Anche il museo archeologico di Viterbo è ricco di reperti di grande valore, nonché di messaggi epigrafici di notevole contenuto filosofico.

Entrando, contro la parete destra si nota un sarcofago originale, con una figura umana completamente distesa sul coperchio. In corrispondenza dei piedi è incisa questa brevissima iscrizione:

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Questa epigrafe estremamente concisa richiede però un lungo commento, poiché racchiude in se stessa un concetto ampio: CAE-I nella maniera moderna si potrebbe interpretare nel senso di “Abbi benevolenza per lui, Signore”.

In verità CAE ( qaje in albanese) letteralmente vorrebbe dire semplicemente “piangilo”, ma il suo significato profondo è molto più importante. Non lacrime di pianto chiedono al Signore, ma compassione, misericordia, benevolenza.

Questa si deduce dalla solitaria I che segue la parola CAE, e il cui significato è DIO.

Nella Divina Commedia (Paradiso, XXVI, 133 – 134) Dante ce lo conferma in questo modo:

Pria ch’io scendessi all’infernale ambascia,

“I” s’appellava in terra il Sommo Bene…

e Jacopo della Lana, il letterato bolognese del XIV secolo che per primo commentò per intero la Divina Commedia, annotò:

…çoè in soa vita Deo s’appellava “I”. Il primo nome per lo quale Adamo nominò Iddio fu “I”.

È interessante notare che nella lingua turca come in quella giapponese e coreana, e forse in altre lingue orientali I significa bene.

In turco i adam sta per persona buona, perbene.

Perciò è sempre opportuno cercare di analizzare le epigrafi inquadrandole in relazione all’epoca e alle circostanze in cui di adoperavano quelle parole, evitando di fermarsi al loro significato posteriore o addirittura di accettarne accattivanti assonanze, come sembra sia stato fatto con questa iscrizione affrettatamente assimilata al nome proprio romano “Caius”.

Brano tratto dal libro L’etrusco lingua viva dell’autrice Nermin Vlora Falaschi