lunedì 28 novembre 2011

99 anni di indipendenza per l’Albania

Oggi ricorre il 99° anniversario dell’indipendenza dell’Albania. Per l’occasione, vi riproponiamo il documentario “Albania, il paese di fronte”. Il filmato ripercorre la storia dell’Albania dalla caduta dell'Impero Ottomano fino al crollo del regime comunista all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso.

Cogliamo l’occasione per augurare a tutti gli Albanesi, ovunque si trovino, buona festa della bandiera.

Buona visione.

Per vedere i documentario clicca qui

domenica 27 novembre 2011

Gli Hittiti sono Troiani e quindi Illiro - Albanesi

Durante le mie[1] peregrinazioni, rivolte in tutte le direzioni, alla ricerca di prove a sostegno della mia tesi sugli Illiri preistorici e storici – che ho sempre considerato della stessa FARË (stirpe) ETRUSCA-TROIANA-HITTITA - mi capitò fra le mani la voluminosa opera di Marcel Cohén (“La Grande Invention de l’Écriture et son evolution”, Imprimerie Nationale Paris 1958), che, a dispetto delle 700 pagine dei due volumi e delle 95 tavole illustrative dei vari geroglifici, alfabeti, ecc.., lessi e studiai in pochissimi giorni, con l’entusiasmo del neofita.

Tra i geroglifici hittiti, uno attirò soprattutto la mia attenzione: il segno della vita immortale, il (n)ëngj, il simbolo della VITA, identico a quello ricorrente nell’antichissimo Egitto: Z

Lo riporto in fotocopia dalle tavole del summenzionato Cohén:

Planche 32

HÈROLGLYPHES HITTITES

CHOIX D’IDÈOGRAMMES

L'ENIGMA DELLA LINGUA ALBANESE - BLOG

Ai tempi della mia giovinezza visitando il grande Egitto, sui monumenti di Merenptah e di Ramsete III (seppi solo più tardi, studiando Manetone ed altri autori antichi, che questi sovrani non erano di sangue reale e neppure egiziani, ma ertuschi-troiano-hittiti: zotra (visir) stranieri, provenienti dalla casta militare), trovai i nomi:

L'ENIGMA DELLA LINGUA ALBANESE - BLOG

TURSHA e TURUSHA, che evidentemente sono il corrispondente di Etruria ; il Tusci latino, con metatesi e protesi di una e: E-trusi, Etruria (s e non sh come sarebbe corretto, poiché trush è l’ablativo di tru (in albanese cervello), ed Etruschi significa appunto, gente di cervello). Troverete identico riferimento anche nello “Etrusher” del prof. Körte, in “Real Encyclopädie Pauly”, Wissowa, Berlino….

Questi due sovrani, che governano – sembra con il titolo di LARTHES – l’Egitto (come l’antenato Seti I, fondatore della XIX dinastia ) considerarono sempre fratelli gli Hittiti, e tali si dimostrarono in ogni occasione. Il primo era il figlio del Grande Ramsete II; l’altro il nipote, l’ultimo veramente grande sovrano d’Egitto – emulo del nonno in tutto, che governò saggiamente eroicamente e gloriosamente l’Egitto.

Esisteva fra questo grande Paese e gli Hittiti un patto di amicizia, stipulato nell’anno XXII di Ramsete II il Grande: il primo patto storico di non aggressione che si conosca; siamo nell’anno 1268 a.C. Recita così:

Se un nemico assale il grande Sovrano d’Egitto e quindi manda a dire al Grande Capo di Khatti (= sovrano degli Hittiti): “Vieni ad aiutarmi contro di lui”, il Grande Capo di Khatti (Khatti si legge “gjatë” e in albanese significa “esteso in lunghezza”; infatti il grande impero hittita si estendeva dall’Anatolia alla Palestina e all’Assiria, N.d.R) verrà ed ucciderà il suo nemico”. E viceversa.

Federico A. Arborio Mella, ne “L’Egitto dei Faraoni”, Mursia Editore, Milano, al riguardo ci fa sapere:

“È il primo trattato di estradizione; però il profugo, una volta rimpatriato, non può essere punito”. Ciò significa che il codice di diritto internazionale degli antichi era certamente più evoluto e umano di quello dei moderni, i quali non si preoccupano certo della sorte dell’estradato.

Lo stesso Abramo (2168 a.C.) lasciando, per fame, UR (Caldea) - (Ur-i = fame, nella lingua illirica e nell’albanese) - emigrò ad Hebron, a sud di Gerusalemme, territorio allora storicamente hittita. Qui morì Sara, sua moglie, all’età di 187 anni secondo la Bibbia; e qui, dopo averla pianta, decise di seppellirla.

E Johannes Lebmann, nel suo prestigioso trattato “Gli Ittiti” (Garzanti, Milano 1977), fa acutamente osservare: “Ma siccome la terra non era sua, bensì degli Ittiti, si dovette contrattare. Il Patriarca si presenta umilmente a chiedere di comprare un luogo di sepoltura; gli Ittiti, magnanimi, glielo vogliono regalare, ma egli insiste per pagare con regolare contratto”.

Si comportò con la mentalità ebraica di sempre: pagare a basso costo, ma pagare, per stabilire il regolare diritto di possesso, come hanno fatto i suoi discendenti, i moderni Israeliani, con le terre degli Arabi.

Insisto in queste citazioni che sono di appoggio alla mia tesi: “GLI HITTITI SONO TROIANI (e quindi Illiro - Albanesi, come si evince dallo studio attento di Livio e Virgilio, N.d.R.) e i TROIANI SONO ETRUSCHI”. L’origine di questa nobilissima prosapia dei FIGLI DELL’AQUILA ossia della LUCE, è remotissima, riportabile, con documenti filologici, filosofici, etnografici, almeno ad oltre 12.000 anni fa.

Ed io, quindi ho ben donde quando affermo, nella relazione della mia teoria, che l’Illiria storica è l’ultima derivazione dell’immensa corrente borea-illirica; corrente impetuosa, salutare, che, nell’età della pietra, muovendo dal Caucaso, si diffuse oltre l’Anatolia, nella Mesopotamia, nella Palestina, nell’Assiria, deviando in Egitto e in Italia i rivi più puri.

Io ho trovato il “pollineindistruttibile ( anche in botanica il polline è indistruttibile) dell’albero gigantesco e robusto illiro-ittita-troiano-etrusco, in Turchia, nell’Iran, nell’India, oltre che negli altri paesi già menzionati, con i rami più progrediti nella scienza, nell’arte, nella filosofia e nell’esoterismo, soprattutto in Italia e in Egitto, da dove Thot ha sparso in tutto il mondo la luce del sapere, immutabile perché è veramente tale.


[1] È riferito all’autore del pezzo e cioè a G. Catapano.

Tratto dal libro Thot. Tat (VAV) parlava albanese di Giuseppe Catapano

Link versione albanese: Hititët ishin Trojanë d.m.th. Iliro – Shqiptar

domenica 20 novembre 2011

I Pelasgi secondo Dorsa

È riconosciuto universalmente che i Pelasgi furono il popolo più antico che sia apparso nella storia dei popoli gentili postdiluviani. Viene accertata la loro presenza nella penisola greca verso il 2000 a. C.[1], cioè pressappoco ai tempi di Abramo. È ormai acclarato che siano originari dell'oriente e abbiano vagato a lungo, come avessero avuto l'alta missione di popolare la terra. Non v'è dubbio, in ultimo, che essi furono i soli, tra i popoli gentili, a conservare delle credenze ortodosse.

Frontespizio del libro

Frontespizio del libro

Alla luce dell'insieme della attuale documentazione e degli studi effettuati, sono giunto alle seguenti conclusioni: mancando altre attendibili fonti storiche in relazione al passato più remoto, la sola che vive e soddisfa è la mosaica. Accettando a priori quanto racconta, ne consegue che le origini dei popoli siano tutte da ricercare nella terra che si estende fra il Tigri e l'Eufrate, come è altresì confermato dalle tradizioni dell'Europa e dell'Asia Orientale[2]. È certo, inoltre, che le antiche credenze si mantennero più pure nei popoli che, nella dispersione dei tre rami noachidi, si stanziarono lungo le due valli del Tigri e dell'Eufrate, come gli Assiri della discendenza di Sem. La Bibbia riporta anche che le genti semitiche di Aram si spinsero a popolare il Ponto e l'Asia minore[3]; ed è indubbio che quest’ultima regione fu il primo stanziamento dei Pelasgi, nonché il luogo da cui partirono per invadere l'occidente. Dedurremo quindi, in termini generali, che i Pelasgi non furono altro che i discendenti noachidi i quali, cresciuti in gran numero nel luogo del loro primo stanziamento, si spostarono per colonizzare quelle contrade che ritrovarono quasi disabitate. Passarono perciò in Grecia e nelle regioni vicine, quindi si diramarono per l'Italia.

Chiarito ciò, resterebbe da determinare il corso di quella famosa emigrazione. Un certo numero di autori, capitanati dal Clavier, sostengono che essa abbia, in un primo momento, toccato l'Argolide, e da lì sia avanzata nell'Arcadia, poi ad Atene attraverso la Tessaglia, per poi proseguire ad occidente nell'Epiro e in Italia, e ad oriente nella Tracia fino all'Ellesponto e al Bosforo. Lo Jannelli, il Marsh ed altri sostengono, d'altronde, che la migrazione avvenne dall'Ellesponto al Peloponneso, da settentrione a mezzogiorno, e che perciò la Tracia, la Macedonia, la Tessaglia, l'Epiro furono occupate prima della Grecia stessa. La ragione addotta da questi ultimi è che dall'Asia all'Europa si perviene più facilmente per l'Ellesponto che dal mare. Non siamo interessati a questo problema che sembra ad altri tanto importante, ma facciamo presente che il popolo pelasgo si stabilì, dominò e impose il proprio culto nella Tessaglia, nell'Epiro e nella Macedonia, mentre nel mezzogiorno della Grecia si fuse e si disperse tra le genti primitive di quella contrada. Le regioni intorno al Pindo erano anch'esse abitate dal ramo giapetico, il quale si diresse per primo in occidente dopo la dispersione; ma il popolo pelasgico, più forte e forse più numeroso, lo vinse e, avendolo assoggettato alle sue leggi, al suo culto, alle sue tradizioni, si fuse completamente con esso, e lo stampo della nazione divenne unicamente pelasgico, da cui i Pelasgi non misti che Erodoto ritrova e ravvisa in quei luoghi. Queste regioni settentrionali furono meno soggette all'ambizione e alle mire di popolazioni nomadi, e continuarono a conservare nella sua originalità lo stampo nazionale. La Grecia stessa, dominata dagli Elleni che ripresero il comando sui Pelasgi, ed influenzata da colonizzatori provenienti dalla Fenicia e dall'Egitto, ha dovuto ondeggiare tra cento governi, cento tradizioni, cento linguaggi, tanto che non ha potuto conservare che una confusa sintesi di tutti questi elementi che concorsero a formare la sua nazionalità e la sua civilizzazione. E ciò è così vero che Tucidide, Erodoto ed altri autori distinguono senza alcun dubbio gli Epiroti dai Greci[4], e se vogliamo profittare degli studi di Nicbuhr, diremo con lui che: il seme primo della Macedonia fu un popolo particolare da non considerarsi come greco o come illirico, ma, piuttosto, pelasgi[5].

Vorrei ora aggiungere una riflessione: Omero chiama barbari gli abitanti dei dintorni di Dodona, e si sa che Platone stimava ed ammirava la dottrina e la lingua dei barbari, dal momento che questo filosofo collocava in gran parte la meta dei suoi desideri nel passato, e considerava il vero progresso come un savio ritorno all'antichità[6]. Si deduce da ciò che questo termine, in origine, anziché significare popoli rozzi e incivili, indicasse piuttosto i civili ed antichi, ai tempi di Erodoto divenuti barbari, cioè non intelligibili agli Elleni[7]. M. Ballanche l'ha osservato con avvedutezza, e sostiene che la parola barbaro sia un'espressione vaga, indeterminata per indicare la sorgente oscura delle dottrine, il punto di partenza sconosciuto delle tradizioni. Tanto che, secondo lui, quando Plauto definisce il latino una lingua barbara, intende ciò in modo assoluto e non nel paragone con altre lingue[8]. A questa osservazione del dotto francese unisco 1'altra dell'illustre italiano Cesare Balbo, il quale afferma le stesse cose anche se in modi diversi: “A voler ben riflettere” dice “ci si accorgerà che la parola barbari non fu usata dai Greci in senso contrario a civili: infatti in origine non ebbe altro significato che quello della parola hostis presso i Latini, cioè un qualcosa di simile ai tre concetti con cui noi definiamo ospite, straniero e nemico, quell'ostile non noi che tutte le genti, tutte le nazioni, tutte le religioni espressero in qualche maniera, che gli Ebrei chiamano ancora oggi col termine goim, i Maomettani con gìaour, i Cristiani con gentili[9]”. Inoltre Omero[10] ed altri antichi scrittori greci denominano divini i Pelasgi, cioè a dire nobilissimi. Per tutte queste ragioni, riteniamo fermamente che barbari e Pelasgi, presso i Greci antichi, erano la stessa cosa, cioè quei popoli conservatori della cultura, delle dottrine e delle lingue arcaiche, e che i barbari di Dodona furono i veri Pelasgi provenienti dall'Asia. Abbiamo fin qui parlato dei Pelasgi e della loro presenza a Dodona. Diremo ora che il popolo albanese discende direttamente da essi. E potrebbe essere definito indigeno di quel paese, se questo termine, che fino a poco tempo fa indicava una popolazione totalmente originaria del luogo da esso abitato, si potesse usare in senso più ampio, per indicare anche quella che, dopo antichissime migrazioni, rimase costantemente su quella terra, poiché è provato dalla lingua degli Albanesi che essi abitano l'Europa contemporaneamente ai Greci e ai Celti[11], ed è noto che in Albania non vi furono invasioni di barbari tali da distruggere completamente la razza antica e sostituirla con una di popoli conquistatori, con altra lingua, altra religione e costumi diversi. Questo sarebbe stato un avvenimento epocale che avrebbe destato l'attenzione della storia, considerando che si sarebbe trattato della distruzione totale di un popolo numeroso, esteso e radicato da secoli sul suolo che abita. Ma la storia non ne parla; è strana quindi la supposizione che considera gli Albanesi discendenti dagli Albani asiatici venuti dalla terra che separa il Caspio dal Mar Nero.


[1]Clavier , Hist. des premiers temps de la Grece , V. j. Laicher , Cronolog. di Erodoto T. VII. Petit.-Radei , Tav. comparativa dei sincronismi dell'ist. dei tempi eroici della Grecia Marsh. Home Pelasgicae. C. Balbo , Med. Stor.

[2] Balbo, Meditaz. Sloriche, Med. VI. J. 4.

[3] Id. op. cit, Meditaz. VI. J. 9.

[4] V. Nicbuhr , Stor. Roiu. V. I. ediz. napol. 1846. dove definisce gli Epiroti e i Pelasgi come lo stesso popolo.

[5] Idem , op. cit.

[6] Gioberti , Avvertenza del Buono.

[7] Id. Primato c. Brusselles 1844 T. II. p. 153.

[8] Orphèe , 1. Addit. Aux. Prolegoinenes.

[9]Meditaz. Stor. , Med. VII. J. 1.

[10] V. Iliad: Lib. 10. v. 429. Odiss. L. 19 v. 117

[11] V. Malte-Brun, Geograph. Univers. Liv. 118

Liberamente tratto da Su gli Albanesi ricerche e pensieri di Vincenzo Dorsa

Link versione albanese: Pellazgët sipas Dorsës

domenica 13 novembre 2011

Le lingue armena e albanese

Nella lingua armena esistono alcune tracce di quella pelasgica che possiamo capire soltanto tramite la lingua albanese. Gli Armeni chiamano se stessi H`aï. Risulta, da iscrizioni risalenti ai tempi di Dario, che essi si chiamassero Arminiya; i Greci trasformarono tale nome in Armenioi.

Albanie ou l'incroyable odyssée d'un peuple préhellénique

La copertina del libro

L’alfabeto armeno risale al V secolo d. C. È stato ideato da Mesrop Mashtots e contiene trentasei lettere che sono una parziale imitazione delle lettere greche. La lingua armena antica si chiamava grabar; era la lingua classica con la quale è stato tradotto il Vangelo ed è la stessa usata anche nelle opere del vescovo Eznik de Kolb. Inoltre, la lingua armena è stata influenzata dalla lingua iraniana. Dal Medio Evo, la letteratura armena inizia ad arricchirsi con opere di diverso genere, soprattutto di teologia.

Le somiglianze con la lingua albanese sono soprattutto sul piano della sintassi; il plurale, nella lingua armena, si forma con i suffissi er, eri, che ritroviamo nel dialetto tosco nell’Albania del sud.

Armeno

Albanese

Italiano




A-dam

Dham (ghego), dhëmbi (tosco)

Dente

Cikh

Çikë

Poco

Dzà-kou`m

Zakon

Usanza

Erthal, yer-tal

Erdha

Sono venuto

Gess

Gjysmë

Metà

Gtanem

Gjetëm

Abbiamo trovato

Gou`r-dz`k

Gjoks

Torace

H`atz

Haze, bukë e bardhë - hasëll

Pane bianco - fresco

Hi-mar

I marrë

Pazzo

Jar

Zjarr

Fuoco

Kè-ch

Keq

Male

Lat-tz’i

Lot (i zi)

Lacrima

Yem

Iam (jam)

(io) Sono

Y’én

(Ianë) janë

(essi) Sono

Li-tsh

Liqen

Lago

Me-dz

Madh

Grande

Bo-tsh

Bisht

Coda

Tz-aï-n

Za, zani (ghego)

Voce

Tze-mer

Dimër

Inverno

U-kh-da

Udha

Via, strada

Liberamente tratto dal libro, Albanie ou l'incroyable odyssée d'un peuple préhellénique dell’autore Mathieu Aref

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Armenishtja dhe shqipja

domenica 6 novembre 2011

La leggenda albanese della nascita della dea Atena

In Labëria[1] è ancora oggi conosciuta e tramandata una leggenda sulle origini della dea dodonea Atena (pubblicata nel 1875). La fonte di questa leggenda è una anziana signora vissuta nel XVIII secolo, originaria di Zhulat[2].

L'ENIGMA DELLA LINGUA ALBANESE

Statua della dea Atena di fronte al parlamento Austriaco a Vienna

Zoti[3], che era il re, dichiarò guerra ai Cretesi, perché essi non gli pagavano la tassa; però non aveva né navi e né armi per combattere. Così cercò l'aiuto di un re zoppo che viveva in una terra lontana. Quando questi arrivò, Zoti, il re, andò di corsa verso di lui per abbracciarlo. Mentre il re zoppo stava scendendo da cavallo, gli cadde l’ascia che teneva sulle spalle e spaccò la testa a Zoti, il re; dalla testa del sovrano uscì una bellissima ragazza armata di tutto punto, che fu chiamata Thëno (Atena). Il re zoppo unse con un miracoloso balsamo il capo di Zoti, il re, ed egli guarì; poi costruì per lui navi, asce, coltelli, spade, archi e tantissime altre armi di ogni tipo. Sbarcarono a Creta con molti guerrieri toschi e vinsero facilmente la guerra contro i Cretesi, e Zoti il re visse per molti anni in quel paese. Poi mandò a chiamare gli altri Toschi e li trasferì con le navi a Creta perché quell'isola gli piacque. Quando sua figlia Thëno (Atena) giunse all'età adulta, sposò il figlio di un re di una terra lontana. Suo padre Zoti il re le regalò tanti castelli e addirittura ne costruì uno al quale diede il suo nome, e lì essa vive circondata dai moltissimi figli ed è attualmente felice, e noi siamo felici qui.”

Questa versione della leggenda sulla nascita della dea Atena dalla testa di suo padre, Zeus pelasgico di Dodona, ha una particolare importanza se teniamo conto che la mitologia albanese è la più antica sia nei Balcani che in Europa.

[1] Labëria è una regione a sud dell’Albania; i suoi abitanti sono comunemente conosciuti anche come Toschi. (N.d.T.)

[2] Zhulat, è un paesino nei pressi di Valona in Albania. (N.d.T.)

[3] Labëria è una regione a sud dell’Albania; i suoi abitanti sono comunemente conosciuti anche come Toschi. (N.d.T.)

Liberamente tratto dal libro Pellazgët: origjina jonë e mohuar di Dhimitri Pilika

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Legjenda shqiptare e lindjes së hyjneshës Athina