domenica 22 gennaio 2012

Gli Slavi e gli Arbëresh

I nomi di Illiria e Illiri, intesi come identità nazionale, esistono fino al VI secolo. Nei cinque secoli successivi non si sente più parlare degli Illiri. È pur vero che nei tempi più remoti, quando gli Illiri hanno avuto una certa influenza nell'Impero Romano, il loro nome è stato sostituito con “Romani”. La sorte degli Illiri è strettamente legata con l’esistenza degli imperi Romano e Bizantino, anche se essi (gli Illiri) erano molto diversi.

Aristidh Kola 1944 - 2000

Aristidh Kola 1944 - 2000

Con l’arrivo degli Slavi nei Balcani e dopo l’occupazione del Nordovest dei Balcani, l’Illiria è stata separata dall’Impero Bizantino. Gli Illiri combatterono battaglie disperate per difendere il loro territorio, ma erano guerre ad armi impari. Gli Slavi arrivavano numerosissimi, e non soltanto come soldati, ma portavano con loro le famiglie: si trattava, quindi, di una grande immigrazione paragonabile con quella degli antichi Pelasgi.

In pochi anni, tutta l’Illiria del Nord fu conquistata dagli slavi e la popolazione degli illiri fu costretta ad abbandonare la sua terra, oppure a formare isole etniche nel mezzo del mare slavo. Gli Slavi iniziarono la loro campagna do conquista nel VI d.C. secolo e continuarono fino al VII secolo d.C. cambiando cosi in maniera definitiva la mappa dei Balcani. Come abbiamo già detto, l’Illiria del Nord è stata persa per sempre: è diventata slava. I suoi abitanti sono stati uccisi, costretti a lasciare definitivamente le loro terre o ad essere assimilati.

L’ultima volta che si è sentito parlare degli Illiri e forse dell’Illiria è nel “Miracoli di San Demetrio”, una cronaca scritta nel VII secolo. Successivamente, è sceso il silenzio su quei nomi fino all'XI secolo, quando lo storico bizantino Mihail Ataliati definisce quella terra e quel popolo non più Illiria e Illiri ma Arbëria e Arbëresh. Essi (gli Arbëresh) erano alleati con Jorgo Maniaqi, il quale era in guerra contro Costantinopoli nel 1043.

Dopo Atiliati abbiamo Anna Comnena che nomina gli “Arbëresh” collocandoli in un territorio chiamato “Arbëria” e che si trovava nell'odierna Albania centrale. È da notare che, nove secoli prima, il geografo alessandrino Claudio Ptolemeo, nomina la tribù illirica degli Albani (Albani, Albanopolis), e li pone nella stessa zona. Questo silenzio di quattro secoli, la scomparsa dei nomi Illiria e Illiri, la comparsa dei nomi Albania e Albani[1], ha confuso gli studiosi, e alcuni di loro addirittura hanno ipotizzato che, essendo gli Illiri scomparsi dalle mappe, i “nuovi” Albani fossero una tribù completamente diversa, arrivata un po’ prima del XI secolo, oppure insieme con gli attacchi degli Slavi nei Balcani.

Nel XIX secolo è apparsa la cosiddetta teoria “Tracia”, secondo la quale gli albanesi non erano discendenti degli Illiri, ma giunsero nei Balcani durante le migrazioni barbare e parlavano il latino e un dialetto del Danubio. Questa teoria è stata sostenuta sia da studiosi jugoslavi che romeni. Essa afferma che nella lingua albanese esistono alcune parole latine originarie di alcune zone nei pressi del Danubio ed altre sono identiche sia nell’albanese che in romeno.

La contestazione fatta dagli storici albanesi Pollo-Puto non è per niente soddisfacente.

Jani Vreto, il filosofo del Rinascimento albanese, (Rilindja Kombëtare), nel suo libro Apologia, pubblicato nel 1878, a una tesi simile, che vuole gli Albanesi arrivati nelle terre dove si trovano tutt’oggi dall’Albania del Caucaso, risponde in una maniera molto singolare ed efficace. Vreto prende in esame una serie di documenti e di parole dell’antichità classica e preclassica che hanno radici uguali a quelle di parole albanesi tuttora in uso.

Se - dice Vreto – gli Albanesi non fossero autoctoni nel territorio dove si trovano anche oggi, ma fossero stati barbari venuti durante le migrazioni dopo l'avvento del cristianesimo, allora come si spiegherebbe l’identità della lingua albanese con l’antica lingua omerica e addirittura preomerica? Noi oggi sappiamo che la lingua classica non si parlava più già nel VII secolo d. C.

Sulla tesi “Tracia” io[2] rispondo:

1- Dopo le guerre vittoriose dei Romani in Dacia (l’odierna Romania), l’imperatore Traiano vi fece trasferire un considerevole numero di soldati, la maggior parte illiri, con l’intenzione di “romanizzare” quei posti in tempo breve. Ma, pur trovandosi in un ambiente promiscuo, gli Illiri, che per natura erano fortemente nazionalisti, lasciarono il loro marchio in quella regione.

2- Nei tempi moderni, ed esattamente nel periodo del dominio ottomano nei Balcani, i discendenti degli Illiri, gli Arbëresh, hanno un ruolo importante in Romania. La famiglia reale Ghica, originaria dell’Albania, governerà per molti anni in Valacchia e Moldavia (1658 – 1856). I membri più importanti della famiglia saranno Giorgio Ghica, Grigore III, Grigore IV, Alessandro II, Grigore V, ecc.

L’ultimo membro della famiglia, Ion Ghica, diventerà il presidente del primo governo dello stato romeno appena creato. Da questa famiglia è discendente anche la famosa poetessa del XIX secolo Dora d’Istria. Il suo vero nome era Elena Ghica ed era la figlia di Grigore Ghica IV.

3- Gli Arbëresh che durante l’occupazione ottomana dei Balcani si trovavano in Romania fra Valacchia e Moldavia, non erano soltanto i nobili ma una popolazione considerevole.

4- Nel 1887 l’influenza Arbëresh in Romania è molto significativa. In quell’anno è stato fondato il club “Dituria” (la conoscenza), con lo scopo di propagandare la Rinascita Albanese (Rilindja Kombëtare).

Da questi quattro fatti storici arriviamo alla conclusione che le parole in comune fra l’albanese e il romeno hanno un'altra origine rispetto a quella sostenuta della teoria “Tracia”. Sono parole che entrarono nella lingua romena grazie alla presenza secolare degli Arbëresh e più tardi degli Albanesi in quel territorio.


[1] Da considerare come Arbëresh e Arbëria, qui si usa il nome con il quale i stranieri chiamavano l’Arbëria e oggi l’Albania.

[2] Io è riferito all’autore del pezzo.

Liberamente tratto dal libro Arvanitasit dhe prejardhja e grekëve di Aristidh Kola

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Sllavët dhe Arbëreshët

martedì 17 gennaio 2012

Scanderbeg, un eroe leggendario

Oggi ricorre il 544° anniversario della morte di Giorgio Castriota Skanderbeg ed è chiaro che qualsiasi parola è superflua per descrivere la grandezza di questo eroe che ha saputo motivare il suo popolo contro la minaccia di invasione straniera. Pertanto decidiamo di proporvi due brevi filmati. Il primo è un piacevole audioracconto nel quale domina maestoso un discorso di Giorgio Castriota Skanderbeg ai suoi uomini. Con forza e determinatezza il nostro eroe fornisce ottimi argomenti per continuare a lottare.

Il secondo video è un breve documentario nel quale si narra della nota diaspora sopraggiunta dopo la morte di Skandenberg.

Due video utili a capire l'eroe e la sua forza, ma anche a cogliere meglio le traversie di un popolo costretto a combattere per salvaguardare i propri territori e la propria identità.

domenica 15 gennaio 2012

Scanderbeg, il re guerriero dell'Albania

di Brunilda Ternova

"Il destino di un uomo è diventato una lotta epica per la libertà delle nazioni, la gloria ha un prezzo terribile."

Il film-documentario "Scanderbeg - Il re guerriero dell'Albania" (ingl. "Scanderbeg -Warrior King of Albania") ricostruisce il ritratto dell’eroe nazionale albanese Gjergj Kastrioti Scanderbeg, basato principalmente sull’opera “Historia de vita et gestis Skanderbegi, epirotarvm principis” scritta tra il 1508 e il 1510 dal monaco albanese Marin Barleti.

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Per rievocare la storia di quell’epoca, sono stati inclusi una serie di materiali e interviste con un panel di storici albanesi e stranieri esperti del tardo medioevo. Scritto da Nua Gjelaj e con la regia di Nick Gjonaj, l’anteprima del film-documentario è stata proiettata a New York, l’11 febbraio del 2007. I due si sono conosciuti casualmente nel 2002, grazie ad un dipinto di Scanderbeg, realizzato e messo in vendita da Gjelaj e acquistato da Gjonaj. Dopo vari incontri in cui discussero dei loro comuni interessi culturali e dell’ammirazione personale che avevano per la figura di Scanderbeg, si sono impegnati per cinque anni consecutivi nella realizzazione di questo documentario.

I coproduttori del documentario

Il progetto inizialmente era nato come un’iniziativa personale di Gjonaj e Gjelaj che decisero di fondare “Illyria Entertainment Group” con lo scopo di promuovere la cultura albanese. Dopo un po’, a causa della mancanza di fondi si sono rivolti alle associazioni albanesi negli Stati d’Uniti che non erano disposte a sostenerli oppure non avevano i mezzi per farlo. Ma il tam tam è stato d’aiuto. Molti cittadini americani di origine albanese, desiderosi di vedere realizzato il loro progetto, li contattano via e-mail per contribuire finanziariamente. Durante questo periodo, entra in scena anche la produttrice esecutiva del documentario Tringa Gojcaj, agente immobiliare, fornendo l’aiuto finanziario che ha dato una grande spinta in avanti al progetto. “Quando ho incontrato Nik e Nua, ho visto che i due giovani erano finiti in un vicolo cieco su un progetto nel quale avevano messo tutto il loro cuore. Noi non abbiamo fatto tutto questo per diventare ricchi, ma pensiamo davvero che questa storia sia immensamente importante e che debba essere raccontata.”, ricorda Gojcaj del suo incontro con i due produttori.

Sono le radici alla base del loro progetto. Il regista Nik Gjonaj, discendente di una famiglia di emigranti albanesi di Detroit, innamorato del cinema e del patrimonio culturale albanese, da tempo aveva voluto realizzare un film su Scanderbeg. “Gjergj Kastrioti è l’Albania e l’Albania è Gjergj Kastrioti. Egli è l’essenza di ciò che gli albanesi vogliono: la libertà e l’onore. Ero molto interessato a catturare gli elementi mitologici e quelli umani di questo uomo leggendario. Sapevamo che era un grande soldato, ma abbiamo voluto guardare anche alle altre dimensioni della sua vita, per avere un ritratto solido del mito e della leggenda.”, racconta Gjonaj in merito al documentario.

Invece Nua Gjelaj svela il messaggio di fondo del loro documentario: “L’idea della lotta perdente contro un potere schiacciante dimostra che la gente è predisposta a resistere, poiché è meglio avere un proprio malgoverno che un invasore straniero benigno. Ed è proprio questo il messaggio che incarna l’idea del film, cioè, che nessuno può imporre le proprie convinzioni agli altri in merito a come dovrebbero vivere. Non si può riscrivere la storia, ma è possibile almeno imparare da essa.”

Gjelaj è un emigrato di prima generazione. Nato nell’ex Jugoslavia ed emigrato negli Stati Uniti nel 1972, prima a New York e poi nel Michigan, dove risiede attualmente, si è laureato presso la Wayne State University dove ha terminato anche il Master in Storia sul periodo tardo-medievale dell’Europa orientale. Gjelaj, sceneggiatore e direttore artistico del documentario, si è documentato negli archivi storici, visionando documenti albanesi e stranieri sull’eroe per stendere la sceneggiatura. Insieme a Katerina Boçi, si è occupato anche del design e della preparazione dei costumi, elmi, spade, abiti, e comportamento dei personaggi, un’altra sfida difficile da affrontare.

I coproduttori hanno a cuore la trasformazione del documentario “Scanderbeg - Il Re Guerriero dell’Albania” in un vero e proprio film a lungo metraggio. Il loro obiettivo è quello di firmare un contratto con una grande casa produttrice hollywoodiana per la realizzazione. Nel frattempo, stanno lavorando su un nuovo progetto: il documentario “Illiria” che si occuperà in particolare dell’evoluzione della cultura e della storia illirica in una prospettiva diversa. Questo progetto vuol essere una documentazione importante del contributo degli illirici alla civiltà europea e occidentale, prima della caduta della Grecia antica e della nascita di Roma.

I premi ricevuti

I due premi prestigiosi vinti dalla casa produttrice ‘Illyria Entertainment Group’ nella sezione documentari di due concorsi internazionali, tra migliaia di altri film, hanno fatto sì che i due produttori godessero ulteriormente i frutti del loro lavoro. L’opera è stata valutata come il miglior documentario storico-biografico al “The Telly Awards” vincendo il Premio d’Argento tra altre 18 mila realizzazioni, invece al “International Davery Award” ha vinto il Premio d’Oro tra altri 15 mila.

E’ un film-documentario che ha cercato modestamente di colmare il vuoto che dilaga nella filmografia albanese riguardo la figura del nostro eroe nazionale, evocando la storia del popolo albanese. Ricordiamo che il primo e l’unico colossal realizzato sulla sua figura è quello intitolato "Il Grande Guerriero Scanderbeg" (ingl. “The Great Warrior Skanderbeg”) del 1953 in collaborazione con il regista sovietico Sergei Yutkevich, premiato anche al Festival di Cannes.

Il cast

Gjonaj e Gjelaj si sono avvallati di un cast di giovani e talentuosi attori. Anton Gojcaj interpreta Scanderbeg, Iliriana Sinishtaj, sua moglie Donika Kastrioti, invece nei panni del monaco albanese Marin Barleti troviamo Zef Lulgjuraj. Altri interpreti sono Tom Ivanaj, Mirash Gjelaj, Mario Malotaj, Gjergj Micakaj, Luke Micakaj, ecc. Le riprese sono state effettuate a Michigan, Londra, Vienna, Albania, Kosova, e Roma.

Il panel di storici

Gli eventi storici dell’epoca e la figura di Scanderbeg vengono ricostruito grazie agli interventi di un panel ricco di storici albanesi e stranieri quali Dott. David Nicolle – Nottingham University, Dott. Musa Ahmeti – Studioso degli Archivi Segreti del Vaticano, Kenneth Walters – Wayne State University, Jahja Drancolli – Professore di Storia all’Universita di Prishtina in Kosova, Dott. Isa Blumi – New York University, Kristo Frasheri – Professore di Storia all’Università di Tirana, Oliver Schmitt – Vienna University, David Abulafia – Professore di Storia Mediterranea al Cambridge University.

Breve analisi illustrativa

clip_image003Il rafforzamento dei signori feudali e dei principi albanesi, come risultato di un lungo e doloroso processo di sviluppo politico-sociale ed economico-culturale iniziato nel IX secolo, portò alla formazione di diversi principati feudali in diverse regioni dell’Albania etnica. La posizione geografica dell’Albania, situata tra l’oriente bizantino e l’occidente cattolico, fece dividere gli albanesi in due credi religiosi: a nord i cattolici e a sud gli ortodossi cristiani. Come se non bastasse gli stessi principi feudali albanesi lottavano tra di loro per allargare le terre e il dominio sugli altri principati più deboli.

La situazione dei principati albanesi si complicò ulteriormente dalle interferenze della Repubblica di Venezia e dell’Impero Ottomano che si rilevarono devastanti per le loro sorti. Nelle civiltà in conflitto fra Oriente e Occidente, comincia a profilarsi sull’orizzonte orientale il piano di un impero islamico universale. Senza pietà l’Impero Ottomano divorava popoli e nazioni, allargando tra il 1300 e il 1481 le sue conquiste tramite guerre, alleanze e invasioni. Tutto grazie anche al crollo e alla degenerazione del sistema culturale e militare bizantino che aveva perso ormai l’influenza di un tempo.

Una delle figure importanti tra i principi albanesi più potenti in quell’epoca, era Gjon Kastrioti - Principe di Kruja e di Mati, al quale nel 1423 gli ottomani presero in ostaggio i quattro figli. Tra loro anche Gjergj Kastrioti Scanderbeg nato nel 1405. Strappato dalla sua famiglia e dal suo paese, il giovane principe fu trascinato nel palazzo del Sultano dove sarà destinato a diventare il comandante più brillante del suo tempo. Spogliato del suo nome albanese e costretto ad accettare l’islam, il sultano Murad II darà a Gjergj Kastrioti il titolo ‘Scanderbeg’ in onore di Alessandro Magno della Macedonia (Emathia) come indice chiaro dell’antico rapporto etnico-linguistico che legava le due figure. In lingua turca ‘Iscander’ vuol dire ‘Alessandro’ e ‘Bey’ vuol dire ‘Principe’.

Gli storici antichi ci hanno lasciato documenti che dimostrano che Alessandro Magno era il figlio del re macedone Filippo II e di Olimpia, una principessa illirica figlia del re dell’Epiro Neoptolemi I. Come testimone di questo antico legame riportiamo una significativa citazione della corrispondenza tra Scanderbeg e il Principe di Taranto, estratto da “I turchi e la storia di Scanderbeg” dello scrittore del XV secolo, Pagnel:

“…avete offeso il mio popolo chiamandolo ‘pecore Albanesi’ e secondo la vostra tradizione pensate a noi in termini offensivi.

Voi avete dimostrato di non avere alcuna conoscenza della mia razza. I miei avi erano Epirioti, da dove proveniva Pirro, la cui forza a stento poteva essere sopportata dai romani. Questo Pirro, che Taranto e molti altri paesi d’Italia appoggiarono con l’esercito. Non ho bisogno di parlare degli Epirioti. Loro sono uomini molto più forti dei tuoi tarantini, una specie di uomini umidi nati solo per pescare. Se si vuole dire che l’Albania sia una parte della Macedonia, io posso concedere che molti dei nostri antenati erano nobili che si spinsero fino in India, sotto il comando di Alessandro Magno sconfiggendo quei popoli. È da questi uomini che discendono quelli che tu chiami ‘pecore’. Ma la natura delle cose non è cambiata. Perché i tuoi uomini fuggono davanti a queste ‘pecore’?”.

Per non parlare dell’elmo che porta in sé il simbolo pelasgico della capra Amaltea (che secondo il mito aveva nutrito con il suo latte Zeus da bambino), e la incisione * IN * PE * RA * TO * RE BT * (Jhezus Nazarenus * Principi Emathie * Regi Albaniae * Terrori Osmanorum * Regi Epirotarum * Benedictat Te) che si traduce ‘Jezus di Nazareth benedice il Principe di Emathia, Re d’Albania, Terrore degli Ottomani, Re dell’Epiro’. È importante capire che nel medioevo l’etnicita ‘macedone’ ed ‘epiriota’ era sinonimo di ‘albanese’ secondo gli studiosi.

Nel suo intervento al documentario, il Prof. Jahja Drancolli evidenzia il fatto che Scanderbeg fu preso ostaggio già in età adulta quando la sua personalità e identità era ben formata, sottolineando che in realtà furono le sue capacità strategico-militari ad essere copiate dal sistema militare dell’Impero Ottomano e non il contrario. Questo aspetto emerge fin dall’inizio del documentario dal Prof. David Nicolle, il quale sostiene che gli ottomani copiarono molte cose dai paesi che occuparono incluso l’abbigliamento, le tradizioni, la cultura, e anche le strategie combattive militari.

Ecco perché la più potente macchina politico-militare del mondo di quel tempo non fu capace di sottomettere gli albanesi né con la forza, né con la quantità dei soldati inviati, né con la tattica militare, né con la tecnologia o con il denaro. Non solo, ma durante quei 25 anni di resistenza armata, l’Impero Ottomano è stato sconfitto in modo determinante e continuo, dimostrando che le qualità intellettuali, politiche, militari, e, soprattutto quelli morali e civili degli Albanesi erano sotto ogni aspetto superiori rispetto alla preparazione standard dell’Impero.

La società albanese del XV secolo possedeva già la qualità principale che dovrebbe avere una comunità per costruire una Nazione e uno Stato: la consapevolezza di chi erano, la conoscenza delle loro antichissime radici illiro-pelasgiche e di conseguenza la connessione con il loro passato. Tutto ciò era il risultato di un lungo processo che avrebbe avuto inizio già prima della creazione del Principato di Arbëri nel XIII secolo. In questo contesto le intenzioni di Scanderbeg non erano solo quelle di creare uno stato albanese alla periferia dell’Impero Ottomano, ma di distruggere l’impero stesso, per formare poi il Regno dell’Albania nei Balcani occidentali, ravvivando i gloriosi tempi di Pirro, Re dell’Epiro, e di Giustiniano, Imperatore di Bisanzio, dei quali era discendente a tutti gli effetti.

Scanderbeg creò la prima Lega Nazionale Albanese nel 1444 a Lezha, con lo scopo di unire tutti i territori albanesi in un unico stato nazionale basato sull’eredità etno-linguistica che li accomunava, diversamente dagli altri paesi balcanici che nei secoli addietro per la creazione dei loro stati si basarono sulla religione. Come specifica giustamente il Prof. Kristo Frasheri, il pilastro portante in cui si colloca tutta la resistenza albanese era il fatto incontestabile che gli Albanesi erano consapevoli di essere una Nazione già ben formata, molto tempo prima dell’arrivo degli ottomani nei Balcani. Altrimenti non saremmo mai stati in grado di affrontare l’invasione ottomana e di contrastare a lungo l’assimilazione.

La resistenza di Scanderbeg ebbe grande risonanza in Occidente, là dove si aspirava a un grande eroe trionfante nella lotta per la sopravvivenza contro l’Impero Ottomano. Infatti i documenti degli archivi, i giudizi dei suoi contemporanei come i Papi di Roma o le famiglie reali con i quali Scanderbeg aveva stipolato alleanze, l’Umanismo e l’Illuminismo europeo, la storiografia, ecc., fanno capire che era una delle figure più importanti del Sud-Est Europa della sua epoca.

È di massima importanza comprendere che gli albanesi con la loro resistenza contro l’Impero Ottomano sacrificarono la loro stessa nazione, salvando così la civiltà occidentale dalla conquista dei turchi, quella stessa civiltà occidentale che li abbandono al loro tragico destino di sofferenze per 400 anni. Gjergj Kastrioti Scanderbeg era certamente un uomo, ma la storia che ci ha lasciato e ci ha tramandato non lo rende un uomo semplice e ordinario, ma una legenda vivente nei secoli a venire. Lui era il modello e il simbolo di una giusta causa: la libertà contro la schiavitù, la ragione e l’ordine politico contro l’oppressione, valori fatti successivamente propri dalla filosofia illuminista.

Il suo contributo non andò invano e non morì con lui, anzi, divenne la fonte del Rinascimento Albanese, dello sforzo sublime per l’indipendenza. Lui era e rimane il nucleo dell’identità nazionale, dell’eredità spirituale e della coscienza contemporanea di ogni albanese.

Link del trailer: http://www.illyriaentertainment.com/projects-warrior-trailer.htm

Link versione albanese: Skënderbeu, Mbreti Luftëtar i Shqipërisë