mercoledì 23 dicembre 2009

Buon Natale

Ringraziamo per le numerosissime visite e comunichiamo a tutti i nostri affezionati lettori che riprenderemo a pubblicare i nostri articoli a gennaio. Ci auguriamo che il Natale porti serenità e speranza, che il mondo sia un posto migliore ogni giorno e che l’uomo impari a rispettare l’altro e a comunicare senza violenza opinioni e idee.

Buon Natale a tutti.

Gli amministratori,

Adele e Elton

domenica 20 dicembre 2009

Ururi e gli Arbëresh: come valorizzare il dialogo multiculturale

L’indagine sulla storia del popolo a cui si appartiene, sulle tradizioni e sulla lingua che si parla è sempre molto stimolante, ma poco praticata. Fino a che un individuo si trova nella sua comunità e nella sua cultura, non percepisce il profondo significato della sua identità etnica.

Tutto cambia in seguito ad un fenomeno migratorio. Il ritrovarsi in una società diversa, dove è diversa la storia, le tradizioni e la lingua. È allora che il senso della propria identità si rafforza e si riscopre una nuova energia che spinge il desiderio di scoprirsi appartenenti ad una comunità che ha precise connotazioni storico-culturali.

All’interno di questo quadro così suggestivo di scoperta e di esplorazione si inseriscono le iniziative dell’istituto tecnico comprensivo “Gravino” di Ururi, provincia di Campobasso, tutte legate al desiderio di valorizzare la lingua e la cultura della comunità arbëresh.

Ururi è un paese di origine albanese e la comunità ha sempre cercato di preservare la propria identità etnica; tuttavia è consapevole dei rischi che comporta il fatto che questo passaggio alle nuove generazione avvenga oralmente. Ad aumentare la necessità di progettare iniziative finalizzate alla consapevolezza della propria identità, ci sono le recenti immigrazioni provenienti dall’Albania. Si è quindi resa necessaria una riflessione sul tema dell’identità arbëresh. In particolare, uno dei progetti attivati si articola in due fasi: la prima è destinata all’anamnesi storica e più specificatamente culturale, mentre la seconda fase si concentra sulla lingua.

Vale la pena ricordare che gli arbëresh sono albanesi costretti alla fuga perché decisi a non sottostare al dominio turco. Erano perlopiù benestanti che non volevano accettare l’islamizzazione forzata. Il loro nome deriva dal fatto che prima che lasciassero la loro terra, questa aveva il nome di Albanë o Arbër, mentre dopo l’invasione turca gli albanesi rimasti in Albania presero in nome di Shqiptar.

Il progetto della scuola di Ururi è interessante non solo perché muove dal rispetto per una comunità che ha un’identità complessa e composita, ma anche perché è realizzato attraverso il contatto con la tradizione. Agli alunni coinvolti è stato chiesto di intervistare gli anziani, ascoltare le loro storie, fotografare oggetti tipici del passato. In tal modo la scuola invita i propri alunni a investigare sul proprio passato e sul passato dei loro compagni, facendo due operazioni positive: la prima consente al bambino di origine arbëresh di costruire una doppia identità etnica e lavorare sull’appartenenza ad entrambe le culture (quella italiana e quella arbëresh); la seconda consente al bambino italiano di apprezzare il privilegio del dialogo multiculturale come generatore di uomini e donne inclini all’ascolto e capaci di apprezzare il valore della differenza.

Adele Pellitteri

domenica 13 dicembre 2009

Il museo archeologico di Viterbo

Anche il museo archeologico di Viterbo è ricco di reperti di grande valore, nonché di messaggi epigrafici di notevole contenuto filosofico.

Entrando, contro la parete destra si nota un sarcofago originale, con una figura umana completamente distesa sul coperchio. In corrispondenza dei piedi è incisa questa brevissima iscrizione:

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Questa epigrafe estremamente concisa richiede però un lungo commento, poiché racchiude in se stessa un concetto ampio: CAE-I nella maniera moderna si potrebbe interpretare nel senso di “Abbi benevolenza per lui, Signore”.

In verità CAE ( qaje in albanese) letteralmente vorrebbe dire semplicemente “piangilo”, ma il suo significato profondo è molto più importante. Non lacrime di pianto chiedono al Signore, ma compassione, misericordia, benevolenza.

Questa si deduce dalla solitaria I che segue la parola CAE, e il cui significato è DIO.

Nella Divina Commedia (Paradiso, XXVI, 133 – 134) Dante ce lo conferma in questo modo:

Pria ch’io scendessi all’infernale ambascia,

“I” s’appellava in terra il Sommo Bene…

e Jacopo della Lana, il letterato bolognese del XIV secolo che per primo commentò per intero la Divina Commedia, annotò:

…çoè in soa vita Deo s’appellava “I”. Il primo nome per lo quale Adamo nominò Iddio fu “I”.

È interessante notare che nella lingua turca come in quella giapponese e coreana, e forse in altre lingue orientali I significa bene.

In turco i adam sta per persona buona, perbene.

Perciò è sempre opportuno cercare di analizzare le epigrafi inquadrandole in relazione all’epoca e alle circostanze in cui di adoperavano quelle parole, evitando di fermarsi al loro significato posteriore o addirittura di accettarne accattivanti assonanze, come sembra sia stato fatto con questa iscrizione affrettatamente assimilata al nome proprio romano “Caius”.

Brano tratto dal libro L’etrusco lingua viva dell’autrice Nermin Vlora Falaschi

domenica 6 dicembre 2009

Le Amazzoni

Dal mito delle amazzoni apprendiamo dell’esistenza di un popolo guerriero legato agli achei da un rapporto di paamazonrentela diretta. Questo popolo è noto principalmente per la presenza di donne capaci di combattere come gli uomini.

Non analizzeremo le origini geografiche delle amazzoni, ma piuttosto l’etimologia del nome. Tuttavia è bene precisare che hanno molto in comune con le donne combattenti albanesi che guerreggiavano al fianco degli uomini (Bubulina, Xhavelena, le donne di Scutari ecc).

Ma torniamo alla questione etimologica. Gli antichi studiosi greci spiegavano l’etimologia riferendosi al termine Mazos (seno) perché si dice che le amazzoni si amputassero la mammella destra per non essere impedite nel tiro con l’arco e nel lancio delle frecce.

Louis Benloew, invece, spiega l’etimologia della parola partendo da un termine ebraico (Amah) e da uno caldaico (Azen). Entrambe le parole significano arma/i. Karolide ritiene che l’etimologia della parola amazzone si possa spiegare attraverso la parola armena Amaduni che vuol dire straniero, oppure grazie al termine persiano Amadem.

Nessuno di questi studiosi ha provato a spiegare l’etimologia della parola in questione utilizzando la lingua del popolo pelasgo.

Cercheremo dunque di spiegare la parola con tutte le riserve del caso.

In albanese esiste la parola zonjë (signora) utilizzata anche come titolo. Zonja (la signora) è la prima persona (la più importante) per la gestione della casa e per la vita dell’uomo. La lingua albanese prevede inoltre espressioni come Zonja ime (signora mia) oppure Ime zonjë (mia signora). Premesso che nel greco antico ime è emi, possiamo concludere che l’espressione Emizonjë (mia signora) è molto vicina a Amazonë (Amazzoni).

Brano liberamente tratto dal libro Arvanitasit dhe prejardhja e grekëve dell’autore Aristidh Kola