domenica 27 febbraio 2011

Gli Elleni

Nell’epoca classica, i termini per indicare la Grecia e i Greci erano Ellade (Hellas) ed Elleni. Queste parole venivano usate da Omero per indicare una piccola regione a sud della Tessaglia e i suoi abitanti. Nei poemi omerici, il termine elleno viene usato soltanto una volta perché, come sottolinea Tucidide, essi (gli Elleni) non costituivano un popolo o una nazione. Inoltre, lo stesso autore aggiunge che, prima di Elleno,[1] il nome Ellade non esisteva[2]. Ai tempi di Omero, i Greci non costituivano ancora un gruppo etnico identificato. Gli attuali studiosi dei poemi omerici non riscontrano differenze etniche fra gli Achei e i Troiani. Basandosi sui resoconti dei geografi antichi, P. Faure esprime il parere che, al tempo della caduta di Troia, nell’anno 1250 a.C., la stessa Troia fosse popolata da Dardani, Lelegi e Pelasgi. Egli osserva che in questa regione i villaggi, le montagne, i fiumi presentano nomi che si possono riscontrare anche nei territori che vanno dalla costa della Tracia fino a Creta: nomi come Larissa, Olimpo, Tebe, ecc. Si stima che in questa provincia la lingua dei Pelasgi e dei Dardani abbia preceduto quella degli Elleni e si parlasse ancora nell’anno 1250 a.C. in una buona parte delle isole e anche della Grecia continentale come, ad esempio, la Tessaglia[3].

Copertina del libro, versione albanese

Copertina del libro, versione albanese

Questo autore conclude quindi che, nell’anno 1250 a.C., sia gli Achei della Grecia continentale e sia quelli delle isole erano ancora Pelasgi o Illiri non ellenizzati, che parlavano il gergo dei Dardani e dei Pelasgi. Nella lingua parlata nell’VIII secolo a.C., non esisteva un termine che accomunasse gli Elleni per distinguerli dai barbari. I nomi Elleni ed Ellade saranno utilizzati solo in seguito per una regione ben definita. La terminologia che usa Omero perciò non è corretta; sarebbe stata più idonea in un periodo in cui i nomi Hellas ed Elleni avessero già cominciato a diffondersi.

Lo stesso E. Lévy sostiene che ci sono contraddizioni fra la terminologia adoperata da Omero e quella che veniva usata dai suoi contemporanei. Egli menziona altri autori moderni[4], i quali sostengono che in questo campo, come in tanti altri, Omero generalizzava[5]. Nel catalogare le navi, quando tratta delle truppe di Achille, il poeta le chiama sia Mirmidoni che Elleni che Achei. Forse si tratta di popolazioni diverse? Però Omero adopera questi tre nomi con l’intento di riferirsi ad un unico gruppo etnico. Invece, nell’Odissea, i soldati di Achille vengono chiamati sempre Mirmidoni e mai Elleni o Achei. Infatti, i Mirmidoni sono abitanti della Ftia (in Tessaglia), mentre gli Achei sono abitanti della città di Argo, che era pelasgica[6]. Erodoto (I, 57) usava il termine Elleni per gli immigrati greci, i quali si distinguevano dalla popolazione antica ed autoctona perché non parlavano il greco (da questa popolazione discendono gli Ateniesi), che chiamava anche Pelasgi[7]. Altri autori sostengono che l’etnonimo elleno inizia a diffondersi solo all’inizio del VI secolo[8]. G. Rachet sottolinea che l’appellativo pre-ellenico non è idoneo per classificare le civiltà della Grecia precedenti all’invasione dei Dori. Secondo lo stesso autore, questo termine è un espediente per definire il periodo di tempo prima del quale tutti gli abitanti della Grecia sarebbero stati chiamati Elleni[9]. Sempre G. Rachet sostiene che il nome di civiltà ellenica potrebbe essere utilizzato solo a partire dal VI secolo a.C. In conclusione, possiamo sostenere con lo stesso Erodoto (I, 56-58) che il mondo ellenico si sia sviluppato ellenizzando alcuni popoli barbari, soprattutto i Pelasgi.


[1] Elleno, nella mitologia greca, era il figlio di Deucalione e Pirra, ed è l'eroe eponimo degli Elleni.

[2] Tucidide, Archèologie, I, 3.

[3] P.Faure, 1975, p.223-224.

[4] H.Diller, 1962, p.39-82; P. Wathelet, 1975, p. 128.

[5] E.Lévy, 1969, p. 51.

[6] Ibid., p.51.

[7] Iniziando dal IV secolo, i greci d’Oriente si chiamavano Romanoi (Romani). In conclusione possiamo dire che il termine elleno oggi ha una valenza che non si può paragonare con quella dell’antichità.

[8] D. Briquel, 1984, p.20.

[9] G. Rachet, 1993, p.36.

Liberamente tratto dal libro Pellazgët dhe Ilirët në Greqinë e vjetër dell’autore Arsim Spahiu

Traduzione dall'albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Helenët


domenica 20 febbraio 2011

La lingua usata dagli oracoli

Un chiaro indizio sul carattere barbarico della lingua usata negli antichissimi oracoli della Grecia viene fornito da Erodoto nel suo libro Urania, VIII 133-136.

robert d'angely 1893-1966

Robert d’Angely 1893 - 1966

Dopo la battaglia di Salamina, in cui i Persiani furono sconfitti, il loro generale Mardonio si fermò, per passare l’inverno, in Tessaglia, da dove in seguito avrebbe ripreso l'offensiva contro i Greci. Mardonio aveva intenzione di consultare gli oracoli della Grecia, per sapere se i suoi piani e le sue aspettative sarebbero andate a buon fine; di ciò incaricò un uomo che si chiamava Mυς (Mys), originario della Caria (Asia Minore). Mυς, insieme ad altre profezie, consultò anche l’oracolo di Apollo, che era situato sul monte Ptoon in Beozia, vicino al lago di Kopais, nel territorio dei Tebani. Si fece accompagnare da tre cittadini tebani che avrebbero dovuto trascrivere sulle apposite tavole il testo dell’oracolo. Però, secondo Erodoto, quando entrarono nel luogo sacro, la grande profetessa cominciò ad esprimere le sue previsioni in una lingua barbara, cioè pelasgica. I tre Tebani rimasero sorpresi, perché si aspettavano di sentir parlare la lingua greca; invece Mυς, il quale capiva perfettamente l’idioma che stava parlando Pitia*, prese dalle mani dei Tebani le tavole e iniziò lui stesso a trascrivere il discorso della sacerdotessa, precisando che ella stava adoperando il gergo pelasgico della Caria.

La copertina del libro, versione francese

La copertina del libro, versione francese

Erodoto, che riferisce questo episodio, si mostra sorpreso per l’accaduto. Ma noi** no. Anche se analizziamo i fatti ad una distanza di più di duemila anni, crediamo di conoscere bene lo stato sociale dell’epoca della quale parla Erodoto, e non siamo per niente sorpresi. Si sa che l’arte degli oracoli viene attribuita ai Pelasgi della Grecia, dell’Asia Minore, dell’Italia ecc. Oltre a questo, non ci sarebbe niente di straordinario se le sacerdotesse e tutti gli addetti a quei templi, avendo origini pelasgiche, avessero parlato la propria lingua nativa; inoltre, il linguaggio pelasgico era in uso presso tutta la popolazione locale, ad eccezione di una piccola élite. Ma la cosa curiosa e interessante, dal nostro punto di vista, è che l’aneddoto qui sopra riportato ci dà la prova che le cosiddette lingue barbare come il cariano, la lingua licia, il frigio ecc, erano dialetti della lingua pelasgica, che si discostavano poco da essa.

Un'altra considerazione importante che noi possiamo fare è che Erodoto considera i Pelasgi un popolo diverso dagli Elleni, in quanto i primi non hanno avuto mai contatti con i secondi: ormai è provato che questi ultimi evitavano ogni tipo di interazione con le altre popolazioni. Dionigi d'Alicarnasso, uno storico più recente di Erodoto, ci descrive però i Pelasgi senza ombra di dubbio come i “bisnonni” dei Greci che abitavano nel Peloponneso, e degli stessi Romani.

Sia la razza e che la lingua dei Greci sono di origini pelasgiche; ad esempio, la parola βαρβαρ-ος (Bar-Bar-os) e il verbo che da essa trae origine, Βαρβαριζειν (Barbarizein), derivano dalla lingua pelasgica. Infatti, riferendoci all’idioma pelasgico attuale, e cioè l’albanese, possiamo dare due spiegazioni etimologicamente perfette di questi vocaboli che hanno la stessa radice. La prima deriva dal termine logorrea, che in albanese si traduce con flet bërbër, si bythë e turtullit; la seconda spiegazione, invece, è legata alla distorsione delle parole, al non darne l’esatto significato, pronunciandole in maniera sbagliata come un balbuziente o un bambino piccolo. In albanese abbiamo la frase: flet belbër si foshnjat (parla male, come un bimbo). In tutti e due i casi (flet bërbër e flet belbër), la lingua diventa incomprensibile anche per un Albanese. La stessa cosa è successa con gli antichi Greci, i quali parlavano tutti il pelasgico, ma per comunicare con gli stranieri (non pelasgi) crearono la lingua liturgica greca; così, dalla parola pelasgica onomatopeica bër bër, crearono il termine βαρβαρ-ος (Bar-Bar-os). Questa parola era usata dagli antichi per identificare sia coloro che adoperavano una parlata diversa dal greco (gli stranieri), sia coloro che erano Elleni ma che storpiavano e parlavano male la loro stessa lingua, oppure parlavano velocemente, rendendo così incomprensibile il senso dei loro discorsi. In conclusione, la parola βαρβαρος (Barbaros) veniva usata dagli Elleni solo per identificare la lingua e non la razza di qualcuno, cosicché i Pelasgi erano considerati, ad eccezione di coloro che parlavano e scrivevano in greco, barbari, allo stesso modo degli altri stranieri che non capivano la lingua greca. Invece, coloro che sapevano leggere e scrivere il greco, erano considerati Elleni.

* La Pizia, o Pitia, era la sacerdotessa che pronunciava gli oracoli in nome di Apollo.

** Con noi è sottinteso l’autore di questo testo. Nel testo originale si fa uso del plurale maiestatis.

Liberamente tratto dal libro Enigma dell’autore Robert d’Angely

Traduzione dall'albanese di Elton Varfi

Link vesione albanese: Gjuha që përdorej te Orakujt


domenica 13 febbraio 2011

Gli Albanesi (2)

-Seconda ed ultima parte-

Link prima parte: Gli Albanesi (1)

Gli Albanesi non hanno cambiato gli usi e costumi che hanno ereditato dai Pelasgi e dagli Illiri. Hanno sempre vissuto in disparte dagli altri popoli. Anche al loro interno vivevano divisi e in inimicizia in piccole tribù. Se analizziamo i dati storici che ci riporta Strabone, noteremo che lo stile di vita che caratterizzava gli Albanesi nei tempi antichi continua anche oggigiorno ad essere lo stesso nelle montagne di Dibra e Scutari. Essendo in continua lotta anche fra di loro, gli Albanesi non hanno mai potuto essere uniti, codificare la loro lingua o creare una loro letteratura. Anche gli studiosi, che pur non mancavano loro, erano costretti a imparare lingue straniere per questioni politiche ed in questa maniera non hanno contribuito al progresso culturale del loro paese natio. Per questo loro modo di vivere così isolato, gli Albanesi non hanno mai cercato di cambiare il loro arcaico idioma, che è rimasto pressoché intatto, così come gli usi e i costumi.

Sami Frashëri 1850 - 1904

Sami Frashëri 1850 - 1904

Gli Albanesi, fin da tempi remoti, hanno vissuto divisi raggruppamenti tribali, e sono stati da sempre guidati dai loro capi tribù o dal consiglio degli anziani; è proprio per questo motivo cha la loro storia non è stata mai documentata. Come è noto, essi avevano formato tre stati; uno era collocato a Scutari, l’altro in Epiro e cioè nei territori di Ioannina, e il terzo aveva come capitale una città chiamata Pella, che si trovava vicino a Vardar. Questo terzo stato è meglio conosciuto come Macedonia, e la sua storia è ben nota. Esso ebbe la sua notorietà quando conquistò molti paesi del mondo fino a quei tempi conosciuto. I suoi eserciti, sotto la guida di Alessandro Magno, figlio di Filippo II, arrivarono fino in India. Per i noti motivi che abbiamo già descritto, anche Alessandro Magno imparò la lingua greca. Come i suoi soldati, lui stesso era Macedone per lingua e cultura. È nota la sua avversione verso i Greci, malgrado li considerasse un grande popolo. Il re più famoso del regno d’Epiro fu Pirro, che per ben due volte trionfò contro i Romani. Nonostante avesse ampliato il suo dominio fino in Grecia ed in Egitto e la sua ambizione fosse enorme Pirro, quando morì, lasciò un regno appena un po’ più grande di quello che suo padre gli aveva consegnato. Tra i re d’Illiria che raggiunsero la notorietà possiamo nominare Gent I, e la regina Teuta. Gli Albanesi, che sotto la guida di Alessandro Magno avevano conquistato il mondo, non accettarono la dominazione dei Romani, e si opposero ad essi con una strenua resistenza. Così, quando il generale romano Paolo Emilio riuscì a sconfiggerli, per vendicarsi della loro ribellione rase al suolo 85 città, e mandò a Roma, legati in catene, centinaia di migliaia di prigionieri. Fu proprio in quel periodo che iniziò la sventura del popolo albanese. Oppressi dai Romani, e poi per non subire le invasioni di popoli barbari come gli Avari, gli Unni, ecc, gli Albanesi si ritirarono nelle sicure montagne, lasciando così le pianure fertili. Una parte di essi, quasi la metà della popolazione, lasciò per sempre la propria patria, emigrando in Grecia, nel Peloponneso; coloro che rimasero invece in Albania, si ripararono in posti sicuri.

Gli Ottomani trovarono gli Albanesi divisi. Anche se alcuni dei principi albanesi opposero una debole resistenza, molti altri, capendo che non potevano competere con la forza bellica degli Ottomani, si arresero senza combattere, e così facendo mantennero le loro posizioni di predominio. Questi principi ottennero alcuni privilegi e diritti nell’Impero ottomano ma Skanderbeg riuscì ad unirne una buona parte per combattere contro l’Impero Ottomano. Essendo Skanderbeg un abile ed esperto condottiero, ottenne dal Papa e dagli altri re cristiani d’Europa la promessa di aiuti di ogni genere, promessa che non fu mai mantenuta. Skanderbeg combatté per molti anni contro gli Ottomani senza mai perdere. Dopo la morte di Skanderbeg, tutto il paese passò nelle mani dei Turchi. Durante questo periodo centinaia di migliaia di Albanesi emigrarono in Calabria, in Sicilia, in parte a Venezia, a Marsiglia e addirittura in Spagna. Soltanto coloro che s’insediarono in Calabria e in Sicilia formarono comunità albanesi che hanno conservato fino ai giorni nostri la lingua e la religione d’origine. Queste comunità contano in totale duecentocinquantamila persone.

Nel periodo in cui gli Albanesi dipesero dalla amministrazione ottomana, la maggior parte dei ricchi (i bey) abbracciò la fede Islamica. Dopo di ciò, gradualmente anche una parte della popolazione accettò la conversione all’Islam e così, in poco tempo, due terzi della popolazione albanese diventò islamica; il restante terzo si divise fra cattolici e ortodossi. In tal modo, gli stessi Albanesi che non avevano voluto sottomettersi ai Romani e a Bisanzio, contribuirono ad aumentare la fama e il potere dell’Impero Ottomano. Fino a quando vi fu un esercito regolare ed organizzato, gli Albanesi fecero parte di esso. Questi soldati combatterono finanche nel deserto del Sudan. L’Impero Ottomano, apprezzando la loro fedeltà, conferì loro posizioni sociali molto alte. I pashà albanesi che diventarono primi ministri furono 25; addirittura alcuni fra loro, nel periodo del Sultano Selim I e del Sultano Suleiman, arrivarono a ricevere cinque mandati consecutivi da primo ministro.

Anche gli Albanesi cristiani della Grecia e dell’Italia dimostrarono il loro valore. I condottieri della rivoluzione greca come Boçari, Xhavella, Kanari, Bolligasi, Bubulina ed altri ancora erano Albanesi. Molti Albanesi furono seguaci di Garibaldi nella sua missione di unificazione dell’Italia. La maggior parte di coloro che oggi* guidano la Grecia e la sua flotta sono Albanesi. Anche fra gli Italiani ci sono tante personalità, poeti, scrittori, che hanno origine albanese; della stessa origine è anche il Papa Clemente XI, senza dimenticare che Giuseppe Crispi, colui che guida la diplomazia italiana ai nostri giorni**, è originario del Paese delle Aquile.

Gli Albanesi dai loro avi hanno ereditato usi e costumi, l’onore e l’orgoglio. Hanno ereditato la considerazione per la parola data, che chiamano besa. Essi sono disposti a dare la loro vita per difendere la loro patria, la loro tribù, la loro famiglia, e addirittura per mantenere le promesse.

Anche se per via della lingua si dividono in Gheghi e in Toschi, gli Albanesi non si sentono diversi fra loro ma fieri della loro appartenenza nazionale.

I Gheghi sono insediati nel Nord Albania, invece i Toschi risiedono a sud. Il fiume Shkumbin, che scorre vicino alla città di Elbasan, funge da confine naturale fra di loro. I dialetti dei Gheghi e dei Toschi si differenziano solo nella pronuncia, negli accenti e in alcune frasi. In sostanza la lingua è la stessa: per questo si capiscono benissimo fra di loro. Esistono alcuni libri di prosa e di poesia in lingua albanese. La tematica prevalente è religiosa, e sono stati scritti 400-500 anni fa. Esistono anche alcune canzoni popolari del XV secolo. Gli Albanesi musulmani oggigiorno usano alcune parole e frasi arabe; invece quelli cristiani usano alcune parole e frasi greche. Anche dopo la conversione all’Islam degli Albanesi, sono apparsi scrittori e poeti che hanno composto opere di carattere religioso, che possiamo considerare letteratura; ma poiché gli autori di religione musulmana hanno scritto in lingua araba e gli autori di religione cristiana in lingua greca (e le loro opere sono piene di parole e frasi straniere), la letteratura nazionale albanese non ha avuto che un ruolo da comprimaria.

Fra i primi che hanno scritto sugli Albanesi, sulla loro origine storica e sulla lingua, e li hanno fatti conoscere in Europa, sono stati Georg von Hahn (il quale ha vissuto per un lungo periodo a Ioannina e Scutari come console dell’Austria), il famoso filologo Franz Bopp e Dora d’Istria, che è albanese e discende dai Gjikaj, i principi di Romania. Fra gli Albanesi d’Italia vanno, infine, citati Vincenzo Dorsa, Giuseppe Crispi, Demetrio Cammarda, Girolamo de Rada che, insieme ad altri, hanno scritto opere in lingua tedesca e italiana.


* 1898, N.d.T.

** Ved. nota precedente.

Liberamente tratto dal libro Kâmûs al-a’lâm dell’autore Sami Frashëri

Traduzione dall'albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Shqiptarët (2)

domenica 6 febbraio 2011

Gli Albanesi

-Prima parte -

Gli Albanesi sono un popolo che abita il lato occidentale della penisola balcanica. La parola arnaut (albanese in turco) deriva dal termine greco arvanit (albanese). Questa popolazione abita la penisola balcanica da tempi remotissimi. Anche se sono stati a lungo in contatto con l’antica Grecia e con Roma, gli Albanesi hanno vissuto autonomamente rispetto a queste due grandi civiltà. Sovente accomunato con altre popolazioni, perché non considerato autonomo (malgrado l’esistenza di una lingua nazionale), fino ad oggi* quello albanese è rimasto un popolo pressoché sconosciuto alla cultura convenzionale europea. Alcuni studiosi e storici europei pensano che gli Albanesi siano provenuti dall’Albania del Caucaso, e cioè l’odierno Daghestan; altri ritengono che siano Slavi, altri ancora credono che siano un popolo rimasto allo stato primitivo e un’altra parte ancora che siano Greci. L’autore ritiene che ognuno di loro sia lontano dalla verità. Molti filologi sanno che la lingua albanese ha affinità con il greco antico, il latino, la lingua slava, e che addirittura ha delle parole in comune con essi, ma si è sempre pensato sia la lingua albanese ad essere stata contaminata dalle suddette lingue. Ultimamente**, quando alcuni filologi europei iniziarono a studiare seriamente la lingua albanese, capirono in che rapporti essa fosse con il greco antico, il latino, le lingue slave, la lingua persiana sanscrita, ecc. Esaminando attentamente l’essenza della lingua albanese e studiando minuziosamente la storia di quel popolo, finalmente capirono quali fossero le sue radici, da dove fosse venuto, ecc. Tale questione, che è rimasta una specie di enigma per tanti secoli, oramai è totalmente risolta, ed abbiamo la certezza che il popolo albanese appartenga ad uno dei ceppi più antichi delle popolazioni dell’Asia e dell’Europa: gli “Arii”.

Sami Frasheri insieme a sua moglie

Sami Frashëri (1850-1904), insieme a sua moglie

Se dovessimo soffermarci attentamente sul tema delle parole albanesi che sono affini a termini del greco antico, del latino, dello slavo, delle lingue germaniche e delle altre lingue antiche europee che da esse derivano, e poi ancora della lingua persiana, della lingua zend e del sanscrito, saremmo costretti a dilungarci ed annoiare il paziente lettore. Possiamo dire che, se facessimo un dizionario etimologico della lingua albanese, resterebbero escluse pochissime parole prive di affinità con gli idiomi da noi qui sopra elencati. Perciò non si ha la certezza assoluta che sia la lingua albanese ad essere stata originata dai linguaggi di matrice europea, perché moltissime parole albanesi hanno radici diverse da quelle delle medesime parole in latino e greco antico. Questo è un ulteriore argomento a testimonianza del fatto che la lingua albanese abbia origini più remote del greco antico e del latino, e di conseguenza che il popolo albanese sia quello più antico. L’affinità che hanno alcune parole albanesi con la lingua persiana, la lingua zend ed il sanscrito, più di qualsiasi altra lingua ariana dell’Europa, prova che l’albanese non deriva dalla lingua latina, greca e dalle lingue slave, ma ha un collegamento diretto con le antiche lingue ariane e ci dimostra anche che gli Albanesi giunsero dall’Asia Centrale in Europa, come gli altri antichi popoli ariani. I popoli europei, secondo le tesi più accreditate, lasciarono in tempi antichissimi l’Asia Centrale per emigrare in massa verso ovest. Una parte di essi s’insediò in Russia, una parte in Iran e Anatolia, altri in Caucaso e sulle rive del Mar Nero; infine, si sparsero ovunque in Europa. Queste migrazioni non avvennero in tempi brevi, ma in lunghi archi temporali. È risaputo che la popolazione celta sia stata una delle prime ad arrivare in Europa. Ė probabile che gli Albanesi siano sopraggiunti più o meno nello stesso periodo dei Celti. Le affinità idiomatiche e di altro tipo dimostrano chiaramente che queste due popolazioni (Albanesi e Celti) siano arrivate in Europa quasi nello stesso periodo. I Celti s’insediarono nell’Ovest dell’Europa, invece gli Albanesi nell’Europa Orientale. Gli Slavi arrivarono molto più tardi. In quei tempi gli Albanesi si chiamavano Pelasgi. Secondo una corrente di pensiero, questo nome deriva dalla parola albanese plak (vecchio). Comunque sia, questo popolo in quel tempo era sparso in tutta la penisola balcanica, e fino all’Ovest dell’Anatolia. Gli Elleni, che arrivarono in un secondo momento, spinsero i Pelasgi fuori dal Peloponneso, tanto che una gran parte di essi migrarono in Italia ed è possibile che, mischiandosi con la popolazione autoctona, abbiano contribuito alla nascita del popolo latino. Ma non tutti i Pelasgi andarono via dalla Grecia. Molti rimasero in Etolia e in altre zone dell’Ellade, e molti di loro si fusero con gli Elleni.

I Pelasgi, cioè gli antichi Albanesi, come spiegheremo meglio nel seguito, erano divisi in quattro gruppi:

1- Gli Illiri, erano sparsi dal confine settentrionale dell’antica Grecia fino al Nord dell’Adriatico, e cioè nel territorio che attualmente comprende l’Albania odierna, la Bosnia e la Dalmazia.

2- Gli antichi Macedoni, si stanziavano dalla montagna di Pindo fino ai monti Rodopi, al fiume Karasu ed al mar Egeo e cioè nella zona di Salonicco, fino a Monastir, Scopie, ecc.

3- I Traci, dimoravano in Bulgaria e forse fino al lato destro del fiume Danubio.

4- I Frigi, spaziavano dalla costa dell’Anatolia fino ad Ankara e Sivas.

Per tutti e quattro i popoli che abbiamo nominato esistono prove attendibili della loro origine pelasgica. Gli Illiri e i Macedoni erano molto simili nella lingua, nelle usanze e nei costumi. La stessa cosa possiamo dire anche per i Frigi e i Traci. In particolar modo, il gergo degli Illiri e dei Macedoni era lo stesso. L’affinità fra questi quattro popoli era così forte che quando i Greci si mobilitarono nella guerra contro il re troiano, che era considerato frigio, eserciti dalla Macedonia e dalla Tracia accorsero in difesa dei Troiani contro i Greci. Se analizzassimo alcuni vocaboli che ci sono stati tramandati dalla storia degli antichi idiomi di Macedonia, Frigia e Tracia, si noterebbe che sono molto simili a parole del lessico albanese. Erodoto ci dà un indizio significativo, quando scrive che nella lingua frigia il pane era chiamato buks. Così, eliminando il suffisso greco s, che è stato aggiunto dallo stesso Erodoto, appare chiaro il nesso con la parola albanese buk-ë, che si usa tutt’oggi in Albania e che significa proprio pane. Anche Strabone, che è vissuto nel I secolo d. C., testimonia che gli antichi Macedoni e gli Illiri erano un unico popolo e parlavano la stessa lingua. Infatti scrive:

“Gli abitanti dell’Epiro, della Macedonia e dell’Illiria parlano la stessa lingua, tagliano i capelli nella stessa maniera e hanno identici usi e costumi.”(traduzione libera).

Ed inoltre:

“Essi si fanno guidare dal consiglio degli anziani, che viene detto“plagonija”; l’anziano è chiamato “plajis”, l’anziana “plaje.” (traduzione libera).

Osserviamo che le parole plakonja e plak si usano ancora oggi nella lingua albanese con lo stesso significato. Nei paesi montani dell’Albania è conservata l’usanza che le discordie fra gli abitanti vengano risolte dai consigli degli anziani, chiamati plakonja.

Con la stessa certezza che i quattro popoli sopracitati derivino dei Pelasgi, possiamo affermare che gli Illiri sono gli antenati degli Albanesi. Si conoscono con relativa precisione gli spostamenti di molti popoli da quasi duemila anni, ma non risulta che un popolo straniero si sia insediato nei territori dove oggi abitano gli Albanesi. Inoltre, in generale è ormai accettato il fatto che gli antichi Pelasgi e gli Albanesi appartengano alla stessa etnia. Questa convinzione viene rafforzata soprattutto dalla lettura degli antichi storici greci, che affermano che religione e credenze dei Greci e dei Romani sono state assimilate entrando in contatto con gli antichi Pelasgi, per cui anche i nomi degli dèi greci e romani sono di origine pelasgica.

Assumendomi la responsabilità delle mie tesi e rivendicando l’orgoglio di essere albanese, posso confermare che il nostro popolo, nei tempi passati, si è esteso da Trieste fino a Sivas, e cioè in due continenti: Europa e Asia. Ma, essendo circondati da stati potenti come la Grecia e l’antica Roma, e dovendo perennemente combattere contro gli invasori, i Pelasgi sono stati assimilati e sono quasi scomparsi in Anatolia, e più tardi anche in Tracia e nella parte Sud-Est della Macedonia e dell’Illiria, e cioè in Bosnia. Oggi*** gli Albanesi risiedono nella parte Sud-Occidentale della Macedonia per via degli attacchi continui dei Bulgari e degli Slavi. ­­­­­­­­­­­­­­­­­­­

Link Seconda parte: Gli Albanesi (2)



*Cioè nel 1898, N.d.T.

**Sempre nel 1800, N.d.T.

*** Nel 1898, N.d.T.

Liberamente tratto dal libro Kâmûs al-a’lâm dell’autore Sami Frashëri

Traduzione dall'albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Shqiptarët