domenica 29 agosto 2010

Museo archeologico del Vaticano (1)

 

-prima parte-

È un luogo particolarmente affascinante, il Museo Archeologico del Vaticano. La bellezza e l’armonia rendono la cultura quasi più dotta che altrove, con i reperti collocati in una cornice stupenda, che valorizza ogni oggetto, il quel quadro plurimillenario.

Tutto è palpitante, e nell’ammirare si vive, si gioisce, si soffre con i nostri antenati. Il tempo si ferma, quando si leggono quelle iscrizioni che appartengono al sentimento, e il modo di sentire non muta con lo scorrere dei secoli.

Forse l’iscrizione più bella, e anche più chiara e leggibile, appartiene a un’urna ornata con putti che rincorrono dei cigni svolazzanti. Ai due lati l’urna è incorniciata da fiori stilizzati, retti da una figura umana dalle gambe incrociate che vengono assimilate fino a trasformarsi in una base che sostiene tutto l’insieme. E l’insieme di questo l’ornamento fa da cornice al pensiero filosofico dedicato ad una bella figura femminile che, adagiata su un cucino, volge lo sguardo verso spazi infiniti.

Lontana dagli affanni terrestri, in un’urna ornata di incisioni circondata da querci, riposa la persona vicina al nostro cuore.

L’interesse che desta questa urna è notevole, non solo per il linguaggio così uguale all’albanese di oggi, non solo per il modo come sono espressi sentimenti e concetti di pace come ci piacerebbe intendere ancora ai nostri giorni, non solo infine per aver conservata intatta la sua bellezza fin da una remota antichità, ma sopra tutto per la conferma di una cultura e di una tradizione comune nell’area euro-mediterranea.

Anche questo messaggio epigrafico, come del resto tutti gli altri, si interpreta con l’idioma dei mitici Pelasgi, sopravvissuto nell’albanese attuale:

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Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

     

LARCE

Largë

Lontano

TUTNASH

tutnash

dagli spaventi

LATHA

lata

tra ornamenti scolpiti

LISA

a lisa

e querci

SCL

shkeli

è scesa

AFRA

e afra

la vicina

In questa iscrizione breve ma significativa, si osservano tre parole presenti pure a Chiusi, Firenze e Perugia: TUT, LISA e SCELI.

Si è già veduta l’iscrizione di Perugia con la parola SCELI (in albanese shkeli) cioè scese, che qui è stata resa scrivendo solo le consonanti (SCL), un metodo non inconsueto.

Su un’urna al Museo Nazionale di Chiusi vi è un iscrizione abbastanza lunga con la parola TUT, spavento, affanno. Onde evitare perplessità, conviene precisale la forma TUTNASH come appare al Museo Vaticano, significa dagli spaventi. Infatti anche oggi la lingua albanese non ha articoli, ma declinazioni nella duplice forma determinata e indeterminata. Per esempio per rendere determinata la parola LIBRO, in italiano si impiega l’articolo (il libro), mentre in albanese da libër nominativo indeterminato si forma libri, determinato.

Tratto dal libro L’etrusco lingua viva dell’autrice Nermin Vlora Falaschi

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