domenica 27 giugno 2010

O bellissima More – O e bukura More

La storia di una canzone di 600 anni fa che evoca l’origine delle etnie Albanese in Italia.

Da Lirio Nushi

O e Bukura More. Questa canzone arbёresh che in italiano vuole dire “O Bellissima Morea“ è una canzone che risale a 600 anni fa e parla di una storia triste , storia di un esilio di rifugiati di Arbёria (Albania di oggi) verso le terre italiane. Questa è una canzone molto popolare che viene cantata da tutti, sia nel Sud Italia ( zone popolate dagli arbёresh), sia dagli albanesi che vivono in Grecia che li chiamano Arvanit e da tutti gli albanesi ovunque siano.

O Bellissima More.

Ma chi e More? Un amore lasciato lontano, una bella donna e un interiezione usato tanto nei versi Omerici per esprimere meglio i sentimenti dei cantatori popolari;? si More si identifica in tutti e tre . Morea è il nome di Poleponneso dei giorni moderni , che fu cambiato dai greci. Per questo “O Bellissima More” racconta la nostalgia , il dolore e il ricordo della patria persa per sempre; More è il luogo da cui venivano la maggior parte degli arbёresh che oggi si trovano in Italia Meridionale.

La prima testimonianza scritta di questa canzone la troviamo nel manoscritto di Chièuti pubblicato nel 1708; dopo di che questo materiale venne pubblicato nel 1866 dal filologo arbёresh Demetrio Camarda (1821-1882). In questa opera il testo della canzone è scritto nel lingua albanese però usando l’alfabeto greco, che è l’unica versione del testo originale.

O e bukura More

Çё kur tё lje(lasçё)

Mё nigjё tё pe

Atje kam unё zotin-tatё

Atje kam unё mёmёn time

Atje kam u tim vёlla

O e bukura More

Çё kur tё lje(lasçё)

Mё nigjё tё pe.

O e bukura more

Per non perdere la rima e il significato lo abbiamo qui riportato in italiano:

O bellissima more

Ti lasciai

E mai tornai

Di la ho il mio padre

Di la ho la mia madre

Di la c’è mio fratello

E torna come un ritornello ,

O bellissima More

Ti lasciai

E mai tornai

O bellissima More.

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Non si sa chi è che la cantò per prima questa canzone con versi semplici con una rima a tre, però rimane viva nella memoria collettiva e si canta con dolore anche oggi giorno nei cortili di casa con gli amici, nei matrimoni o come una ninna-nanna per bambini. Sicuramente sarà stato un emigrante che cantando a voce bassa, seduto a guardare il mare come se questo mare rispecchiasse la sua amata More; quasi un sussurrare al mare di riportargli questo amore oramai lontano. Un dialogo di solitudine accompagnato da un mandolino (il silenzio fa da sfondo alla melodia).

La pubblicazione di questo libro è stata fatta in Italia dalla casa editrice F. Albergueti E.C , e si intitola “Appendice al Saggio di Grammatologia Comparata Sulla Lingua Albanese”, preparato con cura dal filologo arbёresh Demetrio Camarda nel 1866 basandosi sul manoscritto di Chieuti del 1708.

In tutte le storie umane di immigrazione dei popoli c’è una canzone che diventa simbolo del dolore e del’ amore per la patria, come: “Porti un bacio a Firenze” in cui il cantatore chiede a una bella ragazza di portare un bacio alla sua amata città. I luoghi si trasformano e si identificano nella madre , padre e fratello, con la speranza che un giorno si rivedranno . Queste storie significano tanto per tutti noi e quindi la canzone “ O Bellissima More “ è rimasta viva ancora oggi; è più antica della musica albanese e si consolida un documento storico delle radice della comunità arbëresh in Italia, testimonianza di un periodo storico.

Come e perché gli arbёresh hanno lasciato Morea (il nome moderno Poleponneso ) e Arbёria? E come si crearono i villaggi arbёresh nel l'Italia Meridionale? I primi arrivati in Puglia risalgano al 1460, con la caduta e l’invasione del Castello di Coroni(1453) , che si trova a More(Peloponneso di oggi). l’imperatore Carlo III ordinò al capitano Andrea Doria di prenderli i greci e arvaniti-arbёresh e portarli da More in Italia Meridionale. Qui fu l’inizio della creazione dei villaggi arbёresh e greci in Italia Meridionale . Forse in questo momento per la prima volta è stata cantata la canzone “O Bellissima More” con tristezza e luttuosa nostalgia. I primi albanesi provenienti dal' Arbёria si stabilirono in Calabria e Sicilia dopo invito del Re Alfonso V D’Aragona . Si tratta di soldati albanesi che si stabilirono definitivamente con le loro famiglie in Calabria e in Sicilia per contribuire a rafforzare le truppe militari del Re Alfonso e favorire i suoi tentativi di soffocare le rivolte contro di lui. Nel 1461 il sovrano di Arbёria , Giorgio Castriota Skaderbeg in persona combatte al fianco di Ferdinando che era Principe di Taranto e il figlio del Re Alfonso V d’Aragona. Come ringraziamento per il suo aiuto militare regalò a Skanderbeg due feudi in Puglia. Però il Re Aragona gli diede solo ospitalità , mettendo due condizioni : dargli una terra povera, senza valore e proibire la costruzione di fortezze o castelli. L' effetto era triplo: dargli un terra senza valore , significava di rimanere poveri e soli; la proibizione di costruire nessun tipo di fortezza significava di rimanere non protetti , mai potevano diventare aggressori, e non lo sono mai diventati; un altro effetto era di rafforzare le arie naturalmente difficili dai nuovi arrivati e rimanere isolati. Un po’ prima della morte di Skanderbeg (1467), e principalmente dopo la sua morte con la caduta e l’invasione della città di Kruja , che era roccaforte di Scaderbeg, da parte dei turchi, gli albanesi si allontanarono in massa in condizioni drammatiche verso l’Italia, dove si stabilirono nei villaggi già esistenti, creandone anche dei nuovi. Alcuni albanesi si stabilirono nei due feudi di Puglia , a Galatina che furono regalati dagli Aragoni nel 1485. Altri albanesi seguirono in Calabria Irini Kastriota , che sposò il principe Bisignano. Il numero di questa popolazione doveva essere considerevole , visto che si creò una comunità con una fisionomia linguistica , culturalmente tradizionalista , che esiste anche oggi. Gli albanesi cattolici provenienti da Nord Albania si adattarono rapidamente alla lingua, alla cultura e alla religione degli italiani, mentre albanesi provenienti da Sud dell'Albania , e gli arvaniti provenienti da Morea , che erano della religione ortodossa , nonostante le obiezioni e le imposizioni dei vescovi italiani, conservarono le peculiarità della loro cultura , dei loro costumi , la religione bizantino –ortodossa , che mantengono ancora oggi giorno.

Oggi in Italia sono 110.000 persone con la discendenza arbёresh che monta più di 52 comunità distinte, molte in Sicilia, nelle Marche in Italia centrale , e due-terzi sono nel nord e centro della Calabria.

Due di tanti altri elementi distinguono questo comunità dagli italiani:Lingua e Religioni. Più di 85% degli adulti della popolazione arbёresh parlano ovviamente la lingua con colori dialettali albanesi, che come base ha il dialetto tosco che si parla nel Sud Albania e che somiglia molto alla lingua che parlano gli arvaniti della Grecia. Si nota la presenza delle parole greche , ma questo succede per via della lunga convivenza con i greci durante l’impero Bizantino. Un elemento forte della loro lingua con le radici in lingua albanese e la scrittura bilingue di molte vie. Più di 52 villaggi sono stati registrati e riconosciuti costituzionalmente dallo Stato Italiano come minoranze albanese bilingue.

Altro elemento distintivo della loro cultura è la religione, basta osservare il rito della loro Pasqua ortodossa , messo in atto in 1919 da Papa Benedetto XV, in qui la processione e celebrazione è uno spettacolo unico .

Altre manifestazioni della loro cultura sono : la musica-fisarmonica e le magiche dance etniche in costume , i loro vestiti di matrimonio che si tramandano da generazione in generazione , e altre particolari feste in costume locale. In molti villaggi principali di Calabria come Acquaformosa, Eiànina, Firmo , Santa Caterina Albanese , Santa Sofia d’ Epiro e specialmente San Demetrio Corona e Civita dove con le dance folcloristiche attraversano le strade nel Martedì dopo Pasqua , loro celebrano ancora oggi dopo 500 anni , la vittoria di Skanderbeg, eroe della libertà albanese contro gli ottomani turchi.

In molte canzoni arbёreshe troviamo molti toponimi come nel caso di More, come Koroni, Napflio, Coronicio ecc. Anche se il tempo è già passato , non ha potuto sradicare la particolarità della minoranza albanese che mantiene ancora la sua lingua, le sue tradizioni, la sua cultura , i suoi canti , le sue leggende e cosi diventano una ricchezza per il turismo in queste zone.

La domanda che ci viene spontaneamente è: se gli arbёresh debbano conservare la loro lingua antica oppure debbano integrarsi alla lingua albanese moderna ? Questa popolazione che fa parte della Comunità Europea, continua a rimanere in una regione più povera d’Italia e gli investimenti per proteggere questo tesoro laografico da parte dello Stato Italiano sono insignificanti. Chi deve difendere questa ricchezza inestimabile delle origini e delle radici albanesi di questa etnia?

Bibliografia

“Appendice al Saggio di Grammatologia Comprata Sulla Lingua Albanese”

Dhimitër Kamarda (1821-1882)

Dorëshkrimin e Kieutit (1708)

"The Alexiade" of Anna Comnena Publishing: Penguin

"Αλεξιάδα" από την Άννα Κομνηνή Εκδώσεις: Άγρα

"The Albanians in Greece" Alain Ducellier

"Γεννήθηκα το 1402" Παναγιώτης Κανελλόπουλος

Alle Colonie Abanesi Giuseppe Grispi (1853)

Πελασγικές Νύκτες C.H.T.Reinhold (1855)

Αλβανική Ραψωδία Girolamo De Rada (1866)

Demetrio Camarda (1866)

Vuk Stefanovic Karaxhic (1795)

Zef Jubani (1871)

Manuel De La Langue Chkipe (1879) A.Dozoni

Jan Urban Jarnik (1883)

Michele Marchiano (1908)

Antonio Bellusci: Antologjia Arbëreshe

Βαγγέλης Λιάπης: «Το Κουντουριώτικο ερωτικό τραγούδι»

Μέλπω Μερλιέ, Τίτος Ιοχάλας

Αριστείδης Κόλιας: « Η γλώσσα των θεών»

«Ανθολογία Αρβανίτικων Τραγουδιών της Ελλάδας» (2002) Θανάσης Μοραήτης.

Translator: Donika JAHAJ.

Fonte: www.lirionushi.com

domenica 20 giugno 2010

La religione dei Pelasgi è viva in Albania

 

Uno deiCopertina del libro, versione albanese riti che appartengono all’antica religione dei Pelasgi, e che nemmeno il Cristianesimo o l’Islamismo sono riusciti a cancellare dalla mente del popolo albanese, è il giuramento sulla pietra, che esiste ancora oggi e si usa nei paesi montuosi dell’Albania con la stessa solennità dei tempi antichi.

Nei casi più gravi, quando si tratta di prendere una decisione di vitale importanza gli anziani, che sono i capo famiglia (o capo tribù), musulmani o cristiani che siano, vengono invitati dagli avversari a giurare sulla pietra prima di iniziare le discussioni per le cause che sono stati chiamati a giudicare. Questo giuramento si fa molto spesso anche ai giorni nostri, sia nell’Albania del Nord, sia nell’Albania del Sud, e si accompagna alle stesse modalità e alle stesse maledizioni per chi lo infrange che spesso sono state descritte dagli storici antichi.

Gli abitanti dell’Epiro, della Macedonia e dell’Illiria, e cioè gli abitanti che appartengono alla etnia pelasgica o albanese, usano giurare sulla pietra anche ai giorni nostri, così come altri popoli giurano su Dio, su Cristo o sul proprio onore. Cosi, quando parlano fra loro, gli abitanti dell’Albania del Nord, prendendo una pietra nelle mani, dicono: Për këtë peshë! (Per questo peso); invece gli abitanti del Sud Albania dicono: Për të rëndët e këtij guri! (Per il peso di questa pietra).

Fino ad oggi non abbiamo riscontrato questo rito nelle consuetudini religiose della Grecia (né abbiamo testimonianze che affermino il contrario). Quello descritto è un rito primitivo, che solo i discendenti dei Pelasgi hanno conservato e che hanno portato con loro nel corso delle migrazioni verso i luoghi dove si sono fermati definitivamente. I Pelasgi, che non si distinguevano per l’esercizio delle belle arti e che non avevano una educazione raffinata, adoravano la natura e i suoi fenomeni benevoli; i loro dei erano la terra, il cielo, la montagna, i campi, l’acqua, il fuoco, la roccia, il sole, la luna, le stelle ecc. Il popolo albanese, in particolare gli abitanti dei paesi montuosi, spesso giurano sulla terra e sul cielo (Për qiell e për dhe!), sul il fuoco e sull’acqua (Për këtë zjarr e për këtë ujë!), sulla montagna e sui campi (Për mal e për fushë!), sul il sole e sulla luna (Për këtë diell e për këtë hënë!), invece di giurare su Dio e sui santi. Questi riti, che ci riportano indietro nella notte dei tempi, sono rimasti uguali e intatti, anche se i secoli sono passati. Gli Albanesi non hanno trovato altre parole per immaginare gli dei. La lingua, le tradizioni, la religione, tutto è rimasto pelasgico in ogni angolo dell’Albania, senza risentire dei mutamenti della civiltà o del tempo trascorso.

Abbiamo a che fare veramente con un enigma. Come mai una lingua cosi antica, la più antica d’Europa come quella albanese, che era parlata solo da un milione di persone, ha potuto rimanere quasi intatta cosi com’era alle origini, senza avere né una sua letteratura e né il supporto di una civiltà particolarmente avanzata? La lingua di questa popolazione, come coloro che la parlano, ha superato tutte le traversie, perché l’Albanese è rimasto Pelasgo ovunque è emigrato. Questo fatto, straordinario ed inspiegabile nello stesso tempo, si è verificato non solo in Epiro, Macedonia, Illiria (e cioè in quella zona che si chiama Albania e dove la popolazione è omogenea e compatta), ma anche nelle regioni montuose dell’Attica in Grecia, nelle colonie albanesi dell’Italia, e in Dalmazia, e cioè in qualsiasi posto dove questo popolo ha soggiornato durante le sue migrazioni. Anche se ha abbracciato altre religioni, e si è integrato con altre popolazioni, il popolo albanese mantiene intatto il ricordo della sua religione primitiva e della sua lingua madre che, anche a stretto contatto con altre culture, non è cambiata per niente e non è diventata un idioma diverso.

Questo fenomeno, che gli storici greci hanno notato fin dai tempi antichi, e che appare chiaro anche oggi agli studiosi della cultura albanese, merita veramente tutta l’attenzione dei filologi e dei ricercatori, e dovrebbe diventare oggetto di studio approfondito e paziente. Da questo lavoro di indagine la storia dei popoli del Mediterraneo avrebbe solo da guadagnare. Oltre quello che abbiamo scritto finora per avvalorare la tesi dell’antichità del popolo albanese e della sua estraneità dalla cultura ellenica, ci sono altri fatti che rafforzano tale teoria. In Albania, ad esempio, vi è l’usanza largamente diffusa di prevedere gli eventi. Cosi “l’oroscopo” viene formulato mediante l’esame delle interiora o di alcune ossa degli animali, del volo degli uccelli, o interpretando l’ululato del lupo, i sogni, ecc. Queste usanze sono talmente radicate che niente e nessuno finora è riuscito a limitarne l’influsso nelle consuetudini collettive. Le cerimonie funebri, le purificazioni attraverso l’acqua, e molte altre pratiche che derivano direttamente dal culto primitivo dei Pelasgi, e che sono ancora in uso anche ai giorni nostri, provano che gli Albanesi, pur convertiti in cristiani o musulmani, hanno conservato intatte la loro religione antica e la loro lingua.

Liberamente tratto dal libro E vërteta mbi Shqipërinë dhe shqiptarët dell’autore Pashko Vasa

domenica 13 giugno 2010

Curiosità fonetiche

In tutti i tempi i Greci hanno avuto la mania di tradurre i nomil'ènigme... Robert d'Angely  e i toponimi stranieri, per farli diventare greci o ellenizzarli. Questo “modus operandi” ha cambiato in maniera radicale anche la pronuncia delle parole o dei nomi tradotti, e alla fine sono diventati completamente incomprensibili. Se i Greci antichi, ma anche quelli moderni, non avessero cercato di rendere in greco tutti i termini stranieri, e se non avessero trascritto in maniera non sufficiente o tradotto male, in modo da distorcere il significato originale delle parole, nella maggiore parte dei casi parole pelasgiche, noi oggi non avremmo avuto nessuna difficoltà a capire il senso profondo di queste parole, oramai diventate greche. Se per esempio essi (i Greci), avessero scritto Πιελβαρδος (Pielbardos) al posto di Πελαργος (Pelargos) e Πελασος (Pelasos), che significa nato bianco, oppure Πιελουερδος (Pielouerdos) che significa nato giallo, o meglio ancora Πιελζιου (Pielziou) e Πιελζις (Pielzis) che significa nato nero ecc., gli studiosi dei nostri giorni non avrebbero avuto difficoltà a capire, a patto di conoscere bene la lingua albanese, che gli antichi Greci hanno trascritto le parole pelasgiche, che oggi ritroviamo nella lingua albanese, come piellbardhë (nato bianco), piellverdhë (nato giallo) e piellzi (nato nero).

Applicando dunque questo tipo di indagine, gli studiosi odierni potrebbero facilmente comprendere i seguenti passaggi linguistici:

Οδυσσευς (Odusseus) = Udhës ‘she-u = colui che non ha trovato la sua via.

Πηνελοπη (Pēnelopē) = Pen e lypi = colei che domandò (mendicò) il cotone (per cucire).

Αχιλλευς (Achilleus) = Akileti = cosi leggero (Achille piè veloce).

Αγαμεμνων (Agamemnōn) = Aqë me mënt-i = così saggio, cervellone.

Μενελαος (Menelaos) = Mënt’ e lau = che è uscito fuori di sé.

Ελενη (Elenē) = E lëna, = colei che è impazzita (pazza).

Κερκυρα (Kerkura) = Kërcuri = tronco che nuota.

Βρινδσι-ον (Brindsi–on) = Brin dashi = corno di ariete.

Ηλος = (Hlos) = Helli = schidione.

Μελιττα (Melitta) = mjalat = Malta = miele (la chiamarono “miele” per via della clima mite dell’isola).

Εχιδνα (Echidna) = e hidhna = vipera, amaro.

Vogliamo inoltre segnalare qui il famoso Βη Βη, trascrizione del belare della pecora, che troviamo nel Cratilo di Platone, e che ha sbalordito generazioni di studiosi, perché questa trascrizione non corrisponde al belare dell’animale. Una cosa del genere si spiega se ci basiamo sulla pronuncia greca che si fa nella odierna Grecia, e anche perché non si conosce l’esatto valore fonetico che si dava al Βη Βη nell’epoca di Platone. Per spiegare questo equivoco è necessario anche qui l’aiuto della lingua pelasgo – albanese. Si deve dire che la lingua pelasgica aveva nella sua fonetica un suono o una emissione particolare della voce che usciva della bocca provenendo direttamente dalle corde vocali senza essere influenzato da nessuno degli organi della bocca e del naso che partecipano alla pronuncia di tutte le parole in una lingua.

Questo suono, nella lingua albanese odierna, si rappresenta con la lettera ë, che ha lo stesso valore fonetico che le davano i Pelasgi. Questo suono, quando è stato introdotto e trascritto dai Greci, non è stato rappresentato in modo corretto; questo anche perché gli Eoli e gli Ioni lo scrivevano con la lettera η, i Dori con la lettera α e i Latini con e. Quello che è più importante è che questo suono, anche se rappresentato con tre lettere diverse, in antichità serviva a rappresentare il suono ë, che è un suono pelasgico. Cosi, quando Platone scriveva Βη Βη, nella sua epoca la pronunzia corrispondeva a bë-ë, bë-ë, che è la trascrizione perfetta del belare della pecora. Cosi possiamo dire che il Βη Βη scritto da Platone è uguale al bë-ë, bë-ë della lingua pelasgo-albanese; soltanto in epoca recente, quando il valore fonetico di alcune lettere greche è cambiato, prese la pronuncia vi che di fatto non assomiglia al belare della pecora.

Liberamente tratto dal libro Enigma dell’autore Robert d’Angely

domenica 6 giugno 2010

Thalassa

LAlbanie ou l'incroyable odyssée d'un peuple pré hellénique ’etimologia di questa parola non è stata mai chiarita. Non si trova nessuna spiegazione soddisfacente nella lingua greca. Si è cercato di spiegarla con la parola taraso (parola onomatopeica che ricorda il mormorio delle onde del mare), ma la lingua greca ha altre parole che si ricollegano al mare, come pontos e pelagos. Dobbiamo cercare l’etimologia della parola thalassa in quella lingua in cui la parola stessa si trova in armonia con altre parole e termini. Tutti gli autori antichi ci confermano che i Pelasgi, Egeo – Cretesi, Cari e Lelegi, Traci, Illiri ed Etruschi (quest’ultimi sono i famosi Tursha , popoli del mare che molte volte troviamo anche nei geroglifici egiziani) avevano familiarità con il mare molto tempo prima dei Greci. La maggior parte dei popoli del mare erano di origine pelasgica. Il mare Adriatico (Adria è un nome illiro) é collegato al mar Ionio, nome questo che è solo una trascrizione fonetica della lingua pelasgico – albanese deti jonë e cioè mare nostro, il mare dei Pelasgo – illiri. I Greci lo chiamarono Ionion pelagos. Il mar Tirreno era il mare degli Etruschi (Tyre in albanese significa “loro”). In tutta la costa greca troviamo toponimi di origine pelasgica come: baia Malia, Thrakiko pelagos (parte nord-orientale della costa del Mar Egeo attraverso la costa della Tracia). Nella lingua greca, pelagos significa mare aperto. Tucidide scrive (1,13) che i primi Greci che costruirono delle navi (le triere) furono i Corinzi tre secoli prima della guerra di Peloponneso e cioè all’inizio del VII secolo a.C. Nel frattempo i Pelasgi avevano il controllo del mare già da 15 secoli. La maggior parte degli storici antichi che hanno scritto su questo tema affermano che i Greci, quando arrivarono nei territori dove si trovano oggi, non avevano nessun termine o parola per denominare il mare. I nomi Thety(s) e Theti (s) (Teti), che sono delle divinità marine, derivano della lingua pelasgo – albanese e significano: il mare (deti). Però i Greci, che non capivano il significato di queste parole, usarono un altro termine pelasgo - albanese per indicare il mare: tallaz, che nella lingua albanese odierna significa onda enorme.

Questa parola è stata utilizzata dai Serbi (popolo legato più alla terra, arrivato dalle steppe dell’est e che non conosceva il mare) che la importarono dalla lingua illirica. Questa parola si trasformò nel linguaggio dei Serbi in talas, conservando così lo stesso significato che aveva presso i popoli Traco – Illiri che vivevano in quelle regioni dove, a partire dal VII secolo d. C., si insediarono i Serbi.

Ed ecco infine il pensiero di Meie (Una panoramica sulla storia della lingua greca - Klincksieck, Parigi 1965):

“…, e cosi la lingua greca per un periodo di tempo non ha avuto nessun termine per definire il mare. In oltre, la lingua greca ha utilizzato altri termini per definire il mare come pontos, pelagos ecc. L’origine di queste parole è oscura e senza dubbio esse sono state ereditate da qualche lingua preellenica. Il mare nella lingua greca non ha un termine antico, e non ha altro termine oltre a quello indoeuropeo.”

Questa affermazione è molto significativa ed avvalora la spiegazione fin ora da noi sostenuta, mettendo di fatto la parola Thalassa nel “vocabolario” della lingua pelasgica che Meie chiama lingua preellenica.

Liberamente tratto dal libro, Albanie ou l'incroyable odyssée d'un peuple pré hellénique dell’autore Mathieu Aref