domenica 31 gennaio 2010

Thot – Tat parlava albanese (2)

Geroglifico egizio e parole albanesi alle quali si è riferito Thot disegnando i geroglifici dell’alfabeto fonetico egiziano

Lettere albanesi

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AIN = Aquila. Come simbolo indica il principio della luce, il principio vitale maschile, l’animatore della materia.

Nei tempi più remoti, nelle parole che cominciavano conclip_image006, questo geroglifico sovente veniva sostituito dall’altroclip_image004[4]

Ciò è logico e comprensibile, poiché il principio di tutte le cose non si può manifestare direttamente, ma per mezzo della sua forma visibile, che è appunto la clip_image007[6]

A

 
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BROF = In piedi. Questo geroglifico esprime la condizione caratteristica dell’uomo, dell’essere intelligente, creato da Dio nella posizione eretta, con il capo alto, affinché possa guardare costantemente il Cielo, sua ultima meta. Esprime il movimento involutivo del principio clip_image006[1] grazie al quale l’uomo si perfeziona.

B

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DORË = Mano. Rappresenta il lavoro manuale dell’uomo; tutti gli interventi dell’uomo per il possesso; l’attività umana, affinché le cose diventino ricchezza, ossia beni utili all’uomo.

D

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GATH = Recinto, steccato; il divieto assoluto di accedere al tempio ai non ammessi all’iniziazione, ai ritenuti non idonei spiritualmente e fisicamente.

G

 
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FJERË = Vipera bicornuta. I rettili, anche secondo la scienza moderna, sono gli esseri viventi apparsi per primi sulla Terra. Secondo la Genesi furono creati dopo la vegetazione, prima di ogni altro animale. Secondo Thot i rettili si elevarono dal “NU” clip_image016[4](protomateria) nel momento in cui ATUM (il dio creatore, padre e madre ad un tempo) si manifestò nel mondo; si elevarono per applaudire il Signore.

In principio, il serpente non era velenoso; lo diventò in seguito per punire l’uomo, il quale, nella sua caduta coinvolse, l’universa creazione.

F

 
 
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HIÈTË = Treccia, intreccio. Esotericamente rappresenta i tre piani della vita: fisico, astrale, spirituale; il cammino naturale per raggiungere il fine e, con questo, la felicità piena, senza termine, in Dio. L’altro segno rappresenta l’evoluzione delle cose.

Troviamo il secondo geroglifico clip_image019[4] , con il medesimo significato, anche nelle antichissime scritture dei Naacal, i quali, secondo James CHURCHWARD (“Mu: Il Continente Perduto”, Sargan 1978), le avrebbero introdotte in Birmaniadalla Madreterra (=Madre, io; Më, u) continente sprofondato nel Pacifico circa 12.000 anni fa; continente, la cui civiltà risalirebbe a 50.000 anni orsono.

H

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KUFË = Ciotola. Simbolicamente rappresenta il recipiente, ove si produce la mescolanza delle forze per creare una manifestazione materiale nella relatività, ossia nel mondo fisico. Questo mescolamento di forze, per la trasformazione della materia, può anche attuarsi per sola attività di sviluppo della NATURA nel suo continuo, ininterrotto movimento di evoluzione. Significa anche lo stampo a fondere, la matrice.

K

 
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MIRË = Bene; ma debbono essere considerate tutte le accezioni, in cui il termine viene usato, come ho ampiamente trattato nel mio poema. Può significare il bene e la benevolenza; ma anche la morte, nella accezione di passaggio da uno stato a un altro superiore, ossia di rinascita per una vita migliore. Nel termine MIRË è espressa l’antitesi: la cancellazione del finito per l’infinito; la cancellazione delle due categorie della relatività: tempo e spazio per l’assunzione dell’essere vero, nella immortalità. Il secondo segno, che ha lo stesso suono, esprime il senso della misura (masë = mezzo, strumento, misura); il vivere secondo giustizia, onde essere ammessi nel regno dei beati, nella pienezza della felicità senza fine.

M

clip_image025[4] clip_image027[4]

GJÍ = Seno, grembo, ventre, petto; organo sessuale femminile, nell’accezione primiera della parola. Questi segni si riferiscono a tutto quanto ha attinenza con l’atto creativo riflesso della riproduzione per congiunzione carnale. Il suono di questi due geroglifici non ha riscontro nella lingua ebraica delle Scritture, pur tanto antica. È da ritenersi, per tutte le caratteristiche onomatopeiche e di significato, prezioso avanzo della prima lingua parlata dall’uomo sulla Terra.

Gj

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NU è parola composta (në ujë, cantratto “nu” = l’elemento primo contenuto nell’acqua primordiale, da cui è scaturita l’universa creazione. Questa è la dottrina delle più antiche cosmogonie. Anche nella Sacra Bibbia è scritto che “in principio Dio alitava sulle acque”.

Da “nu” si è formata la lettera “n” prendendone l’iniziale. Il “nun” aveva al principio il significato di organo della generazione ed era vietato pronunziarlo, per rispetto al mistero della riproduzione della specie umana, nella relatività. Altra parola antichissima: ka-ri, che rappresentava l’organo sessuale dell’altro sesso, era vietata. Questi due nomi, fino a cinquanta, sessanta anni fa, nei paesi arabi degli Arbërèshë erano avvolti da un senso di mistero.

Il “nu” rappresentava graficamente la superficie delle acque primordiali, venirne fuori significava “nascere”, passare, cioè, dalla potenza all’atto.

N

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U = Io. Esprime la individualità: io e non altri. Nella lingua albanese mantiene immutato il significato primitivo: io.

Il secondo geroglifico, la spirale, rappresenta il turbine delle forze produttive del cosmo, le quali derivano dalla messa in moto di potenze esistenti, in principio, nel “nu”.

U

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PLIS = pezzo di terra lavorato; plitë: mattone, basamento. Rappresenta il prodotto del lavoro dell’uomo, il quale trasforma la materia bruta (clip_image034[4] q, qull = poltiglia) informe, in materia organizzata, applicandovi le forze della volontà e del braccio.

P

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QULL = Materia informe, poltiglia: passibile di trasformazione per l’intervento dell’opera dell’uomo.

QIENJ = Amplesso sessuale per la procreazione e la conservazione della specie; questo è il significato primitivo di questo verbo, in cui la lettera “q”(abbraccio, unione, quasi fusione) esprime il mezzo; la lettera “n”, il fine; la lettera “i” o “j”: l’infusione dell’anima al nascituro per intervento divino.

Il piacere che si prova nell’atto di accoppiamento carnale, è solo l’esca affinché agevolmente si adempia il fine.

Q

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Qui BUZË (la bocca) rappresenta un organo attraverso il quale passano gli alimenti che assicurano, consentono la continuità del sussistere:

LA VITA: RROJË

Da quest’ultima parola è stata ricavata la lettera “r” liquida alveo dentale mono o poli vibrante. Thot, nell’elezione o scelta, ha dato necessariamente la precedenza al fine, che è sempre più nobile del mezzo.

R

       
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STOL, STOLI = rispettivamente: fascia, ornamento; simboli entrambi della nascita e della morte; e ancora: della resurrezione definitiva, sfociante nell’ASSOLUTO, nell’essere per sempre, nella felicità piena, immortale, allorché saranno finite tutte le prove sulla Terra. Nelle fasce si avvolgevano i neonati; nelle fasce si avvolgevano le mummie in attesa della nuova nascita: reincarnazione o resurrezione definitiva. STOLI, invece, rappresenta la GRAZIA (ornamento spirituale), che assicura il cammino verso la luce. Il primo geroglifico addita la strada da percorrere (udhë = via, regola, norma) per arrivare vittoriosamente al traguardo finale; il secondo geroglifico che ha lo stesso suono (S) segnala gli scogli, le difficoltà, gli impedimenti, le “chiusure”, gli sbarramenti.

SIXHIR, infatti, significa ancor oggi, nella lingua albanese, (dialetto ghego) catenaccio, catena. Nel primo geroglifico è adombrato il tirocinio di opere buone da compiere per guadagnare il Regno dei Cieli; nel secondo: gli ostacoli da superare, le forze da impiegare per compiere le catene, gli sbarramenti opposti al raggiungimento della meta agognata.

S,s

 
 
clip_image045[4]clip_image043[4]

L’Enel attribuisce a questi due geroglifici il medesimo suono: “T”. Io sono, invece, d’accordo con il De Bruck nell’assegnare ai due geroglifici due suoni diversi: al primo, il suono “t”; al secondo: il suono della lettera “c” dell’albanese. Il geroglifico

clip_image047[6] , l’unico esistente nella grande piramide di Cheope (misura circa 10 x 20 cm) rappresenta lo spostamento giornaliero del sole; significa il TUTTO, l’ASSOLUTO, Il PERFETTO; COLUI al Quale nulla manca, al Quale nulla può essere aggiunto o tolto; significato rimasto inalterato o quasi nella lingua albanese: TËRË. Significa anche la pienezza della legge, la famosa TORA degli Israeliti. Da Tërë è stato ricavato il geroglifico clip_image047[7] .

Il geroglifico clip_image048[4] (c alb.) è stato, invece, ricavato da CIMPITH = molletta da fuoco. Ha un significato morale con attinenza al “fuoco”, all’ardore dell’anima, all’entusiasmo da impiegare nella osservanza di Dio, onde poter raggiungere il fine ultimo: la salvezza e l’eterna beatitudine.

T alb

 
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ISË = la luce. Vuol dire che il pensiero, principio di vita simbolizzato dal sole ed emesso dalla forza creatrice, il VERBO, è fissato in forma visibile per mezzo della scrittura del geroglifico clip_image051[4] . “I” è il primo nome dato a Dio dall’uomo (Vedi Dante Par. XXVI, 133; 136). Dio è la luce eterna.

La luce riflessa, cioè quella della relatività, che riusciamo a percepire con l’organo materiale della vista. Nello arbërisht è detta ancora “Isë”. Isë, nel vecchio egiziano è il nome di Iside, simbolo della luce. Da questo nome è stata ricavata la lettera “I”, detta lettera nobile da Platone, il cui suono volle indicare, sin dal principio del mondo: DIO.

Come nell’ebraico “yod” entra nella composizione delle parole ce si riferiscono all’immortalità, così la “i” in albanese entra ancor oggi nella formazione delle parole che esprimono luce, bellezza, ornamento.

I, J

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ASHIM o ASHER = Ramo, virgulto, legna spaccata. Questo geroglifico rappresenta l’azione dell’uomo ed anche l’attività della natura. I suoni â, ô sono suoni gutturali spariti dal tosco, ma conservati nel ghego, come era in principio nella lingua adamitica.

Â, Ô

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ZVARANIK o ZHVARANIK = Rettile terreno. Simbolicamente rappresenta una passione disordinata. Il rettile è considerato l’ispiratore di sentimenti insani, di accesi moti incontrollati.

Il geroglifico corrisponde alle lettere albanesi: “Z” e “zh”.

Z

 
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SHI = Pioggia. Il geroglifico rappresenta un lago, delle acque piovane primordiali. Il senso esoterico è quello della protomateria contenuta nell’acqua.

Rappresenta anche la regione del TAVUT (dello arbërisht tavut, bara), cioè dell’aldilà.

Vita, morte, rinascita fanno sempre riferimento all’acqua “nu” o “shi”, perché dal “nu” è scaturita la vita; attraverso la purificazione del lago delle acque della regione del Taut, il defunto si purifica e rinasce ancora, fino alla resurrezione finale per la immortalità felice.

SH

Tratto dal libro Thot Tat parlava albanese dell’autore Giuseppe Catapano

domenica 24 gennaio 2010

Thot - Tat parlava albanese (1)

-Prima parte-

Il filologo romano Giuseppe Catapano, ha pubblicato il risultato di quarant’anni di ricerca in un opera capitale che si colloca perfettamente tra le ricerche filologiche. Il titolo l'enigma della lingua albanesedell’opera è THOT - TAT PARLAVA ALBANESE.

È scritta in lingua italiana, ma anche in arbëresh. Alterna delle parti in prosa, a suggestivi frammenti in poesia. L’autore ha basato la sua ricerca sulle opere degli storici dell’antichità. Numerosi sono i riferimenti ai bassorilievi e alle incisioni degli egizi, degli ittiti, dei greci e dei romani, oltre che alla scrittura, che l’autore riconosce come scrittura degli Illiri, antenati degli albanesi.

È bene precisare sin da subito che le affermazioni di Giuseppe Catapano concordano pienamente con le affermazioni di molti filologi, storici e archeologi inglesi, francesi, turchi e albanesi. Secondo Catapano, la lingua albanese, o meglio la lingua degli illiri, si parla da più di 12.000 anni. Inoltre, secondo un professore di linguistica anglo-germanica dell’Università dell’Indiana (Usa) la lingua albanese è il ramo più antico appartenente alla famiglia delle lingue indo-europee. Pertanto la lingua albanese è rimasta quasi del tutto immune al contatto con altre lingue ed ha ancora oggi preservato la sua natura unica e primordiale. Sappiamo già che i geroglifici degli antichi egizi sono stati inventati 4000 anni a.C., ma non sapevamo che questi geroglifici avevano un significato anche nella lingua albanese. È proprio questo fenomeno che il filologo Giuseppe Catapano ci spiega nella sua opera.

Ma chi era Thot? In egizio Tehut, era il dio della scrittura, oltre ad essere patrono degli scribi; noto anche come il dio del computo cronologico e guardiano del calendario; scopritore dei numeri e inventore dei geroglifici. I suoi poteri lo resero un mago temibile e il patrono indiscusso della magia.

Si descrive come un essere con corpo umano e testa di ibis (aquila). Secondo Catapano, Thot “parlava la lingua albanese” e compilò i geroglifici, cioè l’alfabeto fonetico degli antichi egizi, “basandosi nella sua lingua madre, la lingua albanese”. Thot era l’inventore della scienza antica. Sempre secondo Catapano, la lingua albanese si parla da oltre 12.000 anni. Il nome di Thot deriva senza dubbio (sempre secondo l’autore) dal verbo thom, thua, thotë = dire, notizia ecc, della lingua albanese, cioè “messaggero degli dei”.

L’autore pensa, inoltre, di poter spiegare l’etimologia del nome Atlantide in greco Ἀτλαντίς (Atlantis) attraverso la lingua albanese. Per lui il nome di Atlantide si potrebbe spiegare così:

AT = PADRE (nella lingua albanese), LASH(TË) = VECHIO, cioè ANTENATI (bisnonni)

Ma cos’era Atlantide? Secondo Platone (427–347 a.C.) era un grande e potente continente, che 9.000 anni prima era sprofondato nell’oceano Atlantico. Secondo Catapano, era uno dei posti più sviluppati dove vivevano gli antenati della razza albanese. I superstiti, dopo la catastrofe che fece sprofondare Atlantide, passarono nella valle del Nilo, dove diedero vita ad una nuova civiltà. Secondo alcuni studiosi, la civiltà degli antichi egizi non è altro che il prolungamento, la continuazione della cultura nata ad Atlantide. Su questa linea si sono concentrate le ricerche scientifiche che Catapano ha condotto per molti anni. Gli scritti antichi degli egiziani si riferiscono ad Atlantide utilizzando il nome di Borea cioè bianca, dalla parola illiro-albanese bora (neve).

domenica 17 gennaio 2010

Giorgio Castriota Scanderbeg e la libertà ritrovata in mezzo al suo popolo

 

Gjergj Kastrioti - Skenderbeu (Pikture nga Sabir Krasniqi)Oggi, 17 gennaio 2010, in onore della ricorrenza della morte dell’eroe nazionale albanese Giorgio Catriota Scanderbeg (1405 – 1468), vogliamo ricordare la grandezza di quest’uomo, noto per aver difeso l’Albania dalla minaccia turca.

La sua è una storia complessa, fatta di nascite (nasce in una delle famiglie albanesi più importanti) e rinascite (viene rapito e allevato in territorio turco). Eppure non dimentica le sue origini e, quando è chiamato a scegliere, decide di dedicare tutta la sua esistenza al suo popolo, costretto a sopportare la tirannide ottomana. Nonostante ciò, non volle mai essere considerato il portatore della libertà al suo popolo; al contrario, se la libertà è il sentimento di piena realizzazione dell’essere umano, certamente Scanderberg poté viverla in pienezza solo perché aveva ritrovato il suo popolo e con esso l’essenza stessa del suo sentirsi libero. La libertà per Scanderbeg consisteva nel servire gli albanesi, un popolo che gli avevano concesso il privilegio di sentirsi libero.

Gli albanesi sono orgogliosi di poter ricordare un eroe come Scanderbeg e lotteranno fino alla fine affinché simili eroi vengano ricordati e valorizzati nel modo più giusto.

Adele ed Elton

domenica 10 gennaio 2010

Una strana rassomiglianza

È molto interessante la diffusione di parole riconducibili all’antica lingua albanese nelle lingue parlate dai Lama in India e in Tibet. In realtà il buddismo ci insegna come pronunciare vicino ad un uomo morto due parole, legate alla fortuna: “Hik” che ha lo stesso significato della parola albanese hik, cioè parti, e “Fet” che in albanese corrisponderebbe a shpejt, cioè presto.

Tali parole fanno parte di un rituale che i Lama gridano vicino al defunto per consentire che si apra un piccolo foro sulla testa del morto per la fuoriuscita dell’anima. Si dice che questo foro in testa si apra solo quando le due parole “magiche” vengono pronunciate.

Soltanto il Lama, in quanto maestro competente, ha il potere di pronunciare la parola “Hik” con l’intonazione e la forza mentale necessaria per portare a buon fine l’operazione. Quando si trova vicino ad un cadavere, pronuncia la parola “Fet” subito dopo aver pronunciato la parola “Hik”; tuttavia è necessaria la massima attenzione perché il rituale causa l’allontanamento dell’anima dal corpo e, di conseguenza, anche il Lama rischierebbe di morire se non pronunciasse correttamente le due parole. In realtà questo pericolo non esiste perché il Lama agisce in vece del morto e gli presta la sua voce in modo che a beneficiare dell’effetto di queste parole “magiche” sia solo il defunto.

L’obiettivo si raggiunge solo quando un filo di paglia posizionato sopra il capo nel posto dove dovrebbe trovarsi il foro resta dritto senza cadere per tutto il tempo che i Lama desiderano. Infatti, pronunciare correttamente la parola “Hik” provoca l’apertura di un foro quasi invisibile ed è proprio lì che si andrebbe a posizionare il filo di paglia.

Questa “astrazione” dell’anima del defunto si fa solo e soltanto pronunciando la parola “Hik” seguita da “Fet”. Prima di iniziare il rituale, il Lama si deve concentrare molto per fare in modo che l’anima risalga il corpo del defunto fino al cranio dove si crea il piccolo foro per l’uscita definitiva dell’anima. I Lama più esperti quando stanno per morire pronunciano da soli le parole “Hik” e “Fet”; in tal modo, potrebbero anche suicidarsi se solo lo volessero e si racconta che qualcuno lo faccia sul serio.

Brano liberamente tratto dal libro Enigma di Robert d’Angely