domenica 30 agosto 2009

Due nomi di piante che ci legano agli Albanesi

Pubblico con particolare piacere un articolo scritto dal professore Areddu proprio per questo blog. Colgo l’occasione per rinnovargli i miei complimenti per il suo attento e meticoloso lavoro di diffusione di una prospettiva etimologica diversa, che tenta di spiegare termini di dubbia provenienza riconducendoli in qualche modo alla lingua albanese.

 

Due nomi di piante che ci legano agli Albanesi

Di Alberto Areddu

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E’ dal mondo agricolo e della terminologia delle piante che vengono le maggiori sorprese riguardo la verosimile origine illirica della civilizzazione in Sardegna; cosa in sé ovvia giacché l’isola pur avendo subito una notevole afflusso di termini latini nel campo agricolo, ha comunque lasciato sopravvivere altri termini, qui e là, che coll’ impianto grammaticale del latino non si spiegano affatto. I registri lessicali e le raccolte fitonomastiche ci consegnano due nomi di pianta per i quali si è sospettata fin dai tempi del Wagner una loro sostraticità. Il riparlarne qui mi dà modo di ritrattare la questione della loro etimologia, da altri e da me proposta nel saggio. Le piante sono il rethi/retti/rettiu  'cirro, viticcio' (clematis vitalba) e il carcuri/craccuri/curcuri/curcuriu 'giunco, saracchio' (ampelodesma mauritanica) (utilizzate entrambi perlopiù per fare legacci e corde).

Secondo lo studioso Paulis che agli inizi degli anni '9o ha predisposto un vocabolario etimologico per i molteplici nomi di pianta della Sardegna, in un caso si tratterebbe di una retroformazione (cioè una forma abbreviata) del lat. RETIOLUm 'piccola rete', nel secondo caso del verbo latino CALCARE 'premere, calcare', intervenuto non si sa bene e in quale maniera su una qualche forma prelatina. Come abbiamo detto entrambe le piante (stelo e rami) servono ad avvolgere, legare, circondare oggetti di uso comune: basi di sedie, scarpe, baracche e come dicemmo in un altro studio, quello sulla serpe d'acqua, l'albanese conosce un suffisso -çi/-thi col quale si demarca il diminutivo maschile. Tale suffisso ha una peculiare presenza sopratutto nelle comunità italo-albanesi, che sono perlopiù d'origine tosca e che hanno preservato un certo tratto arcaico dell'albanese medievale. Orbene io trovo nel vocabolario del Giordano le forme rripthi e rrypthi 'cirro, viticcio' che derivano dal sostantivo rip 'laccio', e questo dal verbo rrjep 'strappare'. Questo verbo viene fatto derivare (cito per tutti Orel) da un protoalbanese *repa, connesso alla radice ie. *rep- 'strappare', tra i cui derivati si annoverano il greco ereptomai 'strappo', il latino rapere 'rapire', il lit. ap-repti 'fassen, ergreifen, begreifen'. E' ben evidente che la forma sarda deriva da un illirico *rep-thi 'il piccolo strappo, il piccolo laccio > il cirro, il viticcio', nel quale il nesso -pt- nel passaggio al latino di Sardegna si è naturalmente assimilato  in -tt- (sette < SEPTEm; rettulia < REPTILEm), con preservazione della forma interdentale -th- nelle aree centrali (come barbaricino thiu 'zio' a petto del logudorese tiu, dal greco-latino THIUm), e assimilazione -tt- nell'area logudorese. Questa ipotesi, di una provenienza da un illirico *repthi 'il cirro' mi pare più soddisfacente di quella velocemente affacciata nel mio saggio di un influsso del sostantivo rethi 'cerchio' su rrip-thi.

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E ora veniamo al secondo fitonimo: carcuri e varianti, per il quale mi sono espresso  per una connessione coll'albanese kërcuri (leggi: kertzuri]) 'ceppo', che pone in realtà grossi problemi fonetici e semantici. Vedo invece ora che nel sostantivo qark (leggi:[kjark]) 'cerchio' potrebbe trovarsi una soluzione. Tale voce viene però ricollegata dai vari studiosi al latino CIRCUm come prestito, anche se riconosce l'Orel la fonetica fa difetto (da CIRCUm otterremmo: *kirke, o *kjërke). In effetti è probabile che sia voce indigena in relazione con il greco arkus 'arco, cerchio' di variegata interpretazione (il Pokorny lo colloca sotto due basi diverse: *ar-  e *arqu), con in aggiunta il ben noto prefissuale - 'questo, ciò' dell'albanese, altamente produttivo nella formazione di elementi lessicali e aggettivi (rimando a Camaj anche per la  palatalizzazione di K- iniziale col suo esempio di kem, qem 'incenso' da un *ke anem; ma si potrebbe ipotizzare anche una metatesi di -i- in prima sillaba da un *karki-os, con successiva palatalizzazione; o ancora: visto che il nome del popolo illirico dei Japidi si presenta colla forma alternativa Apudi/Apuli, si può pensare a una tendenza già antica, come nelle lingue slave, di palatalizzazione della vocale iniziale, per cui potremmo sospettare un *kë jarkos originario). Il tutto deve avere quindi indicato in origine "questo cerchio, tale arco". Possiamo dire che in questo caso è la forma sarda carcuri (leggi: [karkuri]), con la sua -a- iniziale, che dà sostanza e giustificazione all'indigenato dell'albanese qark, mentre l'uscita in -uri del sardo, che non è affatto latina, trova invece risposta nell'illirico e nell'albanese, dove ha verosimilmente avuto valore aggettivale per cui "il cerchiante, quello del cerchio, quello che cerchia, quello che gira a cerchio" è divenuto professionalmente nel gergo dei contadini, il nostro saracchio.

Possiamo aggiungere in conclusione un'altra osservazione: diversi nomi di piante sarde terminanti in -i, presentano anche delle forme con -u aggiunta: così abbiamo eni/eniu; retti/rettiu; carcuri/curcuriu. Secondo me è lo stesso fenomeno che distingue in albanese njerì e njeri-u, e di cui ho parlato nel saggio.

 
 
 

Areddu A.G., Le origini albanesi della civiltà in Sardegna, Napoli 2007

Camaj M., Albanische Wortbildung, Wiesbaden 1964

Giordano E., Fjalor e arbëreshvet t'Italise, Bari 1965

Landi A., Gli elementi latini nella lingua albanese, Napoli 1989

Orel V., Albanian etymological dictionary, Leiden-Boston-Köln, 1998

Paulis G., I nomi popolari delle piante in Sardegna, Sassari 1992

Pokorny J., Indogermanisches etymologisches Wörterbuch, Heidelberg 1959

Wagner M.L., Dizionario etimologico sardo, iii volumi 1960-62


domenica 23 agosto 2009

L’etimologia del nome della dea Atena

 

L’etimologia del nome della dea Atena è rimasta a lungo ignota. Max Müller, lo studioso che sostiene che imitrel61p pelasgi non sono mai esistiti, ritiene che ΑΘΙΝΑ (Athina) sia una parola greca, un’evoluzione dal sanscrito ahâna che vuol dire folgorante, che brucia. Tuttavia Müller non fornisce alcuna spiegazione che possa giustificare la relazione tra le parole ΑΘΙΝΑ e ahâna.
Secondo lo studioso Schwartz, Atena è la dea del fulmine e anche questa spiegazione si collegherebbe al sanscrito.

Secondo altri studiosi invece la parola Atena deriva dalla radice αιθ (aith). Dalla stessa deriverebbe anche la parola αιθηρ (aithēr) = etere, o meglio ancora della radice αθ (ath) dalla quale derivano le parole ανθος (anthos) oppure αθηρ (athēr) = fiore.

Tuttavia ci sono altri linguisti che sostengono che Aθηναια (athēnaia) oppure Aθηναιη (athēnaiē) sia un nome e non un appellativo di Παλλας (pallas), pertanto traducono la frase di Omero Παλλας Αθηναι (pallas athēnai) con Pallas Athinase.

Immaginiamo per un attimo che questa teoria sia sbagliata. Intanto iniziamo con l’osservare come queste spiegazioni tocchino solo da lontano la parola Atene e non diano alcuna spiegazione etimologica approfondita del termine in questione. Proviamo a riferirci alla solita lingua pelasgo-albanese per capire se riusciamo a ottenere spiegazioni etimologiche più convincenti.

In albanese Atena è E THËNA cioè colei che è destinata a nascere. Solo dopo questa parola è diventata ATHËNA, ΑΘANA, ATENE, ecc.

Partendo da questa definizione proviamo a individuare l’origine, abbandonando tutte le altre spiegazioni.

Iniziamo dalla leggenda sulla nascita della dea. Zeus ingoiò la sua prima moglie, Metide, appena rimase incinta, perché Urano e Gea gli dissero che se fosse nato un maschio questo avrebbe detronizzato il padre. Quando arrivò il momento della nascita del figlio che Mentide avrebbe dovuto partorire, Zeus sentì un dolore insopportabile alla testa dalla quale Prometeo (secondo altre versioni Efesto, Ermete o Palemone) estrasse la dea Atena che uscì fuori già adulta e armata, lanciando grida di gioia. Ecco perché la dea è nota per essere nata dalla testa di Zeus.

Omero nel suo inno ad Atene descrive con maestria la nascita della dea e l’impressione che costei fece agli dei immortali dell’Olimpo. Sul testo greco originale ci si imbatte spesso in un appellativo riferito ad Atene: τριτογενης (tritogenēs). Per spiegare questa parola gli studiosi hanno concentrato la loro attenzione sulla prima parte dell’appellativo cioè τριτο (trito). Eppure nessuno è riuscito a trovare una spiegazione convincente che chiarisse una volta e per tutte l’appellativo in questione.
Il dizionario di M. A. Bailly lo spiega scrivendo “nata dal mare” oppure, secondo gli antichi scrittori, “nata vicino al lago”. Questa spiegazione deriva dall’errato mito secondo il quale Atena era nata nei pressi del lago Tritone che si trova in Africa. Però gli scrittori del tempo che Bailly tira in ballo non commettevano lo stesso errore di analisi della parola che fa lo studioso francese in quanto conoscitori della lingua pelasgica, dunque sapevano che la parola composta τριτογενεια (tritogeneia) si traduce come nata dal cervello. La prima parte di questa parola cioè τριτο (trito) deriva dalla parola albanese trutë o truri che in italiano è cervello. Questa spiegazione dell’appellativo τριτογενεια (tritogeneia) si collega alla leggenda della nascita della dea Atene dal cervello di Zeus.

Per quando riguarda l’altro epiteto riferito alla dea: Παλλας Αθηνά (Pallas Athina), anche questo si spiega altrettanto bene ricorrendo alla lingua albanese. Παλλας (Pallas) in albanese è “pall – ës” - chi inventa usando l’immaginazione, chi ha idee. Questa parola deriva dal verbo pall concepire. Ancora oggi nella lingua odierna albanese si usa la frase të palli tani? = e kuptove? të ra ndërmend tani? – lo hai capito ora? ti sei ricordato?. Questo è uno degli appellativi che calza meglio alla dea. Louis Benloew conferma la nostra spiegazione etimologica dell’appellativo Παλλας (Pallas) quando nel suo libro La Grèce avant les Grecs (Parigi 1877, pp 177-78) scrive:

“[…] i greci hanno intrecciato delle caratteristiche e delle tradizioni così diverse per la dea Atena, che alla fine hanno ottenuto per lei le migliori qualità che sono la fermezza, il coraggio, la capacità inventiva e produttiva, delle quali Atena è diventato il simbolo […]”

Brano liberamente tratto dal libro Enigma di Robert d’Angely

domenica 16 agosto 2009

L’origine delle parole: un interessante confronto

Se solo guardassimo una piccola lista di parole albanesi, confrontandole alle parole del greco antico e moderno, capiremmo subito che la lingua albanese è direttamente riconducibile al greco omerico. Non avverrebbe lo stesso se confrontassimo la lingua greca antica con quella moderna. Per quanto possa sembrare strano, le cose stanno proprio così.

Tra le parole albanesi che si trovano elencate nella lista che segue non ci sono solo parole rappresentative della lingua letteraria, ma anche espressioni dialettali arbëresh.

Nel leggere l’elenco bisogna tenere presente che in greco manca la y sostituita dalla i, mentre il suono sh è stato sostituito dalla s. Inoltre è necessario ricordare che la d albanese in greco antico era dh.

ALBANESE

GRECO ANTICO (OMERICO)

NEO GRECO

ITALIANO

       

dor – ë, dor - a

ekedeka – dor - o

màti

mano

lesh

lasios

qheri

lana

mi, miu

mis

malå

topo

heq, (hekl = tërheq)

elko

pondåqi

levare

marr (mar)

mar - pto

perno

prendere

edhe, dhe

idhe, te

qe

e

arë, ara

arura

horàfi

terra (da lavorare)

punë (puna)

ponos

dhulià

lavorare

kalë, kali

kelis - tos

àlogo

cavallo

krye (krie)

kridhen

qefali

testa, capo

re, retë

rea (perëndia e reve)

sinefo

nuvole

vesh, vishem

ves – this - vesnimi

forào

vestire

lepur

leporis

lagæs

lepre

qen, qeni

qion

sqilos

cane

rronjë (rroj, jetoj)

ronio, ronimi

zo, akmazo

vivere

ruaj, rojtar

rio, ritor

filàso

guardiano

iki, ike

iko

fevgo

andare

lig

lig – ios, lig - æs

adhinatos

cattivo

ethe (kam ethe)

ethir, ethæ

piretos

febbre

rrah

rahso, raso

piretos

terra

ne (neve)

noi

emis

noi

rri (qëndroj)

e – ri - dhome

kathome

restare

vend (ved)

ved – os, vedh - os

edhafos, topos

posto

mend, mendoj

mendohem

medhome

pensare

errët (errësirë)

ere - vos

sokotos

scuro

thërres (thrres, thrras)

threo, throos

fonazo

chiamare

para (përpara)

paros

mbrostà

avanti

për ty

par ti

ja sena

per te

ai që nëm

neme – sis, neme - sao

katara

colui che maledice

van (shkuan)

van

pigan

andato

hedh

heo

rihno, tinazo, sio

tiro

dhe, dheu (tokë)

jea, dhor, dha

ji

terra

nuk

ni uk

dhen

non

udhë, udha

udhos

dhromos

strada

verë (stina e verës)

vear

kaloqeri

estate

shkop

skipon, skiptro

ravdhi

legno

torrë

tornoo

jiro

torre

korr

kiro

thiro

raccolta

mëri (mëni, dialekti verior)

minis

thimos

essere litigato

marrë (i marrë)

margos

trelæs

pazzo

nisem

nisome

kseqinæ

partire

flas

flio, fliaræ

milao, omilæ

parlare

lehem (lind)

leho, lohia

jenieme

partorire

fryma (frima, dialekt i jugut)

frimao

fisima

alito

shkel

skel - os

patao

calpesto

deti

theti - s

thalasa

mare

krua, kroi

krunos

vrisi

fonte

dru

dris, drimos, driti

ksilo

legno

lutem

litome

parakalæ

pregare

nuse

nisos, nios

nifi

nuora

ter (thaj)

ter - so

stegnæno

asciugare

dera

thira

porta

porta

kall (djeg)

kileo

qeo

bruciare

zien

zei

vrazi

bolle

mjet

mitos

nima hondræ

mezzo

tata, ati, i jati

tata, ata, jetas

pateras

padre

Le parole prese in analisi nella lista si possono ritrovare nell’Illiade (A 35, 105,189,115, 570) e nell’Odissea (A 409, E152, 457, ecc.)

Brano liberamente tratto dal libro Arvanitasit dhe prejardhja e grekëve dell’autore Aristidh Kola

domenica 9 agosto 2009

Alcuni dei dell’Olimpo

Zeus

Al zeus_1_lg primo posto tra tutti gli dei, i pelasgi mettevano Zeus, per i latini Giove (Jupiter).

Per spiegare l’etimologia del nome Ζευς (Zeus) dobbiamo prima precisare che gli antichi lo chiamavano tuonante, infatti era anche il dio del tuono.

L’appellativo tuonante si spiega perfettamente riferendosi alla lingua pelasgica: Zë – ës (Zëin albanese vuol dire voce), che in greco è φωνεις phōneis.

Tuttavia la parola pelasgico – albanese Zë – ës, si adatta molto meglio al nome di Ζευς (Zeus). Possiamo dire senza ombra di dubbio che Ζευς (Zeus) è l’evoluzione della parola pelasgico–albanese Zëës: tuonante o colui che parla a voce alta.

Demetra

Demetra era una delle dee più potenti dell’Demetra Olimpo. Il suo nome (in dorico Δαματηρ (Damatēr)) secondo un’etimologia molto antica deriva non dal greco γη (gē) = terra, bensì dal pelasgico–albanese dhe = δη (dē) = δα (da) = tokëterra.

Anche la seconda parte del nome, μητηρ (mētēr), deriverebbe dalla lingua pelasgica motër = mater = μητηρ (mētēr) = madre. Il significato che gli antichi pelasgi davano alla parola motër, che in albanese si traduce con sorella, non è assolutamente quello di madre, ma si tratta di un appellativo utilizzato per rivolgersi con grande rispetto a una donna che non è necessariamente giovane ma neanche particolarmente anziana. Questo stesso significato del termine è ancora in uso nel sud dell’Albania, soprattutto nella zona di Përmet.

Apollo

La forma più antica del nome Apollo è la forma pelasgica Aπελλων (Apellōn), dalla quale derivano apollo3

Aπολουν (Apoloun) e Aπλων (Aplōn), anche queste forme pelasgiche.

La forma Aπολουν (Apoloun) somiglia molto al nome etrusco Aplu o Apulu, invece la forma Aπελλων (Apellōn) si avvicina alla parola osca Apellun che a sua volta si avvicina a tutti i nomi antichi greci; Aπελλας (Apellas), Aπελλης (Appellēs), Aπελλις (Apellis), Aπελλικος (Apellikos) ecc.

Basandosi sia sulle forme etrusche Aplu e Apulu, sia sulla lingua osca Apellun possiamo individuare, con l’aiuto della lingua pelasgico–albanese, un’etimologia convincente del nome Apollo.

L’etimologia che proponiamo sulla base di Aplu, Apulu, Apellun è Aπελλων (Apellōn) ovvero: che fa sorgere la stella. Naturalmente si tratta della stella per antonomasia, il sole.

Ancora meglio sarebbe ap udhën = që hap rrugën: che apre la strada (al sole). Per questo motivo i greci chiamavano Delos, l’isola dove si trovava il santuario di Apollo cioè l’isola dove sorge il sole.

A partire da questo si spiega molto bene l’ipotesi secondo la quale Apullen e Apudhën vogliano dire colui che apre la strada al sole. Per rafforzare questa teoria possiamo ricordare che Apollo viene raffigurato con una corona e quattro raggi di sole sulla testa, sempre preceduto da Aurora, sua figlia.

Brano liberamente tratto dal libro Enigma di Robert d’Angely

domenica 2 agosto 2009

Una serpe davvero illirica nel centro della Sardegna



di Alberto Areddu


clip_image002[5]E' sopratutto nel Centro della Sardegna (Barbagia e Ogliastra) che si sono salvate dall'usura del tempo, alcune denominazioni spesso risalenti a epoche molto lontane; così non solo alcuni termini di evidente e perspicua latinità, ma anche qualcuno che ha preceduto le armate romane. Queste parole diversamente da quelle della toponomastica che sono mute e quindi facilmente sottoposte all'arbitrio della libera e personale interpretazione, possono dirci in filigrana se si possa realmente agitare un'ipotesi a sostegno dell'illiricità originaria dei Sardi Nuragici. Un retaggio di sicura non-latinità è l'espressione per indicare la "serpe d'acqua" o natrice (tropinodotus natrix), un rettile di piccole dimensioni, non velenoso (come tutti quelli che abitano in Sardegna) che ha come habitat i corsi d'acqua a corso lento e ricchi di vegetazione, i terreni boschivi o i margini dei sentieri. Orbene nel paese di Gavoi viene detta: lircis, a Nuoro: lirtzis, a Ollolai: lortzis, a Olzai pare si abbia una doppia denominazione: lurtzi e sulurtzi, in alcuni siti barbaricini: thulurtzis, e infine a Ottana abbiamo: silurtzis (dati Pittau) Chi si è occupato di tali denominazioni, si è così espresso: per il Wagner (che riporta nel DES solo la variante lircis) è parola misteriosa; per lo studioso catalano E. Blasco i Ferrer sarebbe una forma greco-bizantina da un sintagma nominale: Thiu Leoutis 'zio Leuzzi' (una notte insonne ho passato chiedendomi chi fosse mai 'sto Leuzzi); per quello sardo M.Pittau: non si sa da dove venga, ma gli sembra ricordare qualche toponimo iberico, come Ilurci, così tanto per dirne una accattivante. Come si vede, direbbero gli inquirenti, stiamo brancolando nel buio più fitto. Eppure l'acqua in cui la natrice sguazza non è poi così torbida come si vorrebbe. Ritorniamo per un attimo al titolo: "una serpe davvero illirica... ecc. ecc". Illirica: era forse suggestivo l'italics per questa parola?... Molti forse non lo sanno, e allora glielo diciamo noi, ma spesso i popoli primitivi assumono una certa loro denominazione di ethnos, con la precisa funzione di spaventare i loro vicini e avversari o per votarsi a un qualche animale sacro all'interno della loro tribù; tutto ciò è chiamato: totemismo. Così gli antichi Piceni avevano come animale sacro il picchio, la gazza: picus in latino, da cui: Pic-eni, gli Hirpini il lupo, da hirpus 'lupo'. Ora gli Illiri che vivevano probabilmente in origine intorno a qualche fiume o lago, come un'altra tribù illirica, gli Enchelei 'le anguille' (da έγχελυς ), secondo una ragionevole ipotesi formulata dal grande Anton Mayer, da un antenato-serpe detto Illuriòs 'serpe' (figlio del celebre Cadmo) prendevano nome (quello che i linguisti chiamano l'eponimo). E presso tutti gli Illiri, ma specie quelli meridionali, il serpente era l'animale ctonio per eccellenza, collegato col culto degli antenati e col complesso magico religioso della fertilità della terra e della donna, apparendo con frequenza raffigurato in bassorilievi, gioielli e sulle polene delle navi.


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Le radicate credenze in serpi e draghi pare sian state d'ostacolo all'affermazione del Cristianesimo, come si deduce dalla Vita di S. Ilarione scritta dall'illirico San Gerolamo; Ilarione dovette eliminare il terribile Boas che devastava Epidauro, divorando animali e persone, perché i pagani iniziassero un'opera di conversione. Detto ciò, osserviamo la forma linguistica. La radice *il- (dall'indoeuropeo ụel) la ritroviamo in altre lingue indeuropee, come nel greco dove vale ‘storcere,avvolgere,torcere': illòs 'strabico', perché è della serpe, non c'è bisogno che ve lo dica io, muoversi in tale maniera. Orbene a una radice il- si è aggiunto un suffisso -ur, che in area illirica (e come vedo nel mio libro in quella paleosarda) è assai diffuso; si ottiene così:ilur-, e già qui le acque sembrano rischiararsi notevolmente. Manca la parte finale -ci, -tzi: per spiegarla sono ricorso all'albanese, che ci offre un suffisso -çi, -thi per indicare il diminutivo. La soluzione che io offro è pertanto che una molto probabile forma: *ilurci indicasse il "serpentello", e che come tale sia penetrata nel volgare latino di Sardegna, variamente sfigurata poi per l'incontro con l'articolo romanzo su 'il, lo' (attraverso il meccanismo della concrezione/discrezione come succede in altri casi ben dettagliati dal Wagner nella sua Historische Lautlehre des Sardischen). Dunque la serpe d'acqua sarda ha una radice intrinsecamente e formalmente illirica.


bibliografia utilizzata:


M.L. Wagner, Dizionario Etimologico Sardo, Heidelberg 1960-64


M. Alinei, Dal totemismo al Cristianesimo popolare, Alessandria 1984


M. Pittau, Dizionario della lingua Sarda I-II, Cagliari 2000-2002


A. Mayer, Die Sprache der alten Illyrier, Wien 1959


A.Stipcevic, "Simbolismo illirico e simbolismo albanese" in Iliria 5, 1976


M. Camaj, Albanische Wortbildung, Wiesbaden 1966


J. Pokorny, Indogermanisches Etymologisches Wörterbuch, 1959


D. Srejovic, Illiri e Traci, Milano 1996


J. Wilkes, Gli Illiri tra identità e integrazione, Genova 1994


E. Blasco i Ferrer,“Etimologia ed etnolinguistica:zoonimi parentelari e totemismo in Sardegna” in Quaderni di Semantica xxii, 2001


Fonte: Sardo - Illirica