domenica 28 novembre 2010

28 novembre, il giorno dell’indipendenza dell’Albania

“La libertà non ve l’ho portata io, ma l’ho trovata qui, in mezzo a voi”.

Si narra che con queste parole l’eroe nazionale albanese, Athleta Christi, Giorgio Castriota Skanderbeg, si rivolse al suo esercito pronto a combattere, subito dopo aver liberato il suo principato, Kruja, dagli Ottomani, e aver innalzato trionfante la bandiera dei Castriota (che in seguito sarebbe diventata la bandiera nazionale dell’Albania) sulla torre maestra del suo castello. Questo aneddoto viene riportato da Marin Barleti nella sua opera Historia de vita et gestis Skanderbegi Epirotarvm principis. È verosimile che l’autore, per eccesso di romanticismo, abbia attribuito al principe di Kruja parole che l’eroe non ha mai pronunciato; ma dentro questa frase si racchiude una grande verità storica: la voglia di libertà del popolo albanese. Un popolo indomito, che mal sopportava la tirannia ottomana, e che non aspettava altro che una scintilla per scatenare la rivolta. Il 28 novembre 1443, data del ritorno di Skanderbeg a Kruja, è una ricorrenza storica per l’Arbëria (cosi si chiamava l’Albania a quei tempi). Questa data segna l’inizio dell’eroica resistenza degli Albanesi contro la più grande potenza bellica del tempo: l’Impero Ottomano; resistenza che si protrasse per ben venticinque anni, fino alla morte di Skanderbeg.

 

Giorgio Castriota Skanderbeg

Giorgio Castriota Skanderbeg

Ma il vero capolavoro di Skanderbeg può essere considerato l’impresa compiuta il 2 marzo 1444 ad Alessio (Lezha), quando egli riuscì a riunire tutti i principi albanesi sotto una sola bandiera e con un solo obbiettivo: liberare il paese dai Turchi. Con la morte di Skanderbeg (17 gennaio 1468), gli Ottomani riconquistarono l’Albania che entrerà così nel suo periodo più buio, che si concluderà soltanto dopo quattro secoli. Quattro secoli di sofferenza per il popolo albanese. La maggioranza di esso si convertì forzatamente all’Islam. La “Sublime Porta” era tollerante con i sudditi non islamici; infatti, consentiva ai Greci l’insegnamento della loro lingua. Tuttavia, il trattamento riservato ai sudditi albanesi, anche se di religione musulmana, era diverso. La Turchia aveva, infatti, vietato l’apertura di scuole albanesi e persino l’uso ufficiale della lingua. La politica dei Giovani Turchi che ascesero al potere in Turchia nel 1908, aggressiva verso gli Albanesi, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Gli Albanesi cominciarono a rivendicare i loro diritti. Le richieste degli Albanesi alla “Porta” crebbero così poco per volta, a cominciare da quella dell’uso e dell’insegnamento della loro lingua. La situazione interna in Albania e i rapporti con la “Porta” cominciarono a deteriorarsi seriamente all’inizio del 1910 in Kosovo, degenerando presto in un’insurrezione che si propagò più a Sud. Il 29 settembre 1911 l’Italia dichiarò guerra alla Turchia. Il conflitto italo - turco fece precipitare la situazione nei Balcani. Le guerre balcaniche si estesero nella regione come un flagello biblico. Il conflitto fu funestato da esecuzioni di massa, principalmente a danno di inermi civili albanesi, nel Nord da parte dei Serbi e ancor più dei Montenegrini, ma soprattutto nel Sud ad opera dei Greci. L’odio e l’intolleranza razziale e religiosa condussero, in assenza di qualunque autorità di governo e in un clima reso instabile dalla capillare presenza di armi su tutto il territorio, a eccidi e distruzioni in vaste aree di un paese che ancora non esisteva. Le corrispondenze dei giornali del tempo ed i racconti dei memorialisti parlano di villaggi bruciati, mutilazioni, famiglie distrutte o deportate, di uomini e bambini massacrati nel segno della “pulizia etnica”; di colone di rifugiati e scene di disperazione collettiva, di violenze di ogni genere che ricordano in modo impressionante le immagini degli orrori perpetrati nelle guerre di Bosnia e Kosovo, alla fine degli anni Novanta del secolo scorso.

Albania del Nord. Le vittime dei massacri

Albania del Nord. Le vittime dei massacri

L’insurrezione albanese riprese nuovamente con forza partendo dal Nord e presto si diffuse in tutto il paese. Questa insurrezione creò le condizioni per la successiva vittoria degli alleati balcanici contro la Turchia e la rese possibile, svolgendo un ruolo che non ricevette forse a suo tempo la dovuta attenzione. Fu in questo clima di formazione della coscienza nazionale dell’antico popolo shqipëtar, che il “vecchio saggio” Ismail Kemal Bey Vlora, il 28 novembre del 1912, innalzò a Valona la bandiera albanese, rossa con l’aquila bicipite nera di Skanderbeg, e l’Albania divenne indipendente dall’Impero Ottomano. Fu formato un governo provvisorio diretto dallo stesso Ismail Kemal, e si decise di eleggere un Senato che controllasse e aiutasse il governo. La proclamazione dell’indipendenza fu notificata alla “Porta” ed alle Potenze europee; una delegazione fu inviata all’estero per la difesa dei diritti degli Albanesi.

Ismail Kemal insieme a Isa Boletini capo dell’insurrezione dei kosovari contro i turchi

Ismail Kemal (a sinistra) insieme a Isa Boletini capo dell’insurrezione dei kosovari contro i turchi

Né la scelta della data, né la scelta del mito di Skanderbeg furono casuali. Il 28 novembre, come abbiamo avuto modo di vedere, rievocava una data storica: la data della liberazione dai Turchi di Kruja (roccaforte di Skanderbeg), in un momento in cui gli Albanesi erano in procinto di sottrarsi definitivamente a quel che rimaneva dell’Impero Ottomano. Il culto di Skanderbeg diventò elemento unificante del sentimento di identità nazionale. Gli Albanesi accantonarono le loro discordie di varia natura. Malgrado le differenze fra il Nord e il Sud, fra i Gheghi e Toschi, tutti gli Albanesi ebbero una reazione patriottica. Il 28 novembre del 1912 verrà ricordato nella storiografia albanese come “il giorno della bandiera”. L’Albania aveva acquisito finalmente l’indipendenza. Secondo i patti internazionali, però, l’Albania sarebbe diventata davvero indipendente soltanto nel 1913. Il 29 luglio 1913, a Londra, la Conferenza degli ambasciatori delle sei grandi Potenze decise che l’Albania era costituita in principato autonomo, sovrano ed ereditario, sotto la garanzia delle sei Potenze [che avrebbero designato il Principe]; in quell’occasione venne anche tracciato lo schema del nuovo Stato. Ma in questa Conferenza furono prese anche delle decisioni vergognose. A Nord, il Kosovo fu annesso alla Serbia. A Sud, la Grecia acquisì la Çamëria.

La mappa dell'Albania etnica

La mappa dell’Albania etnica

Come si può capire, l’indipendenza costò caro agli Albanesi. Più della metà dei territori popolati da etnie albanesi rimasero fuori dai confini dello Stato albanese indipendente appena nato (Prizren, Peć, Ochrid, Struga, Djakova, Ulcinj, ecc.). Non vanno dimenticati la repressione ed il genocidio subiti dalle popolazioni rimaste fuori dai confini dell’Albania da parte dei Greci e dei Serbi. Il sangue di quegli innocenti grida ancora vendetta. La politica sciovinista dei Paesi confinanti con l’Albania, come la Grecia e la Serbia, dimostra anche oggi nel 2010 che tali Paesi non hanno mai smesso di mantenere pretese territoriali nei confronti di questa nazione. Gli Albanesi non dovrebbero commettere l’errore di sentirsi sicuri e dormire sugli allori, ma dovrebbero restare sempre vigili. I fatti della Conferenza di Londra dovrebbero servir loro come monito per il futuro.

“Il giorno della bandiera”, ancora oggi, riesce ad unire tutti gli Albanesi, ovunque essi si trovino, perché è l’unica festa che si celebra in tutti i territori abitati da Albanesi, di tutte le estrazioni e religioni (cattolici, ortodossi e musulmani), e da tutti coloro che sentono di appartenere al glorioso e antico popolo albanese.

Elton Varfi

domenica 21 novembre 2010

La montagna di Tomor e la Dodona pelasgica

Di Yllka Lezo

Dove sia collocato il sito dell’antico tempio di Dodona è un argomento che spesso ha fatto discutere gli studiosi. Negli anni Trenta del secolo scorso, Perikli Ikonomi, con il suo libro "Tomori dhe Dodona pellazgjike" (La montagna di Tomor e la Dodona pelasgica), cercò di dimostrare che il sito del santuario di Dodona si trovasse proprio in Albania. La leggenda narra che, tanto tempo fa, due colombe presero il volo dall’Egitto. Una di loro si fermò in Libia, dove venne poi costruito il tempio dell’Amon Zeus; l’altra colomba, invece, si fermò a Dodona. Proprio lì sorse il tempio del più famoso oracolo dell’antichità: l’oracolo di Dodona, predecessore dell’oracolo di Delfi.

 

La montagna di Tomor

La montagna di Tomor

Oggi sappiamo che il tempio di Amon Zeus si trova in Libia; la questione della collocazione dell’oracolo di Dodona è più complicata. Un gran numero di studiosi sostiene che l’antico tempio si trovasse nel territorio dell’odierna Grecia, e più precisamente ai piedi della montagna Tammaros; più o meno, diciotto chilometri da Giannina. Un gruppo minore di studiosi invece, dei quali fa parte anche Perikli Ikonomi (1882 – 1977), non è d’accordo con questa collocazione del tempio di Dodona. Nel 1934 Perikli Ikonomi inizia a scrivere La montagna di Tomor e la Dodona pelasgica, uno studio attraverso il quale cerca di dimostrare che il tempio di Dodona si trovasse proprio sulla montagna di Tomor (Berat, Albania). Inizialmente, nel 1936, egli pubblicò questo studio a proprie spese in edizione ridotta. Una copia di questa edizione é conservata dai suoi familiari; un'altra copia, invece, si trova nel museo storico nazionale d’Albania. Dopo quasi otto anni, di questo studio fu fatta una ristampa. Per dimostrare la sua tesi circa la collocazione dell’antico tempio di Dodona sulla montagna di Tomor, Ikonomi cita i seguenti argomenti: l’etimologia della parola Tomor, le descrizioni degli autori antichi e le somiglianze geografiche di questi due siti (Tomor e Dodona), e anche alcune leggende vive nelle menti di coloro che abitavano nei pressi della montagna di Tomor. Fin dalla prima pagina di questo libro l’autore ci indica i motivi di questa ricerca. Egli è fermamente convinto che l’antico oracolo di Dodona si trovi proprio sulla montagna di Tomor. L’autore riferisce che un folto gruppo di studiosi albanesi abbia la convinzione che la Dodona dell’Epiro (quella della montagna Tammaros a Giannina), sia soltanto una copia più recente dell’originale, che invece si trova senz’ombra di dubbio sulla montagna di Tomor, nella regione che in Albania si chiama Toskëri. Per Ikonomi è molto importante la somiglianza dei nomi delle due montagne: Tammaros, Tomor. Poi egli spiega l’etimologia del nome Tomor. Lo storico sostiene che la montagna di Tomor veniva considerata l’abitazione del dio dei Pelasgi, e cioè degli antichi Albanesi. Oltretutto, secondo la sua tesi, la montagna di Tomor era chiamata mal i të mirit (montagna del bene) e, per questo motivo, i sacerdoti dell’oracolo di Dodona venivano chiamati Tomurë (i buoni).

Nel linguaggio popolare degli Albanesi, ogni posto sacro si chiamava e continua a chiamarsi anche ai giorni nostri, nella maggior parte dei casi, “vend i mirë” (posto buono). In questa frase, l’aggettivo “i mirë” (buono) prende il significato “sacro”; di conseguenza, il nome della montagna di Tomor significa “la montagna di Dio” (traduzione libera).

Poi Ikonomi imprime maggior forza alla sua tesi affermando che i sacerdoti di Dodona, che erano anche preveggenti, si chiamavano Tomuri e le loro previsioni Tomure.

Tomar oppure Tmar era il nome della montagna presso o addirittura sopra la quale era collocato l’oracolo di Dodona, conosciuto diversamente come il santuario sacro dei Pelsagi. Ma queste osservazioni non bastano per provare la sua tesi. Così egli prende in esame tutte le possibili testimonianze storiche. Un intero capitolo è dedicato alle testimonianze di autori dell’antichità come Erodoto, Esiodo, Plinio, Plutarco, Strabone, ecc; testimonianze queste che allontanano Dodona da Giannina e lo portano nel Nord di Toskëri-a. Una delle fonti che Ikonomi cita è quella di Stagira:

“Nella pagina 28 delle note in cui parla di Dodona, egli menziona come indefinita la collocazione della montagna di Tomor. Lo stesso autore ci dice che altri studiosi collocano questa montagna più a settentrione del monte Pindus. Inoltre lo stesso autore afferma che i Molossi erano più famosi dei Kaoni, e che essi (i Molossi) vantavano anche l’esistenza del famoso tempio di Dodona nella loro regione” (traduzione libera).

Prendendo spunto dagli scritti di questi autori e geografi antichi, i quali forniscono preziosi dettagli sul tempio di Dodona, Ikonomi arriva ad una chiara ricostruzione di dove sia collocato effettivamente questo luogo di culto. Ma il suo lavoro non finisce qui. Dopo aver esaminato le descrizioni di questi autori, nell’ultimo capitolo del suo libro egli raccoglie ed espone alcune leggende sulla montagna di Tomor e sui luoghi circostanti.

 

Perikli Ikonomi

Perikli Ikonomi, 1882 - 1977

Una di queste leggende narra che sulla montagna di Tomor abitavano le sorelle di Dodoni, dalle quali si recavano gli antichi re per domandare sul loro destino e sul destino del loro regno. Secondo un'altra leggenda, invece, sulla vetta della montagna si trova scolpita sulla roccia la figura di una donna anziana che sta accudendo una capra e un capretto. Leggenda questa che, secondo Ikonomi, può avere analogie con quella della capra Amaltea, che allattò Zeus bambino, quando sua madre Rea lo nascose a suo padre Crono, che mangiava i propri figli. Fra Perikli Ikonomi e la montagna di Tomor esisteva un legame particolare, che non era il semplice legame fra uno studioso e l’oggetto dei suoi studi.

Due parole su Perikli Ikonomi

Nato nel paese Vokopolë di Berat, in Albania, egli conosceva meglio che chiunque altro questo borgo e le leggende che intorno ad esso circolavano, molte delle quali strettamente legate alla sacralità della montagna di Tomor. Perikli Ikonomi appartiene ad una famiglia che per diciassette generazioni ha annoverato sacerdoti tra i suoi componenti. L’ultimo di essi era il padre di Perkli, Papas Pavli. Ma Perikli non avrebbe seguito questa tradizione di famiglia. I primi studi li fece a Berat, presso l’esponente della Rilindja (Rinascita) albanese Babë Dudë Karbunara (1842-1917); proseguì poi gli studi a Corfù, dove conobbe Ismail Qemali, il quale risvegliò nel giovane Perikli Ikonomi il sentimento dell’amore per la patria. In seguito si formò come specialista in psicologia in una delle scuole balcaniche più prestigiose del tempo: il ginnasio Zosimea di Giannina. Dopo il suo ritorno in Albania, nel 1916, cominciò ad insegnare a Berat, e poi nelle scuole di tutta l’Albania. Oltre ad insegnare egli scrisse e pubblicò a sue spese libri didattici. Perikli Ikonomi fu uno dei padri fondatori dell’istruzione in Albania. Per questo motivo in questa nazione nel 1956 meritò il titolo di “Mësues i merituar” (Maestro emerito). Morì nel maggio 1977.

Fonte: testo albanese il giornale Shekulli.

La traduzione in lingua italiana è di Elton Varfi

domenica 14 novembre 2010

Etimologia dei nomi propri in pelasgo-albanese

 

Demetra = Dhè motër

Figlia di Crono e di Rea. Era considerata una importante dea della “terra coltivabile e fertile”. Ricordiamo brevemente che i Pelasgi sono stati i primi ad introdurre la coltura dei cereali in Europa. Demetra era la dea dei frutti e di tutte le ricchezze della terra. Era simbolo della civiltà antica: abbondanza del raccolto e dello sviluppo economico-sociale. Il suo culto venne preservato in alcune regioni della Grecia antica e soprattutto in Arcadia, dove i Pelasgi mantennero più a lungo le loro tradizioni. Una leggenda vuole che Demetra fosse arrivata in Grecia provenendo da Creta. I Greci la chiamarono la madre dell’avena. Tutti gli antichi la consideravano come la dea Terra (Tokë o Toka – mëmë: Terra madre in lingua albanese). L’origine del nome in lingua albanese è molto chiara: significa terra sorella (Dhe – Motër). È interessante notare il collegamento fra i nomi Demetra (dea della fertilità della terra) e Persefone (sua figlia), che veniva chiamata anche Kora o Core (in albanese korr significa mietere): e cioè la madre pianta e la figlia miete.

Ade = Hadi

Figlio di Crono e di Rea. Era il dio dell’altro mondo, il regno dei morti. Ci viene raffigurato alla guida del regno degli Inferi con uno scettro in mano, con il quale regnava come un sovrano senza pietà sulle anime dei morti. I Greci hanno tradotto il suo nome come l’Invisibile; invece nella lingua albanese troviamo Ha deks (dialetto Ghego) e Ha vdeks (dialetto Tosko). In tutti e due i casi significa Colui che mangia i morti, appellativo che gli si addice molto di più che non l’Invisibile.

Esione= Hesiona

Esistono due diverse credenze a proposito di Esione. Nella prima ella è una ninfa Oceanina, moglie di Prometeo. Nella seconda è figlia di Laomedonte. Legata in catene, nuda, vestita soltanto dei suoi monili, deve la sua vita ad Eracle che la liberò dalle catene. Il suo nome si spiega in maniera perfetta con la lingua albanese: E zanë (ghego) oppure E zënë (tosko), significando in tutti e due i dialetti catturata.

Odisseo = Odise

Ulisse, dopo aver combattuto per dieci anni, ne impiegò altri dieci in un avventuroso viaggio di ritorno. Penelope, sua moglie, lo aspettò fedele durante i vent’anni della sua mancanza da casa. Ulisse è conosciuto per i suoi “viaggi”. Il suo soprannome ce lo dimostra. Odisseo è l’appellativo che gli venne dato per via del suo burrascoso ritorno in patria, e si spiega con le parole albanesi Udhës, Udhësi, Udhëtar (viaggiatore) che, a loro volta, derivano dalla parola albanese Udhë (strada). Ulisse era un nome latino; anche questo nome può essere collegato alla parola albanese Ulic, e cioè strada piccola.

Penelope = Pen-e-lypi

Figlia della ninfa Periboea e di Icario, fratello di Tindaro. É la moglie del famoso Ulisse. Durante l’assenza di suo marito, per reprimere i pretendenti che la volevano in sposa, mise in atto uno stratagemma: dichiarò che non avrebbe preso in considerazione nessuna proposta prima di aver finito di tessere un sudario per suo suocero Laerte; di notte, però, disfaceva ciò che tesseva durante il giorno. Il suo nome, Penelope, si spiega molto bene ricorrendo alle parole albanesi Pen e lyp (Il cotone chiede), Colei che ha bisogno del cotone. I Greci lo spiegano con: colei il cui viso è coperto da un velo. Penelope è un appellativo.

Hippos = Hipos

Questa parola in greco significa cavallo. Essa deriva però dalla lingua pelasgo-albanese e più precisamente dalla parola hip (salire). In realtà, per denominare il “cavallo” la lingua albanese ha conservato la forma più arcaica, che è riconducibile alle prime parole dell’uomo preistorico: kal. La confidenza con il cavallo da parte dei greci è stata tramandata dai Pelasgi (i Traci, i Frigi). A quell’epoca, oramai, il cavallo era un animale addomesticato e cioè cavalcabile. I Greci, dopo il loro arrivo nella penisola, chiamarono questo animale Hippos: colui che sale. Gli Albanesi conservarono invece la forma arcaica kal (cavallo).

Omero = Homeri

Questa parola che esprime ammirazione nell’idioma pelasgo-albanese, tipicamente significa: che bello, che piacevole. Questa nostra interpretazione avvalora la tesi di coloro che credono che Omero non sia mai esistito, e che Iliade e Odissea siano dei poemi preellenici, tramandati di generazione in generazione da rapsodi anonimi. In realtà possiamo supporre che questi poeti epici, cantori nel periodo dei Pelasgi (visto che gli antichi ci raccontano che i Pelasgi “possedevano il territorio che oggi si chiama Grecia, prima dell’arrivo dei Elleni”, e noi non possiamo bypassare questa affermazione), abbiano trasmesso oralmente le epopee antichissime, adottate dagli Elleni successivamente al loro arrivo nelle terre dei Pelasgi, e solo dopo le abbiano adattate, rielaborate ed infine trascritte nella loro lingua, conservando intatti i termini e i nomi che essi non capivano, come quelli degli dèi e i toponimi dei Pelasgi. Gli Elleni hanno ascoltato le epopee cantate dai cantori epici e chi con loro ascoltava gli stessi cantori esclamare: O mere (che bello), dialetto ghego del’Albania del Nord. Invece nel Sud del Albania si dice: O mirë.

Liberamente tratto dal libro, Albanie ou l'incroyable odyssée d'un peuple préhellénique dell’autore Mathieu Aref

domenica 7 novembre 2010

L’importanza del popolo Pelasgo - Illirico

 

Il popolo Pelasgo - Ilirico può essere storicamente considerato il più importante dell’antichità, e da esso derivano le civiltà, le lingue e le antiche culture europee. l'autrice del libro, elena kocaqi Lo dimostrano numerosi reperti archeologici e documenti storici, linguistici e antropologici.

1- Le antiche civiltà europee come quelle di Creta, di Micene, di Troia e degli Etruschi sono state originate dal popolo Pelasgo – Illirico, come dimostrano i dati storici. I dati antropologici indicano che quest’antica popolazione era brachicefala, cosi come lo sono tutt’oggi gli Albanesi, discendenti della popolazione pelasgo - illirica- traco - troiana. Possiamo inoltre dire che proprio queste etnie hanno inoltre dato origine anche ad antiche civiltà come l’egiziana, la mesopotamica e, prima di tutte, la sumerica. L’ipotesi viene confermata da dati storici che testimoniano una presenza massiccia di rappresentanti di questa razza in quei territori fin dai tempi più remoti. Cosi, i dati antropologici ci confermano che nel delta del Nilo e nella bassa Mesopotamia, tremila anni a.C., viveva una popolazione bianca. Documenti a noi pervenuti confermano che l’origine di questa popolazione era pelasgo – illirica.

2- Gli antichi Greci non sono un’etnia, ma semplicemente delle tribù pelsago-illiriche che avevano un livello culturale più elevato delle altre tribù dello stesso ceppo, grazie alla posizione geografica e alle condizioni naturali dei loro insediamenti. Quella che viene definita antica civiltà greca è, in realtà, civiltà pelasgica, poiché tutti e tre i popoli che hanno abitato nell’Ellade antica erano di origine pelasgica. Cosi gli Ioni erano Pelasgi, i Dori erano Illirici e gli Eoli erano Pelasgi. Allora, in quale ambito storico-geografico vanno collocati i Greci?

Non è mai esistita una nazione greca. L’antica lingua greca era un lessico liturgico usato dai dotti del tempo. Come facciamo ad affermare una cosa simile? È semplice. L’antica lingua greca non riesce a tradurre nemmeno una parola della lingua ionica, dorica ed eolica. Ancora oggi troviamo iscrizioni su pietra in queste lingue, ma non le capiamo. Nessuno sa quale fosse il simbolismo usato, ma è certo che si tratta di una lingua diversa quella greca, sia antica sia moderna. Perché il greco non riesce a tradurre lo ionico, il dorico e l’eolico? Non li può tradurre, visto che queste popolazioni erano pelasgo-illiriche e parlavano un idioma oggi proprio degli Albanesi. Gli studiosi, se approfondissero meglio l’odierna lingua albanese e soprattutto il dialetto Ghego, potrebbero poi cercare di tradurre queste iscrizioni. Il moderno stato greco è uno stato artificiale, composto da varie etnie, di cui la più rappresentativa è quella albanese. La lingua attualmente parlata dai Greci moderni non è autoctona ma imposta dalla Chiesa e dallo stato. Questa lingua fu “insediata” artificialmente ed imposta alla popolazione come lingua obbligatoria. Col passare del tempo si formò un’etnia totalmente artificiale.

Anche la civiltà antica romana era una civiltà pelasgo - illirica. Gli stessi Romani si consideravano discendenti dei Dardani di Troia; però i Dardani provenivano dall’Illiria, dove ancora oggi vivono e si chiamano Albanesi. La civiltà romana deriva dalla civiltà etrusca oppure Tusk, che era a sua volta una civiltà pelasgica. Alcuni studiosi sono riusciti a tradurre molte iscrizioni etrusche tramite la lingua albanese.

3- Alcuni indizi ci fanno capire che i Pelasgi, gli Illiri, i Traci, i Daci, i Troiani e tutte le popolazioni fino ai confini delle coste atlantiche appartenevano allo stesso ceppo. Secondo alcuni, tutti questi popoli avevano un linguaggio comune che è l’albanese arcaico. Riteniamo che abbiano parlato questa lingua perché ne troviamo traccia in molte parole delle lingue europee antiche e moderne, la cui etimologia è spesso ad essa riconducibile. Molti termini latini ed altri usati dai Pelasgi, (erroneamente chiamati Elleni), sono parole albanesi tutt’ora in uso. Anche se la lingua latina e il greco antico, sembrano lingue create artificialmente, troviamo un gran numero di parole albanesi in esse. I popoli che si chiamavano Romani o Elleni in realtà erano Illiri, e parlavano una lingua simile a quella albanese. Lo deduciamo dal fatto che le due lingue (latino e greco) non riescono a tradurre l’idioma che parlava e scriveva il loro popolo. Molti termini che sono arrivati a noi dal linguaggio dei Pelasgi elleni e romani si ritrovano nella lingua albanese, e hanno significato solo in questa lingua. D’altro canto la lingua albanese è l’unica che traduce l’idioma dei Daci. Questo succede perché l’albanese contiene tuttora parole che agevolano l’interpretazione di questa lingua. Strabone testimonia che i Daci parlavano il medesimo linguaggio dei Traci. Questo significa che quelle tribù si esprimevano in albanese, considerando che esso è l’unica lingua che traduce il lessico dei Daci. Anche i Troiani hanno parlato albanese, perché molte tribù troiane sono originarie della Tracia e dell’Illiria in egual misura dei Dardani, che oggi costituiscono la maggioranza del popolo albanese.

Copertina (versione albanese) del libro

Copertina (versione albanese) del libro

4- Nei secoli V-VI, quando la forza dell’impero Romano andava diminuendo, spinta dalle invasioni delle genti provenienti dall’Asia, una parte della popolazione di etnia europea fu costretta ad emigrare nei territori dell’Illiria e del Mar nero, dirigendosi verso Ovest. Oggi questi eventi sono conosciuti come le invasioni germaniche. Dati che ci arrivano dal medioevo ci mostrano che queste tribù erano di origine illirica. Esse ebbero un ruolo importante nella fondazione di molti stati moderni. Gli indizi antropologici, storici ed archeologici testimoniano ciò che abbiamo scritto.

5- La teoria delle lingue indo-europee va rivista, dal momento che non prende in considerazione la lingua albanese, parlata da molti popoli antichi europei, e che da molti viene considerata la lingua della razza bianca degli Japigi. Non si può costruire una simile teoria senza tener conto dell’idioma che costituisce il substrato dei linguaggi europei: l’albanese, con la sua ricchezza di dialetti. Sosteniamo questa tesi dal momento che è noto che l’insieme delle parole comuni tra le lingue europee e la lingua sanscrita è interamente compreso nell’idioma albanese. Addirittura, l’albanese attuale utilizza tutt’oggi queste parole. Volendo tentare un’interpretazione etimologica di queste parole, occorre ricorrere al linguaggio albanese. Un buon linguista deve essere anche un bravo storico.

Le parole delle lingue indiana e iraniana non hanno collegamenti con i linguaggi europei, ma ne hanno di precisi con la lingua albanese. È proprio questa la giusta chiave interpretativa per evitare l’errore fino ad oggi commesso da filologi e linguisti, le cui conclusioni prescindono dallo studio della storia e della lingua albanese. Esistono testimonianze che nell’Età del Bronzo questi territori sono stati invasi e governati da una razza bianca. Cosi i Sumeri sono un popolo non Semita.

Gli Albanesi oggi sono un popolo di origine preistorica che vive nel territorio dei Balcani da centinaia di migliaia di anni. Gli antenati degli Albanesi hanno dato origine in Europa, in una prima fase, all’etnia propria di quei territori che, in seguito, sarebbe diventata la principale artefice della civiltà moderna. Essi hanno avuto grande importanza nello sviluppo degli stati e delle popolazioni moderni dell’Europa e nella genesi della lingua da essi parlata.

Brano liberamente tratto dal libro Roli pellazgo – ilir në krijimin e kombeve dhe gjuhëve evropiane dell’autrice Elena Kocaqi