domenica 30 gennaio 2011

Precisazioni sulla lingua albanese

Sarebbe ingenuo pensare che gli Albanesi abbiano conservato parole elleniche nella loro lingua soltanto grazie al contatto con gli stessi Elleni nel II secolo d. C., come sostiene lo studioso Jacob Philipp Fallemayer. Se veramente fosse così, allora gli Albanesi avrebbero dovuto parlare una lingua simile a quella alessandrina, perché credo che sarebbe molto strano che un ipotetico popolo, che arrivasse oggi tra noi, imparasse non la nostra lingua corrente ma un antico dialetto dell’Attica. Con l’esempio sopracitato s’intende spiegare che logica vuole che, per prima, s’impari la lingua che si sente parlare ogni giorno e che, magari, conserva anche parole del dialetto dell’Attica e addirittura parole omeriche come andras = burrë (uomo), ieron = i shenjtë (sacro), polis = qytet (città), ecc, mentre è incomprensibile si apprendano parole che non vengono più usate, come Rea (nuvole), anë (lato), mend, (la mente), nisem (parto). Se è cosi, dobbiamo ammettere che questo ipotetico popolo, appena arrivato, si metta a studiare appassionatamente Omero. Ma gli Albanesi erano analfabeti. Perciò, come poterono imparare la lingua omerica se i loro primi contatti con i Greci avvennero solo nel II secolo d. C, come sostiene Fallemayer, o addirittura nel X secolo d. C., come sostiene l’antialbanese dichiarato Nicocli?

Aristidh Kola 1944 - 2000

Aristidh Kola 1944 - 2000

Molti studiosi neogreci, appurando che alcune popolazioni greche usavano in talune parole del loro dialetto suffissi dell’antichità classica come –usi, -asi, ecc, sono arrivati alla conclusione che questo solo elemento sia la prova tangibile dell’ellenizzazione di queste popolazioni. Senza voler mettere minimamente in dubbio questo processo di ellenizzazione, devo dire che la conclusione di questi studiosi mi sembra molto superficiale. Nello studio della lingua, gli elementi che dimostrano le continuità filologiche non sono i suffissi ma le radici. Questi suffissi erano in uso fino alla fine dell’Impero Bizantino, e forse anche oltre. Ma le affinità tra le popolazioni attuali e l’antico Impero Bizantino, che un tempo le dominava, non necessariamente rappresentano la prova di un collegamento con l’ellenismo antico! Gli Ebrei, i Siriani, gli Egizi e tutti gli altri popoli che furono soggetti all’Impero Bizantino, pur convertendosi in buona parte anche al Cristianesimo, non arrivarono mai a sentire un legame di sangue o una vicinanza spirituale con l’antichità classica!...

Copertina del libro, versione albanese

Copertina del libro, versione albanese

Al contrario, la lingua albanese non ebbe mai parole con suffisso –usi, oppure -asi, ma nel suo lessico ha termini con le stesse radici dei vocaboli di un idioma che si parlava in Grecia fin da tempi lontanissimi. Per 30 anni ho parlato la lingua arbëresh* e nello stesso tempo la lingua moderna greca, ma non ho mai pensato che potesse esservi qualche collegamento fra il greco antico e l’albanese. E’ comprensibile che per gli studiosi non sarà facile dare delle risposte convincenti e risolvere i problemi linguistici del periodo preellenico se non prenderanno in seria considerazione la lingua albanese. In albanese si riscontrano parole con radici arcaiche che non compaiono più nel dizionario greco, oppure, se esistono, vengono considerate neologismi dai moderni vocabolari greci. Così, in albanese esiste il verbo flas (parlo); in greco si trovano la parola “filiaræs” e il verbo “filiaro”. In albanese abbiamo il termine fjala (parola), invece in greco iper-fialos, che significa chiacchierone. I linguisti che non conoscono l’albanese non possono rispondere ad una serie di quesiti che hanno origine da epoche lontane e che sono legati al territorio che include la penisola italiana fino al fiume Indo in India. Com’è possibile studiare le civiltà preelleniche ignorando la lingua pelasgica (albanese)?

L’autore Jakov Thomopulo, nel suo libro Sui Pelasgi, ha sottolineato questo argomento ma i suoi studi non vennero considerati perché lui non era un linguista “con la laurea” ma soltanto un amante della filologia. Sappiamo bene che non avere una laurea, in alcuni casi, non rappresenta un fattore determinante ai fini della ricerca. Una delle scoperte più sensazionali è stata fatta da quel mercante testardo che era Heinrich Schliemann il quale, ritrovando le vestigia dell’antica Troia, sfidò pervicacemente l’opinione di tutti coloro che mettevano in dubbio l’esistenza di Omero.

Non farò un esame approfondito del dizionario neogreco, perché non ci darebbe prove sull’identicità dei due popoli (quello greco e quello albanese), e non dimostrerebbe altro che una serie di contaminazioni linguistiche da entrambe le parti. Tuttavia esistono alcune parole che si trovano sia nella lingua neogreca sia nella lingua albanese:

Greco

Albanese

Italiano

Bora, qihoni

Bora

La neve

Vorias

Veriu

Nord

Notos

Noti

Nuotare

Krini, pruno, vrisi

Krua, kroi

La fontana

Kleo

Qaj (klian - dial arbër)

Piangere

Pio, pino

Pi, pij

Bere

Zei, vra-zi

Zien, valon , vlon

Bollire

Ipevo

Hipi, hipën

Salire

Luo

Laj

Lavare

En ora, vor-is

Në orë (në kohë, herët)

In tempo (presto)

Ster-evi, sterume

Shteron, shterem

Prosciugare

Stira

Shterpë

Sterile

Dhrapani

Drapëri (dial. Drapëni)

Falce

Lehona, lohia

Lehem (lindem)

Partorire

Thira

Dera

La porta

Mikitas, muh-k-la

Myku

Muffa

Buqia (në Qipro)

Bukë, buka

Pane

Dhris, dris

Dru

Legno

Kokos

Kokë

Testa

Dhra-skel-izo

Shkel

Calpestare

A-mil-on

Miell

Farina

Vus

Viç

Vitello

Dam-alis

Dem, demi

Toro

Nin

Nani

Ora (in questo istante)

Eh-mi, eh-miro

mpreh, gri-h

Temperare, macinare

Per tutte queste parole non possiamo immaginare che siano state assimilate nella lingua albanese dal greco, perché qui le parole sarebbero state le stesse: per esempio, la lingua albanese conserva il verbo mpreh (temperare, macinare) che in greco invece non esiste; però abbiamo i pronomi come Eh-mi, eh-miro, ma questi pronomi non sono presenti nella lingua albanese. Il verbo shkel (calpestare) non esiste in greco, se non consideriamo la parola skelos e il verbo dhraskelizo, che però non esistono in albanese. Perciò affermiamo che le radici di questi termini siano state conservate sia nella lingua greca che in quella albanese e non possono essere considerati influssi di un idioma piuttosto che di un altro, ma fanno parte dell’identità di tutt’e due i popoli. La lingua greca, però, ha assimilato alcune parole dall’albanese, che i Greci usano senza saperne la provenienza o, nel peggiore dei casi, definendole parole turche o slave.

Greco

Albanese

Italiano

Besa

Besa

Giuramento

Babesis

I pabesë

Traditore

Kaligono

Kalëroj

Cavalcare

Kalikuca

I kaluar, i hipur mbi kalë

A cavallo

Furka

Zemërim, inat

Ira, rabbia

Kunadhios

Kunati

Cognato

Puli

Pulë

Pollo

Kuvenda

Kuvendim

Assemblea

*l’autore di questo pezzo, Aristidh Kola.

Liberamente tratto dal libro Arvanitasit dhe prejardhja e grekëve dell’autore Aristidh Kola

Traduzione dall'albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Detaje mbi gjuhën shqipe


domenica 23 gennaio 2011

Foto antiche dell’Albania

Albania: un regno per sei mesi è il titolo di un interessantissimo libro scritto da Ferdinando Salleo. Il libro è degno di attenzione perché ci mostra l’Albania subito dopo l’acquisita l’indipendenza e la decisione delle Grandi Potenze di nominare un principe per lo stato albanese appena nato.

Alla fine del libro si trova una rassegna di cartoline illustrate. Le cartoline illustrate (in realtà erano fotografie d’attualità: d’agenzia, diremmo oggi), che il Marchese di San Giuliano, ministro degli Esteri del regno d’Italia, inviò alla nuora nei tormentati mesi tra aprile e settembre del 1914, ci mostrano l’Albania come la trovò Guglielmo di Wied, il principe inviato dalle Potenze a fare di quelle province turche uno stato europeo. Le immagini del tempo ci mostrano, con vivacità, le drammatiche vicende che caratterizzarono il “regno per sei mesi” (tanto durò il regno di Guglielmo di Wied), le incomprensioni e le insurrezioni, i tradimenti e gli intrighi, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale ed il declinare dell’interesse internazionale per il piccolo principato balcanico ed adriatico, la fine del regno ed il ripiombare dell’Albania nella tradizione delle tribù e dei clan, dei bey e delle bande armate.

Le foto che pubblicheremo qui furono fortunosamente acquistate dall’autore del libro al mercato delle pulci di Palermo, verso la fine degli anni Settanta.

Nota:

nelle didascalie delle foto leggerete spesso la parola Konak, che è un termine turco che designa una residenza ufficiale, un palazzo del governo.



lunedì 17 gennaio 2011

La morte di Skanderbeg

Oggi è il 543° anniversario della morte dell’eroe nazionale albanese Giorgio Kastriota Skanderbeg. Per l’occasione, riportiamo il brano “La morte di Skanderbeg”, liberamente tratto dall’opera di Marin Barlezio.

Si narra che Skanderbeg si trovasse ad Alessio e lì fu colto da una febbre altissima. La malattia peggiorava ogni giorno di più e Skanderbeg, capendo che erano gli ultimi giorni della sua vita, mandò a chiamare tutti gli amici, i principi che erano venuti da lui, i rappresentanti della Repubblica di Venezia e tutti i capi del suo esercito. A tutti parlò, con benevolenza, così:

Giorgio Kastriota Skanderbeg

Giorgio Kastriota Skanderbeg

”La più alta virtù, o principi generosi e voi, amati compagni d’armi, credo che prima di tutto debba essere considerata l’onorare come si deve, con cuore e anima puliti, l’unico e vero Dio. La seconda è, poi, non solo amare e onorare la vostra patria, il luogo dove ognuno di voi è nato ed è stato educato, ma il difenderla anche a costo della vita. Tutti coloro che agiranno così, secondo i dotti,[1] avranno riservato un posto speciale in Cielo. Io, personalmente, senza alcun dubbio ho avuto a cuore questi insegnamenti, e ho messo al loro servizio tutte le mie energie, cercando di realizzarli. Testimone di ciò io ho prima di tutto il Signore Iddio, e poi voi, compagni miei[…].

Io ormai lo sento, o compagni fedeli di tante battaglie che, per volere della Provvidenza Divina da cui tutto dipende, dopo essere liberato da questo peso[2] temporaneo, andrò in altri luoghi[3] e cambierò questa breve vita e le sue sofferenze con la vera vita. E ve lo giuro, questo pensiero o, per meglio dire, questo evento ineluttabile, non mi spaventa in alcun modo. Io non mi sento sottomesso ad una forza crudele che ci condanna, perché è il nostro destino che ce lo impone appena veniamo al mondo. Non ci deve dispiacere, non dobbiamo lamentarci perché non stiamo subendo un torto; anzi secondo la legge naturale noi siamo nati per morire, è proprio questo il nostro destino. Alla fine la terra deve tornare alla terra; noi dobbiamo ubbidire alla natura. Quest’anima immortale e questo spirito celeste devono tornare da Colui che ce li ha prestati[…].

Però, prima del mio ultimo respiro e prima di andarmene da questa terra, è necessario che io vi parli ancora e vi consigli: la salvezza della Repubblica Cristiana e la fede cattolica conservatele anche dopo la mia morte. Tenetele sempre nel vostro cuore, sempre davanti ai vostri occhi, e date per esse anche l’ultima goccia di sangue, se è necessario, cosi come avete fatto quando io ero ancora vitale[…]”.

Dopo aver detto queste parole, continuò a parlare poi con suo figlio, chiamandolo vicino a sé e consigliandolo con parole dolci, così:

“O figlio mio, o figlio mio Giovanni, ecco, io sto morendo e sto lasciando a te, ancora bambino, un regno e un potere che saranno solidi e forti se sarai saggio ma che, se non lo sarai, non dureranno a lungo. Perciò, cerca di non anteporre nulla alla benevolenza e alla virtù, perché soltanto grazie ad esse, non solo potrai mantenere il tuo regno e il tuo potere sarà in mani sicure, ma riuscirai a farli diventare ancora più splendenti. Tuttavia per ora tu, o figlio mio, sei ancora piccolo e debole per tenere le redini del potere; oltre a questo tu hai ovunque dei nemici che sono bestie assetate di sangue, e cercheranno di divorarti. Tuo nemico giurato è Mehmet[4], il tiranno ed avversario irriducibile di tutti i cristiani; se tu dovessi affrontarlo, così piccolo e indifeso come sei, figlio mio, egli ti distruggerebbe. Dunque, figlio mio, appena avrai chiuso gli occhi di tuo padre e lo avrai seppellito, prendi tua madre e parti. Vai in Daunia, nelle tue città e nei tuoi castelli,[5] e resta lì finché non sarai cresciuto e diventato capace di guidare e governare il tuo Stato[…]. Quando sarà il momento di tornare, o figlio mio, e di governare il tuo regno, prima di tutto dovrai rispettare la giustizia, la quale è la più bella virtù fra tutte. Mantieni sempre l’imparzialità, non fare mai differenza fra il viso del povero e quello del ricco e del potente; in ogni cosa usa la saggezza e la giustizia. Il tuo regno lo devi proteggere tramite l’amicizia, perché la migliore difesa del regno non sono i tesori e nemmeno gli eserciti ma gli amici, che non potrai avere né con le armi né con l’oro; essi si guadagnano con la benevolenza e la fedeltà[…].

Copertina_Scanderbeg

Copertina del libro

Questi sono, o luce dei miei occhi, o figlio mio, i consigli che io stesso ho avuto da mio padre e dei quali sono rimasto sempre soddisfatto[…]”.

In quella stessa notte, Skanderbeg, dopo avere ricevuto l’assoluzione dai suoi peccati e dopo altri riti ecclesiastici ai quali si assoggettò con il dovuto rispetto, morì, consegnando se stesso e la sua anima al Signore onnipotente il 17 gennaio 1468 d. C. Si dice che Skanderbeg lasciasse questa vita all’età di 63 anni, nel venticinquesimo anno del suo regno. Skanderbeg iniziò a regnare il 28 novembre 1443.

Quando sentì che stavano piangendo la morte del re, Lek (Alessandro) Dukagjini, principe epirota, uscì correndo in piazza e con il viso scuro per il dolore e con la voce smorzata, strappandosi la barba e le vesti disse: “Venite, venite in fretta tutti, o principi arbëresh![6] Oggi le porte dell’Epiro e della Macedonia sono a pezzi, oggi sono caduti i muri e le nostre fortificazioni, oggi si è persa tutta la nostra forza, oggi sono stati rovesciati i nostri troni e il nostro potere; oggi si è spenta, con quest’uomo, ogni speranza nostra”.

Skanderbeg fu seppellito nella città di Alessio, nella cattedrale di San Nicola. La cerimonia funebre si svolse secondo le usanze antiche. Un rito dalla maestosità senza precedenti. La sua salma fu accompagnata con lacrime di dolore da tutti i suoi soldati, secondo le usanze del luogo, e da tutti i principi della regione. I suoi resti rimasero in pace finché Mehmet, il condottiero degli Ottomani, arrivò in Arbëria e in Epiro, per attaccare la città di Scutari. Durante questo periodo i Turchi e i barbari, diventando padroni della città di Alessio, trovarono e trafugarono dalla tomba, con propositi sacrileghi, i resti di Skanderbeg. Così, colui che da vivo era temuto più della morte e faceva fuggire i nemici al solo suono del suo nome, ora, forse per volere di Dio, veniva contemplato con sgomento ed incredulità da morto, ed i suoi stessi nemici quasi lo onoravano. Si riunirono in moltissimi attorno alla sua tomba, dove si trovavano le sue spoglie, perché si credeva che sarebbe stato fortunato colui che avesse guardato e toccato le sue ossa, e ancora più fortunato chi si fosse assicurato un frammento dei resti mortali di Skanderbeg. I fortunati che ebbero questo macabro cimelio lo ornarono chi con argento e chi con oro e se lo misero al collo come una reliquia, sacra e determinante per il loro destino, onorandolo con grande rispetto e con timore reverenziale, credendo che tutti coloro che possedevano quei frammenti avrebbero ricevuto nella vita lo stesso riguardo e la medesima benevolenza che aveva avuto dagli dei immortali Skanderbeg stesso, l’unico fra gli uomini di cui si ha memoria.


[1] I padri della chiesa, i Teologi.

[2] Il corpo.

[3] Nell’altro mondo.

[4] Il sultano Mehmet II.

[5] Le città e i castelli che il re Ferdinando di Napoli aveva regalato a Skanderbeg.

[6] L’Albania si chiamava Arbëria ai tempi, e i suoi abitanti si chiamavano arbëresh.

Liberamente tratto dal libro Historia de vita et gestis Scanderbegi, … dell’autore Marin Barlezio

Traduzione dall'albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Vdekja e Skënderbeut