domenica 25 aprile 2010

I Telchini

I Telchini (in albanese Telhinë) sono demoni che vivono sotto la superficie terrestre, ma anche nelle profondità del mare e sulla terraferma. A causa di questa loro molteplice dislocazione, li consideriamo come esseri anfibi che hanno forme strane e illimitate possibilità di trasformazione. Nell’isola di Rodi, che è considerata la loro patria, li chiamavano maghi. Erano proprio loro [i Telchini] che, secondo le leggende, fecero sprofondare sul fondo del mare l’isola di Rodi, facendola poi riemergere in superficie molto più tardi delle altre isole. Il mito dei Telchini è collegato con quello del fuoco. Gli studiosi li considerano una personificazione delle forze vulcaniche marine; nell’antichità erano indicati come la causa principale dei terremoti nelle terre isolane.

Un terremoto marino può causare lo sprofondamento di un’isola negli abissi, oppure può fare emergere un’isola nuova (vedi Santorini). Questo, evidentemente, è stato uno dei principali motivi all’origine delle leggende sui Telchini. Si diceva che fossero anfibi, che manipolassero la lava vulcanica ed erano considerati maestri nella lavorazione dei metalli; si temeva il loro magico potere di far sprofondare o riemergere un’isola. Tutte queste leggende ebbero origine dall’osservazione delle attività vulcaniche nelle isole; furono proprio queste caratteristiche a dare il nome a questi demoni, che vivevano per lo più negli abissi marini.

Una possibile interpretazione etimologica del loro nome si può far risalire al verbo ϕελγειν (felgein) della lingua greca, che significa attrarre, stregare; però la lingua albanese ci fornisce un'altra, più limpida, soluzione.

Telchino (Telhinë nella lingua albanese) è un nome la cui prima parte deriva dal verbo albanese del (uscire), e la cui seconda dall’altro verbo albanese hin (entrare). In questa maniera un Telchin (Telhin) è colui che entra ed esce (dall’acqua), cioè un essere anfibio; oppure, secondo un’interpretazione ugualmente valida, una figura mitologica in grado di causare lo sprofondamento negli abissi di un’isola oppure il suo riemergere. La parola poi è stata trasformata da delhin (telchin) in telhin.

P. Karolide, nella sua introduzione dell’opera “La storia del popolo greco”, dell’autore K. Papariguli (prima parte, p.96) , collega la parola Telhi alla parola armena del (medicina).

Senza voler necessariamente propendere per la variante albanese, occorre ancora rilevare le analogie del nome con la parola Delfis/delfino, che si ricollega al termine greco δελϕυοσ – υοσ (delfyos – yos = utero della donna). Come dire, cioè, che la parola delfino, in albanese delfin, potrebbe aver avuto origina da del (esce) e fus (entra), rispecchiando il comportamento del delfino che, al contrario degli altri pesci, entra ed esce (dall’acqua).

Un'altra versione etimologica è quella che ci dà Robert Graves nel suo libro “La mitologia greca”, a pagina 215. Graves, nella sua opera, ha dato interpretazioni etimologiche a dir poco impossibili. Per chiarire l’origine della parola in questione, egli fornisce, infatti, una spiegazione che viene qui riferita senza nulla togliere o aggiungere, per evidenziare come scrittori europei anche affermati interpretino le antiche culture.

[…] Telchin (Telhin): i grammatici greci riconducevano questa parola al termine ϕελγειν (felgein), che significa attrarre, stregare. Ma visto che la donna, il cane e il pesce rappresentavano motivi ricorrenti nei dipinti della Scilla Tirrena, cosi come in quelli di Creta, oppure anche nelle figure delle polene delle navi Tirrene, questa parola può essere intesa come variante della parola “Tirin”, oppure “Tirsin”. Sembra che i Telchi fossero divinità adorate da un antico popolo della Grecia, di Creta, della Lidia e delle varie isole del mar Egeo, nelle quali vigeva un regime matriarcale, e che gli aggressori greci, organizzati viceversa in uno stato patriarcale, li avessero costretti ad emigrare verso nord. L’origine di questo popolo sembra di essere quindi riconducibile all’Africa Orientale […].

Queste sono le assurdità sostenute da Robert Graves.

Liberamente tratto dal libro Gjuha e perëndive dell’autore Aristidh Kola

domenica 18 aprile 2010

Apfelsine

Per indicare l’arancia i Tedeschi hanno in uso una parola dalla oscura etimologia: Apfelsine. Di solito la parola più usata per indicare tale frutto è Pomeranze che in pratica non è altro che il francese pomme, cioè mela, ed è riconducibile alla prima parte della parola Apfelsine, perché nella lingua tedesca apfel vuol dire mela.

Naranza è la forma dialettale veneziana della parola italiana arancia. Saumaise accostava la parola italiana arancia e quella francese orange al termine latino aurantia e cioè mela dorata. Questa parola [aurantia] è stata sostituita dal vocabolo aurata nel medioevo.

Mettendo davanti alla parola aurantia il prefisso in troviamo le parole inaurantia, naranza ecc. Diez individua una parola persiana nel vocabolo naranza che è stato introdotto in Europa dagli Arabi. In persiano arancia si dice nareng, in arabo invece narang.

Il termine francese orange è una distorsione popolare di una etimologia sbagliata. Il popolo ha trasformato la parola latina aurum con il francese or cioè oro. La lingua latina del XIII secolo trasformò questo termine orientale in arangia.

Questo frutto è stato importato in Germania dalla Provenza, dove veniva chiamato orange, e nello stesso tempo dai Veneziani che chiamavano il frutto naranza, pomma naranza. Ma da dove si è diffuso tra le popolazioni germaniche il termine Apfelsine? Il dizionario di Grimm non ci illumina su questo punto. Il dizionario di Kraft lo traduce: China-Apfel (mela della Cina), spiegazione questa che non si può prendere in considerazione.

Nella lingua albanese esiste un suffisso, sine, che, secondo i casi, diventa sinea. Con l’aiuto di tale suffisso questa lingua costruisce nomi astratti. Alcuni esempi: mecefsine (mësheftësi) = segreto, ljagesine (lagështi) = umidità, thatësinë (thatësirë) = siccità, vranesine = nuvolosità, egersine (egërsirë) = bestia. Dalle parole albanesi ambelje, amelje, emblje (dolce, zuccherato), deriva la parola ameljsin che significa dolcezza, dolce, molto zuccherato. Crediamo che questa parola [ameljsin] si avvicini molto alla parola apfelsine. Le popolazioni del Sud della Germania credevano di avere trovato nella parola albanese amelje la parola apfel, come gli stessi Italiani e Francesi credevano di avere trovato nella parola persiana nareg la parola latina aurum. Esempi di etimologie sbagliate, inserite nella lingua dal popolo, ce ne sono tante in tutte le culture.

Rimane da capire come i Tedeschi siano riusciti ad adattare una parola albanese, la quale nomina l’arancia in maniera non molto chiara, considerato che la lingua italiana e quella francese hanno dato allo stesso frutto nomi comprensibili. Per capire questa curiosa vicenda si deve innanzitutto ricordare che Venezia fino al 1866 apparteneva all’Impero Austriaco, e la Germania, attraverso il porto di Trieste, partecipava al commercio nel Mediterraneo.

In fine, non solo in Sicilia, ma anche negli stati di Hapsburg (Asburgo), esistevano colonie di Albanesi. Colonie di Albanesi si trovavano anche a Smirne e a Zara, che era il capoluogo della Dalmazia; un’altra colonia di Albanesi, formata da 210 persone, si trovava nella penisola d’Istria a Peroj (Pola). L’ultima attribuzione di territori da parte della Repubblica di Venezia a 60 famiglie albanesi che erano scappate dopo l’invasione turca dell’Albania risale al 1657. Per quanto riguarda la Sicilia, quest’ultima è stata una meta di migrazione fin dal XIII secolo per gli Albanesi ortodossi.

Gli Albanesi della Sicilia e della Dalmazia si vantavano con i Tedeschi delle arance dolci che offrivano loro, e chiamavano questo frutto ameljsin, che, come abbiamo già detto qui sopra, significa dolcezza, dolce, molto zuccherato. I Tedeschi da parte loro credevano che questo fosse il vero nome del frutto e cosi ne adattarono la pronuncia alla loro lingua.

Liberamente tratto dal libro La Grèce avant les Grecs dell’autore Louis Benlow

domenica 11 aprile 2010

Gli Albanesi sono discendenti dei Pelasgi

La lingua albanese è una lingua stupenda, ed è un vero peccato che gli Albanesi non ne abbiano del tutto capito l’importanza. Fino ad oggi nessuno di essi ha saputo approfondire gli studi su questo idioma affascinante. Gli studiosi albanesi si sono fidati troppo spesso dei loro colleghi occidentali, e soprattutto di quelli che vengono chiamati albanologi. I filologi albanesi hanno cosi tanta fiducia nei cosiddetti studiosi occidentali che spesso accettano senza riserve le conclusioni di questi ultimi, addirittura senza nemmeno controllare la veridicità delle loro affermazioni. Cosi, senza prendere in considerazione nessun altra tesi, gli studiosi albanesi credono fermamente che gli Albanesi siano tutti discendenti degli Illiri, e questo perché studiosi e filologi stranieri sostengono questa teoria. Questa ipotesi, pur non priva di fondamento, riguarda solo una piccola parte degli Albanesi (gli abitanti del Nord del Paese delle Aquile); altri gruppi di etnia albanese, diffusi su un’area geografica di grande estensione (Albania, Grecia, Serbia, Turchia, Italia, ecc.), non discendono dagli Illiri, ma rappresentano rami evolutivi distinti della razza pelasgica.

D’altro canto, è sufficiente che uno studioso occidentale formuli la sua teoria che i Pelasgi non sono mai esistiti se non nell’immaginazione degli scrittori antichi, oppure che sono solo un mito dell’antichità (Max Müller), perché gli Albanesi la accettino senza riserve.

Un falso ideologico ancora più fuorviante di quello commesso da Max Müller è stato sostenuto dall’etnologo Jakob Philipp Fallmerayer; egli, scambiando erroneamente la popolazione greca di origine albanese - in particolare gli oriundi albanesi del Peloponneso - per una popolazione straniera, ad esempio slava, e non riconoscendola come popolazione autoctona stanziale in quelle regioni da tempi addirittura antecedenti la civiltà greca, sostenne che la popolazione della Grecia negli anni 1830-1840 non fosse discendente diretta degli antichi Greci. In tal modo Müller omise una distinzione doverosa, e cioè che la sua tesi dovesse riguardare solo i discendenti degli Slavi, Ebrei, Armeni, Arabi, Persiani, Egizi, ecc., cristianizzati ed assimilati alla popolazione eteroclita che alla fine di questo processo di integrazione prese il nome Elleni. Ma per gli Albanesi come quelli del Peloponneso (e di altre regioni), la questione è diversa: occorreva precisare che essi non discendono dagli Elleni (ormai fusi con la razza mesopotamica), ma che derivavano direttamente dai Pelasgi, che costituivano la stragrande maggioranza della popolazione greca. Ecco qual’era l’origine degli Albanesi della Grecia bizantina del VI secolo, e della prima metà del 1800 (epoca dello studioso Jakob Philipp Fallmerayer).

Quindi, contrariamente a ciò che sostengono molti autori attuali, e cioè che gli Albanesi sono discendenti degli Illiri (tesi che gli Albanesi stessi accettano senza fiatare), il popolo albanese non discende unicamente dagli Illiri, ma prima ancora dai Pelasgi. Ciò equivale alla differenza tra il considerare solo una piccola parte della popolazione (quella di derivazione illira) o la sua maggioranza. Gli Illiri costituivano solo una piccola parte dei Pelasgi o Albanesi. Si può quindi affermare che tutti gli Illiri sono Albanesi, mentre il contrario (tutti gli Albanesi sono Illiri) non risulta essere corrispondente al vero. Analizzando, secondo criteri analoghi, l’origine della popolazione greca, si può dire tutti i Greci (ad esclusione, come precedentemente indicato, dei gruppi etnici imparentati con i Mesopotami) sono Albanesi Γραικοι (Graikoi) o, per dire meglio, tutti i Greci sono Pelasgi, ma non tutti i Pelasgi sono Greci. Da queste considerazioni derivano le idee, esposte in questo breve saggio, che tutti gli Albanesi siano Pelasgi.

Liberamente tratto dal libro Enigma di Robert d’Angely.