domenica 1 aprile 2012

Apollonia dei Taulanti e la Gylakia dei Corinzi

di Etnor Canaj

Secondo la storiografia ufficiale albanese, ed è il caso di dire anche secondo quella mondiale, Apollonia, città illirica, è stata fondata dal popolo detto dei greco-corinzi nel VI secolo a.C.. Sull’influenza della cultura ellenica, ossia sull'importanza del contributo culturale di questi coloni, posso parzialmente concordare. Ma è vera la teoria secondo la quale essi diedero addirittura il nome alla città di Apollonia? Oppure la denominazione che adoperavano era diversa? Il geografo bizantino Stefano di Bisanzio (Στέφανος Βυζάντιος, secolo VI d.C.), nella sua opera intitolata “Ethnica” o “De urbibus” (città e popoli), alla pagina 94 scrive chiaramente che i coloni di Corinzio non chiamavano questa città Apollonia (Απολλωνία), ma con un nome derivato da quello del loro condottiero Gylaks, e cioè “GYLAKION” oppure “GYLAKIA”.

Apollonia dei Taulanti e la Gylakia dei Corinzi

Questa affermazione di Stefano è basata su opere di altri autori dell'antichità, come Strabone. Perciò, il toponimo Apollonia è molto più antico della colonizzazione dei greco-corinzi, e possiamo quindi supporre che quella città fosse abitata da una popolazione preellenica. Non dobbiamo dimenticare che le colonie elleniche non avevano una consistenza numerica tale da poter assimilare i nativi della tribù dei Taulanti[1]. Si pensa che il numero di coloni non fosse maggiore di 200 o 300. Essi, perciò, non erano in grado di sottomettere una popolazione come i Taulanti sia a Durazzo che ad Apollonia, sia a Bylis che sulla costa ionica o adriatica, giacché questa etnia era di molto superiore numericamente.


[1] I Taulanti erano una delle principali tribù illiriche.

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Apollonia e Taulantëve dhe Gjylakia e Korinthiotëve

domenica 25 marzo 2012

Albania, il regno più giovane d’Europa (6)

di Melville Chater

Per la rivista National Geographic, febbraio 1931

Sesta ed ultima parte

Link quinta parte

Il padrino dei capelli

Pietro spiegò che il padrone di casa che ci stava ospitando era il suo padrino che gli aveva tagliato i capelli. Così come gli antichi Illiri, anche gli abitanti delle montagne si radono la testa. In questa cerimonia, che si svolge quando il bambino compie due anni, il padrino porta le forbici. Se il bambino è cristiano, il padrino gli taglia i capelli in modo che sulla testa rimanga la forma di una croce. Se, invece, è musulmano, il padrino rade i capelli del bambino in maniera che appaia il simbolo di un triangolo. Dopo un'ora, ci ritrovammo seduti per terra insieme al bajraktar del posto ed ai suoi uomini, a rispondere alle loro domande incessanti, mentre continuavano ad offrirci tabacco. I montanari albanesi sono molto orgogliosi delle loro origini, della loro razza. Sono molto sensibili e abituati all'idea della morte.

Donne dell'Albania settentrionale (Mirdita) - Foto: Luigi Pellerano.

Donne dell'Albania settentrionale (Mirdita) - Foto: Luigi Pellerano.

Gli uomini della zona di Dukagjin hanno un motivo in più per sentirsi fieri della loro origine, perché proprio dalla loro tribù è nato Lek Dukagjini, colui al quale si attribuisce il codice delle consuetudini albanesi. Questo codice vale per tutto il paese, ma soprattutto nella zona dell'Albania settentrionale. Il codice medioevale di Lek Dukagjini ha un valore superiore ai dieci comandamenti, superiore anche alle leggi dello Stato. Questo codice si basa sulla “Lex talionis”. Le sue fondamenta sono nel patriarcato e nel potere dell'uomo. Secondo tale corpo di leggi, l'uomo ha pieni poteri sulla sua donna, ha diritto addirittura uccidere sua moglie e i suoi figli. Alcuni anni fa un uomo uccise sua moglie con un proiettile che gli era stato dato dal fratello della donna, come prova del consenso da parte della famiglia della donna stessa.

Un venditore di pane in attesa dei clienti - Foto: Melville Chater.

Un venditore di pane in attesa dei clienti - Foto: Melville Chater.

La vendetta è obbligatoria

Per quanto possano sembrare barbare queste usanze e queste leggi del codice di Lek Dukagjini, così come la vendetta, che costituisce un obbligo per gli abitanti di queste zone, dobbiamo capire che tutto ciò nacque come una necessità durante il periodo del dominio ottomano, a causa della tolleranza dei Turchi, i quali non punivano nessun malfattore. Queste tribù di montanari indomabili hanno resistito fino ai nostri giorni, indipendenti, liberi nonostante la ferocia degli imperatori e dei sultani che hanno occupato l’Albania durante i secoli. L'appellativo di conservatori, per questi cecchini infallibili, ci appare alquanto improprio. La verità è che gli abitanti delle montagne albanesi vivono secondo le loro leggi antiche. Prendiamo in esame la vendetta. In queste montagne si chiama debito di sangue. Tutt'oggi, colui che ritarda a “pagare la tassa” del sangue è minacciato di totale isolamento non solo dal paese ma dall'intera popolazione della zona. Se qualcuno uccide un uomo quand'è accompagnato da moglie e figli, il nome di colui cui spetta la vendetta entra nella lista nera, e tutti nel paese si prendono gioco di lui. Dopo che l'omicida è stato ucciso, il suo uccisore dichiara che vendetta è stata fatta. Nel caso in cui fosse inseguito, egli può chiedere asilo in qualsiasi casa del paese per 24 ore, e il padrone di casa ha l’obbligo di proteggerlo e di accompagnarlo in un posto sicuro. Alcuni anni fa un prete fece la sua vendetta e fu egli stesso a dare l'estrema unzione al morto. Il codice di Lek Dukagjini si mette in pratica secondo gli accordi raggiunti dai capifamiglia, che sono gli anziani. Questo è uno degli aspetti più originali di questi tribunali delle montagne. Per dichiarare innocente un accusato devono essere d'accordo tutti gli anziani; nel caso in cui anche uno soltanto si dichiara contrario, allora viene sostituito da altri due. Gli anziani non possono condannare a morte nessuno, ma possono comminare multe o addirittura possono decidere che vengano bruciati tutti i beni dell'accusato. Continuammo a scendere attraverso la vallata di Shalës per tre giorni. Avevamo la sensazione che ci aspettasse un'oasi di freschezza in questa stagione così calda dove, dappertutto, si sentiva il canto delle cicale. Davanti a noi camminava la nostra guardia del corpo, costituita da sette uomini provenienti dalla vallata di Shalës. Ad un certo punto, i nostri accompagnatori trovarono in un vecchio accampamento di briganti i loro fucili, e qualcuno cominciò a cantare e suonare usando come cornamusa la canna del fucile. Potrebbe sembrare un gesto di malaugurio, ma capendo le parole della canzone si cambierebbe idea: sono nascosto dietro una roccia / l'assassino di mio fratello è passato / la mia pallottola ha fischiato / il mio debito è saldato.

I nostri angeli custodi perlustravano il terreno concentratissimi. Dov'erano i briganti di cui ci avevano tanto parlato? Uno degli uomini ci spiegò che la maggior parte dei malfattori erano uomini scappati per evitare le vendette, e avevano creato delle bande armate che portavano disordine in tutta la penisola Balcanica.

Sulle vie di Scutari - Foto: Melville Chater.

Sulle vie di Scutari - Foto: Melville Chater.

Un paese caldo e affamato

Il paese non era soltanto caldo, ma anche molto affamato. In molti villaggi manca il pane, e gli abitanti bevono latte di capra diluito al posto dell'acqua. Un giorno, mentre stavamo dividendo i pochi viveri offerti da un prete, gli chiedemmo se era vero che qualcuno avesse pescato con la dinamite nel fiume e avesse preso oltre 20 chili di pesce. Quando sentì di questo atto barbarico, il prete alzò le mani verso il cielo con espressione grave. Noi avevamo notato poco prima in un armadio alcuni oggetti che non sembravano per niente cose che potessero servire ad un prete. Non parlammo più, ma aprimmo l'ultima bottiglia di whisky che era rimasta. Dopo aver bevuto, il prete cominciò a confidarsi. Andammo con lui sulla riva del fiume. Il prete preparò un piccolo ordigno, e, con tutti i rimorsi di coscienza, vi posso confessare che mangiammo uno splendido pranzo a base di pesce. Camminando nei pressi del paese, notammo una fontana con acqua fresca. Questa fontana era l'unica sorgente di acqua per le trenta famiglie del paese. Il caldo insopportabile, gli insetti fastidiosi fecero sì che noi perdessimo spesso la pazienza. Ma il nostro traduttore, Pietro, cercava di mantenere alto il morale: “Vedete quel posto lassù? Andremo lì, poi scenderemo giù camminando per una ventina di metri ed arriveremo in una città dove troveremo un posto di ristoro meraviglioso.”

Finalmente acqua

Arrivammo a Guri i Kuq. Più camminavamo e più il posto diventava selvaggio e deserto. Ogni tanto incontravamo qualche viaggiatore solitario, come una donna che camminava da tre giorni portando un sacco di grano sulla schiena. Dopo cinque ore di viaggio, ci ritrovammo nei pressi del fiume Kiri. Finalmente acqua! Smontammo dai cavalli, ci spogliammo e ci buttammo nel fiume giocando, insieme ai bambini, con l'acqua. L'ultimo giorno di viaggio camminammo per otto ore consecutive per arrivare nel punto di confine come avevamo concordato. Salutammo calorosamente gli uomini che ci avevano accompagnato per tutti quei giorni. Pietro, dopo i saluti, si girò il capo di lato per non farsi scorgere e si mise a piangere. Saliti su una macchina che ci stava aspettando, partimmo. Rimanemmo a lungo in silenzio. Ho la sensazione che Pietro ci avesse attaccato la sua nostalgia.

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Shqipëria, Mbretëria më e re e Evropës (6)

domenica 18 marzo 2012

Albania, il regno più giovane d’Europa (5)

di Melville Chater

Per la rivista National Geographic, febbraio 1931

Quinta parte

Link quarta parte

La carne di maiale divide i gheghi cristiani dai toschi musulmani

Ci eravamo allontanati un bel po' da Kroia, quando la presenza di un maiale che gironzolava liberamente in mezzo alla strada ci dimostrò che eravamo giunti nella “zona del maiale” la quale, dal punto di vista gastronomico, divide i gheghi cristiani dai toschi musulmani. Era chiaro che eravamo entrati nella zona di influenza delle tribù del Nord, dove fanno le imboscate e praticano la vendetta. Questo lo abbiamo capito osservando dei passanti che erano armati fino ai denti, e camminavano a due a due. Era giorno di mercato. In nessun posto d'Europa trovi un ambiente così pieno di colori come quello rallegrato dai costumi tradizionali dei montanari dell'Albania. Se un fotografo li volesse immortalare, dovrebbe avere per lo meno quattro mani e due teste. Qui gli uomini indossano pantaloni stretti. Le donne della zona vestono dei corsetti con delle cinture metalliche, cui si aggiunge una corda legata intorno al corpo che inizia dal petto e scende fino alla pancia.

Una ragazza nel giorno del suo matrimonio. (foto: L.F.Hurlong)

Una ragazza nel giorno del suo matrimonio. (foto: L.F.Hurlong)

Per capire il perché di tale vestito, basta guardare come le donne si caricano sulla schiena i sacchi con la farina o le giare con l'acqua. Nessun circo si può paragonare con il mercato di Scutari. Dove finiscono le gomme delle macchine? Domandate al gobbo che prepara le suole per i sandali dei montanari. Com'è stato fatto quel piatto per il formaggio? Non è che il tronco di un albero che un montanaro, con tanta pazienza, ha svuotato dall'interno, piano-piano, per un mese intero, e alla fine lo vende soltanto per un dollaro e mezzo. Cosa hanno da discutere con tanta passione tutti questi gruppi di persone che sono radunate sotto gli alberi, oppure negli strani bar improvvisati che servono bevande fredde, raffreddate con la neve delle montagne? Il mercato di Scutari è una occasione di incontro che viene colta dai rappresentanti delle varie tribù, un evento sociale importante per il quale i montanari scendono dal paese che si chiama Malsia e Madhe (la Grande Montagna).

A cavallo nel paese della grande montagna

Alla fine cosa possiamo dire della bella ragazza che sta in piedi vicino al pozzo, vestita con un costume tipico meraviglioso, gilè dorato, collana impreziosita con una moneta d'oro? Non abbiamo bisogno di spiegare quale merce stia mostrando. È vestita in questa maniera per avvicinare un giovane di un'altra tribù amica della sua. La visita al mercato di Scutari suscita in noi la curiosità di vedere come vivono i montanari del nord dell'Albania. Così parcheggiamo la macchina e affittiamo dei cavalli. Ci accompagnano una guida e un traduttore. Iniziamo a viaggiare in una zona selvaggia e pericolosa, dove raramente passano esseri umani. Questa zona si chiama Malësia e Madhe che, tradotto, significa “il paese della grande montagna”. Nei pressi del villaggio chiamato Shkrel iniziamo a salire su un’altura che avevamo notato all'orizzonte fin dall'inizio di questa nostra escursione. Sei ore più tardi siamo arrivati nella chiesa di Boga dove centinaia di uomini e donne seguivano la messa. Fuori dalla chiesa abbiamo visto tanti fucili lasciati lì dagli uomini. Alla fine della messa, i fedeli, che appartengono alle tribù dei Kastrati e dei Kelmendi, riempiono le stradine del paese. La gente del posto usa i vestiti come “distintivo” per far capire a quale tribù appartiene. Tutti gli albanesi si differenziano gli uni dagli altri per via dei loro costumi. I vestiti della zona di Boga consistono in un paio di pantaloni larghi sopra e stretti sotto, bianchi o neri secondo i gusti per gli uomini; invece le donne indossavano degli strani abiti, che svolazzavano in modo curioso mentre esse camminavano. Un uomo dall’espressione seria si è avvicinato ai nostri accompagnatori, i quali provenivano dalle zone di Hoti e Dukagjin. Essi ci avevano salutato baciandoci sulle guance. Il nostro traduttore ci ha spiegato che l'uomo era il bajraktar della zona e da quel momento noi eravamo sotto la sua totale protezione. Oggi, come secoli fa, ogni tribù albanese fa riferimento a un capotribù, il quale guida gli altri capifamiglia della comunità. Questo capotribù viene chiamato bajraktar e cioè “il portatore della bandiera”, colui che porta la bandiera.

Un Bajraktar del Nord con abito tradizionale. (foto: Luigi Pellerano)

Un Bajraktar del Nord con abito tradizionale. (foto: Luigi Pellerano)

Ancora oggi, le tribù albanesi continuano a mantenere viva la tradizione della ospitalità verso gli stranieri; questa non è soltanto un'abitudine tramandata dagli antichi ma è una regola anche feroce, per chi trasgredisce. Questa norma viene rispettata da tutta la tribù e dall’intero paese. Per fare un esempio semplice, in caso di nostra morte per mano di un assassino nella zona controllata dal bajraktar che si era impegnato a difenderci, la situazione sarebbe precipitata e sarebbe diventata un affare personale da risolvere ad ogni costo con una vendetta del bajraktar nei confronti del nostro presunto assassino. Per questo motivo ogni paese si incarica di proteggere i forestieri che passano nella loro zona di influenza. Nonostante gli avessimo detto che noi non temevamo agli agguati, il bajraktar, dopo aver parlato con Gjregj (Giorgio) e Pjetrin (Pietro) - così si chiamavano i nostri accompagnatori - decise di farci scortare da un gruppo di uomini armati fino ai denti. Giorgio era il nostro traduttore; in verità, lo avevamo battezzato noi così perché il suo vero nome era Ndue, pronuncia difficile per noi. Pietro era stato alcuni anni prima in una città del Kentucky. Lui ci parlava spesso di “quei tempi migliori”, quando era arrivato a risparmiare 5000 dollari lavorando in un ristorante; poi, poco alla volta, li aveva persi tutti. Qualche volta, per scherzare, quando ci trovavamo in alta montagna, Pietro gridava: “Un hamburger! Due uova e un caffè!” “Pietro,” domandavamo noi “ci sono veramente i ladri su queste montagne?” “ Sì.” rispondeva lui “Diavolo, se ci sono.”

Gli uomini armati che hanno accompagnato l’autore di questo articolo. (foto: Melville Chater)

Gli uomini armati che hanno accompagnato l’autore di questo articolo. (foto: Melville Chater)

Il grido è “ il telefono” dei montanari

Prima dell'alba lasciammo Boga accompagnati da otto uomini armati. Erano tutti alti, belli e possenti, ed erano entrati a far parte delle truppe armate che difendevano il paese, grazie ad una legge del governo che cercava di colpire i fuorilegge, offrendo lavoro ai giovani dei villaggi. La metà della truppa camminava davanti e sondava la strada impervia dove saremmo passati noi. Ogni tanto gli uomini che camminavano con noi lanciavano un grido acuto e subito dopo uomini che erano nascosti nella foresta e nella montagna vicina rispondevano con altre grida. Questo segnale è il telefono degli abitanti delle montagne, si sente e si trasmette così bene da un’altura all'altra che le novità del giorno si sanno in poche ore in una zona che a noi, per attraversarla, occorsero due settimane. Uno degli uomini che ci accompagnava ci spiegò che se qualcuno grida dalla vetta della montagna, si riesce a sentirlo fino a cinque chilometri di distanza. Durante il nostro viaggio incrociavamo anche altri viaggiatori, sia musulmani che cristiani. Alcuni facevano la stessa nostra strada e, ad un certo punto, la nostra comitiva si incrementò di altre dieci persone e altrettante guardie armate. Un cavaliere aveva un tatuaggio sulla mano destra, usanza questa sulla quale aveva scritto anche Erodoto nella sua trattazione sugli Illiri antichi. Pietro, indicandoci il cavaliere col tatuaggio, mi disse: “È una donna-uomo. Non si sposerà mai.” Al mio sguardo curioso e stupito, Pietro ci spiegò di un'usanza antica di quel posto, che doveva avere un’origine risalente ai tempi delle Amazzoni. Gli abitanti di quelle zone avevano l'usanza di fidanzare i loro figli quando erano ancora lattanti, offrendo un anticipo in denaro alla famiglia della ragazza. Essi danno un'importanza vitale al fatto di avere un erede maschio. Nel caso in cui la ragazza, divenuta adulta, non mantenesse la promessa e la parola data dai suoi genitori e rompesse il fidanzamento, si dovrà allontanare immediatamente da colui che sarebbe dovuto essere suo marito, giurando che non sposerà mai nessuno e rimarrà per sempre vergine. In seguito potrà diventare “uomo”, cioè girare armata e vestire da uomo. Se figlia unica, eredita tutti i beni che appartenevano a suo padre. Alla sua morte, i suoi averi verranno ereditati dal parente più prossimo, ovviamente maschio. Dopo sette ore di viaggio, siamo arrivati ai confini della zona di influenza del bajraktar che si era impegnato a difenderci. Dopo aver salutato gli uomini armati, ce ne siamo andati senza che essi ci chiedessero nemmeno un soldo per la loro protezione: scortandoci, avevano compiuto la loro missione, e cioè ci avevano portati fino ai confini della “loro” zona senza incidenti, che avrebbero comportato per loro disonore e, in seguito, vendetta. Continuammo il nostro viaggio a piedi scendendo giù per la verdeggiante vallata di Shalës. Oramai ci trovavamo nella zona di Dukagjin; Pietro, che era proprio di queste contrade, lanciò un grido acuto per avvisare i suoi che eravamo arrivati. Dopo, entrammo in una casa dalle mura spesse, in cui si trovavano degli uomini armati. In quella casa ci furono offerti pane, zuppa, formaggio e ricotta.

Link sesta parte

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Shqipëria, Mbretëria më e re e Evropës (5)

domenica 11 marzo 2012

Albania, il regno più giovane d’Europa (4)

di Melville Chater

Per la rivista National Geographic, febbraio 1931

Quarta parte

Link terza parte

Tirana verso il tramonto

Dall’aria fresca del mare di Durazzo, siamo tornati al caldo della capitale albanese per conoscerla da vicino. Veramente, eravamo intenzionati a fare una visita di qualche ora, per andarcene subito dopo, visto che la “battaglia” fatta per trovare un letto libero in un albergo ci aveva lasciato la sensazione di una situazione grottesca. Se non avessimo trovato un cittadino americano, che ci ha aperto la sua casa e ci ha ospitati, facendoci così finalmente provare il conforto di un bagno caldo e di un letto pulito, sicuramente ce ne saremmo andati quello stesso giorno dall’Albania. Tirana, con le sue macchine di lusso, è una città “buona” dell'Albania, in cui il tentativo e lo sforzo per arrivare al più presto ai livelli di civiltà dell'Occidente si avverte più che in ogni altro centro albanese. Lo si nota dalle strade larghe, illuminate dai neon, che contrastano con i vicoli del centro storico.

Vista della capitale del regno, Tirana. Oggi qui si trova la piazza “Scanderbeg”, vicino all'Hotel “International”. (foto: Melville Chater)

Vista della capitale del regno, Tirana. Oggi qui si trova la piazza “Scanderbeg”, vicino all'Hotel “International”. (foto: Melville Chater)

Una fila interminabile di taxi e pullman di ogni genere trasportano passeggeri eterogenei. Si vedono spesso autisti musulmani con i pantaloni larghi. Lontano da questa moltitudine che sorbisce ogni specie di bevanda, che discute dei suoi affari, l'unico muezzin della città, dall'alto del minareto della moschea, richiama i fedeli ricordando loro che è il momento della preghiera: ma la sua voce si perde come una goccia nell'oceano. Questa comunità di commercianti ancora non ha un suo equilibrio. Il suo export, che è costituito da prodotti agricoli, pelli di animali, lana, carbone e bitume, non supera il budget di 25.000 dollari all'anno. Nel contempo, il valore dell'import di zucchero e cotone arriva al doppio di questa cifra. Come si può equilibrare questo bilancio? Le montagne, ricchissime di minerali come oro, ferro, carbone, rame non sono, però, sfruttate dall’industria mineraria. I soldi che rientrano grazie agli emigranti, per la maggior parte dislocati in America, ammontano a oltre 300.000 dollari all'anno. Il paese ha bisogno dell'industria pesante, di fabbriche. Da tante persone senti dire, con una grande tristezza: “Qui non c'è lavoro! Sono stato per cinque, sei anni in America. Magari avessi la possibilità di tornare di nuovo là!”

La nuova generazione albanese vuole studiare

Questo erano alcuni dei problemi più urgenti del nuovo stato, dichiaratosi indipendente il 12 novembre 1912. Esso perse la sua indipendenza temporaneamente durante la Prima Guerra Mondiale, per riconquistarla nel 1920. Nel 1928, da repubblica si trasformò in regno. Una cosa è certa: il governo approva il desiderio di studiare della nuova generazione. Funzionano oltre seicento tra scuole primarie e scuole serali, senza parlare delle scuole tecniche, che sono state istituite perché ci lavorano ancora professori americani.

Studenti albanesi delle scuole primarie. (foto: Luigi Pellerano)

Studenti albanesi delle scuole primarie. (foto: Luigi Pellerano)

Il bisogno di studiare si vede chiaramente. Quando un dipendente statale ti ridà indietro un documento che, nonostante sia scritto nella sua lingua, non è capace di leggere, non ti puoi lamentare con nessuno, e, tuttavia, ciò non può lasciarti indifferente. Durante il nostro viaggio da Tirana a Scutari, ci è rimasta impressa la città di Kroia, con il suo castello, il suo bazar coperto e le sue colline, da cui scendevano contadini carichi di sacchi sulle spalle, i quali, dopo aver viaggiato per tutta la notte, arrivano alla mattina presto, in tempo per portare al bazar i propri prodotti. Sono gheghi cristiani, e le loro donne non hanno i volti coperti e non fa loro impressione la presenza di uomini stranieri. Al contrario, il nostro fotografo vorrebbe avere un velo sul capo per sfuggire ai loro sguardi curiosi. Alcuni filologi vogliono convincerci che il nome ghego derivi dal greco “gigas” che significa “gigante”. Ci è sembrato un ragionamento logico, quando abbiamo visto quegli uomini duri e altissimi con il fucile sulle spalle. Avevano addosso pantaloni larghi, camice bianche, sandali di pelle non lavorata e dei fez bianchi sul capo. Addosso a qualcuno di loro potevi notare la “xhoka” nera di Scanderbeg, ossia una giacca corta di lana.

La guardia reale con i vestiti di colore rosso e nero. (foto: Luigi Pellerano)

La guardia reale con i vestiti di colore rosso e nero. (foto: Luigi Pellerano)

Scanderbeg, il “drago” dell'Albania

I ruderi del castello di Kroia sono il ricordo vivo di Giorgio Castriota, principe albanese, conosciuto dai turchi con il nome di Scanderbeg. All'inizio del 15º secolo, lui e i suoi tre fratelli erano prigionieri del sultano, che li usava come ostaggi per dissuadere il loro padre dall’attaccarlo. Giorgio, che era all'epoca soltanto un bambino, crebbe alla corte del sultano il quale, quando il bimbo diventò adulto, gli affidò il comando di un reparto di cavallerizze. Così diventò uno dei guerrieri più forti e più temuti dell'impero ottomano. Gli ottomani gli diedero il nome di Isacander, che significa Alessandro, in onore di Alessandro il Grande, e il titolo di bey, che significa “principe”. Il nome di Scanderbeg significa letteralmente “il principe Alessandro”. Ma nonostante ciò, nel suo cuore, come la storia dimostrerà, rimase per sempre albanese. Circa trent'anni più tardi, quando gli ottomani furono sconfitti dagli ungheresi, Scanderbeg tornò nella sua Kroia, mise in fuga il presidio turco e prese il controllo della città. Nei successivi ventiquattro anni difese con successo l'Albania dagli assalti ottomani. L'esercito ottomano era composto da almeno 200.000 uomini ben equipaggiati con cannoni e catapulte che portavano un carico esplosivo fino a 60 kg. Quando morì, all'età di 64 anni, lasciò dietro di sé una fama che non si è mai sbiadita. Il suo ricordo viene tramandato, da generazione in generazione, oralmente con ballate, canzoni e aneddoti, ma anche nei libri. Le sue opere e la sua vita sono state descritte in un libro di Longfellow. Riferimenti ad un altro condottiero albanese, Ali Pasha, li troviamo nelle pagine di “Childe Harold's pilgrimage”, di Byron, in cui lo scopo del poeta era scoprire la verità: Ali Pasha non si arrese mai al sultano, neanche in un momento di sconforto! Nonostante la sua testa venisse appesa davanti ai muri del palazzo del sovrano, le sue gesta sono rimaste indelebili nella storia.

Link quinta parte

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Shqipëria, Mbretëria më e re e Evropës (4)

domenica 4 marzo 2012

Albania, il regno più giovane d’Europa (3)

di Melville Chater

Per la rivista National Geographic, febbraio 1931

Terza parte

Link seconda parte

L'acqua è preziosa in Albania

Due giorni dopo, siamo arrivati a Berat e ad Elbasan. Guardavamo le montagne che, in lontananza, formavano una catena infinita di verde. La vallata si allargava e in essa scorrevano due piccoli fiumi, creando una sensazione di freschezza. L'acqua in Albania è preziosa, perché questo paese ha soltanto due fiumi che forniscono l'acqua potabile, ma nelle stagioni di siccità questi due fiumi sono quasi secchi. Le cascate di acqua scendono inarrestabili in inverno ma sono asciutte in estate: il problema dell'acqua potabile, in questo piccolo regno, si potrebbe risolvere con la costruzione di laghi artificiali, il che sarebbe veramente una benedizione di Dio.

Ponte sul fiume Osum, Berat (foto: Franz Bespaletz).

Ponte sul fiume Osum, Berat (foto: Franz Bespaletz).

Continuando il nostro viaggio, dopo aver attraversato un altro fiume, abbiamo visto un giovane che ci ha fatto segno di fermarci. Senza nessuna buona maniera ed educazione, ci ha chiesto di dargli un passaggio fino a Berat, che distava quattro ore da lì. “Perché?” gli abbiamo domandato noi, sapendo che lui poteva arrivare a Berat completamente gratis con uno dei carri che passavano da quelle parti. “Perché?!” ha replicato stupito lui, e poi ha risposto: “Perché io sono figlio di bey, ecco perché!” Nick Carter gli ha detto qualcosa e poi è ripartito in quarta. Più tardi ci ha spiegato, ridendo: “Ho detto a quel “furbo” che voi siete il figlio del presidente degli Stati Uniti.” Questo è stato il nostro primo contatto con una società primitiva, ancora dominata da potenti feudatari, società, questa, che era sopravvissuta da secoli in Albania. Secondo la politica perseguita in questo paese, la Sublime Porta distribuiva titoli ai feudatari indigeni, facendoli diventare bey e pashà e regalando loro terre che venivano ereditate da generazione in generazione, come ringraziamento per il loro contributo militare all'impero ottomano. La società feudale in Albania, come in molti altri paesi balcanici, ebbe fine, sì, ma con molti strascichi. Sia Berat, che si trova sotto le falde della montagna di Tomor, sia Elbasan, quando li vedi per la prima volta, ti colpiscono per gli alti minareti delle moschee, non per le ciminiere delle fabbriche. La maggior parte della popolazione è dedita all'agricoltura; ogni famiglia si dedica alla pulizia delle pelli degli animali o alla lavorazione della lana. Sarebbe un fatto molto significativo se al centro della città ci fosse un monumento celebrativo per ricordare Dhaskal Todri di Elbasan. I primi tentativi di creare la scrittura in lingua albanese si devono al lavoro e alla perseveranza di alcuni monaci e chierici, i quali cercarono di tradurre in albanese i Vangeli. Ma il loro lavoro non ebbe un grande successo, come ebbe successo invece l'opera di Dhaskal Todri, una persona saggia, che non si fermava se prima non aveva raggiunto il suo scopo. Quando seppe di una strana invenzione che alcuni attribuivano al Signore, altri al diavolo, andò fino a Venezia per verificare di persona l'attendibilità di queste voci. Al ritorno dal viaggio, i suoi bagagli consistevano soltanto in alcune casse piene di... Che cosa c'era, di tanto prezioso, che Todri conservava con tanto fanatismo? “Oro!” mormoravano sottovoce coloro che lo accompagnavano con i muli. E così uccisero Todri per mettere mano sul suo “tesoro”. Quando aprirono le casse, notarono, con grande sorpresa, migliaia di pezzi di metallo dalle forme più strane. Dovevano essere opera del diavolo, quei piccoli oggetti senza senso! Un patto con il diavolo! Terrorizzati, gli accompagnatori lasciarono il maestro morto sulle sue lettere tipografiche. Ed è così che la tipografia è stata introdotta in Albania.

Un fiume divide le due tribù dell'Albania in gheghi e toschi

Per andare da Elbasan a Durazzo abbiamo dovuto seguire il corso del fiume Shkumbin, che divide gli albanesi in gheghi a nord e toschi a sud. Strabone ha scritto che gli Illiri e gli Epiroti vivevano a nord e a sud del corso del fiume Shkumbin.

Strada sulla costa di Valona.

Strada sulla costa di Valona.

Nelle zone più interne, è tangibile il cambiamento nel dialetto degli abitanti. I cambiamenti non sono causati da qualche conflitto fra le due tribù, ma semplicemente dalla geografia del posto, la quale ha un ruolo fondamentale sulla diversità degli stili di vita. Il confine tra i due gruppi, secondo Strabone, era dato dalla via Egnatia. Questa antica via, costruita dai Romani, che doveva servire loro per arrivare in Asia Minore, era la stessa via che abbiamo seguito noi con la nostra macchina per giungere a Durazzo, in riva al mare. Molti Illiri, guardando passare davanti ai loro occhi le maestose legioni romane, decisero a partecipare alle campagne militari di Roma, diventando così una forza enorme nelle guardie pretoriane. Una di loro, che si chiamava Diocleziano, non avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe stato lui a mettersi sul capo gli allori degli imperatori di Roma. Un altro, mentre osservava le legioni passare davanti ai suoi occhi, gridava con entusiasmo: “Ecco dove sono: stanno arrivando!” Lui desiderava diventare un grande guerriero: era Costantino il Grande. Mura ciclopiche sono state rinvenute vicino ad Argirocastro; resti di statue di stile greco sono stati trovati a Himara, Apollonia, Saranda ecc. Ma il mito dell'impero romano, dai tempi dei senatori dell'imperatore Tiberio, che venivano a passare le vacanze a Durazzo per riposare, descrivendola nelle loro lettere come “le nuove province illiriche”, continua a rimanere nel sottosuolo, nascosto in profondità sotto le rovine della via Egnatia, facendo ogni tanto qualche comparsa come per incantare con le sue meraviglie ancora non scoperte.

Operai al porto di Valona (foto: Alice Schalek).

Operai al porto di Valona (foto: Alice Schalek).

I pettegolezzi degli artigiani corrono veloci

Andando verso Durazzo, ci siamo fermati per pranzare all'ombra di un grande fico, presso il quale si trovava anche un uomo anziano con una lunga barba bianca. Ci siamo accorti, però, che c'era tanta polvere; allora, abbiamo raccolto le nostre cose e ci siamo spostati a cercare un posto migliore per pranzare. Andandomene, mi sono accorto che l'uomo anziano, che fino a quel momento stava pregando sottovoce, ha smesso per un attimo, osservandoci stupito. In un paese dove si trovano grandi bazar frequentati da molta gente, le novità corrono rapide. La mattina successiva, a Durazzo, abbiamo ascoltato il racconto di un uomo anziano: “Stavo sdraiato a riposare all'ombra di un fico, fratelli miei. Tutto ad un tratto, arriva una macchina con persone che, dalla parlata, sembravano americani. Scendono dalla macchina, si siedono e tirano fuori il cibo dalle loro borse: formaggio, carne fredda, uova, sarde salate, frutta a volontà; insomma, tutto il ben di Dio. Visto che era l'ora della preghiera, mi sono fatto da parte e mi sono messo a pregare. Giuro su questa pietra che non sono passati nemmeno tre minuti che questi viaggiatori americani avevano mangiato tutto il loro cibo e se ne stavano andando. Sarebbe questo il tipo di pasto che gli americani chiamano fast-food?”

Link quarta parte

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Shqipëria, Mbretëria më e re e Evropës (3)

domenica 26 febbraio 2012

Albania, il regno più giovane d’Europa (2)

di Melville Chater

Per la rivista National Geographic, febbraio 1931

Seconda parte

Link prima parte

I figli dell'aquila

Mentre stavamo legando... cioè, volevo dire, mentre spegnevamo il motore della macchina, un’aquila gigante ha fatto la sua comparsa nel cielo azzurro, che è anche il suo regno. La vista di questo nobile uccello ci ha fatti sentire veramente nell'Albania antica, nel paese dei figli dell'aquila. L'etimologia del nome “Shqipëtar” si perde nelle leggende delle tribù montanare balcaniche. La parola “shkep” significa roccia, e il nome “shqipëtar”, probabilmente, significa “abitanti delle rocce”. Ma Plutarco ci dà un'altra spiegazione molto interessante. L'antico biografo greco ci racconta che quando il re dell'Epiro, Pirro, fu paragonato dai suoi soldati ad un'aquila, lui rispose che erano le loro armi che gli mettevano le ali. Gli odierni albanesi vi diranno che sono gli abitanti più antichi del sud-est dell'Europa. In verità, la loro lingua e le loro usanze sono una dimostrazione viva di un'origine antichissima. Probabilmente, sono discendenti degli Illiri, i quali a loro volta erano discendenti dei Pelasgi. Finché l'archeologia non chiarirà alcuni aspetti oscuri della lingua albanese, i pareri dei filologi saranno discordanti. Una parte dei filologi crede che un terzo della lingua albanese provenga dalla lingua pelasgica. Altri ritengono che la lingua albanese derivi dalla lingua illirica e che non abbia nessun nesso e nessun collegamento con la lingua greca. Una terza categoria di filologi pensa, invece, che la lingua albanese sia la lingua più antica dell'Europa, la madre della lingua greca e latina. Platone ed Erodoto scrivono nelle loro opere che i Greci ereditarono la loro teogonia dai Pelasgi. Secondo gli studiosi, questa teoria dipende molto dal fatto che diversi nomi degli antichi dèi greci, come per esempio Zeus, Nemesis, Rea, possano spiegarsi con le (o, addirittura, avere origini dalle) parole albanesi “ZË” (voce), “NËMË” (maledire), “RE” (nuvola). Gli Albanesi potrebbero veramente discendere dagli Illiri. Come rami di un enorme albero, gli Illiri antichi erano estesi in Epiro, nella Macedonia nord-occidentale e nella maggior parte dei territori della ex Jugoslavia. Gradualmente, gli Illiri cominciarono a perdere territori a causa delle spedizioni di Filippo II di Macedonia e di suo figlio, il famoso Alessandro Magno. Nei tempi più remoti, dopo che i Romani ebbero piegato Cartagine e cominciato ad estendere il loro interesse verso l'Adriatico, l’Illiria era divisa in tre imperi. Gli Illiri e i loro territori furono sottomessi prima dai Goti e poi dai Bulgari. Le tribù illiriche degli Epiroti e dei Macedoni emigrarono e misero radici nel territorio che oggi si chiama Albania. L'unica tribù che è rimasta discendente pura della grande razza illirica è quella degli Albanesi.

Dopo essere passati per Pëmet, Këlcyrë e Tepeleni, dove abbiamo visto i ruderi del castello del temuto Ali Pasha, al tramonto siamo arrivati ad Argirocastro.

Uomo con vestito tradizionale di Argirocastro (foto: Luigi Pellerano).

Uomo con vestito tradizionale di Argirocastro (foto: Luigi Pellerano).

I viaggiatori dormono dove e come possono

Le locande albanesi sono quasi primitive. I viaggiatori, di solito, cercano di evitarle, e dormono dove e come possono. Ad Argirocastro abbiamo trovato una moschea circondata da cipressi, e lì abbiamo sperimentato l'ospitalità dei dervishi bektashi. Per molti anni l'impero ottomano ha dominato l'Albania, causando la conversione all'Islam nell'Albania del sud e in quella centrale. I chierici cristiani, ortodossi e cattolici, non predicavano nella lingua del posto, per cui il popolo non ne capiva bene i dogmi e si definiva cristiano soltanto per tradizione.

Una giovane coppia con i vestiti tradizionali (foto: Luigi Pellerano).

Una giovane coppia con i vestiti tradizionali (foto: Luigi Pellerano).

Al contrario, gli albanesi abbracciarono l'Islam molto facilmente, perché questa religione dava loro sicurezza politica e protezione. Il risultato fu che due terzi degli 883.000 cittadini albanesi erano musulmani, ed i restanti erano ortodossi o cattolici. L'ospitalità dei dervisci bektashi e del loro capo è stata indimenticabile. In una stanza fredda senza mobili, padre Sulejman, con la sua barba lunga, con i suoi occhi che brillavano, con la sua tunica bianca e il suo gilè verde, stava seduto con le gambe incrociate sopra pesanti tappeti tenendo in mano il Corano. I suoi modi gentili portavano a pensare che fosse l'educazione in persona. Ci siamo salutati e gli abbiamo fatto i complimenti, ed infine abbiamo bevuto un forte caffè turco. Un valletto gobbo, con un naso enorme, come fosse un personaggio uscito dai racconti delle “Mille e una notte”, si avvicinava inchinandosi ogni volta che padre Sulejman diceva: “Fratello mio!” Abbiamo discusso per molte ore sulla tolleranza religiosa e sulle verità che sono comuni a tutte le religioni. Lui ci ha portato come esempio un antico detto: “Quello che divide le religioni del mondo è soltanto il fatto che l'uomo crede di sapere. Ciò che unisce tutti gli uomini, è quello che ancora non è stato trovato, il sapere che tutto il mondo cerca!” In seguito, abbiamo cenato su un enorme disco di rame, attorno al quale ci siamo seduti tutti con le gambe incrociate sopra un colossale tappeto. Il valletto delle “Mille e una notte”, dopo cena, ci ha accompagnati, facendo luce con una candela, in due stanze che erano state preparate apposta per noi. Musulmani o cristiani che fossero i viaggiatori che cercavano riparo durante la notte, trovavano sempre una camera pulita e ospitale. I quattro angeli che si trovavano sul capezzale del letto ci hanno donato un sonno dolce e rilassante, nel silenzio sacrale della moschea. La mattina successiva abbiamo scoperto che non dovevamo niente di niente ai dervisci. Proprio niente, nemmeno un centesimo per la cena e neanche per il pernottamento. L'ospitalità e la tolleranza sono due principi fondamentali del dogma dei bektashi. “È un male quando qualcuno è pieno mentre la moltitudine è vuota”, dice una delle loro massime. Un'altra invece dice: “È male quando qualcuno si vanta della sua sapienza negando quella degli altri!”

Padre Sulejman ci ha dato la sua benedizione. Poi lo abbiamo lasciato meditare su questioni religiose, con lo sguardo perso sulle montagne. Ci è venuto in mente un verso della Bibbia. I Salmi ebraici e le preghiere dei dervisci musulmani sono molto diversi fra loro? Trattano argomenti differenti? Quel giorno, camminando verso il mare, abbiamo visto enormi piantagioni di olivi. Poco prima di arrivare a Saranda, abbiamo notato una casupola ricoperta di foglie, e costruita con piccoli tronchi dell'altezza di circa quattro metri. Salendo su una scala, abbiamo sorpreso l'unico “abitante” della casupola. Il suo lavoro, come lui stesso ci ha spiegato in un dialetto inglese del Massachusetts, che aveva imparato quando lavorava lì in un calzaturificio, consisteva nel guardare le piantagioni di olivi da quel “nido aereo”.

Uomini con vestiti tradizionali (foto: Luigi Pellerano).

Uomini con vestiti tradizionali (foto: Luigi Pellerano).

Sei anni di galera per omicidio.

Successivamente, il guardiano delle piantagioni ha iniziato a raccontarci i segreti della sua vita, confessandoci che questo lavoro da lui scelto, in realtà, era l'unico sicuro per uno come lui, che era appena uscito dalla galera. “Sapete” ci disse “ho fatto sei anni di galera soltanto perché mi sono comportato male nei confronti di un uomo!” “Sei anni perché hai agito senza pensarci?” abbiamo domandato noi.

“Sì.” ci ha risposto “Ho agito senza pensare ed ho tirato fuori il coltello. Ora che sono fuori dal carcere, il fratello della vedova vuole vendicarsi di me.”

Viaggiando verso le coste del mar Adriatico, passando per il porto di Saranda, abbiamo seguito una strada impervia che andava in direzione nord. La strada passava su montagne alte oltre 1500 metri. Sotto di noi guardavamo alberi di olivo, numerosissimi alberi di pino; era una vista meravigliosa, come se osservassimo dall'aereo. Dopo pochi minuti ci siamo ritrovati in una baia naturale completamente vergine, dove la mano dell'uomo non era ancora arrivata. In seguito ci siamo fermati per mangiare vicino alla strada, accanto a degli alberi di olivo, presso un paese molto piccolo, dalle case con il tetto rosso, che pareva dormire sotto la luce calda di un pomeriggio di giugno.

Ed ecco finalmente il tramonto, che avevamo aspettato tanto, quasi con impazienza. Gli abitanti del villaggio si raccoglievano vicino alle fontane per rinfrescarsi, le donne riempivano le giare con l'acqua fresca e ritornavano nell’abitato con passo spedito, parlando l'una con l'altra.

Link terza parte

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Shqipëria, Mbretëria më e re e Evropës (2)


domenica 19 febbraio 2012

Albania, il regno più giovane d’Europa (1)

di Melville Chater

Per la rivista National Geographic, febbraio 1931

Prima parte

“Perché volete viaggiare a cavallo?” ci domandò il console albanese mentre ci restituiva i passaporti timbrati. “Perché? Cosa dovremo fare?!” - rispondemmo - “In Albania non c’è la linea ferroviaria.” “Pensateci bene. Il paese è all’incirca di 30.000 km², che è una superficie piuttosto grande per essere percorsa a cavallo. Perché non prendete una macchina?” A questo punto rimanemmo stupiti: in Albania in macchina? Che colpo per la tradizione! “Al tramonto ho legato il cavallo per godere il panorama meraviglioso delle montagne.” Questa era una delle frasi più ricorrenti di Lord Byron, che veniva ripetuta a tutti i viaggiatori che visitavano il paese di Scanderbeg e Ali Pashà: “A cavallo per l'Albania montuosa.” Questa è una delle scelte più normali per chi visita questo paese. E noi l'avevamo adottata perché avevamo immaginato l'Albania come un territorio estremamente montuoso, la cui configurazione non permetteva i collegamenti con i mezzi motorizzati, e abitato da uomini selvaggi che sapevano usare benissimo il fucile. Nonostante ciò, ora ci trovavamo di fronte un console che ci stava mostrando su una mappa più di mille chilometri di strada nazionale asfaltata e ricordava, a noi americani “romantici”, che i tempi erano cambiati e che “la benzina era l’unica cosa che ci serviva per il viaggio in Albania!” “Ci penseremo.” gli rispondemmo; e ci pensammo veramente.

 Melville Chater, mentre prende appunti sul suo viaggio in Albania, il regno più giovane d’Europa.

Melville Chater, mentre prende appunti sul suo viaggio in Albania, il regno più giovane d’Europa.

Il passaggio dal Medioevo ai tempi moderni

Una settimana dopo eravamo in viaggio in treno sulle catene montuose della Macedonia, fino alla città fiabesca di Follorina. Da lì, in macchina, salimmo su una montagna altissima, per poi scendere in una vasta pianura. “Quando entreremo in Albania?” – domandammo all’autista, cercando inutilmente all’orizzonte le montagne inaccessibili. “In Albania siamo.” – ci rispose lui, mostrando la pianura che sembrava non finisse mai. Quello che vedevano i nostri occhi era una sconfinata pianura piena di granoturco color oro che si abbassava sotto un venticello leggero, creando cosi l’illusione di un mare uscito, da qualche fiaba, in mezzo alla terra. Più all'interno si trovava la città di Korça, con i suoi giardini verdissimi e i minareti splendenti. In mezzo a questo paesaggio agricolo, cosi diverso da come noi lo avevamo immaginato, si trovava una strada carrozzabile piena di curve, sulla quale dei grossi camion procedevano piano in colonna, trasportando la posta e varie merci da un angolo dell’Albania all’altro. Una guerra terribile aveva lasciato dietro di sé almeno le strade. Con la fine della guerra del 1918, l’Albania, che era stata arena di guerra e corridoio militare, scoprì sia che aveva ereditato l’asse di una rete stradale efficiente e sia che aveva approfittato della buona esperienza della manovalanza del settore dei trasporti. Cosi, invece di un passaggio lento e graduale dal vapore alla benzina, come era successo negli altri paesi d’Europa, aveva fatto un passo da gigante dal Medioevo ai tempi moderni: dai cavalli alle macchine in una decina d’anni. Oggi (nel 1931) il governo spende intorno ai 200.000 mila dollari annui per l'estensione delle strade che erano state costruite ai tempi della guerra. Gli abitanti rurali dell’Albania ne sono responsabili, in virtù di una legge sulla manutenzione di un pezzo di strada di sei metri, anche con l’obbligo di lavorare loro stessi per la manutenzione.

Korça dimostra che l’Albania sta cambiando

Sia gli albanesi e sia gli stranieri che viaggiano attraverso a questo paese si troveranno davanti a grandi cambiamenti sociali. Al posto della frase “ho legato il cavallo” oggi sentiamo “ho parcheggiato la macchina”. Korça, che insieme a Scutari, Tirana e Argirocastro, fa parte delle città più grandi dell’Albania, che hanno come popolazione da 12.000 fino a 32.000 abitanti, ci mostra una delle parti più interessanti del paese. Edifici moderni si innalzano dove una volta c'erano le vecchie case nei vicoli tradizionali; al di là dei cancelli di ferro, si possono ammirare i giardini ricchi di fiori meravigliosi. Carri pieni di montagne di paglia bloccano la strada principale, innervosendo gli autisti delle auto. Il quartiere musulmano è caratterizzato dalla semplicità delle donne con il burqa nero. Il quartiere cristiano ha adottato un stile di vita europeo. Gonne che arrivano alle ginocchia, calze color carne e capelli corti. La ginnastica nelle scuole è una nuova materia che viene insegnata in tutto il paese, e questo è un chiaro segno di progresso. La parte conservatrice dell’Albania è rappresentata dalle mamme: per esse ogni tipo di sport che necessiti dell’uso dei pantaloncini e che sia seguito da una doccia fredda è la maniera migliore per morire giovani. Poi c’è la storia della palude di Maliq. Un governo giovane e ambizioso, che voleva bonificare la palude e, cosi, recuperare migliaia di ettari di terra, vendette il diritto di sfruttare questa palude ad una impresa estera. Gli ingegneri stranieri costruirono canali e bacini dove “imprigionarono” l’acqua della palude. Essa si era formata molti anni prima, come conseguenza delle piene dei fiumi che scendevano dalle montagne e che inondarono l’intera zona, in cui sorgevano decine di paesini che appartenevano ai Toschi. Un giorno, secondo una credenza locale, le acque avrebbero dovuto ritirarsi e ai nativi avrebbero dovuto essere restituite quelle terre che appartenevano loro da secoli, dai tempi dei loro avi. Miracolosamente, proprio come loro credevano che sarebbe successo, videro le acque ritirarsi, e davanti ai loro occhi apparvero le case e le terre dei loro antenati. Felici, essi tornarono nell’estensione riguadagnata. È superfluo descrivere la loro delusione quando scoprirono che il miracolo era successo grazie alla tecnologia e non per volontà di Dio, e che la terra ora apparteneva all’impresa straniera. Se qualche volta vi troverete a visitare la zone della palude di Maliq, non parlate con locali della bonifica della palude, perché vi caccerebbero.

Il giorno del mercato, Korça cambia pelle. Si riuniscono migliaia di paesani, ognuno vestito con il costume multicolore del suo paese. Scendono dalle montagne con i cavalli o a piedi e stanno tutto il giorno al mercato con la speranza di vendere un po’ di grano, una pecora, un cavallo. Il mercato dei cavalli a Korça è il più grande dell’Albania; è pieno di animali che battono nervosamente le zampe per terra e di uomini che battono le mani in continuazione. Qui si svolgono tutte le procedure possibili e immaginabili comuni ad ogni mercato di animali in tutto il mondo. Molti dei possibili compratori cercano di capire se la frase “non se ne va nemmeno se lo lasci slegato” significhi che il cavallo è addestrato bene o che è pigro.

Il mercato dei cavalli a Korça è il più grande di tutta l'Albania. (foto: Melville Chater)

Il mercato dei cavalli a Korça è il più grande di tutta l'Albania. (foto: Melville Chater)

Un “Nick Carter” albanese

Nei paesi civilizzati, un ladro di macchine viene condannato al carcere. In Albania, dove le condizioni sociali fanno venire in mente il Far West dei cowboy, il furto di un cavallo comporta la pena di morte tramite una procedura veloce. Per questo motivo la compravendita dei cavalli nel mercato avviene sotto l’attenta osservazione di un dipendente statale: egli munisce il compratore di un documento con il quale attesta che l’animale è stato comprato secondo tutte le leggi in vigore. Più tardi, una macchina con l’autista che ci avevano raccomandato si fermò fuori dal nostro albergo. Dopo aver attraversato l’enorme pianura di Korça, lasciando dietro di noi i minareti, ci trovammo in una galleria. “Questo posto è pieno di ladri.” ci disse il nostro autista albanese-americano. “Sapete cosa significa ladro?” ci domandò. “Lo sappiamo.” gli rispondemmo. Un'ora dopo entrammo in un secondo tunnel che ci metteva un po’ di paura. “Questo posto è pieno di bande di ladri.” ci disse di nuovo il nostro autista. “Conoscete il significato di banda?” Rispondemmo di “sì” un'altra volta. Quando arrivammo a Erseka, ci fermammo per guardare i nomadi che ritornavano sulle montagne dopo il mercato. A questo punto chiesi al giovanotto che ci faceva da autista il suo nome. Senza esitare si girò verso di noi. “Nick Carter.” mi rispose. Come era mai possibile? Avevamo viaggiato con un difensore “speciale”, Nick Carter, l’eroe dei racconti della nostra infanzia. Aveva egli forse origini albanesi? Mentre cercavamo di scoprire questo mistero, il giovanotto ci raccontò che una decina di anni prima si trovava in una scuola elementare di New York; la maestra, quando sentì il suo nome, Nexhet Qurraxhia, disse ai suoi genitori che dovevano fare qualcosa perché quel nome e quel cognome erano difficili da scrivere e pronunciare. Cosi suo padre adottò il cognome Carter, invece i suoi compagni di classe lo battezzarono Nick. Nei suoi primi documenti risultavano queste generalità. In seguito, un funzionario che si occupava dell'ufficio anagrafe aggiunse nei documenti del giovanotto, non senza un filo di ironia: from Death Valley.

Avvicinandosi a Leskovik, incontrammo dei muri fatti di neve; altissimi, arrivavano in cielo, tagliando i nostri contatti con il resto del mondo, come se volessero indirizzarci in qualche strada senza fine. Nei successivi dieci giorni, durante i quali abbiamo percorso in macchina le zone montuose, abbiamo incontrato spesso questa minaccia della natura.

Una catena montuosa al di là della fantasia

L'estensione delle catene montuose dell'Albania difficilmente può essere calcolata con esattezza. Se qualcuno dicesse che le Alpi albanesi arrivano fino al nord, considerando che le catene montuose cambiano aspetto ai confini albanesi, e che questo paese ha molti rilievi in tutta la sua estensione, l'unica cosa che potremmo ribattere è che questa persona ha descritto in maniera approssimativa le caratteristiche di questo piccolo regno.

Il secondo giorno seguimmo la corrente del fiume Vjosa. Questo fiume passa dalla Grecia in Albania con le sue cascate. Due guardie del confine, che si trovavano ai lati opposti di un ponte, una dalla parte in cui sventolava la bandiera bianca e blu e l'altra dalla parte della bandiera rossa con l'aquila bicipite degli albanesi, facevano di tutto per sembrare indifferenti e minacciose. Un pacchetto di sigarette cambiò completamente la situazione. Cominciarono immediatamente a discutere animatamente su quale parte fosse la migliore per fare delle foto, la parte greca o quella albanese.

Dopo quasi un'ora ci ritrovammo in una vallata davvero alpina, verdeggiante e con un fiume profondo che la attraversava scendendo dall'alto delle lontane montagne cariche di neve.

Link seconda parte

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Shqipëria, Mbretëria më e re e Evropës (1)

domenica 5 febbraio 2012

La lingua lituana, la lingua lettone e il pelasgo-albanese

Delle lingue baltiche fanno parte il prussiano antico, il lituano e il lettone. Il prussiano antico si parlava nella Prussia orientale fino al XVII secolo. Conosciamo i tratti originari di questa lingua da un manoscritto antico risalente al XIV secolo. Questo testo, il quale contiene 802 parole, si chiama “Il dizionario di Elbing”.

Mathieu Aref

Mathieu Aref

Le due lingue baltiche più conosciute, e che esistono ancora oggi, sono il lituano ed il lettone, di cui abbiamo testimonianza fin dal XVI secolo: conosciamo il lituano tramite la traduzione di un catechismo di Lutero dell'anno 1546; invece, per la lingua lettone, si fa riferimento ad una traduzione di un catechismo cattolico dell'anno 1585. Queste due lingue fino al XIX secolo sono rimaste allo stato di idiomi dialettali usati dalla popolazione agricola, prima di venire innalzate al livello di linguaggi di valenza nazionale aventi a corredo un’autonoma produzione letteraria.

Lituano-Lettone

Pelasgo-Albanese

Italiano




Anasana

Anë, anësi

Lato

Baltas

Bardhë

Bianco

Degas

Djeg (dieg)

Bruciare

Dels

Djalë (dial)

Ragazzo

Du

Dy

Due

Lenta

Lëndë

Materia

Mazu maz

Mëz

Puledro

Metu

Mot, moti

Tempo

Prushoas

Prush

Carbone ardente

Tauta* (tribù)

Tatë

Padre

Uogli

I vogël, i vogli

Piccolo

Vaïuis

Veshi

Orecchio

Zaryjos

Zjarr, (ziar), zjaros

Fuoco

*Teuta, regina di Illiria nel III secolo a.C.: questo nome è tipico tra gli Illiri, tramandato dai Pelasgi (Teutamos è il re dei Pelasgi: Iliade, XVI / 843). È curioso il fatto che questo nome si ritrovi in molte iscrizioni di tutte le popolazioni con origini pelasgiche, oppure con affinità con le genti tracio-illiriche: Etruschi, Illiri, Oschi, Celti ecc. Presso tutte queste etnie tale termine significava “popolo”, come per ricordare che queste tribù appartenevano alla stessa linea di sangue, ed erano lo stesso “popolo”. Oltre a questo, aggiungiamo che il vocabolo potrebbe derivare da “Titani” (in lingua albanese TE TAN, con il significato TË GJITHË = TUTTI coloro che appartengono alla stessa linea di sangue).

Liberamente tratto dal libro, Albanie ou l'incroyable odyssée d'un peuple préhellénique di Mathieu Aref

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versionr albanese: Lituanishtja, Letonishtja dhe Pellazgo-Shqipja

domenica 22 gennaio 2012

Gli Slavi e gli Arbëresh

I nomi di Illiria e Illiri, intesi come identità nazionale, esistono fino al VI secolo. Nei cinque secoli successivi non si sente più parlare degli Illiri. È pur vero che nei tempi più remoti, quando gli Illiri hanno avuto una certa influenza nell'Impero Romano, il loro nome è stato sostituito con “Romani”. La sorte degli Illiri è strettamente legata con l’esistenza degli imperi Romano e Bizantino, anche se essi (gli Illiri) erano molto diversi.

Aristidh Kola 1944 - 2000

Aristidh Kola 1944 - 2000

Con l’arrivo degli Slavi nei Balcani e dopo l’occupazione del Nordovest dei Balcani, l’Illiria è stata separata dall’Impero Bizantino. Gli Illiri combatterono battaglie disperate per difendere il loro territorio, ma erano guerre ad armi impari. Gli Slavi arrivavano numerosissimi, e non soltanto come soldati, ma portavano con loro le famiglie: si trattava, quindi, di una grande immigrazione paragonabile con quella degli antichi Pelasgi.

In pochi anni, tutta l’Illiria del Nord fu conquistata dagli slavi e la popolazione degli illiri fu costretta ad abbandonare la sua terra, oppure a formare isole etniche nel mezzo del mare slavo. Gli Slavi iniziarono la loro campagna do conquista nel VI d.C. secolo e continuarono fino al VII secolo d.C. cambiando cosi in maniera definitiva la mappa dei Balcani. Come abbiamo già detto, l’Illiria del Nord è stata persa per sempre: è diventata slava. I suoi abitanti sono stati uccisi, costretti a lasciare definitivamente le loro terre o ad essere assimilati.

L’ultima volta che si è sentito parlare degli Illiri e forse dell’Illiria è nel “Miracoli di San Demetrio”, una cronaca scritta nel VII secolo. Successivamente, è sceso il silenzio su quei nomi fino all'XI secolo, quando lo storico bizantino Mihail Ataliati definisce quella terra e quel popolo non più Illiria e Illiri ma Arbëria e Arbëresh. Essi (gli Arbëresh) erano alleati con Jorgo Maniaqi, il quale era in guerra contro Costantinopoli nel 1043.

Dopo Atiliati abbiamo Anna Comnena che nomina gli “Arbëresh” collocandoli in un territorio chiamato “Arbëria” e che si trovava nell'odierna Albania centrale. È da notare che, nove secoli prima, il geografo alessandrino Claudio Ptolemeo, nomina la tribù illirica degli Albani (Albani, Albanopolis), e li pone nella stessa zona. Questo silenzio di quattro secoli, la scomparsa dei nomi Illiria e Illiri, la comparsa dei nomi Albania e Albani[1], ha confuso gli studiosi, e alcuni di loro addirittura hanno ipotizzato che, essendo gli Illiri scomparsi dalle mappe, i “nuovi” Albani fossero una tribù completamente diversa, arrivata un po’ prima del XI secolo, oppure insieme con gli attacchi degli Slavi nei Balcani.

Nel XIX secolo è apparsa la cosiddetta teoria “Tracia”, secondo la quale gli albanesi non erano discendenti degli Illiri, ma giunsero nei Balcani durante le migrazioni barbare e parlavano il latino e un dialetto del Danubio. Questa teoria è stata sostenuta sia da studiosi jugoslavi che romeni. Essa afferma che nella lingua albanese esistono alcune parole latine originarie di alcune zone nei pressi del Danubio ed altre sono identiche sia nell’albanese che in romeno.

La contestazione fatta dagli storici albanesi Pollo-Puto non è per niente soddisfacente.

Jani Vreto, il filosofo del Rinascimento albanese, (Rilindja Kombëtare), nel suo libro Apologia, pubblicato nel 1878, a una tesi simile, che vuole gli Albanesi arrivati nelle terre dove si trovano tutt’oggi dall’Albania del Caucaso, risponde in una maniera molto singolare ed efficace. Vreto prende in esame una serie di documenti e di parole dell’antichità classica e preclassica che hanno radici uguali a quelle di parole albanesi tuttora in uso.

Se - dice Vreto – gli Albanesi non fossero autoctoni nel territorio dove si trovano anche oggi, ma fossero stati barbari venuti durante le migrazioni dopo l'avvento del cristianesimo, allora come si spiegherebbe l’identità della lingua albanese con l’antica lingua omerica e addirittura preomerica? Noi oggi sappiamo che la lingua classica non si parlava più già nel VII secolo d. C.

Sulla tesi “Tracia” io[2] rispondo:

1- Dopo le guerre vittoriose dei Romani in Dacia (l’odierna Romania), l’imperatore Traiano vi fece trasferire un considerevole numero di soldati, la maggior parte illiri, con l’intenzione di “romanizzare” quei posti in tempo breve. Ma, pur trovandosi in un ambiente promiscuo, gli Illiri, che per natura erano fortemente nazionalisti, lasciarono il loro marchio in quella regione.

2- Nei tempi moderni, ed esattamente nel periodo del dominio ottomano nei Balcani, i discendenti degli Illiri, gli Arbëresh, hanno un ruolo importante in Romania. La famiglia reale Ghica, originaria dell’Albania, governerà per molti anni in Valacchia e Moldavia (1658 – 1856). I membri più importanti della famiglia saranno Giorgio Ghica, Grigore III, Grigore IV, Alessandro II, Grigore V, ecc.

L’ultimo membro della famiglia, Ion Ghica, diventerà il presidente del primo governo dello stato romeno appena creato. Da questa famiglia è discendente anche la famosa poetessa del XIX secolo Dora d’Istria. Il suo vero nome era Elena Ghica ed era la figlia di Grigore Ghica IV.

3- Gli Arbëresh che durante l’occupazione ottomana dei Balcani si trovavano in Romania fra Valacchia e Moldavia, non erano soltanto i nobili ma una popolazione considerevole.

4- Nel 1887 l’influenza Arbëresh in Romania è molto significativa. In quell’anno è stato fondato il club “Dituria” (la conoscenza), con lo scopo di propagandare la Rinascita Albanese (Rilindja Kombëtare).

Da questi quattro fatti storici arriviamo alla conclusione che le parole in comune fra l’albanese e il romeno hanno un'altra origine rispetto a quella sostenuta della teoria “Tracia”. Sono parole che entrarono nella lingua romena grazie alla presenza secolare degli Arbëresh e più tardi degli Albanesi in quel territorio.


[1] Da considerare come Arbëresh e Arbëria, qui si usa il nome con il quale i stranieri chiamavano l’Arbëria e oggi l’Albania.

[2] Io è riferito all’autore del pezzo.

Liberamente tratto dal libro Arvanitasit dhe prejardhja e grekëve di Aristidh Kola

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Sllavët dhe Arbëreshët

martedì 17 gennaio 2012

Scanderbeg, un eroe leggendario

Oggi ricorre il 544° anniversario della morte di Giorgio Castriota Skanderbeg ed è chiaro che qualsiasi parola è superflua per descrivere la grandezza di questo eroe che ha saputo motivare il suo popolo contro la minaccia di invasione straniera. Pertanto decidiamo di proporvi due brevi filmati. Il primo è un piacevole audioracconto nel quale domina maestoso un discorso di Giorgio Castriota Skanderbeg ai suoi uomini. Con forza e determinatezza il nostro eroe fornisce ottimi argomenti per continuare a lottare.

Il secondo video è un breve documentario nel quale si narra della nota diaspora sopraggiunta dopo la morte di Skandenberg.

Due video utili a capire l'eroe e la sua forza, ma anche a cogliere meglio le traversie di un popolo costretto a combattere per salvaguardare i propri territori e la propria identità.

domenica 15 gennaio 2012

Scanderbeg, il re guerriero dell'Albania

di Brunilda Ternova

"Il destino di un uomo è diventato una lotta epica per la libertà delle nazioni, la gloria ha un prezzo terribile."

Il film-documentario "Scanderbeg - Il re guerriero dell'Albania" (ingl. "Scanderbeg -Warrior King of Albania") ricostruisce il ritratto dell’eroe nazionale albanese Gjergj Kastrioti Scanderbeg, basato principalmente sull’opera “Historia de vita et gestis Skanderbegi, epirotarvm principis” scritta tra il 1508 e il 1510 dal monaco albanese Marin Barleti.

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Per rievocare la storia di quell’epoca, sono stati inclusi una serie di materiali e interviste con un panel di storici albanesi e stranieri esperti del tardo medioevo. Scritto da Nua Gjelaj e con la regia di Nick Gjonaj, l’anteprima del film-documentario è stata proiettata a New York, l’11 febbraio del 2007. I due si sono conosciuti casualmente nel 2002, grazie ad un dipinto di Scanderbeg, realizzato e messo in vendita da Gjelaj e acquistato da Gjonaj. Dopo vari incontri in cui discussero dei loro comuni interessi culturali e dell’ammirazione personale che avevano per la figura di Scanderbeg, si sono impegnati per cinque anni consecutivi nella realizzazione di questo documentario.

I coproduttori del documentario

Il progetto inizialmente era nato come un’iniziativa personale di Gjonaj e Gjelaj che decisero di fondare “Illyria Entertainment Group” con lo scopo di promuovere la cultura albanese. Dopo un po’, a causa della mancanza di fondi si sono rivolti alle associazioni albanesi negli Stati d’Uniti che non erano disposte a sostenerli oppure non avevano i mezzi per farlo. Ma il tam tam è stato d’aiuto. Molti cittadini americani di origine albanese, desiderosi di vedere realizzato il loro progetto, li contattano via e-mail per contribuire finanziariamente. Durante questo periodo, entra in scena anche la produttrice esecutiva del documentario Tringa Gojcaj, agente immobiliare, fornendo l’aiuto finanziario che ha dato una grande spinta in avanti al progetto. “Quando ho incontrato Nik e Nua, ho visto che i due giovani erano finiti in un vicolo cieco su un progetto nel quale avevano messo tutto il loro cuore. Noi non abbiamo fatto tutto questo per diventare ricchi, ma pensiamo davvero che questa storia sia immensamente importante e che debba essere raccontata.”, ricorda Gojcaj del suo incontro con i due produttori.

Sono le radici alla base del loro progetto. Il regista Nik Gjonaj, discendente di una famiglia di emigranti albanesi di Detroit, innamorato del cinema e del patrimonio culturale albanese, da tempo aveva voluto realizzare un film su Scanderbeg. “Gjergj Kastrioti è l’Albania e l’Albania è Gjergj Kastrioti. Egli è l’essenza di ciò che gli albanesi vogliono: la libertà e l’onore. Ero molto interessato a catturare gli elementi mitologici e quelli umani di questo uomo leggendario. Sapevamo che era un grande soldato, ma abbiamo voluto guardare anche alle altre dimensioni della sua vita, per avere un ritratto solido del mito e della leggenda.”, racconta Gjonaj in merito al documentario.

Invece Nua Gjelaj svela il messaggio di fondo del loro documentario: “L’idea della lotta perdente contro un potere schiacciante dimostra che la gente è predisposta a resistere, poiché è meglio avere un proprio malgoverno che un invasore straniero benigno. Ed è proprio questo il messaggio che incarna l’idea del film, cioè, che nessuno può imporre le proprie convinzioni agli altri in merito a come dovrebbero vivere. Non si può riscrivere la storia, ma è possibile almeno imparare da essa.”

Gjelaj è un emigrato di prima generazione. Nato nell’ex Jugoslavia ed emigrato negli Stati Uniti nel 1972, prima a New York e poi nel Michigan, dove risiede attualmente, si è laureato presso la Wayne State University dove ha terminato anche il Master in Storia sul periodo tardo-medievale dell’Europa orientale. Gjelaj, sceneggiatore e direttore artistico del documentario, si è documentato negli archivi storici, visionando documenti albanesi e stranieri sull’eroe per stendere la sceneggiatura. Insieme a Katerina Boçi, si è occupato anche del design e della preparazione dei costumi, elmi, spade, abiti, e comportamento dei personaggi, un’altra sfida difficile da affrontare.

I coproduttori hanno a cuore la trasformazione del documentario “Scanderbeg - Il Re Guerriero dell’Albania” in un vero e proprio film a lungo metraggio. Il loro obiettivo è quello di firmare un contratto con una grande casa produttrice hollywoodiana per la realizzazione. Nel frattempo, stanno lavorando su un nuovo progetto: il documentario “Illiria” che si occuperà in particolare dell’evoluzione della cultura e della storia illirica in una prospettiva diversa. Questo progetto vuol essere una documentazione importante del contributo degli illirici alla civiltà europea e occidentale, prima della caduta della Grecia antica e della nascita di Roma.

I premi ricevuti

I due premi prestigiosi vinti dalla casa produttrice ‘Illyria Entertainment Group’ nella sezione documentari di due concorsi internazionali, tra migliaia di altri film, hanno fatto sì che i due produttori godessero ulteriormente i frutti del loro lavoro. L’opera è stata valutata come il miglior documentario storico-biografico al “The Telly Awards” vincendo il Premio d’Argento tra altre 18 mila realizzazioni, invece al “International Davery Award” ha vinto il Premio d’Oro tra altri 15 mila.

E’ un film-documentario che ha cercato modestamente di colmare il vuoto che dilaga nella filmografia albanese riguardo la figura del nostro eroe nazionale, evocando la storia del popolo albanese. Ricordiamo che il primo e l’unico colossal realizzato sulla sua figura è quello intitolato "Il Grande Guerriero Scanderbeg" (ingl. “The Great Warrior Skanderbeg”) del 1953 in collaborazione con il regista sovietico Sergei Yutkevich, premiato anche al Festival di Cannes.

Il cast

Gjonaj e Gjelaj si sono avvallati di un cast di giovani e talentuosi attori. Anton Gojcaj interpreta Scanderbeg, Iliriana Sinishtaj, sua moglie Donika Kastrioti, invece nei panni del monaco albanese Marin Barleti troviamo Zef Lulgjuraj. Altri interpreti sono Tom Ivanaj, Mirash Gjelaj, Mario Malotaj, Gjergj Micakaj, Luke Micakaj, ecc. Le riprese sono state effettuate a Michigan, Londra, Vienna, Albania, Kosova, e Roma.

Il panel di storici

Gli eventi storici dell’epoca e la figura di Scanderbeg vengono ricostruito grazie agli interventi di un panel ricco di storici albanesi e stranieri quali Dott. David Nicolle – Nottingham University, Dott. Musa Ahmeti – Studioso degli Archivi Segreti del Vaticano, Kenneth Walters – Wayne State University, Jahja Drancolli – Professore di Storia all’Universita di Prishtina in Kosova, Dott. Isa Blumi – New York University, Kristo Frasheri – Professore di Storia all’Università di Tirana, Oliver Schmitt – Vienna University, David Abulafia – Professore di Storia Mediterranea al Cambridge University.

Breve analisi illustrativa

clip_image003Il rafforzamento dei signori feudali e dei principi albanesi, come risultato di un lungo e doloroso processo di sviluppo politico-sociale ed economico-culturale iniziato nel IX secolo, portò alla formazione di diversi principati feudali in diverse regioni dell’Albania etnica. La posizione geografica dell’Albania, situata tra l’oriente bizantino e l’occidente cattolico, fece dividere gli albanesi in due credi religiosi: a nord i cattolici e a sud gli ortodossi cristiani. Come se non bastasse gli stessi principi feudali albanesi lottavano tra di loro per allargare le terre e il dominio sugli altri principati più deboli.

La situazione dei principati albanesi si complicò ulteriormente dalle interferenze della Repubblica di Venezia e dell’Impero Ottomano che si rilevarono devastanti per le loro sorti. Nelle civiltà in conflitto fra Oriente e Occidente, comincia a profilarsi sull’orizzonte orientale il piano di un impero islamico universale. Senza pietà l’Impero Ottomano divorava popoli e nazioni, allargando tra il 1300 e il 1481 le sue conquiste tramite guerre, alleanze e invasioni. Tutto grazie anche al crollo e alla degenerazione del sistema culturale e militare bizantino che aveva perso ormai l’influenza di un tempo.

Una delle figure importanti tra i principi albanesi più potenti in quell’epoca, era Gjon Kastrioti - Principe di Kruja e di Mati, al quale nel 1423 gli ottomani presero in ostaggio i quattro figli. Tra loro anche Gjergj Kastrioti Scanderbeg nato nel 1405. Strappato dalla sua famiglia e dal suo paese, il giovane principe fu trascinato nel palazzo del Sultano dove sarà destinato a diventare il comandante più brillante del suo tempo. Spogliato del suo nome albanese e costretto ad accettare l’islam, il sultano Murad II darà a Gjergj Kastrioti il titolo ‘Scanderbeg’ in onore di Alessandro Magno della Macedonia (Emathia) come indice chiaro dell’antico rapporto etnico-linguistico che legava le due figure. In lingua turca ‘Iscander’ vuol dire ‘Alessandro’ e ‘Bey’ vuol dire ‘Principe’.

Gli storici antichi ci hanno lasciato documenti che dimostrano che Alessandro Magno era il figlio del re macedone Filippo II e di Olimpia, una principessa illirica figlia del re dell’Epiro Neoptolemi I. Come testimone di questo antico legame riportiamo una significativa citazione della corrispondenza tra Scanderbeg e il Principe di Taranto, estratto da “I turchi e la storia di Scanderbeg” dello scrittore del XV secolo, Pagnel:

“…avete offeso il mio popolo chiamandolo ‘pecore Albanesi’ e secondo la vostra tradizione pensate a noi in termini offensivi.

Voi avete dimostrato di non avere alcuna conoscenza della mia razza. I miei avi erano Epirioti, da dove proveniva Pirro, la cui forza a stento poteva essere sopportata dai romani. Questo Pirro, che Taranto e molti altri paesi d’Italia appoggiarono con l’esercito. Non ho bisogno di parlare degli Epirioti. Loro sono uomini molto più forti dei tuoi tarantini, una specie di uomini umidi nati solo per pescare. Se si vuole dire che l’Albania sia una parte della Macedonia, io posso concedere che molti dei nostri antenati erano nobili che si spinsero fino in India, sotto il comando di Alessandro Magno sconfiggendo quei popoli. È da questi uomini che discendono quelli che tu chiami ‘pecore’. Ma la natura delle cose non è cambiata. Perché i tuoi uomini fuggono davanti a queste ‘pecore’?”.

Per non parlare dell’elmo che porta in sé il simbolo pelasgico della capra Amaltea (che secondo il mito aveva nutrito con il suo latte Zeus da bambino), e la incisione * IN * PE * RA * TO * RE BT * (Jhezus Nazarenus * Principi Emathie * Regi Albaniae * Terrori Osmanorum * Regi Epirotarum * Benedictat Te) che si traduce ‘Jezus di Nazareth benedice il Principe di Emathia, Re d’Albania, Terrore degli Ottomani, Re dell’Epiro’. È importante capire che nel medioevo l’etnicita ‘macedone’ ed ‘epiriota’ era sinonimo di ‘albanese’ secondo gli studiosi.

Nel suo intervento al documentario, il Prof. Jahja Drancolli evidenzia il fatto che Scanderbeg fu preso ostaggio già in età adulta quando la sua personalità e identità era ben formata, sottolineando che in realtà furono le sue capacità strategico-militari ad essere copiate dal sistema militare dell’Impero Ottomano e non il contrario. Questo aspetto emerge fin dall’inizio del documentario dal Prof. David Nicolle, il quale sostiene che gli ottomani copiarono molte cose dai paesi che occuparono incluso l’abbigliamento, le tradizioni, la cultura, e anche le strategie combattive militari.

Ecco perché la più potente macchina politico-militare del mondo di quel tempo non fu capace di sottomettere gli albanesi né con la forza, né con la quantità dei soldati inviati, né con la tattica militare, né con la tecnologia o con il denaro. Non solo, ma durante quei 25 anni di resistenza armata, l’Impero Ottomano è stato sconfitto in modo determinante e continuo, dimostrando che le qualità intellettuali, politiche, militari, e, soprattutto quelli morali e civili degli Albanesi erano sotto ogni aspetto superiori rispetto alla preparazione standard dell’Impero.

La società albanese del XV secolo possedeva già la qualità principale che dovrebbe avere una comunità per costruire una Nazione e uno Stato: la consapevolezza di chi erano, la conoscenza delle loro antichissime radici illiro-pelasgiche e di conseguenza la connessione con il loro passato. Tutto ciò era il risultato di un lungo processo che avrebbe avuto inizio già prima della creazione del Principato di Arbëri nel XIII secolo. In questo contesto le intenzioni di Scanderbeg non erano solo quelle di creare uno stato albanese alla periferia dell’Impero Ottomano, ma di distruggere l’impero stesso, per formare poi il Regno dell’Albania nei Balcani occidentali, ravvivando i gloriosi tempi di Pirro, Re dell’Epiro, e di Giustiniano, Imperatore di Bisanzio, dei quali era discendente a tutti gli effetti.

Scanderbeg creò la prima Lega Nazionale Albanese nel 1444 a Lezha, con lo scopo di unire tutti i territori albanesi in un unico stato nazionale basato sull’eredità etno-linguistica che li accomunava, diversamente dagli altri paesi balcanici che nei secoli addietro per la creazione dei loro stati si basarono sulla religione. Come specifica giustamente il Prof. Kristo Frasheri, il pilastro portante in cui si colloca tutta la resistenza albanese era il fatto incontestabile che gli Albanesi erano consapevoli di essere una Nazione già ben formata, molto tempo prima dell’arrivo degli ottomani nei Balcani. Altrimenti non saremmo mai stati in grado di affrontare l’invasione ottomana e di contrastare a lungo l’assimilazione.

La resistenza di Scanderbeg ebbe grande risonanza in Occidente, là dove si aspirava a un grande eroe trionfante nella lotta per la sopravvivenza contro l’Impero Ottomano. Infatti i documenti degli archivi, i giudizi dei suoi contemporanei come i Papi di Roma o le famiglie reali con i quali Scanderbeg aveva stipolato alleanze, l’Umanismo e l’Illuminismo europeo, la storiografia, ecc., fanno capire che era una delle figure più importanti del Sud-Est Europa della sua epoca.

È di massima importanza comprendere che gli albanesi con la loro resistenza contro l’Impero Ottomano sacrificarono la loro stessa nazione, salvando così la civiltà occidentale dalla conquista dei turchi, quella stessa civiltà occidentale che li abbandono al loro tragico destino di sofferenze per 400 anni. Gjergj Kastrioti Scanderbeg era certamente un uomo, ma la storia che ci ha lasciato e ci ha tramandato non lo rende un uomo semplice e ordinario, ma una legenda vivente nei secoli a venire. Lui era il modello e il simbolo di una giusta causa: la libertà contro la schiavitù, la ragione e l’ordine politico contro l’oppressione, valori fatti successivamente propri dalla filosofia illuminista.

Il suo contributo non andò invano e non morì con lui, anzi, divenne la fonte del Rinascimento Albanese, dello sforzo sublime per l’indipendenza. Lui era e rimane il nucleo dell’identità nazionale, dell’eredità spirituale e della coscienza contemporanea di ogni albanese.

Link del trailer: http://www.illyriaentertainment.com/projects-warrior-trailer.htm

Link versione albanese: Skënderbeu, Mbreti Luftëtar i Shqipërisë