domenica 30 maggio 2010

Demetra, Poseidone, Ade

Demetra e Poseidone

SiLa lingua degli dei raccontava che Poseidone perseguitava la dea Demetra con la sua brama amorosa. La dea si trasformò in una giumenta e si mischiò ai cavalli pascolanti del re Onicos. Poseidone però si accorse dell’inganno e si congiunse con lei assumendo l’aspetto di uno stallone. Da questo legame la dea partorì una figlia il cui nome non si doveva pronunciare. Però in Elefsina, nel cuore di quello che era il più importante centro del culto di Demetra, esisteva un antichissimo tempio eretto in onore di Poseidone, che ci dimostra come gli antichi Pelasgi attribuissero a Persefone (la figlia di Demetra), due padri: Zeus (sole) e Poseidone (l’acqua).

Demetra, arrabbiata ed umiliata per questa violenza di Poseidone, non sapeva come vendicarsi. Poi finalmente si purificò dalla sua ira e dalla sua umilazione nel fiume Ladone. Questi nomi che abbiamo citati non sono casuali ed ognuno di loro ha la sua spiegazione. Perché Demetra si lavò nel fiume Ladone, (in albanese Ladona)? Cosa ci dice questo? Quale è quel fiume che è in grado di lavare (purificare) la vergogna di una dea? Lo dice il suo stesso nome, che deriva dal verbo albanese laj (lavare) che è simile al verbo greco λουο (lavare), e dal nome Doun, dhunë (violenza, vergogna, offesa). Nella lingua albanese esiste l’espressione u bë dhunë, u bë rezil che si usa quando qualcuno la combina grossa e significa una grande vergogna” (se lo vogliamo tradurre letteralmente sarebbe “una grande vergogna è caduta su di lui”). Dobbiamo dire inoltre che la lettera ω del greco antico corrisponde alla lettera U della lingua albanese. Come esempio possiamo prendere le parole Δωδωνή = Doduna, Δωρενσ = Durian, ecc.

Perciò come abbiamo dimostrato, il termine Ladon = lladhun significa: (ha) lavato la vergogna (si è purificata). Il nome del re Onicos in albanese è Ojjio e questo nome in lingua albanese significa l’acqua.

Ade

Il mito di Demetra e di Persefone si collega direttamente con quello del dio dell’“altro” mondo e cioè con l’entità che si trova nelle profondità della terra e che ha due principali compiti. Primo, veglia sulle anime degli uomini morti; secondo, permette alle piante di germogliare, in quanto re del mondo sotterraneo. Questo dio si chiama Ade, e l’indiologo Max Müller collega il suo nome con la parola sanscrita Adhiti. Ma questa teoria di Muller è stata messa in dubbio da molti studiosi; fra questi anche Decharm, e con ragione, perché con la parola Adhiti, nei Veda Indiani, si definiscono molte caratteristiche: Adhiti è il cielo, Adhiti è il vento, Adhiti è il padre e la madre, Adhiti è dio di tutte e cinque le razze. Adhiti è colui che è nato e colui che deve nascere, come ci raccontano i Veda, ed è chiaro che questa parola che esprime il “tutto” è il punto di vista base della filosofia orientale e non ha nessun legame con l’Ade pelasgico.

Ora torniamo alla lingua albanese per trovare la soluzione. In greco il nome del dio è Hades. Levando il sigma (s) finale si ottiene la radice Hade che è composta da due parole. Dal verbo albanese ha (mangiare), che è una parola onomatopeica che indica l’apertura della bocca quando l’uomo cerca di divorare qualcosa e di inghiottire il cibo, e dalla parola dhe (terra). Perciò Ha + dhe (mangia + terra) = quell’elemento che ha divorato la terra, ha creato un vuoto una apertura all’interno della terra. Cioè ha mangiato la terra. Il vuoto aperto nell’entroterra somiglia molto alle grotte sotterranee. Queste grotte che iniziavano dalla superficie della terra e arrivavano fino nelle profondità indefinite dell’interno, erano considerate dagli antichi Greci come le porte di Ade (Hades). In conclusione Ade – Hade(s) – ha dhe (mangia terra).

Liberamente tratto dal libro Gjuha e perëndive dell’autore Aristidh Kola

domenica 23 maggio 2010

L’etimologia della parola arte

Il testo che viene proposto risale alla seconda metà dell’800; contiene termini, strutture verbali, costruzioni del periodo molto arcaici, se li confrontiamo col modo di scrivere e parlare del XXI secolo. Per renderlo più comprensibile ai lettori moderni è stato fatto un lavoro quasi di traduzione, sperando che tuttavia lo spirito originario dell’opera sia rimasto inalterato.

Per fissare un’epoca approssimativa dell’origine della lingua pelasga o albanese nella vasta regione caucasica in Asia, secondo il nostro avviso, ogni congettura diventa quasi impossibile e la mente umana, che vi si volesse applicare, si perderebbe nei vortici del tempo: possiamo al contrario poi francamente affermare che in Europa detta lingua suonò in tempi molto anteriori all’invasione dei Fenici, e moltissimo prima della lingua greca, alla quale prestò i radicali, i caratteri e i suoni dei caratteri, ragione per la quale divenne ricchissima ed estesa. La lingua pelasgo-albanese venne detta barbara perché, secondo i Cadmei, tutto ciò che non era greco era barbaro; e barbari furono tenuti i poveri pelasgo-albanesi; anzi, in conformità di ciò, troviamo opportuno riportare qui appresso quel che Platone riferisce nel Cratilo con le seguenti testuali parole, tradotte in idioma italiano:

Se tu non trovi la derivazione dei greci nomi nell’idioma dei greci medesimi, cercala in quello dei barbari (cioè pelasgo-albanesi), dai quali assai vocaboli i Greci han preso.

Barbari quindi e bilingui vengono anche oggi giorno dagl’Italiani detti tutti gli Albanesi generalmente stanziati nelle meridionali provincie, e spesso poi denominati Greci.

Ammessa una volta per tutte l’esistenza di un popolo cosi antico, la lingua da esso parlata non può essere che primitiva. Una lingua primitiva non può essere che rozza, aspra, piena di consonanti, ed in gran parte abbondante di vocaboli monosillabici. Tale è la lingua pelasgo-albanese, come si potrà riscontrare dalle seguenti parole: Ferr (spina, roveto), Gardh (siepe), Pret (taglia), Thik (coltello), Lop (vacca), Shtjerr (agnello), Zërk (nuca, collo), Diell (sole), Lum (fiume), che ha molta analogia con flumen dei latini e fiume degl’Italiani. Burr (uomo), donde l’italiano burro, che è il fiore, il grasso del latte, e il vocabolo latino Vir. Bir (figlio), At (padre), Ëma (madre), Motër (sorella), Plot (pieno). Noi potremmo qui riportare migliaia di vocaboli di natura simile, ma ci fermiamo per non annoiare troppo i nostri lettori.

Una nazione si dice viva, nel fiore della vita, allorché possiede una letteratura propria. Quindi vive la nazione tedesca perché vive la letteratura tedesca: vive la francese, vive l’italiana perché l’una e l’altra posseggono la loro letteratura. Al contrario si definisce morta quella nazione che non possiede o manca della propria letteratura. In vero, l’idioma degli Albanesi attuali dell’Asia, della Grecia, della Turchia e dell’Italia, unico avanzo del più antico popolo del globo, esistendo soltanto in forma orale, non ha consentito che ci pervenissero documenti scritti; quindi non avendo quel popolo la propria letteratura, la sua lingua sta per finire. Tra gli Albanesi d’Italia in varie epoche emersero gagliardi e robusti ingegni. Scrissero nella propria lingua belle poesie, bellissimi canti, scrissero topografie, monografie, composero persino epopee, tradussero la Bibbia; ma i loro scritti ebbero la vita di quel fiore che all’alba rallegra chiunque s’avvicina col suo profumo fino a mezzogiorno; poi, appassito perché poco curato, alla sera, chinato sul suo stelo inaridito, finisce per essere da tutti disprezzato.

Gli Albanesi, se potessero nella loro totalità unirsi in un Regno, certamente formerebbero una seria e formidabile nazione; ma, sventuratamente, sparpagliati e disseminati in diversi punti della terra e, quel che è peggio, in disaccordo tra loro, non possono formare una Nazione, quindi non possono avere una propria letteratura.

La lingua albanese non è altro che la lingua dei cosiddetti Pelasgi. Essa è antichissima, è primitiva, è autonoma, non deriva da altra lingua.

Assodato dunque quanto riportato precedentemente, è per noi abbastanza agevole, con la guida di questa antichissima lingua, poter trovare l’etimologia della parola Arte, avvolta nell’oscurità del tempo. L’etimologia, per esser vera, bella e dilettevole, non deve poggiare sopra induzioni fantastiche, sopra arzigogoli; non deve crearsi, come si è soliti fare, per sottrazione di sillabe, o sostituzione di lettere; né inventarsi per esistenti o immaginari dialetti: invece l’etimologia deve poggiare sopra verità, deve essere spontanea, e contenere in sé tutto il senso, la filosofia del vocabolo primitivo da cui si vuol dedurre la natura ed origine della parola derivante.

Il vocabolo Arte, nell’idioma albanese, è un sostantivo, per cui gli Albanesi, per indicare “che cosa sai fare?”, “che prodotti, che produzioni sai fare?”, dicono: Cië Art di e bën ti?-Ç’farë Arti di dhe bën ti?, Cië Art ësct ckiò?- Ç’farë Arti është kjo? (che produzione è questa?). Deriva dunque dalla radice del verbo Ardhur che significa produrre, nascere, pervenire. Dalla coniugazione di questo verbo nei suoi modi, tempi, numeri e persone abbiamo Erdh che significa è prodotto, è nato, è pervenuto. Onde gli albanesi per dire: “è pervenuto, è nato il sole” dicono: Erdh Dieli o Dielli. Art è il presente dell’imperativo, pervenga, produca, nasca; onde Art tij e mira (nasca, avvenga, si produca a te il bene). Art tij e liga (avvenga, si produca a te il male). Chi non vede in tale etimologia l’armonia, la filosofia e l’analogia della parola ARTE col vocabolo primitivo della lingua albanese?

Tratto dal libro Studi filologici svolti con la lingua pelasgo-albanese del professore Stanislao Marchianò

domenica 16 maggio 2010

La religione e gli dei dei Greci derivano da quelli dei Pelasgi

 

I Pelasgi, che furono i primi ad arrivare nelle terre della odierna Grecia, portarono con loro il culto una religione primitiva. Gli storici antichi, prima di tutti Erodoto, ci scrivono che i Pelasgi facevano ai loro dei ogni sorta di sacrifici, ma che non davano loro dei nomi specifici. Essi non avevano dei materializzati, idoli fatti dalla mano dell’uomo, ma adoravano la natura con i suoi benevoli fenomeni. La loro teogonia, che alla fine è stata assimilata e forse è stata perfezionata dai Greci, è stata solo il frutto delle osservazioni dei movimenti fisici della natura e della continuità del tempo: il rapporto degli elementi. In poche parole era solo una serie di conseguenze logiche o, meglio, una spiegazione molto primitiva delle origini del mondo, i primi frutti del lavoro mentale di persone approdate al campo della filosofia.

Caos, Χάος, che è soltanto il vuoto, lo“spalancarsi”, deriva dalle parole pelasgiche hahao, (io mangio) e has, haos, (mangiare), oppure dalle parole haap, haapsi, haopsi, (spalancare, il vuoto). Queste parole hanno lo stesso significato nella lingua odierna albanese.

Dal Caos discende Erebo, Έρεβος, il buio privo di luce delle profondità. Questa parola ha come radice erh, errem, erhëni , erhësi (notte, buio, nella lingua albanese). U err nell’albanese odierno vuol dire è calata la notte, il buio; erret, cala la notte, errësira il buio.

Gea, Γεα, Γη, è la terra; in albanese la terra si chiama dhe.

Urano, Ουρανός. Questa parola si pronuncia oras-os. In albanese le parole vran, vrant, i vrant, significano nube e nuvoloso. Se alla parola vran aggiungiamo il suffisso greco os abbiamo vranos, che è il nome con cui i Pelasgi e i loro diretti discendenti, gli Albanesi, mostrano il cielo come la sede delle nubi (të vrenjturit).

Dalla unione di Urano con Gea e cioè del cielo e la terra, sono nati Rea e Cronos.

Rea in lingua albanese vuol dire nube, nuvola, cielo.

Cronos, Κρoνος, deriva dalla parola albanese Kohë (il tempo). In alcune parti dell’Albania la lettera K si cambia in R, e cosi là dove si deve pronunciare kohë si pronuncia rohë. Kohn e rohn significa egualmente il tempo; ora, aggiungendo il suffisso greco os, avremo Cronos.

Da Rea è nato Zeus (Giove). Zaa, Zëë, nella lingua albanese significa voce. La voce (Zëëri) era il dio dei Pelasgi. In Albania ci sono ancora posti dove si dice; Zëë! Lirona sot së keq! (Dio! liberaci dal male!). Le parole Zaa, Zëë (voce) sono trasformate in Zaan, Zaon, e Zoot, parole che oggi significano Signore, Dio, e la gente giura su Zonë, Zotin (Dio,Signore).

Zeus si unisce con Metide Μήτις, che significava il “saggio consiglio”. La parola Ment in albanese significa intelligenza, pensiero. I Greci hanno eliminato la lettera N ed hanno aggiunto il loro suffisso is e cosi hanno creato il nome di Metis (Metide in italiano). Da questa unione nasce Atena (Minerva), Αθήνα. Minerva nasce dalla testa (che era considerata la sede dell’intelligenza) di Giove (Zeus). I Greci, che non conservarono ricordi della lingua pelasgica, non hanno mai saputo dare una spiegazione razionale sul nome della dea Atena. Essi si sono limitati a delle semplici ed incomprensibili ipotesi. Al contrario, nella lingua albanese troviamo una spiegazione molto chiara e convincente. Thane, thënë nella lingua albanese sono voci del verbo them (parlo, parlare): e thana oppure e thëna significano parlare. Atena (Athina) è parola di dio, quella parola (di dio) che troviamo in tutte le religioni del mondo, da quelle più antiche fino a quelle più moderne. La parola del dio dei Pelasgi che è uscita da Zeus, la forza, la potenza e da Mentide, l’intelligenza, il pensiero.

Era, Ήρα, (Giunone), per i Greci significa aria. Era nella lingua albanese significa, aria, vento.

Nemesi, Νεμεόιζ. Il nome significa “la giusta ira, che si rivolge contro coloro che hanno violato un ordinamento”. Nella lingua albanese nëmë, nëmës significano maledizione, una cosa che attira il male e scatena sofferenza e dolore. Crediamo che il nome di Nemesi si spieghi perfettamente con le parole albanesi nëmë, nëmës.

Le Erinni Εριυυύες. Il nome di queste divinità deriva dalle parole albanesi err, errni, i errët errësirë, (buio, buio pesto, oscuro), oppure dalle parole rrënëe, rrënime, rrënoja (distruzione, macerie ecc.).

Le Muse, Μούσα. Nella lingua albanese mësoj dhe musoj significa imparo per me ed insegno agli altri. Le Muse erano coloro che insegnavano, che ispiravano.

Teti, , Θέτις. Era una divinità marina. In albanese abbiamo la parola det (mare).

Afrodite, Αφροδίτη. Venere è la dea dell’amore e della bellezza, e anche della stella del mattino. In albanese Afrodite significa “vicino ad alba” (Afër-dita).

Delos, Δήλος. Idolo dedicato al sole. Nella lingua albanese abbiamo la parola diell (sole); aggiungendo il suffisso greco os abbiamo dielos.

Qui ci fermiamo per non stancare ulteriormente il lettore. Siamo conviti che gli esempi che abbiamo dato possano bastare per confermare ancora una volta l’importanza che ha avuto la lingua pelasgo-albanese nella lingua greco antica e non solo.

Liberamente tratto dal libro E vërteta mbi Shqipërinë dhe shqiptarët dell’autore Pashko Vasa

domenica 9 maggio 2010

Iscrizioni dall’isola di Creta

Iscrizione rinvenuta dal professor Halbherr nel 1893

L’iscrizione è scritta in lettere dell'alfabeto ionico arcaico, quindi appartiene al VI secolo a.C.; per facilitare il lavoro la trascriviamo tutta da sinistra a destra cosi com’è nel testo originale:

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Questa iscrizione eteocretese sembra essere completa perché il suo significato è chiaro e facile da tradurre. Alcune lettere che mancano, cinque o sei in tutto, è stato facile trovarle e collocarle nel posto giusto, perché completano il testo in modo che abbia un senso perfettamente compiuto. Ma anche se abbiamo sbagliato nella scelta delle lettere mancanti, il significato resta lo stesso perché queste lettere mancanti non appartengono a parole chiave che occupano un ruolo importante nel testo, ma a parole semplici dalla facile interpretazione.

Eliminando dal testo queste parole monosillabiche, che sono soltanto tre, rimangono altre dieci parole delle quali tre sono nomi propri:

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Le restanti tre parole, nonostante non ci siano punteggiature, sono facili da distinguere. Mettendo al loro posto le lettere mancanti, ecco come dovrebbe apparire l’iscrizione per essere comprensibile:

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Ed ecco il testo trascritto nella lingua odierna albanese che qualsiasi cittadino albanese, ghego o tosco che sia, può capire facilmente:

PAS NGJALLIMIT 1) QË BËRI VAJZA 2) TAJO 3)

ARKIA SHPËTUEMJA 4) ARKAKOKLESI YEP 5) (PËR JEP) 6)

PAS 7) P(A)G(Ë)N ANAISË.

Testo tradotto in italiano:

Dopo la risurrezione che fece la ragazza vergine

in Arkia, si è salvata,

Arkakokles dà l’oblazione ad Anaia.

Note

1) NGJALLIMIT (resurrezione), che nella lingua albanese vuol dire proprio resurrezione (ringjallje). Questa parola usata nella iscrizione trattata è la prova che duemila anni fa i Lici impiegavano questa parola dandone lo stesso significato adoperato dagli odierni Albanesi: guarigione miracolosa (shërim i mrekullishëm). Nel mondo albanese sentiamo dire spesso: fu una resurrezione, la salvezza di quel ragazzo ( kjo qe një ngjallje, shpëtimi i këtij djali), quando qualcuno che sembrava quasi morto guarisce da qualche grave malattia. Esiste anche un'altra espressione che si utilizza con lo stesso intento: era morto, è risorto! (ish i vdekur dhe u ngjall!)

2) VAJZA (ragazza), ci sono evoluzioni di questa parola secondo le diverse regioni; vajza, vasha, vashëza, varsha, varzha, varza, ecc.: tutte queste variazioni della stessa parola (ragazza) vogliono dire ragazza giovane, vergine; ci sono anche altre forme di questa parola che vogliono dire la stessa cosa come: virgjëreshë, çupa, cuca, çika, ecc.

3) TAJO, è la forma abbreviata di: te­+ajo = tajo che vuol significare da lei là cioè lontano.

4) SHPËTUEMJA (salvata), voce del verbo shpëtoj (salvare). Nel testo troviamo la parola ARKIA, PSETIMEN e cioè Arkia salvata (Arkia e shpëtuar). Questa forma corrisponde al dialetto ghego della lingua albanese.

5) YEP, trascritto con le lettere dell’alfabeto odierno albanese ci dà Jep ( lui dà). Voce del verbo Jap (dare).

6) PASË (dopo), nella lingua albanese è pas (dopo), dopo la guarigione di Arkia, Arkakokles da,… personalmente non vedo altra spiegazione.

7) P(A)G(Ë)N (oblazione, stipendio, bonus), pensiamo che, come molto spesso succede con le iscrizioni etrusche (ma solitamente succede con la lingua araba, e le altre lingue mesopotamiche), si tratta di una consuetudine per cui le parole si accorciano togliendo le vocali. Infatti, questa parola, PGN, composta solo da tre consonati, dalla sua posizione nell’iscrizione eteocretese secondo me dovrebbe significare: oblazione da pagare ad Anaia (blatim për ti paguar Anajt). Siamo arrivati alla conclusione che, inserendo le vocali mancanti, abbiamo la parola per intera, e, cosi come abbiamo visto, la parola è pagën, termine che nell’odierna lingua albanese ha lo stesso significato che gli è stato dato nella iscrizione, e cioè: oblazione, stipendio, bonus ecc.

In conclusione il testo dell’iscrizione sarebbe questo:

Arkakokles dà un’oblazione (offerta) alla vergine Anaia (si suppone che fosse una dea) come premio per la guarigione di Arkia.

In albanese:

Arkakoklesi për hyjneshën Anajtis Virgjëreshë jep një blatim si shpërblim për shërimin e Arkias.

Arkia era la moglie di Arkakokles, ed era guarita da una grave malattia di cui l’iscrizione non parla.

Liberamente tratto dal libro Enigma dell’autore Robert d’Angely

domenica 2 maggio 2010

Gli Iliri e gli Etruschi hanno una comune provenienza pelasgica

Grazie a qualche reperto archeologico, potremo constatare, in particolare, l’affinità e il parallelismo evolutivo degli Iliri e degli Etruschi, al fine di verificarne la comune provenienza pelasgica.

In Albania sono venute alla luce molte tombe monumentali a due piani che ricordano in modo sorprendente le coeve tombe etrusche dalle stesse caratteristiche. Per esempio a Gradishta, preso Lushnja nell’Albania centrale si trova questa magnifica tomba del IV secolo a.C.

La tomba monumentale di GradishtaLa tomba rinvenuta a Gradishta, Albania

Al suo interno sono stati rinvenuti degli splenditi gioielli:

i gioielli rinvenuti

Perfino il toponimo Gradishta esiste in Etruria, nei pressi di Tarquinia, con una minima variazione: Gravisca.

Poco a sud, presso Cerveteri, si può ammirare questa tomba monumentale che assomiglia molto a quella dell’Albania:

La tomba monumentale di Cerveteri, ItaliaLa tomba monumentale di Cerveteri, Italia

È noto che tanto gli Iliri quanto gli Etruschi erano molto abili nella lavorazione dei metalli. È interesante al riguardo di questa lapide ilirica eretta in onore dei forgiatori, scoperta a Korça, Albania meridionale.

lapide ilirica eretta in onore dei forgiatori

Confrontando il bassorilievo con questa moneta etrusca di Populonia si possono osservare gli identici strumenti di lavoro, nonché lo stesso copricapo:

 moneta etrusca di Populonia

Invero, fatti analoghi non si ripetono solo per coincidenza: all’origine esiste sempre una dinamica comune che sfocia in realtà incontestabili. Basta osservare, paragonare, ragionare, senza faziosità. La grande civiltà degli Etruschi è stata la base, e in gran parte la guida, la precettore, dei Romani nella creazione del loro impero.

I monumenti etruschi oggi sono in gran parte irriconoscibili, perché cambiando foggia sono diventati romani e poi molti di essi cristiani. Solo le tombe inviolate ci hanno tramandato l’autenticità di quella stupenda civiltà.

D’altra parte l’Iliria calpestata da innumerevoli invasori e in gran parte occupata da nuove popolazioni ha perduto la sua estensione territoriale ma ha conservato l’immagine della passata grandezza grazie alla eloquenza dei ricchi e delle monumentali vestigia, oltraggiate e parzialmente diroccate, ma ancora autentiche e riconoscibili. Se il tempo e più ancora le continue guerre hanno danneggiato buona parte di queste testimonianze, non essendovi stata una prevaricante sovrapposizione si culture accade che non lontano dal cuore di una città ilirica si possa vedere una chiesa paleocristiana o un castello medievale.

Si può constatare da questa immagine della città di Butrinto nell’Albania meridionale, come il teatro del IV secolo a.C., il peristilio e i bagni pubblici siano rimasti ilirici non avendo dovuto cambiare né nome né stile nel susseguirsi di nuove dominazioni.

Butrinto, AlbaniaButrinto, Albania

Anche al ninfeo di Apollonia, la città dove Ottaviano Augusto perfezionò i suoi studi, la fontana del IV secolo a.C. situata al termine dell’acquedotto, uno dei più bei monumenti del Mediterraneo, è rimasta inalterata:

Apollonia, AlbaniaApollonia, Albania

Non è certo il caso di esporre in questo breve saggio altre vestigia iliriche scoperte in Albania, analoghe a quelle etrusche, però è difficile non ricordare almeno un reperto di Durazzo (Durrës), la città dove studiò Cesare, e che Cicerone chiamò Mirabilis Urbs, presentando questi gioielli del III secolo a. C.

Nella loro raffinatezza, simboleggiano la sublimazione dell’arte e l’evanescenza del sogno.

gioielli del III secolo a. C.

Tratto dal libro L’etrusco lingua viva dell’autrice Nermin Vlora Falaschi