domenica 26 giugno 2011

Il canto di Costantino e Doruntina

Il famoso canto di Costantino e Doruntina è presente, con diverse varianti, in tutti i paesi balcanici. C’è stata una grande diatriba filologica per decidere quale popolo lo abbia composto per primo. A questa diatriba parteciparono tanti studiosi balcanici tranne quelli del popolo che aveva ideato per davvero questo meraviglioso canto.

doruntina_costantino

Il tema del canto: una madre ha nove figli maschi e una figlia femmina. Il più piccolo dei fratelli, Costantino, vuole dare in sposa sua sorella Doruntina in un paese lontano, ma la madre non è d’accordo e giustifica il suo disappunto con il fatto che, quando sarà ancora più vecchia e i figli maschi si saranno tutti accasati con le proprie famiglie, non potrà avere vicina la figlia femmina per essere aiutata da lei. Costantino insiste e le dà la sua parola (besa, che è una formula di giuramento solenne) che, qualsiasi cosa succeda, lui riporterà Doruntina in qualunque momento l’anziana madre vorrà vedere sua figlia. Cosi il matrimonio di Doruntina si fa. Ma arrivano tempi duri di guerra e tutti i figli dell’anziana madre muoiono, compreso Costantino. La madre rimane sola e senza aiuto, e maledice Costantino per la brutta piega che hanno preso gli eventi, e perché Costantino non potrà più mantenere la sua besa , dal momento che è morto.

Ma la parola data, la besa, si deve mantenere ad ogni costo (questa è la credenza di un popolo intero), addirittura sfidando e sconfiggendo la morte. E cosi Costantino esce veramente dalla sua tomba per riportare a sua madre la figlia mantenendo cosi l’impegno preso.

Ma in quale popolo esiste questo concetto così alto della parola data? È un elemento non studiato da filologi e storici balcanici. Tale argomento trova riscontro in altre nazioni? E quale popolo si trova da secoli, racchiuso in enclave più o meno grandi, in altri paesi come la ex Jugoslavia, la Romania, la Bulgaria e la Grecia?

Quando parliamo di caratteristiche simili nei popoli balcanici, dobbiamo considerare che il loro denominatore comune era il popolo arbëresh (albanese).

Solo in questa maniera si giustificano le “varianti” di chi ha diffuso il canto di Doruntina in tutti i paesi balcanici.

Inoltre, questi versi si cantano e si ballano in maniera particolare tra gli Arbëresh della “Magna Grecia” (l’Italia Meridionale), come ci informa il ricercatore calabrese Antonio Bellusci. Questo canto, nell’Italia Meridionale ha anche un titolo significativo, originario del popolo che lo ha creato, che è “Besa e Kostandiut”. Un popolo la cui presenza si riscontra sia in Italia che nei Balcani e nell’Asia Minore non è lo slavo, né il rumeno e nemmeno quello bulgaro. Ma è il popolo arbëresh (albanese), successivamente ellenizzato. Parlare di ellenizzazione senza gli Arbëresh (Albanesi) è inconcepibile.

Liberamente tratto dal libro Arvanitasit dhe prejardhja e grekëve dell’autore Aristidh Kola

Traduzione dall'albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Kënga e Kostantinit dhe Doruntinës

domenica 19 giugno 2011

Oasi

Il significato di questa parola è il seguente: qualsiasi regione (o posto), isolata, in un deserto o in territorio arido dove la presenza dell’acqua rende possibile la vita, la vegetazione, l’allevamento degli animali ecc.

Copertina del libro (versione francese)

Copertina del libro (versione francese)

Dunque, l’esistenza di un'oasi è strettamente legata alla presenza dell’acqua. I manuali etimologici o le enciclopedie ci dicono che questa parola fu adoperata per la prima volta in Francia intorno all’anno 1561 d. C. ma che già nel 1766 non si usava quasi più. I testi citati aggiungono che questa parola deriva dal tardo latino. Comunque, come molte altre parole antiche, il termine era conosciuto dagli autori classici e anche dai Pelasgi. È possibile che sia stato diffuso maggiormente nel periodo di Alessandro Magno. In verità, a questo personaggio era stato dedicato un posto sacro all’interno dell’Oracolo di Ammon (un famoso Oracolo considerato come il “doppione” di quello eretto dai Pelasgi a Dodona, cit. Erodoto II, 54 57), in un'oasi del deserto libico a ovest dell’Egitto e che, ai nostri giorni, si chiama Sivah. Alessandro Magno, che parlava la lingua pelasgica (infatti egli era un Pelasgo autentico da parte di sua madre, epirota e pelasga, e si ellenizzò grazie a suo padre, il macedone Filippo), è molto probabile che conoscesse la parola oasi. Si dice che questa parola sia originaria della lingua egizia! Se deriva dalla lingua egiziana moderna, e cioè dalla lingua araba, allora non è un vocabolo che ha avuto origine dalla lingua dei faraoni. Io* posso parlarne con piena competenza, perché quella araba è una delle tre lingue che ho imparato dalla nascita, insieme con il francese e l’albanese. Dopo svariate ricerche, ho scoperto che la parola egizia uaha oppure oaha è una creazione tipicamente egiziana. In verità, i manuali linguistici arabi affermano che il nome oaha (singolare) oppure oahat (plurale) è stato introdotto nella lingua araba dagli Egiziani dei tempi moderni. Comunque, il termine arabo per indicare un posto ricoperto da una fitta vegetazione e ricco di acque è rauda (singolare) e riad (plurale). Il nome egizio uaha è forse una pesante storpiatura del nostro oasi? Comunque sia, l’origine di questa parola può essere spiegata in maniera esaustiva, anche nella trascrizione fonetica, ricorrendo alla lingua pelasgo – albanese: oujësi. Questo vocabolo, nella lingua pelasgo – albanese, significa posto pieno di acqua. Non è forse grazie all’acqua che esiste l’oasi? Purtroppo, quando gli Albanesi uscirono dal loro torpore secolare e cominciarono a scrivere la lingua dei loro antenati, presero in prestito dal greco e dal latino (che nel frattempo erano diventate lingue universali) un insieme di parole, modificate in parte o del tutto cambiate, ma che comunque appartenevano al patrimonio culturale e linguistico dei Pelasgi, che erano gli antenati degli Albanesi. Oggi gli Albanesi chiamano l'oasi oazë, ma possono anche denominarla ujësi, parola ancestrale che comunque esiste ancora nella loro lingua.

(*) Io è riferito all’autore del pezzo e cioè a M. Aref.

Liberamente tratto dal libro, Albanie ou l'incroyable odyssée d'un peuple préhellénique dell’autore Mathieu Aref

Traduzione dall'albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Oasis

domenica 12 giugno 2011

La besa nel Kanun di Lekë Dukagjini

Di Matteò Mandalà

Università di Palermo

L’antichità del termine besa e la sua diffusione in altre lingue sono indizi sicuri per comprendere l’importanza. In entrambi i casi emerge un valore semantico che trova spiegazione soltanto nell’alto ed autorevole significato sociale e storico che la besa ha assunto nel corso dei secoli nell’ambito delle popolazioni dei Balcani e, naturalmente, all’interno della società albanese. Su di essa, del resto, esiste una vasta documentazione, sia orale che scritta, che ne conferma non solo l’esistenza – perlomeno a partire dal medioevo – ma anche la rigorosa osservanza da parte del popolo schipetaro.

Trovandosi nelle condizioni di non poter disporre di un’organizzazione statale centrale e ridotto ad una frantumazione fra varie “bandiere”, il popolo albanese ricercò una codificazione giuridica delle relazioni fra individui, e fra questi le diverse comunità tribali, al fine di supplire all’assenza di norme e di leggi.

Il Principe Lekë Dukagjini

Il Principe Lekë Dukagjini

In particolare si pervenne ad una sorta di impalcatura nomotetica che avendo alla base una regolamentazione di principi morali e sociali già esistenti, riuscì ad acquisire valore giuridico nei diversi campi in cui si applicava, dal diritto pubblico e privato a quello penale, dal diritto di famiglia a quello individuale. Benché trasmesso oralmente per molti secoli, fino a quando non furono raccolti nella citata opera di Gjeçov, questo complesso di norme e di principi guidò e regolò la società albanese per lunghi secoli, variando a seconda delle aree geografiche interne dell’Albania. Diversi sono infatti i Kanun di cui si ha notizia. Il più famoso è certamente quello di Lekë Dukagjini, che porta il nome di uno dei membri della celebre famiglia albanese, ma non meno noti sono Kanuni i Arbërisë, conosciuto come Kanun di Scanderbeg, Kanuni i Maleve, e soprattutto Kanun i Labërisë (Kanuni i Papa Xhulit), che a differenza dei primi, diffusi nell’Albania settentrionale e particolarmente nelle zone di montagna, abbraccia l’area meridionale tosca.

Le differenze fra questi corpus dottrinari sono notevoli, anche se alla base di essi vi sono tratti comuni, quali le principali istruzioni giuridiche, fra cui proprio la besa. Il che conferma il fatto che in origine il Kanun regolava soltanto alcune fondamentali norme, mentre altre erano di volta in volta modificate ed adattate alle necessità delle varie realtà locali.

Prendendo in esame il testo pubblicato da Gjeçov, che codificò il Kanun attraverso la sola documentazione orale, osserviamo relativamente alle norme riguardanti la besa, che questa è articolata in diversi generi e in diverse forme. L’art. 163 del capitolo III del Kanun definisce l’importanza (rëndësia) della besa come “un comportamento fedele (besimtare) attraverso il quale chiunque voglia liberarsi da un debito, deve dare un segno di fede, chiamando il Signore a testimonianza della verità”[1]. La besa può essere dichiarata soltanto dinanzi alla autorità conosciuta della comunità (art. 165), cioè dinanzi al “tribunale degli anziani” (gjyqi i pleqve), pronunciando un solenne giuramento. Tre sono i rituali principali (Cap. IV, art. 169-172) per mezzo dei quali viene espressa la parola data: sulla pietra, sulla croce e sul Vangelo, sulla testa dei giovani maschi. La dichiarazione (Cap. V, art. 173) avviene secondo un ordine prestabilito: innanzitutto, si stabilisce il giorno di convocazione del tribunale degli anziani al cui cospetto dovrà comparire chi chiede di manifestare la besa, seguendo le dichiarazioni di questi e dei parenti.

L’obbligo della besa ricade su coloro i quali hanno subito un’offesa, ma non tutti possono dichiararla perché spetta agli anziani scegliere chi possiede i requisiti necessari, cioè l’onore e il rispetto (Cap. VI, art. 175), per poterla far valere. Inoltre non viene concesso di giurare a quanti hanno assistito al reato per cui si intende manifestare la besa e sono tassativamente esclusi sia i sacerdoti che le donne (Cap.VII. art. 181-182).

Vi sono tuttavia alcuni tipi di offese per i quali non è richiesto che il giuramento venga dinnanzi all’autorità del tribunale degli anziani secondo le modalità fin qui descritte. In particolare, quando si tratta di riparare l’onore ferito per l’uccisione di un parente, la besa scatta automaticamente quale dovere morale della famiglia offesa. In questo caso, eseguire la vendetta (hakmarrja o gjakmarrja) è un obbligo naturale da parte dei famigliari della vittima, e anzi, qualora quest’obbligo non venisse esercitato secondo le aspettative previste dalla comunità (cioè con l’uccisione dell’omicida), non solo la famiglia della vittima perde il proprio prestigio e il proprio onore (nderja), ma vengono indirettamente riconosciti all’omicida un prestigio ed un onore superiori a quelli propri.

La vendetta, che è considerata come una delle più antiche e “barbare” istituzioni del diritto consuetudinario albanese, è strettamente collegata alla besa, anche quando l’omicida cercava una tregua alla famiglia della vittima. Se quest’ultima concedeva la propria besa, l’omicida poteva circolare liberamente, occupandosi delle proprie attività economiche. È celebre l’episodio narrato in una delle relazioni della missione volante in Albania: “Pochi anni fa nella Sadrima in non so quale occasione, trovandosi raccolta molta gente a tirare al bersaglio, per puro accidente restò colpito con una palla un giovane. L’infelice tiratore appena s’accorse del fallo fuggi e entrò nella prima casa che si parò dinanzi dicendo: “Sono in mano vostra, perché ho ucciso un uomo”. Fu subito accolto. Dopo mezz’ora si portava in quella casa un cadavere: era il figlio del padrone di casa ucciso nel tiro a bersaglio. A quella visita il povero rifugiato si tenne perduto; ma il padre dell’ucciso, riavutosi da un primo sbalordimento, lo confortò e gli disse che per tre giorni restasse pure perché gli dava la besa o tregua, e nessuno l’avrebbe molestato, il terzo giorno lo avvisò di fuggire e di procurare di non lasciarsi trovare, perché sarebbe stato costretto ad ucciderlo”.[2]

Questa speciale estensione della besa, peraltro contemplata nello stesso Kanun, è segno della nobiltà (burrëni) della famiglia della vittima, e si collega ad altre istituzioni di natura etico - sociale, quella relativa all’amicizia e all’ospitalità (mikpritja). La prima prevede che il patto fra due “amici” si fondi sul rispetto reciproco dei ruoli delineati dalle norme specifiche del Kanun. Spicca in particolare quella norma che contempla il dovere di esaudire la richiesta dell’amico di essere accompagnato nei luoghi dove egli intende recarsi, specialmente se si tratta di luoghi che cadono all’interno del proprio bajrak: Miku përcillet edhe dorë më dorë. Në besë teme unë e përcolla mije ku desht vetë miku”.[3] Anche la mikpritja prevede il rispetto dell’ospite, il quale va accolto in casa come se fosse un familiare, anche se – come abbiamo visto – dovesse risultare l’omicida del proprio figlio.

La sacralità dell’amicizia e del ospitalità, cosi come il dovere altrettanto sacro di riparare all’offesa subita, presso gli albanesi si giustifica con la sacralità della besa , sulla cui base appunto si fondano sia le une che l’altra istituzionale. Naturalmente il mancato rispetto di questi giuramenti compromette gravemente l’onore e il prestigio, attirandosi la condanna inappellabile da parte della comunità. E ciò spiega le ragioni per le quali la besa costituisca la caratteristica morale e sociale più rilevante dell’albanese, una virtù che storicamente ha avuto modo di esprimersi in momenti assai importanti della storia civile e politica dell’Albania.


[1] Kanuni i Lekë Dukagjinit, cit., p. 152.

[2] La legge delle montagne albanesi nelle relazioni della missione volante (1880-1932), a cura di Giuseppe Valentini, Firenze, 1969, p.7.

[3] “L’amico si accompagna anche mano nella mano. Nella besa io ho accompagnato sin dove volle il mio amico”. Sh. Gjeçov, Rrnesa e kombit shqyptar ndër Malcina, in E drejta zakonore shqiptare, cit., p.478.

Liberamente tratto da: LINGUA MITO STORIA RELIGIONE CULTURA TRADIZIONALE NELLA LETTERATURA ALBANESE DELLA Rilindja. Il contributo degli Albanesi d’Italia.

Atti del XVII Congresso Internazionale di Studi Albanesi. Palermo 25 – 28 novembre 1991

Link versione albanese: Besa në Kanunin e Lek Dukagjinit

domenica 5 giugno 2011

Elena, Ettore ed altri: origine dei nomi

E qual è mai il significato del nome della famosa Elena? Non si riscontra in greco, ma in albanese esiste proprio un termine adatto ad una donna così, a cui stava bene il nome di elëna, cioè di una pazza, o forsennata o, come meglio si direbbe in francese, fole, folâtre. La bella Elena, che supponiamo essere stata anche spiritosa, doveva essere priva di quella avvedutezza di una saggia matrona, la quale, avendo in casa il marito, non si lascia sedurre da impudenti cicisbei.

Frontespizio del libro

Frontespizio del libro

Eleno, l'indovino Eleno ha, nella etimologia del suo nome, un significato simile, alludendo all'uscire fuori di se stesso proprio di colui che è dotato di spirito profetico; come se si dicesse furibondo, simile alla Pitonessa, la quale, furore repleta, prediceva il futuro. La correttezza della etimologia è confermata ancora meglio dal fatto che i nomi Elena ed Eleno hanno lo 'spirito aspro' davanti alla ε iniziale, suono che è ancora presente nei termini albanesi ëlën 'pazzo - maschile' ed, elën 'pazza - femminile', poiché si pronunciano come se vi fosse una aspirazione delle vocali: hëlën, helën. Chi sa se i vocaboli fello, folle non siano derivati da ello, olle, a cui veniva preposta la f che fa le veci del digamma eolico, la cui forma era di una F, e come tale veniva pronunciata?

Per altro si sa che davanti alla ε di Elena si scriveva il digamma, e si pronunciava Fελένα (Felena).

La stessa considerazione si può fare sul nome di Lino, maestro di Orfeo che a mio giudizio, con una piccola modifica, potrebbe derivare dal nome Eleno.

Nome simile a quello di Eleno ebbe Oleno, antichissimo poeta di inni, forse anteriore ad Orfeo. Si sa che i primi poeti o furono o vennero ritenuti pieni dello spirito di Apollo, per cui Oleno ebbe il nome di furibondo poiché i Greci definivano l'ispirazione poetica come entusiasmo, ed anche mania.

La poesia greca, dice uno studioso*, è stata trasmessa, in origine, dallo spirito di Apollo sia in Femonoe che in Oleno.

Riflette Malte-Brun che nelle radici della lingua albanese si rileva chiaramente l'analogia con la lingua eolica (e) allorché si applicano ad esse il digamma o la metatesi della lettera r o gli altri cambiamenti di lettere che erano in uso fra gli Eoli. Se applichiamo questa osservazione al nome di Ettore, notiamo che ha un significato analogo a quello che gli viene dato da Omero: uccisore d'uomini. In albanese vrectoar vuol dire uccisore. Se si antepone alla ε il digamma, ne risulta ve, poiché il digamma si pronunciava anche come la consonante v (la w dell’inglese, N.d.T.) raddoppiata. Se si considera la lettera r, si ricaverà vrector dal verbo vraam uccidere. Lo stesso Malte-Brun riconosce l'uso del digamma nella parola vraam, che è il ραειν (rain), infinito di ράω (rao), corrumpo, destruo. Per cui non è arbitrario il significato frìgio-albanese di Ettore, e soprattutto perché la ε di ‛Eκτωρ ammette lo spirito aspro.

* Patrici. “Della Poetica”.

Liberamente tratto dal libro Memoria sulla lingua albanese dell’autore Giuseppe Crispi

Link versione albanese: Helena, Hektori dhe të tjerë: origjina e emrave