e sul destino del loro regno. Secondo un'altra leggenda, invece, sulla vetta della montagna si trova scolpita sulla roccia la figura di una donna anziana che sta accudendo una capra e un capretto. Leggenda questa che, secondo Ikonomi, può avere analogie con quella della capra Amaltea, che allattò Zeus bambino, quando sua madre Rea lo nascose a suo padre Crono, che mangiava i propri figli. Fra Perikli Ikonomi e la montagna di Tomor esisteva un legame particolare, che non era il semplice legame fra uno studioso e l’oggetto dei suoi studi.

Due parole su Perikli Ikonomi

Nato nel paese Vokopolë di Berat, in Albania, egli conosceva meglio che chiunque altro questo borgo e le leggende che intorno ad esso circolavano, molte delle quali strettamente legate alla sacralità della montagna di Tomor. Perikli Ikonomi appartiene ad una famiglia che per diciassette generazioni ha annoverato sacerdoti tra i suoi componenti. L’ultimo di essi era il padre di Perkli, Papas Pavli. Ma Perikli non avrebbe seguito questa tradizione di famiglia. I primi studi li fece a Berat, presso l’esponente della Rilindja (Rinascita) albanese Babë Dudë Karbunara (1842-1917); proseguì poi gli studi a Corfù, dove conobbe Ismail Qemali, il quale risvegliò nel giovane Perikli Ikonomi il sentimento dell’amore per la patria. In seguito si formò come specialista in psicologia in una delle scuole balcaniche più prestigiose del tempo: il ginnasio Zosimea di Giannina. Dopo il suo ritorno in Albania, nel 1916, cominciò ad insegnare a Berat, e poi nelle scuole di tutta l’Albania. Oltre ad insegnare egli scrisse e pubblicò a sue spese libri didattici. Perikli Ikonomi fu uno dei padri fondatori dell’istruzione in Albania. Per questo motivo in questa nazione nel 1956 meritò il titolo di “Mësues i merituar” (Maestro emerito). Morì nel maggio 1977.

Fonte: testo albanese il giornale Shekulli.

La traduzione in lingua italiana è di Elton Varfi

domenica 14 novembre 2010

Etimologia dei nomi propri in pelasgo-albanese

 

Demetra = Dhè motër

Figlia di Crono e di Rea. Era considerata una importante dea della “terra coltivabile e fertile”. Ricordiamo brevemente che i Pelasgi sono stati i primi ad introdurre la coltura dei cereali in Europa. Demetra era la dea dei frutti e di tutte le ricchezze della terra. Era simbolo della civiltà antica: abbondanza del raccolto e dello sviluppo economico-sociale. Il suo culto venne preservato in alcune regioni della Grecia antica e soprattutto in Arcadia, dove i Pelasgi mantennero più a lungo le loro tradizioni. Una leggenda vuole che Demetra fosse arrivata in Grecia provenendo da Creta. I Greci la chiamarono la madre dell’avena. Tutti gli antichi la consideravano come la dea Terra (Tokë o Toka – mëmë: Terra madre in lingua albanese). L’origine del nome in lingua albanese è molto chiara: significa terra sorella (Dhe – Motër). È interessante notare il collegamento fra i nomi Demetra (dea della fertilità della terra) e Persefone (sua figlia), che veniva chiamata anche Kora o Core (in albanese korr significa mietere): e cioè la madre pianta e la figlia miete.

Ade = Hadi

Figlio di Crono e di Rea. Era il dio dell’altro mondo, il regno dei morti. Ci viene raffigurato alla guida del regno degli Inferi con uno scettro in mano, con il quale regnava come un sovrano senza pietà sulle anime dei morti. I Greci hanno tradotto il suo nome come l’Invisibile; invece nella lingua albanese troviamo Ha deks (dialetto Ghego) e Ha vdeks (dialetto Tosko). In tutti e due i casi significa Colui che mangia i morti, appellativo che gli si addice molto di più che non l’Invisibile.

Esione= Hesiona

Esistono due diverse credenze a proposito di Esione. Nella prima ella è una ninfa Oceanina, moglie di Prometeo. Nella seconda è figlia di Laomedonte. Legata in catene, nuda, vestita soltanto dei suoi monili, deve la sua vita ad Eracle che la liberò dalle catene. Il suo nome si spiega in maniera perfetta con la lingua albanese: E zanë (ghego) oppure E zënë (tosko), significando in tutti e due i dialetti catturata.

Odisseo = Odise

Ulisse, dopo aver combattuto per dieci anni, ne impiegò altri dieci in un avventuroso viaggio di ritorno. Penelope, sua moglie, lo aspettò fedele durante i vent’anni della sua mancanza da casa. Ulisse è conosciuto per i suoi “viaggi”. Il suo soprannome ce lo dimostra. Odisseo è l’appellativo che gli venne dato per via del suo burrascoso ritorno in patria, e si spiega con le parole albanesi Udhës, Udhësi, Udhëtar (viaggiatore) che, a loro volta, derivano dalla parola albanese Udhë (strada). Ulisse era un nome latino; anche questo nome può essere collegato alla parola albanese Ulic, e cioè strada piccola.

Penelope = Pen-e-lypi

Figlia della ninfa Periboea e di Icario, fratello di Tindaro. É la moglie del famoso Ulisse. Durante l’assenza di suo marito, per reprimere i pretendenti che la volevano in sposa, mise in atto uno stratagemma: dichiarò che non avrebbe preso in considerazione nessuna proposta prima di aver finito di tessere un sudario per suo suocero Laerte; di notte, però, disfaceva ciò che tesseva durante il giorno. Il suo nome, Penelope, si spiega molto bene ricorrendo alle parole albanesi Pen e lyp (Il cotone chiede), Colei che ha bisogno del cotone. I Greci lo spiegano con: colei il cui viso è coperto da un velo. Penelope è un appellativo.

Hippos = Hipos

Questa parola in greco significa cavallo. Essa deriva però dalla lingua pelasgo-albanese e più precisamente dalla parola hip (salire). In realtà, per denominare il “cavallo” la lingua albanese ha conservato la forma più arcaica, che è riconducibile alle prime parole dell’uomo preistorico: kal. La confidenza con il cavallo da parte dei greci è stata tramandata dai Pelasgi (i Traci, i Frigi). A quell’epoca, oramai, il cavallo era un animale addomesticato e cioè cavalcabile. I Greci, dopo il loro arrivo nella penisola, chiamarono questo animale Hippos: colui che sale. Gli Albanesi conservarono invece la forma arcaica kal (cavallo).

Omero = Homeri

Questa parola che esprime ammirazione nell’idioma pelasgo-albanese, tipicamente significa: che bello, che piacevole. Questa nostra interpretazione avvalora la tesi di coloro che credono che Omero non sia mai esistito, e che Iliade e Odissea siano dei poemi preellenici, tramandati di generazione in generazione da rapsodi anonimi. In realtà possiamo supporre che questi poeti epici, cantori nel periodo dei Pelasgi (visto che gli antichi ci raccontano che i Pelasgi “possedevano il territorio che oggi si chiama Grecia, prima dell’arrivo dei Elleni”, e noi non possiamo bypassare questa affermazione), abbiano trasmesso oralmente le epopee antichissime, adottate dagli Elleni successivamente al loro arrivo nelle terre dei Pelasgi, e solo dopo le abbiano adattate, rielaborate ed infine trascritte nella loro lingua, conservando intatti i termini e i nomi che essi non capivano, come quelli degli dèi e i toponimi dei Pelasgi. Gli Elleni hanno ascoltato le epopee cantate dai cantori epici e chi con loro ascoltava gli stessi cantori esclamare: O mere (che bello), dialetto ghego del’Albania del Nord. Invece nel Sud del Albania si dice: O mirë.

Liberamente tratto dal libro, Albanie ou l'incroyable odyssée d'un peuple préhellénique dell’autore Mathieu Aref

domenica 7 novembre 2010

L’importanza del popolo Pelasgo - Illirico

 

Il popolo Pelasgo - Ilirico può essere storicamente considerato il più importante dell’antichità, e da esso derivano le civiltà, le lingue e le antiche culture europee. l'autrice del libro, elena kocaqi Lo dimostrano numerosi reperti archeologici e documenti storici, linguistici e antropologici.

1- Le antiche civiltà europee come quelle di Creta, di Micene, di Troia e degli Etruschi sono state originate dal popolo Pelasgo – Illirico, come dimostrano i dati storici. I dati antropologici indicano che quest’antica popolazione era brachicefala, cosi come lo sono tutt’oggi gli Albanesi, discendenti della popolazione pelasgo - illirica- traco - troiana. Possiamo inoltre dire che proprio queste etnie hanno inoltre dato origine anche ad antiche civiltà come l’egiziana, la mesopotamica e, prima di tutte, la sumerica. L’ipotesi viene confermata da dati storici che testimoniano una presenza massiccia di rappresentanti di questa razza in quei territori fin dai tempi più remoti. Cosi, i dati antropologici ci confermano che nel delta del Nilo e nella bassa Mesopotamia, tremila anni a.C., viveva una popolazione bianca. Documenti a noi pervenuti confermano che l’origine di questa popolazione era pelasgo – illirica.

2- Gli antichi Greci non sono un’etnia, ma semplicemente delle tribù pelsago-illiriche che avevano un livello culturale più elevato delle altre tribù dello stesso ceppo, grazie alla posizione geografica e alle condizioni naturali dei loro insediamenti. Quella che viene definita antica civiltà greca è, in realtà, civiltà pelasgica, poiché tutti e tre i popoli che hanno abitato nell’Ellade antica erano di origine pelasgica. Cosi gli Ioni erano Pelasgi, i Dori erano Illirici e gli Eoli erano Pelasgi. Allora, in quale ambito storico-geografico vanno collocati i Greci?

Non è mai esistita una nazione greca. L’antica lingua greca era un lessico liturgico usato dai dotti del tempo. Come facciamo ad affermare una cosa simile? È semplice. L’antica lingua greca non riesce a tradurre nemmeno una parola della lingua ionica, dorica ed eolica. Ancora oggi troviamo iscrizioni su pietra in queste lingue, ma non le capiamo. Nessuno sa quale fosse il simbolismo usato, ma è certo che si tratta di una lingua diversa quella greca, sia antica sia moderna. Perché il greco non riesce a tradurre lo ionico, il dorico e l’eolico? Non li può tradurre, visto che queste popolazioni erano pelasgo-illiriche e parlavano un idioma oggi proprio degli Albanesi. Gli studiosi, se approfondissero meglio l’odierna lingua albanese e soprattutto il dialetto Ghego, potrebbero poi cercare di tradurre queste iscrizioni. Il moderno stato greco è uno stato artificiale, composto da varie etnie, di cui la più rappresentativa è quella albanese. La lingua attualmente parlata dai Greci moderni non è autoctona ma imposta dalla Chiesa e dallo stato. Questa lingua fu “insediata” artificialmente ed imposta alla popolazione come lingua obbligatoria. Col passare del tempo si formò un’etnia totalmente artificiale.

Anche la civiltà antica romana era una civiltà pelasgo - illirica. Gli stessi Romani si consideravano discendenti dei Dardani di Troia; però i Dardani provenivano dall’Illiria, dove ancora oggi vivono e si chiamano Albanesi. La civiltà romana deriva dalla civiltà etrusca oppure Tusk, che era a sua volta una civiltà pelasgica. Alcuni studiosi sono riusciti a tradurre molte iscrizioni etrusche tramite la lingua albanese.

3- Alcuni indizi ci fanno capire che i Pelasgi, gli Illiri, i Traci, i Daci, i Troiani e tutte le popolazioni fino ai confini delle coste atlantiche appartenevano allo stesso ceppo. Secondo alcuni, tutti questi popoli avevano un linguaggio comune che è l’albanese arcaico. Riteniamo che abbiano parlato questa lingua perché ne troviamo traccia in molte parole delle lingue europee antiche e moderne, la cui etimologia è spesso ad essa riconducibile. Molti termini latini ed altri usati dai Pelasgi, (erroneamente chiamati Elleni), sono parole albanesi tutt’ora in uso. Anche se la lingua latina e il greco antico, sembrano lingue create artificialmente, troviamo un gran numero di parole albanesi in esse. I popoli che si chiamavano Romani o Elleni in realtà erano Illiri, e parlavano una lingua simile a quella albanese. Lo deduciamo dal fatto che le due lingue (latino e greco) non riescono a tradurre l’idioma che parlava e scriveva il loro popolo. Molti termini che sono arrivati a noi dal linguaggio dei Pelasgi elleni e romani si ritrovano nella lingua albanese, e hanno significato solo in questa lingua. D’altro canto la lingua albanese è l’unica che traduce l’idioma dei Daci. Questo succede perché l’albanese contiene tuttora parole che agevolano l’interpretazione di questa lingua. Strabone testimonia che i Daci parlavano il medesimo linguaggio dei Traci. Questo significa che quelle tribù si esprimevano in albanese, considerando che esso è l’unica lingua che traduce il lessico dei Daci. Anche i Troiani hanno parlato albanese, perché molte tribù troiane sono originarie della Tracia e dell’Illiria in egual misura dei Dardani, che oggi costituiscono la maggioranza del popolo albanese.

Copertina (versione albanese) del libro

Copertina (versione albanese) del libro

4- Nei secoli V-VI, quando la forza dell’impero Romano andava diminuendo, spinta dalle invasioni delle genti provenienti dall’Asia, una parte della popolazione di etnia europea fu costretta ad emigrare nei territori dell’Illiria e del Mar nero, dirigendosi verso Ovest. Oggi questi eventi sono conosciuti come le invasioni germaniche. Dati che ci arrivano dal medioevo ci mostrano che queste tribù erano di origine illirica. Esse ebbero un ruolo importante nella fondazione di molti stati moderni. Gli indizi antropologici, storici ed archeologici testimoniano ciò che abbiamo scritto.

5- La teoria delle lingue indo-europee va rivista, dal momento che non prende in considerazione la lingua albanese, parlata da molti popoli antichi europei, e che da molti viene considerata la lingua della razza bianca degli Japigi. Non si può costruire una simile teoria senza tener conto dell’idioma che costituisce il substrato dei linguaggi europei: l’albanese, con la sua ricchezza di dialetti. Sosteniamo questa tesi dal momento che è noto che l’insieme delle parole comuni tra le lingue europee e la lingua sanscrita è interamente compreso nell’idioma albanese. Addirittura, l’albanese attuale utilizza tutt’oggi queste parole. Volendo tentare un’interpretazione etimologica di queste parole, occorre ricorrere al linguaggio albanese. Un buon linguista deve essere anche un bravo storico.

Le parole delle lingue indiana e iraniana non hanno collegamenti con i linguaggi europei, ma ne hanno di precisi con la lingua albanese. È proprio questa la giusta chiave interpretativa per evitare l’errore fino ad oggi commesso da filologi e linguisti, le cui conclusioni prescindono dallo studio della storia e della lingua albanese. Esistono testimonianze che nell’Età del Bronzo questi territori sono stati invasi e governati da una razza bianca. Cosi i Sumeri sono un popolo non Semita.

Gli Albanesi oggi sono un popolo di origine preistorica che vive nel territorio dei Balcani da centinaia di migliaia di anni. Gli antenati degli Albanesi hanno dato origine in Europa, in una prima fase, all’etnia propria di quei territori che, in seguito, sarebbe diventata la principale artefice della civiltà moderna. Essi hanno avuto grande importanza nello sviluppo degli stati e delle popolazioni moderni dell’Europa e nella genesi della lingua da essi parlata.

Brano liberamente tratto dal libro Roli pellazgo – ilir në krijimin e kombeve dhe gjuhëve evropiane dell’autrice Elena Kocaqi

domenica 31 ottobre 2010

La genesi della Grecia moderna è albanese

- Il substrato non greco dei Greci e della Grecia -

Di Salih Mehmeti

L’ossessione maniacale che ha la Grecia di fare suo non solo il presente ma anche il passato è stata ridicolizzata dal New York Times (1994) che, riferendosi ad essa, la definiva ricostruzione isterica della storia. Invece, un diplomatico europeo di cui non conosciamo l’identità, nello stesso New York Times, descriveva la posizione della Grecia come totalmente irrazionale. Le urla isteriche dei marines greci: “Greco nasci, Greco non diventi!”, sono non solo ridicole, ma sono anche l’indicatore che oggigiorno, negli ambienti aderenti all’ideologia nazionalista greca, non si ha la minima idea di cosa significhi realmente il termine “greco”, con riferimento sia alla condizione storico-culturale del passato, sia a quella attuale: condizioni che, per la verità, non devono essere confuse tra loro. La casta etnico-nazionalista in Grecia è responsabile della creazione del mito moderno della cosiddetta continuazione storico-culturale ininterrotta che, come principale obbiettivo, altro non ha se non dimostrare che i Greci odierni sono discendenti di Pericle, Platone, Solone, ecc. Oggi nella Grecia bizantina si cannibalizzano queste idee, ed essere Albanese è diventato quasi un motivo discriminatorio; ma un secolo fa non era così.

Mappa dell’Albania in cui il nome Grecia non figura da nessuna parte 

Mappa dell’Albania in cui il nome Grecia non figura da nessuna parte

The Atlantic Monthly’ scriveva: ora come ora non ci sono nomi più nobili e rispettati in Atene, non ci sono famiglie più influenti nelle cerchie politiche, di quelli dei condottieri albanesi della rivoluzione del 1821, Tombazisi, Miauli e Kundurioti (1882).

In verità, la genesi della Grecia moderna è interamente albanese. Ogni scrittore, cronista e storico del XIX secolo, regolarmente ci racconta la faccia albanese di quella che oggi si chiama Grecia. C. M. Woodhouse scrive: ti impressionerebbe il fatto che la maggioranza dei difensori della libertà della Grecia in quel tempo era non-greca.

Secondo l’antropologo Roger Just la maggioranza dei “Greci” del XIX secolo non solo non si chiamavano Elleni (questo nome lo impararono più tardi dagli intellettuali nazionalisti) ma, nella maggior parte dei casi, non parlavano il greco bensì dialetti della lingua albanese, slava o di quella dei Vlachi.

Misha Glenny, uno studioso americano dei Balcani, fa notare che i filo-elleni dell’America, dell’Inghilterra e dell’Europa venivano esortati a creare uno stato libero greco; era questo un anelito appassionato e romantico di riportare in vita la cultura ellenica del passato. Pochi di loro erano al corrente dei cambiamenti radicali che erano avvenuti nei territori delle ex città stato della Grecia classica. La maggior parte di essi rimase alquanto delusa dalla mancanza di somiglianza fisica con gli Elleni come loro li immaginavano.

Illiricum si estendeva anche nella Grecia odierna, creata dalle grandi potenze

Illiricum si estendeva anche nella Grecia odierna, creata dalle grandi potenze

David Holden, autore del libro ‘Greece without Columns: the making of the modern Greeks’ afferma: per me il filo-ellenismo è una questione d’amore per un sogno che ipotizza la Grecia e i Greci non come un paese reale ed un popolo vero, ma come simboli di una perfezione immaginaria. (1972). Lo stato-popolo Greco era una favola creata dall’intervento della politica occidentale – “l’idea fatale”, come la chiamava un tempo Arnold Toynbee, era esclusivamente un’illusione del nazionalismo occidentale che doveva colpire le tradizioni multi nazionaliste del mondo orientale, per poi crescere, ipoteticamente, come un bambino, nella rinascita e nella razionalità occidentale.

Ma da chi era composta questa maggioranza non greca che spesso passava inosservata agli stessi occidentali che avrebbero fatto della Grecia uno stato?

George Finlay, uno degli storici più devoti tra i filo-ellenici, tanto da partecipare con le armi alla rivoluzione Greca del 1821, ci dà una panoramica degli Albanesi abitanti in quel luogo che più tardi venne chiamato Grecia: Maratona, Platea, Leuctra, Salamina, Mantinea, Ira e Olimpia, sono ora popolate dagli Albanesi e non dai Greci. Addirittura, nelle strade di Atene, che per di più di un quarto di secolo è stata la capitale del regno Greco, la lingua albanese si sente ancora parlare fra i bambini che giocano per strada vicino al tempio di Teseo (Storia della rivoluzione greca 1861).

Anche il francese Pouqueville mette in risalto i “colori” albanesi della maggioranza della popolazione nelle più grandi città della Grecia di quel tempo. Edmond About nel 1855 scrive: Atene venticinque anni fa era soltanto un villaggio albanese. Gli Albanesi costituivano ed ancora costituiscono quasi tutta la popolazione dell’Attica; e dentro le tre categorie del capoluogo si trovano paesi dove la lingua greca non viene capita.

Elfiso, quasi a meta strada tra Megara e Atene, è un povero villaggio albanese… scrive Henry A. Dearborn nel 1819. In poche parole, stando alle descrizioni di G. Finlay e di altri autori, gli Albanesi popolavano tutta l’Attica e la Messenia, la maggior parte della Beozia, tutta l’isola di Salamina, Corinto, l’Argolide e altre regioni interne della Morea (Peloponneso).

Gli Albanesi combatterono, invece la Grecia fu creata dalle grandi potenze

Gli Albanesi combatterono, invece la Grecia fu creata dalle grandi potenze

John Hobhouse, contemporaneo di lord Byron, parlando delle dimensioni dell’espansione territoriale turca sotto il dominio di Alì Pasha Tepelena, dice che a sud viene inclusa una parte della provincia di Tebe, tutta l’Eubea, l’Attica, i territori intorno alla baia di Lepanto (Corinzio), e infine la Morea (Peloponneso), la quale era sotto dominio di uno dei suoi figli. Sami Frashëri, nella sua opera ‘Kamus Al-alam’, in cui scrive le biografie degli Albanesi più famosi, menziona sotto queste voci che i figli di Alì Pasha Tepelena, rispettivamente Muhar Pasha e Veli Pasha, avevano i gradi di mytesarrif (funzionario provinciale nell’impero Ottomano) di Atene e della Morea (Peloponneso). Questo ci dice che prima che venisse creato il giovane regno di Grecia, quella terra si chiamava Albania non solo sotto il profilo politico, ma soprattutto sotto il profilo etnico-linguistico.

A supporto di questa tesi abbiamo una quantità enorme di documenti etnografici del tempo, che mettono in risalto il carattere albanese dei territori sopracitati. Jacob Philipp Fallemayer, che viaggiò attraverso la Grecia, incontrò in Attica, Beozia e nella maggior parte del Peloponneso una enorme quantità di Albanesi, che talvolta non capivano nemmeno la lingua greca. Se qualcuno chiama questo posto la nuova Albania – scrive lo stesso autore – gli dà il suo vero nome. Per lo studioso queste province del regno greco sono collegate con l’ellenismo quanto le montagne della Scozia lo sono con le province afgane di Kandahār e Kabul.

Anche se le teorie di Fallemayer non sono universalmente accettate, possiamo dire che pure ai giorni nostri è riconosciuto che un gran numero di persone, molti abitanti delle isole dell’Arcipelago e di quasi tutta l’Attica fino ad Atene sono Albanesi – scrive A. Vasiliev, autore di interi volumi sull’Impero di Bisanzio.

Sarà proprio questa popolazione guerriera albanese (della quale parlano con ammirazione tutti gli Europei del tempo) l’avanguardia della imminente rivoluzione che coronerà una Grecia indipendente. I Kundrioti - scrive Misha Glenny – erano la più potente famiglia marinara dell’isola di Idra; essi erano a capo di un significativo gruppo di guerrieri durante la rivoluzione, ed erano proprio di origine albanese. Woodhouse mette in risalto la figura del condottiero della resistenza nel Nord della baia di Corinto, Marko Boçari; i discendenti di quest’ultimo erano in maggior parte Albanesi. Lo stesso Lord Byron, per dimostrare che il grande spirito ellenico non era scomparso, era solito citare proprio gli Albanesi sulioti. Addirittura, nell’immaginario collettivo europeo di quel tempo, gli Elleni famosi che illuminarono con la loro civiltà l’Europa, venivano identificati negli Albanesi contemporanei.

David Roessel dice: quando Disrael (primo ministro britannico) fece diventare greco l’eroe albanese Scanderbeg nel suo libro “La salita di Iskander” (1831), egli non cercava di riscrivere la storia oppure di eliminare l’identità albanese. Semplicemente egli non considerava il greco e l’albanese come termini estranei fra loro.

È particolare e significativa la confessione sincera del professore greco Nicos Dimou, in un’intervista rilasciata al New York Times: noi parlavamo albanese e ci chiamavamo Romani, però poi arrivarono Winckelmann, Goethe, Victor Hugo, Delacroix e ci dissero “No! Voi siete Elleni, diretti discendenti di Platone e Socrate”, e noi abbiamo sposato quella idea. (23 giugno 2009).

Il Re Otto I con fustanella (costume nazionale albanese)  

Il Re Otto I con fustanella (costume nazionale albanese)

Nelle cronache della guerra per l’indipendenza gli eroi, i condottieri, i soldati erano Albanesi. A sostegno ulteriore di quanto abbiamo scritto, possiamo menzionare il fatto che, immediatamente dopo la conquista dell’indipendenza, quando regnava il Re bavarese Otto I, il costume nazionale albanese Fustanella fu adottato come abito ufficiale della Grecia, ed è usato tutt’oggi dalla guardia dell’esercito greco. Ecco perché le odierne bandiere del vanto greco Ellinicotica (vero greco) sono soltanto indicative della totale falsità delle loro pretese.

L’essenza non greca del nome “Greco”.

L’origine dei termini Grecia e Greco è illirica. La maggior parte degli studiosi contemporanei afferma che il termine greco sia riconducibile al nome ‘Graikhos’ (Γραικός), citato per la prima volta da Aristotele (‘Meteorologica’ I. XIV); un’altra interpretazione moderna, invece, è che tale nome sia stato usato dagli Illiri per indicare i Dori dell’Epiro (per i quali viene comunemente accettata in ambito mondiale negli ambienti storiografici la teoria del loro carattere parzialmente Illirico), e derivi da Graii, termine indicante un popolo autoctono dell’Epiro. Irad Malkin, storico nell’Università di Tel Aviv, sostiene che il termine Graikoi si estese nell’Italia del Sud per opera degli Illiri e dei Messapi.

Henry Wesford ritiene invece che furono i Pelasgi ad introdurre il nome Graikoi, (Γραικο) in Italia; ancora, Vihlelm Ihne pensa che la diffusione di tale termine sia dovuta agli Epiroti. In questo caso, l’unicità etnica dei Pelasgo-Illiro-Epiroti diventa inconfutabile, proprio grazie al continuo interscambio dei termini Pelasgi, Illiri ed Epiroti operato da vari studiosi. George Grote, nell’opera La storia della Grecia, dice che Graikoi erano una popolazione Illirica, il cui nome significava “montanari”.

La caricatura prende in giro le grandi potenze (i poliziotti) e il giovane stato greco (il bambino vestito con la fustanella albanese)

La caricatura prende in giro le grandi potenze (i poliziotti) e il giovane stato greco (il bambino vestito con la fustanella albanese)

Osborne William Tancock riferisce che i Graeci erano una piccola tribù che viveva sulla costa Illirica. Più tardi, i Romani chiameranno tutti gli antichi Elleni con il nome generico di Greci o Graeci; più concretamente, Leonard Robert Palmer è convinto che il termine Graeci sia illirico; invece Eric Patridge attribuisce a questo nome origini pelasgiche. Malte Brun, nelle le sue elaborate ricerche volte a dimostrare la struttura ellenica della lingua albanese, dice che il termine Graia (Γραία) va ricondotto alla parola albanese Grua (donna). Anche Giuseppe Crispi, professore di letteratura greca dell’Università di Palermo, conferma l’etimologia proposta da Malte Brun; la parola Γραία significa donna (grua in albanese) vecchia; volendo, anche casalinga, nel senso di ‘una donna con grande esperienza’. Comunque sia, “Grua” è una parola antichissima.

Nicholas C. Eliopulos afferma che, nella cultura romana, con la parola Graeci ci si riferiva all’identità matriarcale dei Greci. Questa opinione viene rafforzata delle tante testimonianze di autori greco-romani che, descrivendo il mondo illirico, dimostravano una grande ammirazione e rispetto per il sesso femminile. William Ridgeway, storico britannico, dice che Aristotele intendeva probabilmente riferirsi agli Illiri quando affermava che i popoli guerrieri, fatta eccezione per i Celti, hanno spesso affidato il controllo alle donne. Gli Illiri erano una ginecocrazia nel III secolo a.C. e per questo motivo non ci si deve stupire del fatto che il più grande monarca degli Illiri sia stata una donna. Ella era Teuta, regina che, nel 328 a.C., uccise gli emissari di Roma. Nella ‘Encyclopaedia Britannica’ (1911) si afferma: le donne in Illiria hanno spesso avuto una elevata posizione sociale; addirittura avevano potere militare. La testimonianza dello Pseudo-Scylax, nel Periplus (21), ci dice che i Liburni erano sottomesi al potere delle donne. Questa condizione viene interpretata, da parte di molti studiosi contemporanei, come una forma di matriarcato. Stipçeviq crede che abbiamo a che fare con i residui di una antica istituzione, le radici della quale si devono cercare nel periodo pre-indoeuropeo. Strabone, in Geographie (7.7.12), parla della casta dei sacerdoti della Dodona pelasgica, nella quale profetizzavano tre donne (ὕστερον δ' ἀπεδείχθησαν τρεῖς γραῖαι, ἐπειδὴ καὶ σύνναος τῷ Διὶ προσαπεδείχθη καὶ ἡ Διώνη.)

Anche nelle antiche leggende pelasgiche, e soprattutto nella legenda di Perseo, si parla di tre dee chiamate Graiai . Esse, nell’immaginazione mitologica, si presentavano come tre donne vecchie, addirittura nate già vecchie. Nel dare un valore scientifico all’ipotesi che la parola graia equivalga alla parola grua (in albanese donna) veniamo confortati dallo stesso Strabone, quando scrive (VII, 2): nella lingua dei Molossi e dei Tesproti le donne vecchie si chiamavano ‘γραίας πελίας’ (graias pelias). In poche parole, l’etimologia del nome greco è riconducibile alla parola illiro-albanese gra plaka (donne vecchie), con riferimento diretto al culto della madre e della donna nell’antico mondo pelasgo-illirico. Nella molteplicità dialettale della lingua albanese troviamo rispettivamente per γραίας, al plurale graria, granini (donne) ecc. Anche più tardi l’eponimo greco (oppure graeci) sottintendeva sostanzialmente l’albanese. Il paese Piana dei Greci a Palermo è stato popolato da sempre solo da Albanesi di rito ortodosso. Negli anni ‘30 del secolo scorso, il nome di questo paese è stato cambiato in Piana degli Albanesi.

Prishtina, 11 agosto 2010

Fonte: il testo in lingua albanese: www.pashtriku.org

La traduzione in lingua italiana è di Elton Varfi

domenica 24 ottobre 2010

Epiro è e rimarrà albanese

Riportiamo una lettera importante, diretta alla redazione del giornale Moniteur Universel di Parigi, pubblicata dallo stesso giornale nel Maggio 1879. Questa lettera è stata scritta dal patriota della Rilindja (rinascimento) albanese, Abdyl Frashëri.

Signor direttore!

Abbiamo rilevato, con nostro grande stupore, che il giornale “Republique Française”, il quale nella suimagea polemica non deroga mai dalle regole della modestia,  pubblicando alcune parti del Memorandum della Lega Albanese (Memorandumi i Lidhjes Shqiptare), ha scritto un commento tendente ad umiliare e ridicolizzare i nostri compatrioti.

A quell’articolo non abbiamo ancora dato alcuna risposta; “Republique Française”, ritornando sullo stesso argomento, Ha nuovamente tentato di ridicolizzare due rappresentanti della Lega Albanese. Un simile comportamento non ce lo aspettavamo affatto da un giornale che si schiera a favore delle guerre per la libertà dei popoli.

La Francia piange ancora la perdita delle sue regioni: gli abitanti di Alsazia e Lorena si lamentano ricordando che sono stati privati della loro reale appartenenza. Perché un giornale francese trova ridicoli gli Albanesi, i quali cercano di scongiurare il pericolo di una simile sciagura? Noi non siamo savant e neanche lo pretendiamo, ma la storia della nostra patria la conosciamo meglio di chiunque altro.

Gli abitanti dell’Epiro sono chiamati Pelasgi. Erodoto, Tucidide e Strabone giunsero alla conclusione che questo paese non sia mai stato parte della Grecia. Secondo Strabone, la Grecia a nord confinava con l’Acarnania e il golfo di Ambracia. Visto che la geografia antica non aiuta molto gli stessi Greci odierni, noi domandiamo a coloro che non hanno idee chiare: quale parte dell’Epiro è greca? Chi accetta gli argomenti dei sillogisti greci crederà che alla Magna Grecia appartengano non solo l’Albania ma anche la Macedonia, la Romania, la Tracia, l’Asia Minore, e perfino la vostra Marsiglia!!! L’Epiro oggi ha 650 mila abitanti. Quanti sono i Greci presenti in questo territorio, e dove vivono? A Korça? A Berat? Ad Argirocasto? Oppure nella regione chiamata Çamëria? Chi attraversa questi luoghi incontra soltanto Epiroti albanesi, non Epiroti greci. Sarebbe giusto sacrificare 650 mila abitanti albanesi puro sangue per assecondare i sillogisti greci e le loro speculazioni filosofiche?

L’attuale comportamento della Grecia dimostra che essa ha intenzione di imitare la Russia zarista!!! Ma la Russia sostiene le sue pretese con la forza, che per fortuna alla Grecia manca. Se i Greci fossero così forti come vogliono dimostrare (ma in realtà essi sono abili soprattutto nel produrre rumore), l’Europa non avrebbe più pace. Il principio della rassomiglianza della lingua porterebbe molto lontano i Greci nelle loro pretese, ma in primo luogo darebbe a noi (Albanesi) il diritto di richiedere ai Greci i duecentomila Albanesi che vivono in un quartiere di una città greca chiamato “Plakë”, ed anche di rivendicare le due isole Idra e Speca. L’Epiro è e rimarrà per sempre albanese come lo crearono la natura e la storia. È un peccato che il governo greco spenda per sostenere le tesi dei sillogisti enormi somme in denaro che potrebbe benissimo usare in maniera diversa. La nazione greca cerca di disseminare zizzania, ma non ingannerà nessun Europeo. Se la Grecia resterà ferma nelle sue aspirazioni e manterrà la sua condotta avida in dispregio della giustizia e dei diritti dei popoli, gli Albanesi dimostreranno una volontà ferrea nel difendere la loro patria fino in fondo, avendo giurato di non perdere neanche un palmo di terreno, ma piuttosto di morire se necessario. Quest’affermazione rappresenta il pensiero di tutti i nostri connazionali. L’Europa sarà responsabile di un’eventuale guerra distruttiva che si scatenerebbe in caso di annessione delle nostre terre da parte della Grecia. Sperando, signor direttore, che pubblicherete la nostra risposta, vi ringraziamo in anticipo.

Fonte: il giornale Tirana Observer.

domenica 17 ottobre 2010

Alcune parole della cultura Etrusca (2)

-seconda ed ultima parte-

Cotasi –Kotasi

Secondo Erodoto i Lidi, per trastullarsi, usavano oggetti chiamati cotasi (kotasi in albanese). Tali oggetti sono stati rinvenuti anche nella tomba di una donna etrusca.

Oggetti per lo svago: cotasi. In lingua albanese abbiamo: sende koti (oggetti inutili), punë koti (lavoro inutile). Troviamo anche kotasi con il significato: in maniera inutile.

Munth

MUN, MUNTH; latino mundus.

Gli etruscologi spiegano: nel punto esatto in cui doveva sorgere il centro di una nuova città gli Etruschi scavavano un buco molto profondo, quasi un pozzo. Questo buco serviva da collegamento fra il mondo dei vivi e quello dei morti. In un secondo momento, lo scavo veniva coperto con mattoni di pietra ed era chiamato “la porta delle fatiche”, oppure, come dice Varrone, “la porta dell’inferno”.

I latini chiamarono questo buco mundus, parola che acquisirono dagli Etruschi.

Gli Etruschi: MUNO=Munth.

In albanese abbiamo: MUND, MUN (fatica).

Vegoia

Vegoia era una profetessa etrusca che comunicava al popolo le decisioni di Giove riguardanti la giustizia.

In albanese abbiamo:

1.VEGOIA: VEGOJ, VEGIM (visione).

2.VEGOIA: colei che mette in bocca, colei che parla.

Secondo una tradizione latina, la profetessa comunicò le decisioni di Giove con questo discorso: Sapete che il mare è diviso dalla terra. Giove considera di sua proprietà la terra di Etruria, ed ordina che il terreno venga misurato e che i villaggi debbano avere confini. E, visto che egli sa bene che la terra suscita bramosia negli uomini, desidera che ogni terreno sia delimitato esattamente tramite i segni di confine… chi sposta le pietre di confine, sarà condannato a morte.

Il concetto delle pietre di confine lo troviamo anche nei costumi del Nord Albania, nelle leggi di Dukagjin.

Lucumon-Lukumon

Gli Etruschi chiamavano il loro leader lucumon. In albanese abbiamo: LUKUNI: folla di gente, branco di lupi. Partendo dal significato albanese della parola lukuni, la parola etrusca lucumon ci ricorda il leader, il comandante che guida la torma, il branco.

For-Foro

Il re etrusco Tarquinio Prisco costruì a Roma un sito dal quale aveva la possibilità di parlare con il popolo. Questo posto si chiamava For. Forse la parola etrusca for nasconde la parola albanese fol (parla, parlare) ?

Hasta

Una delle classi dell’esercito del re etrusco Tarquinio Prisco si chiamava HASTA. Gli autori antichi spiegano che gli elementi che formavano l’esercito etrusco provvedevano da sé per l’armamento. Proprio dall’armamento, che dipendeva dalla posizione sociale degli appartenenti alla classe, derivava il loro nome. HASTA si pronuncia anche HASHTA, che ci riconduce alla parola albanese USHTË-A, (lancia), plurale USHTAT. Dal nome albanese dell’arma USHTË (lancia) deriva il nome del soldato USHTAR.

In lingua sanscrita hasta significa mano.

Sella curules

I re Etruschi, del periodo del regno dei Tarquini a Roma, si sedevano su un trono che chiamavano sella curules, parola che più tardi fu usata anche dai Romani. Sella curules si usa anche oggi per indicare un particolare trono in cui era solito sedersi un uomo importante. Questa espressione si considera latina, anche se gli stessi Latini hanno ammesso nei loro testi che era stata tramandata dagli Etruschi.

In questa frase è interessante la parola curules, che è molto simile alla parola albanese kur ulesh (dove ti siedi). Ora, sella curules, nella lingua albanese, si traduce con l’espressione shala kur ulesh (la sella dove ti siedi).

Hister

Titio Livio dice: nella lingua etrusca “attore” si dice hister.

Hister, hishter, hiqtar, in albanese si traducono “colui che fa finta”.

Cur-Kur

Ogni città etrusca era divisa in cur.

In albanese esiste kur-i im che significa “la mia proprietà”, in un gioco per bambini. Troviamo anche kur con il significato di dividere dentro una parentela. Abbiamo anche kurth (trappola), e kurm, che significa corpo. In sanscrito carma significa corpo.

Brano liberamente tratto dal libro Një shqiptar në botën e etruskëve dell’autore Ilir Mati

domenica 10 ottobre 2010

Alcune parole della cultura Etrusca (1)

-prima parte-

Nel dizionario della lingua etrusca troviamo:

TAGET: secondo la mitologia etrusca era un bambino con la sapienza di un vecchio, nato dalla terra appena lavorata; era dotato di poteri di preveggenza.

Come abbiamo visto la leggenda dice che ad un contadino, che stava lavorando la sua terra in prossimità del fiume Marta in Etruria, successe una cosa strana: dalla terra appena lavorata apparve un essere divino; questo essere aveva la fisionomia di un bambino ma la saggezza di un vecchio. Alle grida del contadino sopraggiunsero i re-sacerdoti etruschi, ai quali il bambino-vecchio recitò la santa dottrina. Questa dottrina fu trascritta dai re sacerdoti per essere tramandata ai posteri come la cosa più sacra della loro civiltà.

L’essere divino fu chiamato dagli Etruschi Taget, parola che in albanese si pronuncia Tagjet.

“La dottrina etrusca” era composta da un insieme di leggi, in base alle quali era regolata la vita degli Etruschi dalla nascita fino alla morte. I Greci e i Romani commentavano che questo tipo di legislazione raramente si poteva riscontrare in altri popoli (tra gli Albanesi, leggi simili sono arrivate fino ai nostri giorni sotto forma dei Kanun, un insieme di norme consuetudinarie trasmesse oralmente in Albania). Il sito dove apparve la divinità Taget fu circoscritto dagli Etruschi che, nello stesso luogo, fondarono la loro prima città: Tarquinia (Tharquinë in albanese). La leggenda tramandata dai Romani racconta che la città prese il nome del contadino, che si chiamava Tarcon (Tharkon in albanese).

Tarcon era considerato dagli Etruschi il fondatore di tutte città successivamente da loro costruite. Le regole fondamentali per la fondazione di queste città erano che il sito venisse circondato e che la vita vi si svolgesse secondo la dottrina etrusca.

Etrusco

Albanese

Italiano

     

TAGET

TAGJET

te lo trova (indovino)

THARKON

THARKON

recintare

THARKUINE

THARKU INE

il nome della città Tarquinia (in albanese sarebbe la nostra stirpe)

THARK

THARK

recinto circolare

Commento:

il sito nel quale al contadino apparve Taget fu recintato dagli Etruschi e fu chiamato Tarquinia, che in lingua albanese suona cosi: Tarku ine, che significa: la nostra città, la nostra stirpe. Tutte le altre città vennero in seguito da loro recintate.

Taget è entrato nella storia come fondatore della dottrina etrusca, e come veggente che indovinava il futuro.

A Dodona, la divinità della preveggenza era Themista. Nella lingua albanese i nomi di questi due preveggenti, sia quello degli Etruschi e sia quello di Dodona, hanno il significato proprio di preveggente.

Piccola osservazione:

nella lingua sanscrita cerchio si dice cakra. Nella lingua albanese esiste il termine cak-u (confine), al plurale cakra, caqe. Si noti che l’affinità con la parola Thark è sorprendente.

Brano liberamente tratto dal libro Një shqiptar në botën e etruskëve dell’autore Ilir Mati

domenica 3 ottobre 2010

L’oracolo di Dodona

 

Tantissimo è stato scritto sull’origine del nome del grande profeta che in albanese si chiama Thamir, e possiamo dire la stessa cosa sulla parola Tomur alla quale molti studiosi dell’epica Omerica sostituiscono la parola Themis nell’Odissea al versetto 403. Tomur, secondo gli antichi, significa profezia, cioè qualcosa vicina ai themisti. Le popolazioni antiche preferirono Tomur piuttosto che Themist, e lo collegarono con la montagna di Tomar di Hellopia e di Dodona.

Ma perché? Qui storcono il naso i filologi giovani. P. Karolide si accanisce conto la versione che danno “gli albanologi e i politici albanesi”. Ma vediamo che cosa sostiene uno dei “politici albanesi”, Jani Vreto, che nella sua famosa opera “Apologia” scrive:

“… ancora oggi la tradizione del sacro oracolo di Dodona è viva. Cosi la montagna dove si trovava Dodona si chiamava Tomar, ed i santi di Dodona Tomar oppure Tomur. L’oracolo di Dodona si esprimeva coi rumori del vento tra il fogliame di una quercia sacra e anche tramite una “pentola” sacra. Ora, la parola Tomar, Tomare oppure Tomure, si trova esplicitamente nella lingua albanese. Il termine mirë (cioè “buono”,in lingua italiana), con il significato di santo, di cuore buono ecc, che al plurale fa të mirët (i buoni), ha originato la parola greca Tomar, Tomur ecc.

Tomor, in Albania, indica la montagna più alta della regione che detta Toskè-ria, e si chiama Tomoricë la zona intorno a questa montagna. Si dice che ancora oggi si senta il boato di un cannone invisibile che ha sostituito il rumore del vento nel fogliame, quando stanno per verificarsi grandi eventi. C’è molta poca differenza, anche se sono passati tanti secoli, fra paganesimo e cristianesimo e fra cristianesimo e islamismo. È inutile che cerchino Dodona altrove.” (pag.84).

Aveva ragione il “politologo” Vreto, ed erano in errore coloro che cercavano Dodona altrove come Semiteli, Arvantine, Petride ecc. Nello stesso anno 1878, in cui è stata pubblicata “Apologia” di Jani Vreto. C. Carapane pubblicò in francese la sua opera in due volumi “Dodona e le sue rovine” che confermava, in base agli scavi archeologici, che l’antica Dodona si trovava sulla montagna di Tomor.

Liberamente tratto dal libro Arvanitasit dhe prejardhja e grekëve dell’autore Aristidh Kola

domenica 26 settembre 2010

I Frigi

 

L’etnografia della Frigia, e la sua geografia fisica possono fornirci interessanti chiavi interpretative sull’evoluzione della lingua dei popoli che abitarono quella nazione. Le parole Frigio, Frigos (con la pronuncia aspirata della φ, fino a divenire w nella mutazione del termine Frigi in Vrighes) nella lingua albanese assumono il significato di soffiatore, da frin soffiare. Si allude, forse, all’uso del soffiare con i mantici nelle fornaci, essendo stati i primi i Frigj a lavorare i metalli col fuoco. A riconferma di quest’opinione occorre sapere che vi fu un un luogo detto Ophyr, ovvero Obrygio, quasi come il freco ό πύρ (o pir), cioè “il fuoco”, oppure Ophir, che in ebraico significa oro, volgarmente obrizo ophirizum: in quel luogo si era usi depurare l’oro dalle sabbie dei fiumi che nascevano dal Caucaso mediante il fuoco, all’interno di camini.

Si potrebbe individuare un’altra etimologia del termine Bryges, altro nome con il quale ci si riferiva ai popoli della Frigia, dalla loro calzatura: Breches, Bryges, Phryges=”portanti calza lunga”, dalla parola albanese brech (brek), calza, da cui i Celti chiamarono breeches i calzoni, come tuttora vengono chiamati dagl’Inglesi; broeches dai Bulgari e brog dai Cimbri.

Da questa stessa parola frigio-albanese venne detto βρίκισμα (vrikisma) un certo ballo frigio (tripudio), che si faceva nelle feste in onore di Bacco, caratterizzato dallo scuotimento delle brache, quasi si dicesse brechismata, dimenamento di brache: βρίκισματα (vrikismata), come spiega Esichio όρχησις φρυγιακή (ohrisis frigiaki), vale a dire un ballo frigio.

Dai Frigi, dai Celti, o dagli Albanesi derivò poi il termine latino braca; in Sicilia e quindi in Italia si diffusero successivamente le parole vrachi e brache.

Inoltre i Frigj Coribanti furono detti Haberi; come gli Iberi asiatici, furono così chiamati con riferimento alla parola bâri (erba), quasi erbacei, nome allusivo al loro stato di pastori nomadi. Anche l’origine Habôri, cioè nevosi, è verosimile, perché i loro monti del Caucaso e del Tauro sono sempre pieni di neve, detta borë in albanese: dal che derivò la denominazione agli Iperborei, ed ai Boriadi della Tracia, mentre in Macedonia ritroviamo la medesima etimologia per i nomi del monte Bora, del vento borea, e di un re chiamato Borisio.

Gli stessi Coribanti furono detti anche gureti da gur – pietra: abitanti tra le pietre o in luoghi pietrosi; oppure Cureti da cuar – mietere, facendo riferimento alla loro κυρά (kira), cioè tosatura, come a voler dire Cuareti.

Tratto dal libro Memoria sulla lingua albanese dell’autore Giuseppe Crispi

domenica 19 settembre 2010

L’albanese lingua madre

 

Fin dalla più remota antichità gli Albanesi sono sempre stati denigrati e poco considerati in maniera sistematica dagli Elleni, i quali, dopo avere innalzato il proprio idioma a lingua ufficiale nell’insegnamento e nell’arte, ed averlo assunto come lingua liturgica in tutte le funzioni religiose, fecero si che la lingua albanese, che è stata a sua volta lingua liturgica addirittura prima del greco, passasse in secondo piano, invece di essere considerata quella principale come meritava, visto che la lingua albanese ha dato origine alla lingua greca, che senza di essa non sarebbe nata.

Uno studio più approfondito sulla lingua albanese, greca e latina ci darebbe la possibilità di vedere chiaro che il legame che collega queste tre lingue è quello della madre per l’albanese e delle figlie per il greco e latino. Noi non abbiamo paura di esporre delle considerazioni così categoriche per definire l’affinità che lega nella realtà dei fatti queste tre lingue (e anche altre), perché, in effetti, abbiamo a che fare con una relazione di questo tipo. In verità diversi filologi e linguisti pretendono che per quanto riguarda le relazioni fra le lingue, quella fra madre e figlia non si può applicare, perché, sempre secondo questi studiosi, le lingue si evolvono.

Secondo il nostro punto di vista, se dovessimo accettare un’affermazione simile, dovremmo dire che il greco antico e il latino sono un’evoluzione della lingua albanese. In realtà, abbiamo a che fare con l’evoluzione o il cambiamento di una lingua in un'altra; però, secondo le nostre considerazioni, questo vuol dire dare un nome al risultato di questa evoluzione; evoluzione che, nonostante pareri contrari, ha, di fatto, instaurato una relazione di parentela che unisce queste tre lingue, che è intervenuta ed esiste: per cui definiremo la lingua greca e quella latina evolute dall’albanese. E anche se la lingua albanese ha subito qualche cambiamento, non avremmo ragione di chiamarla la madre di questa evoluzione, visto che essa è stata, se non in toto, almeno in parte, la base di partenza di questa evoluzione?

Così, noi crediamo di avere ragione quando pensiamo che i termini madre per la lingua albanese e figlia per ciascuna delle altre due lingue (il greco e il latino), siano le definizioni che meglio si adattano alla realtà della questione.

D’altro canto, c’è da fare un’importante considerazione riguardo alla differenza fra gli Elleni e i Pelasgi, e tra i Greci e gli Albanesi. Dalla guerra contro gli Atlantidi all’epoca di Platone intercorsero circa novemila anni. I Pelasgi, abitanti dell’Attica, regione della Grecia con Atene città principale, per via della fama derivante dalla vittoria che ottennero comandando tutti i Pelasgi d’Europa contro gli Atlantidi, anche in tempi più recenti continuarono ad avere un ruolo di primo piano in ogni occasione. Dopo l’arrivo degli Egizi di Danao e dei Fenici di Cadmo, una parte di essi accettò di mescolarsi con gli invasori per creare la classe dominate del momento, e successivamente presero il nome di Elleni. Proprio questi Elleni si attribuirono tutto il merito di aver fondato la civiltà pelasgica, che più tardi si chiamerà civiltà ellenica, e fecero si che si eclissasse ogni memoria della loro appartenenza anche parziale al grande popolo pelasgico.

Brano liberamente tratto dal libro Enigma di Robert d’Angely

domenica 12 settembre 2010

Museo archeologico del Vaticano (3)

-terza parte-

Sempre nello stesso museo, un oggetto molto interessante e bello, raro nel suo genere, è un tempietto cilindrico, che invita a riflettere per la sua forma inconsueta e per il concetto doloroso che porta inciso:

clip_image002[10]

clip_image004[10]

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

     

LA

lanë

lasciarono

ROI

roi

di vivere

THANKH

tanë

tutte (le)

FILUS

fillus

reclute

MASH

mosh

in età

NIAL

dial

giovanile

Oggi in albanese il plurale di la diventa lanë. Nell’antichità evidentemente non sempre se ne teneva conto. Del resto non mancano esempi anche in lingue più recenti di verbi al singolare in luogo del plurale, sopra tutto con riferimento a pluralità collettiva della stessa specie.

Un semplice spezzone di pietra reca incisa questa breve iscrizione:

clip_image006[10]

clip_image008[10]

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

     

ARNO

Arno

Creatore

LA

la

lasciò

ROAL

roi-plotjen

il pieno della vita

Oggi noi diremmo: Dio mio, ci hai lasciati nel pieno vigore della vita! Un grido di disperazione che la mente non spiega e la ragione rifiuta.

Invece del consueto LA ROI (lasciò di vivere), in questa incisione e nella seguente si ha LA ROAL. Il suffisso -AL esprime certamente un valore di superlativo o di intensificazione, cosi come in LARTHAL (altissimo) rispetto a LARTH (alto). Questo valore oggi non si può rendere con una sola parola, né in albanese né in italiano, in un caso come questo che riguarda il concetto di “vita”, per cui si può tentare di interpretarlo con una espressione intensificativa, come appunto il pieno della vita.

Vediamo ora la seconda lastra recante la parola ROAL, classificata sotto il numero 20712:

clip_image010

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

     

LA

la

lasciò

RIS

risi

gioventù

LA

la

lasciò

ROAL

roi-plotjen

il pieno della vita

La parola RIS, che lo abbiamo trovato al museo di Tarquinia sottoforma di RISIA, è equivalente alla parola RINÌ incontrata al museo di Chiusi: RISÌ = gioventù, RISÌA = la gioventù, come RINÌ e RINÌA.

Un'altra pietra reca ben nota la parola CAE che qui si presenta chiaramente al plurale CAINE:

clip_image012

clip_image014

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

     

CAINE

qajnë

piangono

I RAMO

i ramë

il caduto

Infine, questa lastra rivolge ad ARNO un breve messaggio, che purtroppo non si può leggere per intero a causa della frantumazione della pietra.

clip_image016

clip_image018

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

     

ARNOA

(nga) Arnoia

dal Creatore

CAES

qaesh

sei pianto

Come abbiamo visto anche al museo di Viterbo, il termine CAE, in questo caso coniugato alla seconda persona singolare dell’indicativo presente passivo CAES, ha un significato molto più ampio e profondo del semplice pingilo.

Se ne renderebbe meglio il senso interpretandolo, senza tener conto delle parole intermedie mancanti:

dal Creatore hai misericordia, benevolenza, compassione.

Tratto dal libro L’etrusco lingua viva dell’autrice Nermin Vlora