domenica 12 giugno 2011

La besa nel Kanun di Lekë Dukagjini

Di Matteò Mandalà

Università di Palermo

L’antichità del termine besa e la sua diffusione in altre lingue sono indizi sicuri per comprendere l’importanza. In entrambi i casi emerge un valore semantico che trova spiegazione soltanto nell’alto ed autorevole significato sociale e storico che la besa ha assunto nel corso dei secoli nell’ambito delle popolazioni dei Balcani e, naturalmente, all’interno della società albanese. Su di essa, del resto, esiste una vasta documentazione, sia orale che scritta, che ne conferma non solo l’esistenza – perlomeno a partire dal medioevo – ma anche la rigorosa osservanza da parte del popolo schipetaro.

Trovandosi nelle condizioni di non poter disporre di un’organizzazione statale centrale e ridotto ad una frantumazione fra varie “bandiere”, il popolo albanese ricercò una codificazione giuridica delle relazioni fra individui, e fra questi le diverse comunità tribali, al fine di supplire all’assenza di norme e di leggi.

Il Principe Lekë Dukagjini

Il Principe Lekë Dukagjini

In particolare si pervenne ad una sorta di impalcatura nomotetica che avendo alla base una regolamentazione di principi morali e sociali già esistenti, riuscì ad acquisire valore giuridico nei diversi campi in cui si applicava, dal diritto pubblico e privato a quello penale, dal diritto di famiglia a quello individuale. Benché trasmesso oralmente per molti secoli, fino a quando non furono raccolti nella citata opera di Gjeçov, questo complesso di norme e di principi guidò e regolò la società albanese per lunghi secoli, variando a seconda delle aree geografiche interne dell’Albania. Diversi sono infatti i Kanun di cui si ha notizia. Il più famoso è certamente quello di Lekë Dukagjini, che porta il nome di uno dei membri della celebre famiglia albanese, ma non meno noti sono Kanuni i Arbërisë, conosciuto come Kanun di Scanderbeg, Kanuni i Maleve, e soprattutto Kanun i Labërisë (Kanuni i Papa Xhulit), che a differenza dei primi, diffusi nell’Albania settentrionale e particolarmente nelle zone di montagna, abbraccia l’area meridionale tosca.

Le differenze fra questi corpus dottrinari sono notevoli, anche se alla base di essi vi sono tratti comuni, quali le principali istruzioni giuridiche, fra cui proprio la besa. Il che conferma il fatto che in origine il Kanun regolava soltanto alcune fondamentali norme, mentre altre erano di volta in volta modificate ed adattate alle necessità delle varie realtà locali.

Prendendo in esame il testo pubblicato da Gjeçov, che codificò il Kanun attraverso la sola documentazione orale, osserviamo relativamente alle norme riguardanti la besa, che questa è articolata in diversi generi e in diverse forme. L’art. 163 del capitolo III del Kanun definisce l’importanza (rëndësia) della besa come “un comportamento fedele (besimtare) attraverso il quale chiunque voglia liberarsi da un debito, deve dare un segno di fede, chiamando il Signore a testimonianza della verità”[1]. La besa può essere dichiarata soltanto dinanzi alla autorità conosciuta della comunità (art. 165), cioè dinanzi al “tribunale degli anziani” (gjyqi i pleqve), pronunciando un solenne giuramento. Tre sono i rituali principali (Cap. IV, art. 169-172) per mezzo dei quali viene espressa la parola data: sulla pietra, sulla croce e sul Vangelo, sulla testa dei giovani maschi. La dichiarazione (Cap. V, art. 173) avviene secondo un ordine prestabilito: innanzitutto, si stabilisce il giorno di convocazione del tribunale degli anziani al cui cospetto dovrà comparire chi chiede di manifestare la besa, seguendo le dichiarazioni di questi e dei parenti.

L’obbligo della besa ricade su coloro i quali hanno subito un’offesa, ma non tutti possono dichiararla perché spetta agli anziani scegliere chi possiede i requisiti necessari, cioè l’onore e il rispetto (Cap. VI, art. 175), per poterla far valere. Inoltre non viene concesso di giurare a quanti hanno assistito al reato per cui si intende manifestare la besa e sono tassativamente esclusi sia i sacerdoti che le donne (Cap.VII. art. 181-182).

Vi sono tuttavia alcuni tipi di offese per i quali non è richiesto che il giuramento venga dinnanzi all’autorità del tribunale degli anziani secondo le modalità fin qui descritte. In particolare, quando si tratta di riparare l’onore ferito per l’uccisione di un parente, la besa scatta automaticamente quale dovere morale della famiglia offesa. In questo caso, eseguire la vendetta (hakmarrja o gjakmarrja) è un obbligo naturale da parte dei famigliari della vittima, e anzi, qualora quest’obbligo non venisse esercitato secondo le aspettative previste dalla comunità (cioè con l’uccisione dell’omicida), non solo la famiglia della vittima perde il proprio prestigio e il proprio onore (nderja), ma vengono indirettamente riconosciti all’omicida un prestigio ed un onore superiori a quelli propri.

La vendetta, che è considerata come una delle più antiche e “barbare” istituzioni del diritto consuetudinario albanese, è strettamente collegata alla besa, anche quando l’omicida cercava una tregua alla famiglia della vittima. Se quest’ultima concedeva la propria besa, l’omicida poteva circolare liberamente, occupandosi delle proprie attività economiche. È celebre l’episodio narrato in una delle relazioni della missione volante in Albania: “Pochi anni fa nella Sadrima in non so quale occasione, trovandosi raccolta molta gente a tirare al bersaglio, per puro accidente restò colpito con una palla un giovane. L’infelice tiratore appena s’accorse del fallo fuggi e entrò nella prima casa che si parò dinanzi dicendo: “Sono in mano vostra, perché ho ucciso un uomo”. Fu subito accolto. Dopo mezz’ora si portava in quella casa un cadavere: era il figlio del padrone di casa ucciso nel tiro a bersaglio. A quella visita il povero rifugiato si tenne perduto; ma il padre dell’ucciso, riavutosi da un primo sbalordimento, lo confortò e gli disse che per tre giorni restasse pure perché gli dava la besa o tregua, e nessuno l’avrebbe molestato, il terzo giorno lo avvisò di fuggire e di procurare di non lasciarsi trovare, perché sarebbe stato costretto ad ucciderlo”.[2]

Questa speciale estensione della besa, peraltro contemplata nello stesso Kanun, è segno della nobiltà (burrëni) della famiglia della vittima, e si collega ad altre istituzioni di natura etico - sociale, quella relativa all’amicizia e all’ospitalità (mikpritja). La prima prevede che il patto fra due “amici” si fondi sul rispetto reciproco dei ruoli delineati dalle norme specifiche del Kanun. Spicca in particolare quella norma che contempla il dovere di esaudire la richiesta dell’amico di essere accompagnato nei luoghi dove egli intende recarsi, specialmente se si tratta di luoghi che cadono all’interno del proprio bajrak: Miku përcillet edhe dorë më dorë. Në besë teme unë e përcolla mije ku desht vetë miku”.[3] Anche la mikpritja prevede il rispetto dell’ospite, il quale va accolto in casa come se fosse un familiare, anche se – come abbiamo visto – dovesse risultare l’omicida del proprio figlio.

La sacralità dell’amicizia e del ospitalità, cosi come il dovere altrettanto sacro di riparare all’offesa subita, presso gli albanesi si giustifica con la sacralità della besa , sulla cui base appunto si fondano sia le une che l’altra istituzionale. Naturalmente il mancato rispetto di questi giuramenti compromette gravemente l’onore e il prestigio, attirandosi la condanna inappellabile da parte della comunità. E ciò spiega le ragioni per le quali la besa costituisca la caratteristica morale e sociale più rilevante dell’albanese, una virtù che storicamente ha avuto modo di esprimersi in momenti assai importanti della storia civile e politica dell’Albania.


[1] Kanuni i Lekë Dukagjinit, cit., p. 152.

[2] La legge delle montagne albanesi nelle relazioni della missione volante (1880-1932), a cura di Giuseppe Valentini, Firenze, 1969, p.7.

[3] “L’amico si accompagna anche mano nella mano. Nella besa io ho accompagnato sin dove volle il mio amico”. Sh. Gjeçov, Rrnesa e kombit shqyptar ndër Malcina, in E drejta zakonore shqiptare, cit., p.478.

Liberamente tratto da: LINGUA MITO STORIA RELIGIONE CULTURA TRADIZIONALE NELLA LETTERATURA ALBANESE DELLA Rilindja. Il contributo degli Albanesi d’Italia.

Atti del XVII Congresso Internazionale di Studi Albanesi. Palermo 25 – 28 novembre 1991

Link versione albanese: Besa në Kanunin e Lek Dukagjinit

9 commenti:

  1. Inserite i paesi realmente Albanesi d'Italia; va bene Piana degli Albanesi, che bene le rappresenta, ma Palazzo Adriano che c'entra? loro non sono più arberesh, hanno solo una o due chiese di rito bizantino. Inserite San Demetrio Corone piuttosto.

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  2. Di Palazzo Adriano era originario un grande arbëresh, albanologo e grecista come Giuseppe Crispi. Poi a me personalmente piace come paese. Non capico queste polemiche gratuite. Poi se mi mandi le foto di S. Demetrio Corone sarò felice di inserirli.
    tanti saluti. elton.

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  3. Ma come devo inviarle le foto?

    Comunque mi scusi, ma si starà confondendo con un altro Crispi, perchè Francesco Crispi non era italo-albanese, nè tanto albanologo o grecista, era solo uno "statista" e politico italiano. I suoi antenati erano arbereshe, e solo i nonni paterni erano di quel paese, che già dopo due secoli aveva perso l'identità albanese. Infatti lui non era nato li e oggi nessuno più parla o si sente legato all'Albania in quel paese. Le consiglio di caricare foto di altri paesi e di togliere quelle foto che non rappresentano una comunità, purtroppo, albanese. (Se dice che le piace allora può mettere anche Roma o Firenze, ma che c'entrano queste con l'Albania? A me sembra che il suo blog abbia attinenza con la cultura albanese e non sennò di "mi piace").

    A questo punto consiglio di mettere la capitale Tirana, almeno c'è così Piana degli Albanesi e Tirana, direi come ponte ideale di legame ancora vivo. Mirupafshim vella

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  4. Mi scusi lei ma io non sono affatto confuso. Parlo proprio di monsignor Giuseppe Crispi, lo zio di Crispi statista. Giuseppe Crispi ha scritto Memoria sulla lingua albanese, Memorie storiche di talune costumanze alle colonie greco-albanesi di Sicilia,..ecc. ed è uno che insieme a Guzzetta, Chetta e Cammarda ha dato un grande contributo alla causa albanese.
    Il fatto che nelle strade di P. Adriano ho visto la via Scanderbeg, il circolo Scanderbeg, lo stemma della bandiera albanese quasi da per tutto mi piace. Ed anche se hanno perso la lingua, tuttavia non hanno perso ma conservano ancora la memoria di quello che sono stati. È proprio per questo fatto che ho detto a me piace questo paese.
    Comunque in breve inserirò un album con foto di Durazzo, la mia città natale.
    Ti saluto. Un abbraccio sincero. Elton.

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  5. Ha ragione, ma ogni paese albanese in Italia, chi più o meno, ha vie o circoli dedicati a Scanderbeg, non è una cosa esclusiva di quel posto. Che poi avere queste cose, e poi essere mancante delle vere caratteristiche etniche arbereshe non è da esempio, non mi sembra che ci sia più memoria popolare li. Meglio Durazzo allora.

    A questo punto per fare paragoni, a Piana degli Albanesi ho visto qualche anno fa tante più cose, ha un intero lungo corso, il principale, con il nome del condottiero albanese, Corso Kastriota, bandiere albanesi in tutto il centro abitato e tanti circoli arberesh, come Vatra. Sono rimasto veramente soddisfatto, poi parlare albanese con gli altri era come nel proprio paese. Tutto questo non l'ho ritrovato così integro negli altri due paesi albanesi, tantomeno a Palazzo, ne sono rimasto deluso, ma me lo aspettavo. Bisogna mettere in risalto le comunità ancora albanesi, altrimenti si rischia di perdere ciò che si è mantenuto. Viva il popolo albanese! Të fala dhe një përqafim.

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  6. të drejtë, edhe unë kam gjetur të gjitha këto te Hora e Arbëreshëvet, vend i bukur.

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  7. The Albanians of Sicily are only in three countries...

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  8. il dukagjin è stato il primo ad avrlo scritto...ma nelle tribu albanesi o illiri o epirioti era gia nella sioceta da secoli tramandato oralmente dai genitori ai figli per educarli e ovviamente conoscerli meglio. poi star qui a rimproverare a elton di non menzionare certi paesi mi sembra esagerato...lui sta facendo un'ottimo lavoro. Ta boft zoti mar elton...

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  9. "Antoio", Francesco Crispi era di origini Arberesh, gli Arberesh sono i primi albanesi arrivati in Italia tra XV-XVI secolo. Anche Antonio Gramsci ci sono molte persone che sostengono che lui sia di origini Albanese.

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