domenica 29 agosto 2010

Museo archeologico del Vaticano (1)

 

-prima parte-

È un luogo particolarmente affascinante, il Museo Archeologico del Vaticano. La bellezza e l’armonia rendono la cultura quasi più dotta che altrove, con i reperti collocati in una cornice stupenda, che valorizza ogni oggetto, il quel quadro plurimillenario.

Tutto è palpitante, e nell’ammirare si vive, si gioisce, si soffre con i nostri antenati. Il tempo si ferma, quando si leggono quelle iscrizioni che appartengono al sentimento, e il modo di sentire non muta con lo scorrere dei secoli.

Forse l’iscrizione più bella, e anche più chiara e leggibile, appartiene a un’urna ornata con putti che rincorrono dei cigni svolazzanti. Ai due lati l’urna è incorniciata da fiori stilizzati, retti da una figura umana dalle gambe incrociate che vengono assimilate fino a trasformarsi in una base che sostiene tutto l’insieme. E l’insieme di questo l’ornamento fa da cornice al pensiero filosofico dedicato ad una bella figura femminile che, adagiata su un cucino, volge lo sguardo verso spazi infiniti.

Lontana dagli affanni terrestri, in un’urna ornata di incisioni circondata da querci, riposa la persona vicina al nostro cuore.

L’interesse che desta questa urna è notevole, non solo per il linguaggio così uguale all’albanese di oggi, non solo per il modo come sono espressi sentimenti e concetti di pace come ci piacerebbe intendere ancora ai nostri giorni, non solo infine per aver conservata intatta la sua bellezza fin da una remota antichità, ma sopra tutto per la conferma di una cultura e di una tradizione comune nell’area euro-mediterranea.

Anche questo messaggio epigrafico, come del resto tutti gli altri, si interpreta con l’idioma dei mitici Pelasgi, sopravvissuto nell’albanese attuale:

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Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

     

LARCE

Largë

Lontano

TUTNASH

tutnash

dagli spaventi

LATHA

lata

tra ornamenti scolpiti

LISA

a lisa

e querci

SCL

shkeli

è scesa

AFRA

e afra

la vicina

In questa iscrizione breve ma significativa, si osservano tre parole presenti pure a Chiusi, Firenze e Perugia: TUT, LISA e SCELI.

Si è già veduta l’iscrizione di Perugia con la parola SCELI (in albanese shkeli) cioè scese, che qui è stata resa scrivendo solo le consonanti (SCL), un metodo non inconsueto.

Su un’urna al Museo Nazionale di Chiusi vi è un iscrizione abbastanza lunga con la parola TUT, spavento, affanno. Onde evitare perplessità, conviene precisale la forma TUTNASH come appare al Museo Vaticano, significa dagli spaventi. Infatti anche oggi la lingua albanese non ha articoli, ma declinazioni nella duplice forma determinata e indeterminata. Per esempio per rendere determinata la parola LIBRO, in italiano si impiega l’articolo (il libro), mentre in albanese da libër nominativo indeterminato si forma libri, determinato.

Tratto dal libro L’etrusco lingua viva dell’autrice Nermin Vlora Falaschi

domenica 22 agosto 2010

La questione dell’Albania del Caucaso

 

L’Albania caucasica era uno stato dell'antichità, situato approssimativamente nella regione del Caucaso attualmente occupata dall'Azerbaijan. (fonte: Wikipedia.)

È innegabile che la questione dell’Albania del Caucaso susciti spesso la curiosità di molte persone. Molto probabilmente questa curiosità è legata all’omonimia tra l’antica regione che si trovava nel Caucaso ed il nome dell’Albania moderna. Ultimamente mi sono arrivate delle mail in cui mi si chiedeva se l’Albania Caucasica avesse a che fare con la “nostra” Albania, e cioè con quel paese balcanico dove vivono gli attuali Albanesi. Beh, quale risposta si può dare a tale domanda? Non nego il fatto che l’omonimia con una civiltà antica del Caucaso stuzzicasse particolarmente la mia fantasia. E cosi mi sono messo a studiare un po’ più a fondo questo “enigma”. Si deve dire che le fonti da cui attingere non sono molte, e fare una ricerca su Internet fa perdere la bussola: la confusione regna sovrana. Un primo articolo che ho trovato in rete risale, se non erro, al gennaio del 2010, ed è un articolo scritto dal dr. Jovan I. Deretić, dal titolo: Arbanasi - Albanesi, la loro origine e l'arrivo in Serbia. A mano a mano che leggevo questo articolo il sangue mi saliva alla testa, ma questa è un'altra storia. Senza perdersi in chiacchiere inutili, andiamo a leggere insieme cosa scrive questo studioso sulla questione dell’Albania del Caucaso.

Il popolo che noi Serbi chiamiamo Arbanasi, (Albanesi per gli stranieri), ed essi chiamano se stessi Schipetari, originariamente viene dal Caucaso. In tempi antichi era noto un paese nel Caucaso con il nome di Albania. Così lo chiamavano gli stranieri, mentre gli abitanti stessi lo chiamavano in un altro modo, proprio come fanno anche oggi con l'Albania odierna. I suoi abitanti chiamano l'attuale Albania “Schipetaria”.

A mio parere questo studioso parte con il piede sbagliato quando scrive che originariamente gli Albanesi provenivano dal Caucaso. Non rilevo alcuna fonte da cui lui avrebbe attinto per scrivere una simile fandonia. Le bizzarrie non si esauriscono qui, come appare dalla seguente ulteriore affermazione dello stesso autore:

L'unica cosa per cui la vecchia Albania era conosciuta sono i grandi e pericolosi cani, i cosiddetti pastori caucasici. Al tempo in cui Alessandro Magno conquistava l'Asia, trovò sul suo cammino un sovrano albanese, il quale gli regalò un grande cane. L'Albania caucasica era un paese molto povero, e come tale, non attirava invasori.

Evidentemente, l’odio che il Deretić mostra di nutrire verso gli Albanesi gli fa perdere la ragione, inducendolo a scrivere che anche una ipotetica Albania in una regione lontana fosse priva di interesse e non attirasse gli invasori. Ma questo è solo l’inizio del suo fantasioso articolo. L’autore continua il suo scritto con voli di fantasia degni di una saga di fantascienza. Per rispetto del lettore mi astengo dal citare l’intero articolo (chi ha tempo da perdere lo può leggere su Scribd), ma non posso non riportare “il pezzo forte” di tutto il lavoro, L’etimologia del nome Shqipëtar:

Nella loro lingua, la parola “schip” significa "luogo sassoso". Schipetar può essere tradotto in lingua serba con "montanaro". Gli scrittori austroungarici alla fine del 19 ° e all'inizio del 20 ° secolo, davano intenzionalmente un'interpretazione sbagliata del significato del nome Schipteria, invece della terra dei montanari, l'hanno chiamata "terra dei corvi". Questo doveva dare dinnanzi al mondo un'origine più nobile del suo nome.

Cioè, noi poveri “montanari” albanesi dovremmo ringraziare gli scrittori austroungarici per aver “ritoccato” la storia, chiamando l’Albania la terra dei corvi?! Una piccola precisazione, visto che siamo in tema: lo sanno anche i sassi che l’Albania viene chiamata il paese delle aquile. E mi fermo qui.

Ora, dopo il riferimento ai sorprendenti contenuti di questo articolo, riprendiamo seriamente la questione dell’Albania caucasica ripercorrendo il pensiero di autori seri e ricercatori autorevoli.

Nel libro L'Albania: notizie geografiche, etnografiche e storiche (1901) di Arturo Galanti troviamo alcune preziose informazioni. L’autore è contrario alla tesi che l’Albania caucasica possa avere a che fare in qualche modo con l’Albania moderna. Egli sostiene che gli storici armeni, che secondo il nostro autore sono i più autorevoli per la vicinanza del loro paese al Caucaso e che chiamano l’Albania caucasica Arganie, narrano solamente che nel VII secolo d.C. gli abitanti dell’Arganie, sotto la pressione dei Kazari e di altri popoli nomadi, emigrarono in Armenia. I loro discendenti parlano oggi la lingua armena. Non si ha traccia di quale fosse la loro lingua primitiva. Ad ogni buon conto, nessuna delle lingue che oggi si parlano nella regione caucasica somiglia all’albanese.

Lo stesso autore sostiene che si tratta di una di quelle somiglianze o identità di nomi tutt’altro che infrequenti in geografia, da cui non è lecito trarre deduzioni troppo arrischiate. Poi Arturo Galanti fa alcuni esempi per difendere la sua tesi. Fra l’altro dice che anche l’antica Inghilterra fu chiamata Albion. I montanari della Scozia chiamano il loro paese Albany. Alba è nome frequentatissimo nell’antica Italia. Alba Longa nel Lazio; Alba Fucense nel paese dei Marsi; Alba Pompeia, oggi Alba; Albium Ingaunum, oggi Albenga; Albium Intemelium, oggi Ventimiglia; la tribù degli Albici è in Liguria. Ma anche in Spagna e nell’antica Gallia si incontra il nome Alba. A tutti è nota la città di Albì in Provenza, da cui presero il nome gli eretici albigesi nel secolo XIII. L’autore spiega questa somiglianza verbale con il fatto che tutti o quasi tutti questi nomi richiamano il radicale ario alb o alp, significante bianco e alta montagna (dalla bianca cima nevosa). Quasi tutti i luoghi sopra nominati sono, infatti, montuosi.

Jani Vreto, il filosofo del Rinascimento albanese, (Rilindja Kombëtare), nel suo libro Apologia, pubblicato nel 1878, alla tesi che gli Albanesi siano arrivati nelle terre dove si trovano tutt’oggi dall’Albania del Caucaso (tesi per giunta sostenuta anche dal dr. Jovan I. Deretić nell’articolo Arbanasi - Albanesi, la loro origine e l'arrivo in Serbia), risponde in una maniera molto singolare ed efficace. Vreto prende in esame una serie di documenti e parole dell’antichità classica e preclassica che hanno radici uguali a quelle di parole albanesi tuttora in uso.

Se- dice Vreto – gli Albanesi non fossero autoctoni nel territorio dove si trovano anche oggi, ma fossero stati barbari venuti durante le migrazioni dopo il cristianesimo, allora come si spiegherebbe l’identità della lingua albanese con l’antica lingua omerica e addirittura preomerica? Noi oggi sappiamo che la lingua classica non si parlava più già nel VII secolo d. C.

Il professor Sabri Musliu, nel suo saggio L’Albania del Caucaso e gli Albanesi (Prishtina 2009), scrive chiaro e tondo che l’interesse che suscita questo tema non è solo scientifico, ma soprattutto politico. Così, negli ultimi 150 anni, la storia molto spesso è stata usata dalla politica ultranazionalista ed è stata usata male, soprattutto nei Balcani, dove gli stati diventati tali prima di altri, hanno calpestato i diritti dei paesi vicini che ancora non erano diventati veri e propri stati indipendenti. In generale – scrive l’autore – la storiografia albanese ha rifiutato la pseudo teoria dell’origine degli Albanesi dal Caucaso. Per gli studiosi albanesi è bastata la tesi della discendenza dagli Illiri. Poi l’autore continua il suo saggio facendo un resoconto della storia della regione che nell’antichità si chiamava Albania del Caucaso.

A conclusione di questo articolo, possiamo dedurre che per nessuno degli studiosi (eccetto lo studioso serbo) l’Albania del Caucaso abbia qualche legame con l’Albania dei Balcani, se non per la somiglianza dei loro due nomi. Ovviamente, questo articolo non ha pretesa di esaustività alcuna sulla questione dell’Albania del Caucaso, ma almeno abbiamo fatto il tentativo di mettere un po’ di ordine nel vortice delle informazioni sbagliate che ci vengono servite in buona o in malafede.

Elton Varfi

domenica 15 agosto 2010

Alessandro, Cassandra, Aiace

 

Alessandro – Aleksandër

Questo nome è diventato famoso grazie a Paride che si chiamava anche Alessandro, figlio di Priamo (re di Troia) e di Ecuba. In seguito questo nome fu spesso attribuito ai principi di origine pelasgica, come Alessandro III di Macedonia, figlio di Filippo II e di Olimpiade, principessa epirota Una delle prime leggende legate a questo nome riguarda Paride/Alessandro, eroe troiano e pelasgo. Sua madre Ecuba, quando era incinta, sognò di partorire una torcia fiammeggiante che bruciò tutta la città di Troia. I genitori, comprendendo che questo sogno era profetico e presagiva la fine di Troia, diedero il bambino ai servi affinché lo uccidessero. Ma essi lo abbandonarono sulla montagna Ida. Il bambino fu allevato da un pastore di nome Agelaus. Paride, una volta cresciuto, scoprì di essere principe di Troia e figlio di Priamo; perciò tornò al palazzo reale accanto ai suoi veri genitori. La prima persona che lo riconobbe subito fu sua sorella Cassandra. È da sottolineare che il nome Paride gli fu dato dal pastore Agelaus. Invece è molto probabile che il nome Alessandro gli sia stato attribuito per via dell’urlo emesso da sua sorella Cassandra quando lo riconobbe: è nato come nel sogno (il sogno di Ecuba), che in lingua pelasgico-albanese suonerebbe cosi: Ka le si andërr.

Spiegazione: Ka (è), le (nato), si (come), andërr (sogno).

Anche la nascita di Alessandro Magno fu preceduta da un sogno che fece sua madre Olimpiade quando era incinta di lui.

Colui che difende gli uomini, è la spiegazione fonetica del nome in lingua greca.

Cassandra – Kasandra

Figlia di Priamo (re di Troia) e di Ecuba, ebbe in dono da Apollo il dono della preveggenza. Il suo nome si spiega perfettamente grazie alla lingua albanese: qes andërr (spiega il sogno), oppure qes andërra (spiega il sogno) in dialetto Ghego. Perciò l’etimologia è ovvia: colei che spiega i sogni.

Aiace – Ajaks

Questo è il nome di due eroi leggendari. Il primo, Aiace figlio di Telamone (re di Salamina), era considerato il guerriero più coraggioso dopo Achille nella guerra di Troia. Dopo la morte di Achille, Aiace e Ulisse si scontrarono. Il premio in palio erano le armi dello stesso Achille. Alla fine vinse Ulisse. Dopo questo fatto Aiace perse la testa; uscì di notte dalla sua tenda e uccise tutti i montoni che si trovavano lì intorno, credendo che fossero guerrieri.

Il secondo Aiace fu il figlio di Oileo, re della Locride, e comandante dei locresi durante la guerra di Troia; detto di Oileo o Oilìde, per distinguerlo da Aiace Telamonio, fu chiamato anche il piccolo, non solo in rapporto con Aiace il grande, ma soprattutto per via della sua corporatura più minuta. Anche lui si distinse nella guerra di Troia per il suo coraggio e anche per la sua crudeltà, ma soprattutto lui fu giudicato colpevole per via del sacrilegio nei confronti della dea Atena. Come abbiamo visto, sia Aiace il grande sia Aiace il piccolo simboleggiano la crudeltà e il sangue dei nemici versato. Il loro nome in lingua albanese rende l’idea della loro crudeltà: Gjaks oppure Gjakës significa appunto “assassino sanguinario”. E il nome Ajaks (Aiace) somiglia molto a questa parola.

Liberamente tratto dal libro, Albanie ou l'incroyable odyssée d'un peuple pré hellénique dell’autore Mathieu Aref

domenica 8 agosto 2010

Cerbero e Caronte

 

Cerbero

Sia per Omero che per Esiodo, Ade (Hadis in lingua albanese) è un luogo copertina libro versione albanese che rappresenta l’altro mondo ed è un posto scuro, un posto senza sole dove abitano i morti. Inoltre è un luogo di dimensioni indefinibili perché tutti possono entrarvi e per tutti c’è posto. Tutti possono entrarvi, ma nessuno può tornare indietro. Davanti alle porte del regno di Ade troviamo un cane nero, fortissimo e terribile, che verrà descritto con tre teste e con al posto della coda un serpente. I Greci lo chiamano Cerbero (Çerber in albanese). Il suo nome, ci dice Decharm (p. 392), è molto simile alla parola sanscrita Sarvari che significa notte. Io, insistendo anche in questo caso con l’affermare che la lingua sanscrita è più recente e si è formata dopo la lingua pelasgico – albanese, trovo che Cerbero indica il cane (cioè il guardiano senza sonno) delle tombe (Ade). Ecco la spiegazione: ken = qen cane nella lingua albanese, kυνά = qion nel greco antico, invece bαr (var) = varr (in albanese significa tomba). Inizialmente questa parola composta era Kenbar-os (dall’albanese qen – cane e var – tomba), dopo, con la sostituzione della lettera n in r, diventò Kenvar-os e in fine Qerver-os – Çerber (Cerbero in lingua italiana). La lettera n la usano di solito i Gheghi, invece la lettera r i Toschi, e cioè gli abitanti della zona in cui ha avuto origine il mito di Cerbero.

Aristidh Kola

Aristidh Kola

Caronte

Caronte, nella mitologia greca, è stato ideato supponendo che le anime dei morti dovessero passare il fiume Acheron, e che ci volesse qualcuno che li accompagnasse, qualcuno che conoscesse la strada. Era proprio questo che faceva Caronte. Successivamente si è diffuse il mito che una moneta posta nella bocca del morto che rappresentasse il prezzo del “biglietto” da pagare a Caronte per il suo servizio. Sono famosi I dialoghi dei morti di Luciano e la famosa risposta “Non riusciresti ad ottenerlo da chi non l’ha”.

Questa è la mitologia tardiva dei Greci che si basa sulla cosmogonia e sulla teogonia pelasgica.

Diodoro (A, 92, 2, 96,8) pretende che la credenza in Caronte avesse origine dall’Egitto. Decharm invece (p. 394), non è d’accordo con questa teoria ma trova l’etimologia della parola Caronte nel verbo della lingua greca, xαipω - godere, inteso come una forma di eufemismo.

Quando Caronte fa passare le anime nell’Ade, dà loro da bere l’acqua della dimenticanza, cosi queste anime dimenticano di ritornare indietro, come ci raccontano tante leggende.

Come sempre la lingua albanese, che era la lingua parlata dal popolo in Grecia fino alla rivoluzione del 1821, ci dà la spiegazione per il mito dell’acqua della dimenticanza che è collegata strettamente con l’etimologia del nome di Caronte. Nella lingua albanese esiste tutt’ora il verbo haronj, oppure haroj, che in tutti e due i casi significa dimenticare. È chiaro il collegamento fra il nome Caronte (colui che doveva far dimenticare ai morti di tornare indietro), e il verbo haroj (dimenticare) della lingua albanese *.

È vero che gli Albanesi della Grecia del Sud arrivarono tutti insieme nel XIV secolo dal Nord-Ovest della Penisola Balcanica, ma nella popolazione Çam che abita in Thesprotia da millenni noi troviamo toponimi come Aqeronti, ed esiste un lago che si chiama Aqerusia. La popolazione Çam è stata mandata via dalle sue terre dai Greci perché musulmana. Ma, nonostante il genocidio tremendo attuato dai Greci, molti sono rimasti. È rimasta soprattutto l’anima di quel popolo nel folclore della Grecia, e nella mitologia. È rimasta la danza panellenica, la danza dei Çam. Perciò possiamo dire senza ombra di dubbio che la tradizione millenaria non è stata mai interrotta nel popolo Çam.

* nota del traduttore.

Liberamente tratto dal libro Gjuha e perëndive dell’autore Aristidh Kola

domenica 1 agosto 2010

Confronto Ebraico - albanese

 

La maggior parte degli studiosi non mettono in dubbio che l’ebraico sia la lingua più antica. Inoltre si sa dalla storia sacra che prima della costruzione della Torre di Babele tutti gli uomini parlavano una stessa lingua, e che poi, dopo la confusione, si crearono vari e diversi linguaggi: molti ve ne sono affini all’ebraico, e specialmente quelli di Nazioni più vicine a Babilonia, da cui derivarono tutti gl’idiomi. Tali sono la lingua caldaica, l’arabica, la siriaca e l’etiopica. L’albanese, paragonato nella sua purezza all’ebraico, assomiglia talmente al caldaico che le parole sul muro contro Baldassarre re dei Caldei, ed interpretate da Daniele: “farsin u techel mene mene”, suonano come fossero albanesi, e quelle che più si avvicinano nel senso sono: manë manë = misurarono, misurarono, ti chel = tu porti, fare = niente. Ed in effetti si potrebbe credere che queste parole siano proprio albanesi, o dell’antichissima lingua dell’Epiro, che Daniele, unico esperto in quel linguaggio, interpretò, mentre i Savi del Regno caldaico non poterono intenderlo affatto.

Ma per far vedere più dettagliatamente il genio di questa lingua originaria dell’Epiro, corta, monosillabica e vibrata in modo tale che pare esprima solo suoni piuttosto che parole, mi piace di aggiungere qui poche righe di traduzione dell’inizio del cap. 3° del Cantico dei Cantici, là dove la sposa si lagna, perché passò la notte cercando l’oggetto dei suoi amori e non lo trovò. Intendo fare questo raffronto perché, siccome la lingua ebraica esprime concetti complessi con poche parole, meglio e più chiaramente si veda come la lingua albanese, emulando l’ebraico anche se in poche voci, forse addirittura con meno termini dell’ebraico riesce ad esprimere un maggior numero di concetti, tanto che potremmo metterla nel novero delle lingue naturali.

Bikascti balleloth miscchabi Hal

Bikascthiu: naphsci sceaaba eth

Na akuma: metzathiu lo ve

…. bahir asobeba va

Me strat tim në nat chercova atë

Ghi dò zëmëra ime: e chercova

as ghieta: ‘nciume nanì ‘mbë kambë,

e vete për në Giutet et ce.

Se qualcuno volesse prendersi la pena di contare le sillabe dell’una e dell’altra scrittura, ne troverebbe meno nell’albanese, che nella ebraica, calcolando nella prima le mute. Ma per mostrare ancora di più l’indole primordiale della lingua di cui trattiamo, ottimo consiglio mi sembra di proseguire il paragone con l’ebraica. Una lingua si può paragonare ad un’altra o nella concisione, o nel suono, o nelle parole stesse, o nella sintassi. Confrontando il suono delle vocali, sarà buona cosa esaminare le vocali dell’una e dell’altra lingua che abbiamo deciso di confrontare. Le vocali in sostanza sono cinque: a, e, i, o, u. ma siccome si possono pronunciare con un suono o largo o stretto e per di più sono soggette ad una tale gradazione che dal più stretto si passi al suono più largo, cosi, quantunque siano cinque, possono crescere a tante quante l’uso di un linguaggio avrà voluto. La lingua ebraica ha tredici vocali, vale a dire che le cinque vocali fondamentali diventano tredici a secondo del suono ora più largo, ed ora più stretto che s’impiega nel pronunziarle. E perché non si dica che la divisione delle vocali ebraiche in tredici sia un espediente masoretico, introdotto con la punteggiatura, faccio presente che i punti non furono altro che dei contrassegni, che mantenessero più distinto il suono delle vocali, il quale correva pericolo di perdersi, mentre la lingua cominciava a declinare. Da questo assunto possiamo concludere che le tredici vocali siano proprie della lingua ebraica e dire che gli Ebrei, tra strette, larghe, e larghissime, oltre alle mute, dividevano i cinque suoni della voce in tredici tra toni e semitoni, se mi è lecito usare tali vocaboli mutuati dalla musica. Nella lingua albanese le vocali variano in modo che, dalle cinque originarie, diventano molte di più a seconda dei suoni. Eccone gli esempi: in amë (madre) la a non è aperta, ma contiene un suono tra a ed e aemë,amë, ëme; in atà (quelli), le due a sono larghe; in baame (azioni) sono aperte, ma si avvicinano alla e muta; in ati ( padre), la a deve essere pronunziata rapidamente; in ar (oro) la a si dovrà pronunciare diversamente che in ar (noce), e in ar (lavoro, biada). Ar (oro) si pronunzia più rapidamente che ar (noce), in cui, al contrario, la a deve essere pronunciata prolungandola alquanto, raddoppiando la r, e in ar (biada) deve essere pronunziata quasi are.

E in e para, e mira (la prima, la buona) ha un suono naturale: in gurete (le pietre), si avvicina ad una lettera muta. In grue (donna), zonje (signora), somiglia quasi alla a; infatti alcuni pronunziano grua (donna), zonja (signora).

E di hem, come hem Pietri, hem Pali (e Pietro, e Paolo), è stretta.

I si pronunzia lunga come se fosse accentata in alcuni nomi di famiglie, come in Vladagni Zumi, e in sctpi che si dice anche scpì (casa).

I in ti (tu) è larghissima, tanto che, nella pronuncia di alcuni, sembra che suoni ijë, ti (tu). Lo stesso è in ieta (la vita) che si pronunzia anche jeta (la vita).

O in more è larga, come è in dò, particella disgiuntiva, do ti, do ai (o tu, o quello, vuoi tu, vuol quello). In croi (la fonte) ha un suono naturale, in jo (no), ha un suono largo.

U in u (io) è rapida, come in ju (voi): in u che serve per l’intransitivo, che si declina con le regole e coi tempi dal passivo, è vocale stretta, anzi strettissima, per esempio me u ‘mreculuem (meravigliarsi), me u dasciume (essere amato); e di fatto alcuni lo pronunziano come se fosse muta dicendo me të ‘mreculuem, me të dasciume. Alcune volte ha un suono naturale come Turk (Turco).

Tratto dal libro Memoria sulla lingua albanese dell’autore Giuseppe Crispi