domenica 25 ottobre 2009

Lo scarafaggio sardo dalle tinte balcaniche

 

di Alberto G.Areddu

 

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Forse vi sarà capitato di aver schiacciato per casa, in cucina o in cantina qualche scarafaggio, bene (anzi male, dotatevi subito di qualche DDT) è sicuro che nel farlo avrete provato un qualche estatico piacere nel sentire lo sgranocchiante guscio sotto le vostre pedate, e chissà quante volte avrete pronunciato soddisfattamente vittoriosi, l'irriguardosa espressione rivolta al deceduto: "creba, malaitta sasaja" (o secondo il luogo di dove siete: sisaja, sesaja, babbasaja, o al maschile babbusau). Sappiate allora che probabilmente facendo ciò e facendolo per diverse generazioni, uccidendo quel ripugnante animaletto, abbiamo salvato una nostra antica parola (e ringraziamo il cielo che gli scarafaggi non si siano estinti, nonostante il nostro prodigarci, perché neanche avremmo più la parola).

Se diamo una scorsa all'enciclopedico Rubattu vediamo quanti modi abbiamo per chiamare lo scarafaggio:

scarafaggio sm. zool. (Blatta orientalis) [cockroach, blatte, cucaracha, Schabe] carrabusu (lat. CARRUM + piem. büsa), babbasau, babbajotzedda f., babbasaju, babbasaja, babborottu, cadalanu, caddalanu, cadalana f., cadelana f., cadenale, carraffazu, catalana f., iscortone, paulina f., terriolu, pabasale, noeddu de Frantziscu mannu (L), babbarrottu, babbarrotzu, bobborrottu, sisaja f., bisasa f., babbaluccu, carraffone, scarraffone, iscrapione, scarfone, garrappiu (N), pretta f., prettedda f., scarfajoni, scraffajoni, scraffioni, scraffaioi, scarafàcciu, carrabusu (C), caddarana f., sasàia f. (S), babbasàiu, carrabusu, mangoni (G) // tintirriolu (L) “specie di s. alato”

blapo (gigante) sm. zool. (Blaps mortisaga) [bug, blatte, blata, Schabe] sasja f., sasàgia f., sesàgia f., sesaja f., sisàgia f., sisaja f., sisaza f. (prerom.), babbasau, cadalana f., cadelana f., cagalanu, grìglia f., melaghe (L), sisaja f., sasaja f., pretta f. (sp. prieto), brattedda f., sulafigu, candulittu (N), babbaiotzedda f., babballotti, brabetta f., cadelanu, curri-curri, mùsulu, perta f., perta pùdiga f., pettedda f., prattedda f., pretta f., prettedda f., sulafigu (C), caddarana f., sasàia f. (S), babbasàiu, mangoi (G).

è interessante notare come usiamo cadalana per rilevare che evidentemente i bruni uomini di Catalogna ai nostri antenati poco risultavano simpatici (per la supponenza e la falsa nobiltà d'animo) e come (sempre i nostri antenati) definissero lo scarafaggio come paulina 'l'animale zozzo da paludi'. In mezzo a ciò, la nostra sasaja, sisaja, sesaja, che è rimasta misteriosamente insondata nelle sue origini (infatti il Wagner nel suo DES dice: "probabilmente prelatino"). Tra le varie forme riportate si ha anche il logudorese melaghe, che vediamo è la chiave per comprendere il nostro sasaja. Melaghe deriva dal greco melas che vuol dire 'nero'. Sulla presenza di questo grecismo (localizzato a Oschiri) nel sardo ci sono diverse posizioni: secondo il Wagner e il Pittau è un sufficientemente antico prestito del greco (si intende i greci di Focea che forse passarono per la Gallura nel vi-v sec. a.C.), secondo me è parola di origine greco-italica, giunta cioè con le armate romane che di italici erano perlopiù composte, secondo il pio studioso Paulis, sarebbe giunta invece con i mistici religiosi bizantini (quelli che nei Condaghes si spartivano pezzi di schiavi e schiave, cattolici quanto loro, per lavorargli la terra). Sta di fatto che la tale parola ci offre la chiave semantica, perché se abbiamo una forma sarda che si ispira al colore nero (è il più comune per la blatta, ci sono anche scarafaggi di colore marrone o verdi), si può presupporre che possano esser sortite anche altre denominazioni ispirate da tale scontatissimo tratto. Orbene il mistero può esser sciolto: l'albanese ha per indicare il colore nero la parola: zi, che al femminile fa: zeza/zezë (leggi: sesa, la z albanese è come la nostra -s- di "caso", o "kasu", la ë è come la e dei napoletani: quannë 'quando'). La parola è antica: nell'onomastica trace si troverebbero vari Sis, Zis,  che il Georgiev, luminare della materia, interpretava come indicanti 'Nero'. Il suffisso -aja nell'illirico è molto frequente, mentre da noi appare solo per poche parole (inteso nel sardo in generale, perché nel Logudoro è anche riflesso della palatalizzazione di latino -ACULA), e tutte perlopiù misteriose. In albanese -ja indica, si aggiunga,  la forma femminile determinata (per posposizione, tipica dell'albanese e del rumeno), come dire:  "nera la" (cioè "la nera") contrapposta a "nera". Dunque, un aggettivo così tipicamente albanese, deve esser antico anche da noi, ma non sappiamo quanto, perché morso dai dubbi e dal fatto che in Sardegna insieme agli Italici vennero anche i Messapi (sarebbero gli odierni Salentini), i quali erano degli antichi discendenti degli Illiri, giunti in Italia intorno al primo Millennio, nel mio saggio ho prospettato l'idea che la parola possa esser giunta in epoca romana,  grazie al travaso linguistico di parole di costoro nel latino regionale di Puglia. Ma potrebbe ben esser veramente antica e allora un'altra circostanza, ci legherebbe a quello straordinario popolo che abita i Balcani e che sono gli Albanesi (che vi piaccia o meno). Pertanto la sasaja null'altro è che la "la negra, la negraccia, la maledetta".

Fonte: Sardo-Illirica

domenica 18 ottobre 2009

Besa: la parola-impegno

 

Quando parliamo con qualcuno che non conosciamo bene ascoltiamo quello che dice, ma le sue parole non bastano. Iniziamo dunque ad osservare i movimenti del suo volto per cercare di capire quanto possiamo fidarci. In questi casi è interessante come la parola non sia abbastanza per decidere di credere.

Se si pensa al significato di “parola”, ci sono espressioni che rendono complessa la riflessione e ardua la possibilità di una conclusione definitiva.

Per esempio l’espressione “Vogliamo fatti, non parole” lascia pensare ad una parola che si contrappone al fatto, al possibile, al fattibile. La parola diventa quasi un ostacolo e certamente non garantisce affatto sulla veridicità di quello che si dice. I significati di “parola” riportati dal dizionario De Mauro confermano questo aspetto, in particolare il punto 3, nel quale si legge “spec. al pl., ciò che si dice, in contrapposizione a ciò che si fa”.

Tuttavia riflettendo ancora un po’, viene in mente l’espressione “Ti do la mia parola” che è usata per confermare che quello che dico di fare o di aver fatto corrisponde alla verità. Sembra una definizione completamente diversa dalla precedente perché è una parola che garantisce, conferma, tutela. In realtà le cose sono molto più semplici di come sembrano.

La parola non è vera o falsa in sé, ma neutra. Tutto dipende da come si usa. Niente può garantire sulla veridicità di quello che dico, se non il fatto che sia io a dirlo.

Anche se, per certi versi, le parole sono il mezzo per giungere al significato delle cose, per affermare la verità, in italiano non abbiamo un termine che indichi una parola che è certamente vera. In albanese, invece, esiste una parola che indica che ciò che si dice coincide con ciò che si fa, con ciò che si pensa, con ciò che è vero: besa.

La besa, uno dei principi fondanti il Kanun, un insieme di leggi consuetudinarie trasmesse oralmente in Albania, è molto più della parola, è un giuramento, è garanzia del vero. Nel Kanun la besa è descritta come l’autorità più importante ed è strettamente legata al concetto di onore.

La besa in particolare, il Kanun più in generale, è il prodotto della storia dell’Albania. In essa si ritrovano i principi fondanti maturati grazie al contatto con altre realtà storico-culturali. Eppure, in questi principi, si riconosce il febbrile tentativo di definire l’identità albanese. Ad esempio, se da un lato alcuni principi della chiesa cattolica sono facilmente individuabili tra le idee portanti del Kanun, dall’altro, attraverso questo codice, l’Albania ha tentato di forgiare la sua identità per rendersi meno vulnerabile agli attacchi imminenti che si profilavano all’orizzonte.

Questa questione è trattata molto dettagliatamente in uno straordinario libro di Ismail Kadarè “Chi ha riportato Doruntina?”. È la storia di una donna albanese, Doruntina, che in seguito al suo matrimonio è costretta a trasferirsi in una cittadina dell’Europa centrale, lontana dalla madre e dai suoi fratelli. La madre, contraria al trasferimento della figlia in un posto così distante da lei, si acquieta solo quando arriva la promessa e la besa del figlio Costantino di portarla indietro tutte le volte che la madre avesse avuto il desiderio di rivedere la figlia. Purtroppo in seguito ad una grave epidemia, Costantino muore. Eppure, dopo tre anni dalla morte, Doruntina riesce a tornare a casa accompagnata da un misterioso cavaliere. Il capitano Stres viene incaricato di occuparsi di indagare sulla vicenda. La sua verità finale è scomoda per tanti, ma suggestiva e allettante per altri:

“… affermo e ribadisco che Doruntina non è stata riportata da altri che dal fratello Costantino, in virtù della parola data, della sua besa. Quel viaggio non si spiega né potrebbe spiegarsi altrimenti. Poco importa che Costantino sia uscito o no dal sepolcro per compiere la propria missione, poco importa di sapere chi fu il cavaliere che partì in quella notte scura e quale cavallo sellò, quali mani tennero le redini, quali piedi poggiarono sulle staffe, di chi erano i capelli ricoperti dalla polvere del cammino. Ciascuno di noi ha la sua parte in questo viaggio, poiché la besa di Costantino, colui che ha riportato Doruntina, è germogliata qui fra noi. E dunque, per essere più precisi si può dire che, attraverso Costantino, siamo stati noi tutti, voi, io, i nostri morti che riposano nel cimitero accanto alla chiesa, a riportate Doruntina (…) Nobili signori, non ho ancora finito. Vorrei dirvi – e vorrei dirlo soprattutto agli invitati giunti dalle regioni lontane – che cos’è questa forza sublime in grado di infrangere le leggi della morte (…) Ogni popolo, di fronte al pericolo, affila i suoi strumenti di difesa e – questo è essenziale – se ne crea di nuovi. Bisogna avere la vista corta per non comprendere che l’Albania si trova di fronte a grandi drammi. Presto o tardi, giungeranno fino ai suoi confini, se già non vi sono arrivati. Allora, si pone la domanda: in simili nuove condizioni di aggravamento dello stato generale del mondo, in quest’epoca di sfide, di crimini e di odiose perfidie, quale sarà il volto dell’Albania? Sposerà il male o vi si opporrà? In breve, cambierà volto per adattarsi le maschere dell’epoca, onde assicurare la propria sopravvivenza, o manterrà un volto immutato, col rischio di attirare su di sé la collera dei tempi? L’Albania vede avvicinarsi l’era delle prove, della scelta fra quei due volti. E, se il popolo albanese ha cominciato a elaborare nel più profondo di sé delle istituzioni tanto sublimi come la besa, ciò sta a indicare che l’Albania è sul punto di fare la sua scelta. È per portare questo messaggio all’Albania e al mondo che Costantino è uscito dalla tomba.”

Il capitano, nel suo discorso finale, invita tutti gli albanesi a riconoscersi attori dell’evento che ha coinvolto la nobile famiglia dei Vranaj. Si tratta di un impegno che “esigerà pesanti sacrifici dalla generazioni a venire”, ma è l’impegno di una nazione nel riconoscersi in una identità precisa, della quale il concetto di besa diventa elemento portante.

La besa non è una promessa, è molto di più; è la garanzia che quello che dico è vero, è uno straordinario tentativo di fuggire all’ambiguità del linguaggio. Attraverso la parola puoi comunicare qualsiasi cosa, non importa che sia vero o non lo sia. Attraverso la besa comunichi il vero, prometti qualcosa che dovrai mantenere a qualsiasi costo, assumi un impegno.

Adele Pellitteri

domenica 11 ottobre 2009

L’influenza della lingua albanese in quella sanscrita

Ci sono molte parole che lingua sanscrita e albanese condividono e che la lingua albanese mantiene in uso tutt’oggi. A prova di questo forte contatto, esiste una popolazione dell’Himalaya che denomina le cifre utilizzando le stesse parole della lingua albanese. Per esempio il numero sette è shtatë, esattamente come in albanese.

Di seguito un elenco di parole sanscrite utilizzate nell’odierno albanese.

SANSCRITO

ALBANESE

ITALIANO

name

emri

nome

nata

nata

notte

çlath

çlith

lasciare

da

dha

dare

varga

varg

cresta

viçesa

viç

vitello

bahra

barra

peso

giri

guri

pietra

arita

arrita

arrivare

vartitum

vërtita

lanciare, ruotare

peja

pija

bevanda

ulka

yllka

stellina

pa

pa

vedere

trapa

trup

corpo

krimi

krimbi

verme

arja

ari

oro

lipsu

lipës

mendicante

lap

llap

lingua

ratha

reth

cerchio

prer

prer, prej

tagliare

paka

pjek

cuocere (al forno)

vrana

e vrame

nuvoloso

trut

tret

digerire

tiras

thërras

chiamare

tila

thela

pezzo

vasu

vash

ragazza

vas

vesh

vestire

kleça

kleçka

ostacolo, impaccio

suni

çuni

figlio

nusa

nusja

nuora

ramja

i ramë

caduto

supa

supa

zuppa

fal

fal

perdonare

man

mand, mendoj

pensare

gata

gota

bicchiere

tata

tata

padre

gatita

gatita

preparare

bhuta

bota

mondo

pura

para

avanti

anu

anë

parte

Per giustificare la presenza delle parole albanesi nella lingua sanscrita si potrebbero individuare due ragionevoli spiegazioni.

La prima è che queste parole potrebbero essere entrate nel sanscrito grazie alla popolazione pelasgico - albanese che ha dominato quei territori per migliaia di anni.

La seconda, in voga grazie a studi recenti, è che la lingua albanese sia la madre di tutte le lingue indo-europee.

In ogni caso non esiste una razza indo-europea, né una lingua indo-europea. Le parole albanesi che si trovano nella lingua sanscrita si ritrovano anche in tante altre presunte lingue indo-europee, ed è proprio la presenza di queste parole che supporta la tesi secondo la quale esisterebbe una lingua comune e indo-europea. Se gli studiosi e i linguisti dessero alla lingua albanese il peso che merita, non commetterebbero mai un simile errore.

Brano liberamente tratto dal libro Roli pellazgo – ilir në krijimin e kombeve dhe gjuhëve evropiane dell’autrice Elena Kocaqi

domenica 4 ottobre 2009

Achille

 

Il nome Eperios o Epeiros si spiega solo ricorrendo alla lingua albanese. Il significato del termine è “qualcosa che è sAchille e Tetiopra, in alto, oltre” (rispetto alla Grecia). Omero conosceva solo il nome di Thesprotia, nome che sostituì Pelasgia (Erodoto II, 56).

In verità, secondo alcuni autori antichi, Epiro con Pelasgiotide erano la pelasgica Argo (Argo è l'eponimo della città di Argos).

La città della Thesprotia, chiamata Dodona, era sede del luogo sacro che i pelasgi avevano dedicato a Zeus Dodoneo e Pelasgico. Ecco la preghiera che Achille rivolge a Zeus (Iliade XVI, 236 – 237):

"Signore Zeus, Dodoneo, Pelasgico, che vivi lontano, su Dodona, regni dalle male tempeste e intorno i Selli vivono, interpreti tuoi, che mai lavano i piedi, e dormono in terra; come ascoltasti una volta la voce del mio pregare, dandomi gloria,  molto punisti l'esercito acheo;

Questo paragrafo, inspiegabilmente passato inosservato da parte di molti studiosi, è uno dei più importanti e dei più chiari dei poemi omerici ed è doppiamente significativo.

Prima di tutto perché lo stesso Omero riconosce l’origine pelasgica di Achille e la dichiara liberamente. Addirittura lo stesso Zeus, dio pelasgico, avrebbe difeso Achille dalla minaccia dell’esercito acheo.

La seconda questione vede Omero esprimere chiaramente la genesi pelasgica della religione, che più tardi con piccolissime variazioni, diventerà la religione dei greci.

Il nome di Achille si spiega riferendosi alla lingua albanese, Aspeitos parola che deriva dalla radice A’shpeit che si traduce con il veloce, il velocista nella lingua dei pelasgi e quindi in albanese. I greci spiegano il nome di Achille usando l’espressione il grande indescrivibile, (cfr. Plutarco, Pyrrhos i, 3) o semplicemente: il grande, il pieno, l’ottimo. Tuttavia questa interpretazione greca non coincide affatto con gli appellativi che Omero usa riferendosi ad Achille.

La stessa cosa avviene se consideriamo un altro nome attribuito ad Achille: Achilleys, che i greci traducono con l’espressione senza labbra. Quest’ultimo nome di Achille si spiega molto meglio attraverso la lingua albanese: Aq i lehtë (così leggero, veloce). In qualsiasi maniera vediamo la questione del nome di Achille, la lingua albanese risulta infallibile nella spiegazione.

Grazie alla lingua albanese si spiega perfettamente anche il nome di Ulisse, il cui significato è viaggiatore (Udhësi).

Di conseguenza i nomi dei due eroi più conosciuti nei poemi omerici, Achille nell’Iliade e Ulisse nell’Odissea, si spiegano benissimo ricorrendo alla lingua albanese.

Nei due poemi citati, l’autore dichiara di avere scoperto 58 citazioni relative ad Achille, fra le quali 18 si riferiscono alla nozione di velocità: Achille piè veloce, Achille con i piedi leggeri, instancabili; il concetto di divino ricorre 11 volte; 25 ricorrenze mostrano degli appellativi che hanno a che fare con la sua tribù e la sua parentela: Pelide, figlio di Peleo; e infine altri 4 appellativi che non sono pertinenti.

Il nome di Achille, la sua religione e il suo posto nella gerarchia delle divinità (era figlio della dea Teti, il cui nome è pelasgico e in albanese vuol dire mare, det) ci mostrano chiaramente la sua origine pelasgica. Ecco cosa ci dice Plutarco (la vita di Pirro 1/3):

da lì [luogo santo di Dodona, nelle terre di Molossi, il regno di suo figlio Neottolemo] Achille è stato accolto come una divinità in Epiro, dove, dalla lingua del luogo, prese il nome di Aspetos”.

Plutarco lo sapeva bene che gli abitanti delle terre dei Molossi o di Thesprotia, ovvero dei dodonei, parlavano una lingua diversa da quella greca, parlavano la lingua del luogo.

Brano liberamente tratto dal libro GRECE (MYCENIENS=PELASGES) ou la solution d’une enigme dell’autore Mathieu Aref