Omero parlava albanese?
Il mistero delle prime parole dell’Iliade

La tesi di Luftulla e Liljana Peza alla prova del testo: μῆνις / mëni, manoscritti, Lineare B e storia dell’albanese

ELTON VARFI

Una tesi da verificare, non da ridicolizzare

Il 14 agosto 2026 il sito Autokton ha rilanciato una tesi forte: le prime parole dell’Iliade non sarebbero greche, ma “pelasgo-albanesi”. Una simile affermazione tocca insieme Omero, la preistoria linguistica dei Balcani, la storia dell’albanese e la decifrazione delle scritture egee. Proprio per questo merita un controllo più rigoroso di una semplice disputa identitaria.[1]

La domanda corretta non è se nell’Iliade si possano trovare sequenze che ricordano parole albanesi moderne. In lingue appartenenti alla stessa grande famiglia indoeuropea, e in un’area di contatti plurimillenari come i Balcani, somiglianze di questo tipo sono possibili e talvolta storicamente significative. La domanda scientifica è più esigente: la lettura proposta deve spiegare in modo regolare la forma delle parole, la loro flessione, i rapporti sintattici, l’evoluzione fonetica e, nel caso di Omero, anche la struttura metrica.

È quindi possibile prendere sul serio l’intuizione iniziale senza accettarne automaticamente la conclusione. In questa verifica distingueremo tre piani: ciò che l’articolo mostra materialmente; ciò che Peza e Peza propongono come analisi linguistica; ciò che le fonti omeriche, micenee e albanologiche permettono effettivamente di sostenere.

1. Che cosa sostiene realmente l’articolo

Autokton presenta come “documento” la tesi secondo cui le lettere impiegate nei poemi omerici deriverebbero da un alfabeto pelasgico già attestato nella cultura di Vinča-Turdaș; sostiene inoltre che la Lineare B esprimerebbe una lingua pelasgo-albanese e che l’Iliade conserverebbe direttamente parole e frasi albanesi. Il pezzo attribuisce esplicitamente a Luftulla Peza e Liljana Peza, già nel 2009, la conclusione che le prime parole dell’Iliade siano pelasgo-albanesi. Una formulazione direttamente verificabile e molto dettagliata della stessa lettura compare nel loro articolo del 7 febbraio 2017 su Gazeta Telegraf.[1][2]

Il passaggio decisivo è la rilettura dei primi versi. Peza e Peza partono dalla traslitterazione “MENIN AEIDHE, THEA…” e la ridividono in “MENIN A E I DHE, THE A…”, arrivando poi a una frase interpretata attraverso l’albanese moderno. La stessa fonte applica un procedimento analogo al secondo verso dell’Iliade e all’incipit dell’Odissea. Non siamo dunque davanti a un semplice paragone fra due vocaboli: la proposta ridefinisce i confini delle parole e attribuisce alla sequenza omerica una diversa struttura linguistica.[2]

Questo è il punto su cui la tesi deve essere giudicata. Se la nuova segmentazione fosse linguisticamente superiore a quella greca, dovrebbe spiegare sistematicamente il testo con forme albanesi storicamente plausibili, non soltanto con equivalenze intuitive ricavate dalla lingua moderna. L’obiettivo di questa verifica non è confutare in blocco ogni possibile confronto lessicale proposto da Peza e Peza: è controllare il nucleo più forte della loro tesi — l’incipit — e alcune affermazioni fattuali che la sostengono. Se il metodo funziona, deve produrre risultati replicabili anche fuori dai punti scelti perché somigliano all’albanese; se funziona soltanto selezionando sillabe favorevoli e ricomponendole liberamente, siamo davanti a una ri-segmentazione ad hoc, non a una dimostrazione linguistica.

2. Il “documento” fotografico: un manoscritto del 1477

La prima verifica è materiale e sorprendentemente semplice. L’immagine che accompagna l’articolo di Autokton non è un papiro arcaico, una tavoletta egea o un codice dell’età classica. Raffigura le pagine incipitarie, ff. 1v–2r, del Vat. gr. 1626, un celebre manoscritto bilingue greco-latino dell’Iliade conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Qui una distinzione cronologica è importante: il testo greco è datato dalle sottoscrizioni al 30–31 maggio 1477 ed è opera di Giovanni (Johannes) Rhosos; la versione latina, identificata paleograficamente come lavoro di Bartolomeo Sanvito, appartiene a una fase successiva, così come la decorazione miniata del tardo Quattrocento, rimasta incompleta.[3]

Pagine iniziali dell’Iliade bilingue nel manoscritto Vat. gr. 1626, ff. 1v–2r
Fig. 1 — Vat. gr. 1626, ff. 1v–2r: pagine incipitarie dell’Iliade bilingue. Il testo greco fu copiato da Giovanni Rhosos nel 1477; il latino è di Bartolomeo Sanvito e la decorazione appartiene a una fase successiva del tardo Quattrocento. Fonte: Wikimedia Commons / Biblioteca Apostolica Vaticana; riproduzione contrassegnata come pubblico dominio.

L’identificazione non smentisce da sola una teoria sulla lingua dell’Iliade: un manoscritto del Quattrocento può naturalmente trasmettere un testo molto più antico. Ma impedisce di usare quella fotografia come prova paleografica di un presunto alfabeto pelasgico dell’età di Omero o di una scrittura albanese arcaica. L’immagine documenta la ricezione umanistica del poema e la sua tradizione manoscritta, non la lingua nella quale il poema fu composto o fissato secoli prima.

3. Che cosa dice il primo verso in greco

Le principali edizioni critiche dell’Iliade stampano l’incipit nella forma seguente:

Il dato decisivo non è che ciascuna parola “abbia un significato greco” presa isolatamente. È che le forme si incastrano grammaticalmente tra loro. μῆνιν è l’accusativo singolare di μῆνις e funge da oggetto di ἄειδε; θεά è il vocativo della dea invocata; Πηληϊάδεω e Ἀχιλῆος sono genitivi che precisano a chi appartenga l’ira. Nel verso successivo οὐλομένην, femminile accusativo singolare, concorda con μῆνιν. La costruzione è quindi una frase greca continua e il primo verso realizza un esametro dattilico omerico regolare.[4]

FormaAnalisiFunzione nella fraseResa italiana
μῆνινacc. sing. di μῆνιςoggetto di ἄειδεl’ira / la collera
ἄειδεimperativo, 2ª sing. di ἀείδωpredicato: comando alla Musa/deacanta
θεάvocativo sing. di θεάpersona apostrofatao dea
Πηληϊάδεωgenitivo sing. patronimicospecifica il possessore di μῆνινdel Pelide
Ἀχιλῆοςgenitivo sing.apposizione/specif. del Pelidedi Achille
οὐλομένηνacc. femm. sing.concorda con μῆνινfunesta, rovinosa

4. Il test della re-segmentazione: “AEIDHE” può diventare “A E I DHE”?

La proposta pelasgo-albanese procede in modo opposto: prende la sequenza che le edizioni greche analizzano come ἄειδε e la divide in A / E / I / DHE; analogamente, θεά viene reinterpretata come THE / A. Qui va fatta una precisazione che rafforza, non indebolisce, il controllo: nei testi greci antichi la separazione grafica delle parole non corrisponde sempre al nostro uso moderno e la scriptio continua è ben attestata. Non sarebbe quindi corretto respingere A / E / I / DHE soltanto perché un’edizione moderna stampa ἄειδε senza spazi interni.

Il problema è linguistico, non tipografico. ἄειδε appartiene al paradigma del verbo ἀείδω “cantare” e la stessa sequenza è attestata altrove in Omero in contesti indipendenti. Nell’Odissea 1.325–326, per esempio, ἄειδε compare due volte come imperfetto indicativo non aumentato, riferito all’aedo Femio; pochi versi dopo, a 1.339, Penelope usa nuovamente ἄειδε come imperativo rivolto al cantore. In tutti questi casi la sequenza si integra nel sistema verbale greco e nella sintassi della frase. Per rendere competitiva la divisione A / E / I / DHE servirebbero quindi prove indipendenti: morfemi albanesi storicamente ricostruibili, regole fonetiche regolari e una sintassi capace di spiegare non soltanto questo verso, ma altre occorrenze non selezionate in anticipo.[4]

SequenzaAnalisi grecaOperazione proposta nella lettura albanese
Μῆνινuna parola flessa: acc. sing. di μῆνιςassociata direttamente a mëni
ἄειδεuna forma verbale: imperativo di ἀείδωri-segmentata in A / E / I / DHE; richiede una struttura morfologica e sintattica indipendente da dimostrare
θεάnome al vocativo: “o dea”ri-segmentata in THE / A; la nuova divisione deve essere giustificata dal sistema linguistico, non dai soli suoni
Πηληϊάδεω Ἀχιλῆοςdue genitivi collegati a μῆνινricomposti secondo una frase albanese moderna

Il controllo metodologico è semplice: una lettura alternativa deve ridurre, non aumentare, la libertà dell’interprete. Se possiamo spostare i confini, scegliere soltanto le sillabe favorevoli e attribuire loro valori presi dalla lingua moderna caso per caso, troveremo inevitabilmente coincidenze. Una proposta filologica robusta deve invece prevedere come si leggeranno anche le forme meno favorevoli, mantenendo le stesse regole fonetiche e grammaticali. È su questo terreno che la lettura A / E / I / DHE, nelle fonti esaminate, rimane priva di una dimostrazione sistematica.

5. Il punto davvero interessante: μῆνις / μῆνιν e albanese mëni / mëri

Qui la questione cambia, ed è il punto più delicato dell’intero articolo. La vicinanza fra il greco μῆνις (accusativo μῆνιν), termine centrale dell’epica per un’ira grave e carica di conseguenze, e l’albanese mëni / mëri, “ira, rancore, odio”, è formalmente e semanticamente suggestiva. Leonard Muellner ha mostrato quanto μῆνις abbia nell’epica un valore religioso e sociale specifico; proprio per questo il confronto non va nascosto né liquidato con sarcasmo.[6]

La prima cautela riguarda la storia interna dell’albanese. Il ghego mëni corrisponde al tosco mëri; la relazione n / r è compatibile con il noto rotacismo toscano dell’antica n intervocalica. Questo significa che il confronto con il greco deve partire dalle forme storiche dell’albanese, non dalla sola impressione grafica prodotta dalle ortografie moderne. Inoltre η in μῆνις rappresenta una vocale lunga del greco antico, mentre ë appartiene a un diverso sistema fonologico: somiglianza grafica e corrispondenza fonetica storica non sono la stessa cosa.

La seconda cautela è etimologica. Vladimir Orel, alla voce mëri ~ mëni, propone un prestito riconducibile al latino mania, indicando anche il greco μανία come possibile fonte o alternativa; Ranko Matasović colloca a sua volta mëri, con ghego mëni, nella rete etimologica di mania / μανία. Ma questa non è l’unica proposta presente nella letteratura albanologica. David Luka, in uno studio specifico sulla provenienza di mëní / mërí, difende una soluzione ereditaria: collega la parola al fondo indoeuropeo e alla radice *men- “pensare”, ricostruendo anche il passaggio interno che porta alla forma tosca con rotacismo. La proposta di Luka non può essere trasformata automaticamente in consenso, ma basta a mostrare che presentare l’etimologia albanese come definitivamente chiusa sarebbe scorretto.[5]

Anche l’etimologia remota del greco μῆνις è discussa. Calvert Watkins ha proposto una ricostruzione indoeuropea specifica; Leonard Muellner ne ha studiato soprattutto il valore semantico e formularistico; repertori come quello di Beekes registrano le difficoltà etimologiche del termine. È inoltre essenziale non confondere μῆνις con μανία soltanto perché entrambi possono gravitare semanticamente attorno all’ira: sono forme greche diverse, con storie che vanno dimostrate, non presupposte. “Etimologia discussa” significa che le alternative devono essere valutate con corrispondenze fonetiche, morfologiche e cronologiche; non significa che qualsiasi somiglianza esterna diventi automaticamente valida.[6]

La possibilità di rapporti profondi fra albanese e greco, in generale, non è affatto estranea alla linguistica indoeuropea. Adam Hyllested e Brian D. Joseph, in una sintesi del 2022, sostengono che un insieme di innovazioni condivise indichi una connessione particolarmente stretta fra albanese e greco entro un più ampio quadro paleo-balcanico. Questo rende scientificamente legittimo cercare corrispondenze antiche; non autorizza però a dichiarare cognata una coppia specifica senza dimostrazione, e ancor meno a identificare la lingua di un intero verso sulla base di una sola somiglianza.[13]

Il limite logico è decisivo: anche se future ricerche dimostrassero che μῆνις e mëni discendono da materiale indoeuropeo imparentato, ciò proverebbe al massimo una relazione lessicale preistorica. Greco e albanese sono entrambe lingue indoeuropee; lingue imparentate possono condividere cognati senza essere la stessa lingua. Per stabilire che l’incipit dell’Iliade sia albanese occorrerebbe spiegare regolarmente l’intera frase — non una sola parola — con fonologia, morfologia e sintassi albanesi storicamente plausibili.

6. “Omero non nomina mai gli Elleni”: la verifica sul testo

Un’altra affermazione presente nei materiali di Peza e Peza, e ripresa da Autokton, è che nei poemi omerici non comparirebbero Greci o Elleni. Qui la distinzione semantica è indispensabile. È vero che Omero usa soprattutto Achei, Danai e Argivi per le forze che combattono a Troia e che Ἕλληνες non possiede necessariamente, in ogni passo omerico, il valore panellenico e politico che il termine assumerà in epoche successive. Ma da questo non segue che la parola sia assente.[7]

Nel Catalogo delle Navi, Iliade 2.684, il testo reca Μυρμιδόνες δὲ καλεῦντο καὶ Ἕλληνες καὶ Ἀχαιοί: “erano chiamati Mirmidoni, Elleni e Achei”. A 2.530 compare inoltre Πανέλληνες. Questi passi non consentono di proiettare retroattivamente nell’VIII secolo a.C. l’identità nazionale della Grecia classica o moderna; consentono però di respingere la frase letterale “Omero non nomina mai gli Elleni”. La presenza del termine e il suo valore storico sono due domande diverse.[7]

7. La Lineare B e il greco prima del V secolo a.C.

La parte più difficile da conciliare con la documentazione è l’affermazione, presente nei testi esaminati, secondo cui la Lineare B non registrerebbe greco e non esisterebbero documenti greci anteriori al V secolo a.C. Michael Ventris identificò nel 1952 la lingua delle tavolette come una forma antica di greco; con John Chadwick pubblicò nel 1953 “Evidence for Greek Dialect in the Mycenaean Archives” e nel 1956 Documents in Mycenaean Greek. La validità della decifrazione non dipende dall’autorità dei due nomi, ma dal fatto che il sistema permette di leggere in modo coerente un corpus sempre più ampio di testi amministrativi, con lessico, morfologia, formule e nomi propri greci.[8]

Tavoletta micenea PY Ta 716 da Pilo con iscrizione in Lineare B
Fig. 2 — Tavoletta micenea PY Ta 716 da Pilo, in Lineare B, tarda età del Bronzo. Fonte fotografica indicata da Wikimedia Commons: T. G. Palaima e N. G. Blackwell (2020); file contrassegnato con Public Domain Mark.

La decifrazione non fu accolta come un dogma immune da critica: ebbe oppositori, verifiche, correzioni e discussioni. R. J. E. Thompson ha ricostruito anche il confronto con dissenzienti come Arthur Beattie e Leonard Palmer. Il punto scientifico è che le letture micenee hanno continuato a produrre risultati controllabili su tavolette provenienti da siti diversi. Una teoria alternativa secondo cui la Lineare B registrerebbe albanese dovrebbe quindi offrire una lettura concorrente dell’intero sistema e spiegare una parte ampia e indipendente del corpus almeno con la stessa regolarità.[8]

Nel 2024 Cambridge University Press ha pubblicato The New Documents in Mycenaean Greek, a cura di John Killen, aggiornamento in due volumi della documentazione e degli studi successivi alla prima edizione di Ventris e Chadwick. La presentazione editoriale dell’opera definisce la Lineare B decifrata da Ventris come la più antica forma di greco oggi conosciuta. Il riferimento non serve come argomento d’autorità, ma come indicazione dello stato attuale di una disciplina che lavora su migliaia di documenti, trascrizioni, traduzioni e commenti.[9]

Di conseguenza, l’idea che il greco compaia per la prima volta soltanto nel V secolo a.C. non è sostenibile. La Lineare B porta la documentazione di una varietà greca alla tarda età del Bronzo. E anche lasciando per ipotesi da parte il miceneo, l’affermazione resterebbe insostenibile: iscrizioni alfabetiche greche sono documentate già nell’VIII secolo a.C.; John K. Papadopoulos, sulla base dei reperti di Eretria e Methone e dei dati linguistici, descrive una rapida diffusione dell’uso alfabetico entro circa il 725 a.C.[11]

8. Un vero testimone antico dell’Iliade

Per evitare l’equivoco opposto, occorre precisare che non possediamo un “autografo di Omero” né un manoscritto dell’Iliade contemporaneo alla fase in cui il poema prese forma. La composizione omerica si colloca dentro una lunga tradizione orale e la cronologia della fissazione scritta è materia di discussione. Possediamo però numerosi testimoni papiracei antichi in greco che permettono di studiare concretamente la storia testuale del poema.

Papyrus Oxyrhynchus III 551 con versi dell’Iliade XIV, Princeton University Library
Fig. 3 — Papyrus Oxyrhynchus III 551, Princeton University Library, AM 4405: Omero, Iliade XIV, 227–253 e 256–263, II secolo d.C. Fonte: Princeton University Library / Wikimedia Commons.

Il P.Oxy. III 551, oggi Princeton University Library AM 4405, è datato al II secolo d.C.; la scheda ufficiale Princeton lo identifica come testo greco dell’Iliade XIV, 227–253 e 256–263, proveniente da Ossirinco e pubblicato per la prima volta da Grenfell e Hunt nel 1903.[10] Naturalmente un papiro del II secolo d.C. non ci restituisce automaticamente la forma esatta del poema nell’VIII secolo a.C. Mostra però il tipo di evidenza materiale sulla quale lavora la papirologia omerica e va distinto nettamente dalla pagina miniata del Vat. gr. 1626.

9. Alfabeto greco, Fenici e “lettere pelasgiche”

Anche la storia dell’alfabeto richiede più sfumature di una formula polemica. L’alfabeto greco non è la stessa cosa della Lineare B: dopo il collasso del mondo palaziale miceneo, il sistema sillabico della Lineare B cessò di essere usato, mentre l’alfabeto greco arcaico nacque in un contesto successivo. La ricerca lo mette in rapporto strutturale con modelli semitici, in particolare fenici, pur discutendo ancora luogo, data e modalità precise dell’adattamento. Il punto più caratteristico dell’innovazione greca è l’impiego sistematico di segni per le vocali.[11]

John K. Papadopoulos, confrontando i nuovi reperti di Eretria e Methone con i dati linguistici, sostiene che l’innovazione vocalica ebbe un unico punto di origine e che Methone — porto di contatto fra Greci e Fenici — è un candidato importante per il luogo nel quale l’alfabeto prese forma. La sua è una proposta sulla storia dell’adattamento alfabetico, non una dimostrazione di una catena lineare e documentata Vinča → alfabeto pelasgico → greco.[11]

La questione delle cosiddette “lettere pelasgiche” nelle fonti antiche è però reale e interessante. Willemijn Waal ha mostrato che la tradizione antica sull’origine della scrittura greca è più complessa del semplice slogan “Cadmo portò le lettere fenicie”. Nel suo studio discute esplicitamente anche le “Pelasgic letters” e propone una rilettura delle tradizioni sui phoinikeia grammata e, nella sua proposta, identifica i phoinikeia grammata con la Lineare B scritta su foglie di palma, interpretando le “lettere pelasgiche” come una denominazione antica della medesima scrittura. È un argomento che merita di essere citato correttamente; ma Waal non identifica le “lettere pelasgiche” con l’albanese moderno e non dimostra una continuità grafico-linguistica fra Vinča, pelasgico e albanese.[12]

Quanto ai segni di Vinča-Turdaș, la loro natura e funzione sono ancora oggetto di discussione: nella bibliografia si incontrano definizioni come sistema di segni, pre-scrittura e, in alcune interpretazioni, vera scrittura. Proprio questa incertezza impone una regola metodologica elementare: la somiglianza grafica fra un segno neolitico e una lettera di millenni successiva non stabilisce da sola né il valore fonetico del segno né la lingua che esso rappresenterebbe. Non esiste una decifrazione condivisa del sistema di Vinča che lo identifichi come un corpus di testi in albanese.[15]

10. Il 1462 non è la “nascita” dell’albanese

Su un punto, la polemica di Autokton intercetta un equivoco che merita di essere chiarito. Dire che la più antica attestazione albanese conservata e inequivocabile comunemente accettata è la formula battesimale di Pal Engjëlli del 1462 non significa affatto che l’albanese sia “nato” nel 1462. Fonti medievali anteriori attestano l’esistenza di una lingua distinta parlata dagli Albanesi e lasciano intravedere una pratica scrittoria precedente; ciò che manca, allo stato della documentazione generalmente accettata, è un testo albanese sopravvissuto e inequivocabile anteriore alla formula. Seit Mansaku e, più recentemente, Adam Hyllested e Brian D. Joseph mantengono precisamente questa distinzione.[13]

La storia preletteraria dell’albanese viene ricostruita attraverso il metodo comparativo, i prestiti antichi, le innovazioni fonetiche, la dialettologia e i rapporti con le altre lingue indoeuropee e balcaniche. Il Meshari di Gjon Buzuku del 1555 è il primo grande testo esteso sopravvissuto; la documentazione scritta tarda, quindi, non equivale a una storia linguistica tarda.[13]

Questo riconoscimento, però, non autorizza il procedimento inverso: non possiamo retrodatare automaticamente qualsiasi sequenza antica che ricordi l’albanese e chiamarla “documento albanese”. Le presunte attestazioni anteriori al 1462 devono essere valutate caso per caso per autenticità, datazione, lettura e sistema linguistico. La profondità preletteraria dell’albanese è una conclusione della linguistica storica; l’identificazione di un singolo documento richiede una prova documentaria specifica.

11. Albanese e illirico: una questione aperta, non uno slogan

La stessa prudenza vale per l’illirico. Il collegamento genealogico fra albanese e illirico è una delle ipotesi più note nella storia dell’albanologia e continua ad avere sostenitori autorevoli. Ma il dato documentario è estremamente limitato. Friedman e Joseph osservano che l’opinione di un’ascendenza illirica dell’albanese è largamente diffusa, ma è stata anche contestata; soprattutto, secondo gli autori non possediamo una singola iscrizione verificabile in illirico. Il materiale addotto è costituito soprattutto da onomastica, glosse e altri dati frammentari.[14]

La conclusione più corretta non è quindi “l’albanese non ha nulla a che fare con l’illirico”, ma neppure “la continuità illirico-albanese è già dimostrata da testi bilingui o da un corpus decifrato”. La questione rimane aperta nei limiti della documentazione disponibile. E soprattutto va tenuta separata dalla domanda specifica di questo articolo: anche una futura dimostrazione molto più forte del rapporto illirico-albanese non renderebbe automaticamente albanese il primo verso dell’Iliade.

12. Bilancio delle affermazioni principali

Affermazione verificataEvidenza disponibileValutazione
μῆνις / μῆνιν ricorda l’albanese mëni / mëriSomiglianza formale e semantica reale; l’etimologia albanese è discussa (fra le proposte: prestito in Orel, eredità indoeuropea in Luka); anche l’etimologia remota di μῆνις presenta difficoltà.Interessante; non probante per la lingua del verso
Il primo verso è albanese e non grecoIl verso ha un’analisi lessicale, morfologica, sintattica e metrica coerentemente greca.Non dimostrato
ἄειδε va letto A E I DHELa scriptio continua rende gli spazi moderni non decisivi; tuttavia ἄειδε è una forma verbale greca attestata in contesti omerici indipendenti e la nuova segmentazione non dispone di una grammatica alternativa sistematica.Non dimostrato
L’immagine di Autokton è un documento anticoÈ il Vat. gr. 1626: testo greco copiato da Giovanni Rhosos nel 1477; latino e decorazione appartengono a fasi successive del tardo Quattrocento.Non utilizzabile come prova omerica
La Lineare B non è grecaIl sistema decifrato spiega un vasto corpus in greco miceneo ed è continuamente verificato su nuove tavolette.Contraddetto dal corpus
Non esiste greco prima del V sec. a.C.Lineare B: tarda età del Bronzo; iscrizioni alfabetiche greche: già VIII secolo a.C.Falso
Omero non usa mai “Elleni”Ἕλληνες compare in Iliade 2.684; Πανέλληνες in 2.530. Il valore storico dei termini va però contestualizzato.Letteralmente falso; semantica da storicizzare
Il 1462 è la nascita dell’albaneseIl 1462 è la più antica frase albanese sopravvissuta e inequivocabile comunemente accettata, non l’origine della lingua.Errore concettuale
Albanese e illirico possono essere collegatiIpotesi storicamente importante, ma documentazione illirica troppo frammentaria per una dimostrazione testuale conclusiva.Questione aperta

Conclusione: ciò che resta dopo la verifica

Dopo aver separato la fotografia rinascimentale, il testo omerico, la grammatica, l’etimologia albanese e la documentazione micenea, la tesi centrale non regge nella forma in cui viene presentata da Luftulla e Liljana Peza e rilanciata da Autokton. Non abbiamo un documento antico che mostri le prime parole dell’Iliade scritte in albanese. Abbiamo invece un verso che riceve in greco un’analisi lessicale, morfologica, sintattica e metrica coerente; una forma verbale, ἄειδε, che ricorre in contesti omerici indipendenti; una tradizione papiracea e manoscritta in greco; e, molto più indietro nel tempo, documenti micenei in Lineare B che attestano una forma antica di greco.

La parte che merita di sopravvivere alla verifica è più circoscritta ma, proprio per questo, più interessante: perché μῆνις e mëni / mëri si assomigliano così tanto? Qui una risposta definitiva sarebbe prematura. Orel e Matasović collocano la parola albanese nella sfera etimologica di mania / μανία; David Luka propone invece un’eredità indoeuropea da *men-. Anche la storia remota di μῆνις è stata oggetto di ricostruzioni differenti. La conclusione scientificamente corretta non è “la somiglianza non significa nulla”, ma “la somiglianza, da sola, non decide la questione”.[5][6]

Questa distinzione non impoverisce la storia dell’albanese. Al contrario, la rende più forte. La ricerca contemporanea può sostenere una particolare vicinanza preistorica fra albanese e greco e, nello stesso tempo, esigere prove specifiche per ogni singola etimologia.[13] Una lingua dalla preistoria profonda non ha bisogno che ogni somiglianza diventi una prova: il metodo comparativo acquista valore proprio perché distingue eredità, prestiti, innovazioni, contatti e coincidenze attraverso corrispondenze regolari.

Il risultato finale è quindi preciso. La tesi “le prime parole dell’Iliade sono albanesi” non è dimostrata dalle prove oggi disponibili; la lettura greca del verso possiede invece un sostegno sistemico che la ri-segmentazione proposta non riesce, allo stato delle fonti esaminate, a eguagliare. Resta aperto un terreno di ricerca legittimo e affascinante: la storia comparata di μῆνις, μανία, mëni e mëri e, più in generale, i rapporti preistorici fra greco e albanese. Ma è proprio distinguendo ciò che è documentato da ciò che è possibile che una domanda suggestiva diventa una vera indagine filologica.


  • [1] Autokton, “Dokumenti, fjalët e para të Iliadës janë shkruar në gjuhën pellazg-shqipe dhe jo greke”, pubblicato il 14 agosto 2026; consultato l’8 settembre 2026. La pagina attribuisce a L. Peza & L. Peza (2009) la tesi sull’incipit e ripropone anche le affermazioni su Lineare B, Vinča e assenza di greco prima del V secolo a.C. — Autokton
  • [2] Luftulla Peza – Liljana Peza, “Gjuha shqipe më e vjetra e shkruar në botë”, Gazeta Telegraf, 7 febbraio 2017. La pagina riproduce la sequenza MENIN AEIDHE, THEA e la sua ri-segmentazione in MENIN A E I DHE, THE A, oltre alle letture proposte per il secondo verso e per l’Odissea. — Gazeta Telegraf
  • [3] Monica Centanni, “Tradurre l’oro. Le pagine incipitarie greca e latina dell’Iliade in un codice miniato rinascimentale (Vat. gr. 1626)”, Engramma 30 (2004): il codice è datato alle cc. 404v e 444v al 30–31 maggio 1477 e sottoscritto da Giovanni Rhosos; il latino è identificato come opera di Bartolomeo Sanvito, eseguita successivamente. La scheda della Library of Congress conferma il codice bilingue e la datazione del testo greco. — EngrammaLibrary of Congress
  • [4] D. B. Monro, A Grammar of the Homeric Dialect, 2ª ed., Oxford 1891, edizione digitale Dickinson College Commentaries; per occorrenze indipendenti di ἄειδε si vedano Odissea 1.325–326 e 1.339 nel testo e commento DCC. — Monro – DCCOdissea 1.325–364 – DCC
  • [5] Vladimir E. Orel, Albanian Etymological Dictionary, Leiden/Boston: Brill, 1998, s.v. mëri ~ mëni; Ranko Matasović, A Grammatical Sketch of Albanian for Students of Indo-European, p. 65; David Luka, “Rreth prejardhjes së fjalës mëní / mërí”; la discussione e le conclusioni sono riprese nell’introduzione pubblicata in Studime Filologjike 3–4 (2017), pp. 141–162, dove è difesa una derivazione ereditaria indoeuropea e viene discusso il rotacismo della forma tosca. — Luka – PDF AlbanicaMatasović – materiale didattico
  • [6] Leonard Muellner, The Anger of Achilles: Mênis in Greek Epic, Ithaca: Cornell University Press, 1996; Calvert Watkins, “À propos de μῆνις”, Bulletin de la Société de Linguistique de Paris 72.1 (1977): 187–209; Robert S. P. Beekes, Etymological Dictionary of Greek, Leiden/Boston: Brill, 2010, s.v. μῆνις. — Muellner – Cornell
  • [7] Omero, Iliade 2.684: Μυρμιδόνες δὲ καλεῦντο καὶ Ἕλληνες καὶ Ἀχαιοί; Iliade 2.530: Πανέλληνες. Testo greco consultabile nei corpora Perseus/Scaife. La presenza delle forme non risolve da sola la storia semantica del termine Ἕλληνες, che va distinta dal successivo valore panellenico. — Scaife / Perseus
  • [8] Michael Ventris – John Chadwick, “Evidence for Greek Dialect in the Mycenaean Archives”, Journal of Hellenic Studies 73 (1953): 84–103; R. J. E. Thompson, “The Ventris–Chadwick Correspondence and the Decipherment of Linear B: A Denier, a Dissenter and a Dubious Conclusion”, The Cambridge Classical Journal 65 (2019): 173–199, DOI 10.1017/S1750270519000058. — DOI Thompson
  • [9] John Killen (ed.), The New Documents in Mycenaean Greek, Cambridge University Press, 2024. La presentazione editoriale ricorda la decifrazione di Ventris e definisce la lingua delle tavolette la più antica forma di greco conosciuta. — Cambridge University Press
  • [10] Princeton University Library, APIS: P.Princeton inv. AM 4405 (= P.Oxy. III 551), Omero, Iliade XIV 227–253, 256–263; papiro in greco, II secolo d.C., provenienza Ossirinco; prima edizione Grenfell – Hunt, The Oxyrhynchus Papyri III (1903), n. 551. — Princeton APIS
  • [11] John K. Papadopoulos, “The early history of the Greek alphabet: new evidence from Eretria and Methone”, Antiquity 90.353 (2016): 1238–1254, DOI 10.15184/aqy.2016.160. L’articolo discute l’innovazione vocalica, la rapida diffusione dell’alfabeto entro l’VIII secolo a.C. e Methone come possibile luogo d’origine. — Cambridge Core
  • [12] Willemijn Waal, “Deconstructing the Phoenician myth: ‘Cadmus and the palm-leaf tablets’ revisited”, The Journal of Hellenic Studies 142 (2022): 219–254, DOI 10.1017/S0075426922000131. Lo studio contiene una sezione specifica sulle “Pelasgic letters”, senza identificarle con l’albanese moderno. — Cambridge Core
  • [13] Adam Hyllested – Brian D. Joseph, “Albanian”, in Thomas Olander (ed.), The Indo-European Language Family: A Phylogenetic Perspective, Cambridge University Press, 2022, pp. 223–245, DOI 10.1017/9781108758666.013: prima documentazione albanese nel 1462 e proposta di una connessione particolarmente stretta fra albanese e greco. Per la tradizione scritta: Seit Mansaku, “Tradita e shkrimit të shqipes dhe ‘Formula e pagëzimit’”, Studime Filologjike 3–4 (2007): 27–34. — Cambridge – AlbanianMansaku – Albanica
  • [14] Victor A. Friedman – Brian D. Joseph, The Balkan Languages, Cambridge University Press, 2025, in particolare cap. 1, “The Balkan Peninsula and Its Languages”, sulla documentazione paleo-balcanica e sul problema illirico-albanese. Gli autori sottolineano la scarsità e frammentarietà dei dati illirici e la conseguente impossibilità di una dimostrazione testuale conclusiva. — Cambridge University Press
  • [15] Shan M. M. Winn, Pre-Writing in Southeastern Europe: The Sign System of the Vinča Culture, ca. 4000 B.C., Calgary: Western Publishers, 1981; Richard Sproat, Symbols: An Evolutionary History from the Stone Age to the Future, Cham: Springer, 2023, DOI 10.1007/978-3-031-26809-0. La bibliografia usa categorie diverse per i segni di Vinča; non esiste una lettura condivisa che li identifichi come testi albanesi. — DOI Sproat

Bibliografia essenziale

La bibliografia raccoglie le opere citate nel testo e alcuni riferimenti di controllo indispensabili per approfondire i punti più delicati: filologia omerica, etimologia albanese, micenologia, storia dell’alfabeto e documentazione paleo-balcanica.

Testo omerico e filologia

  • Homer. Homeri Opera. Vol. I: Iliadis libros I–XII continens. Ed. David B. Monro e Thomas W. Allen. 3ª ed. Oxford: Clarendon Press, 1920. [online]
  • Monro, David B. A Grammar of the Homeric Dialect. 2ª ed. Oxford: Clarendon Press, 1891. Edizione digitale, Dickinson College Commentaries. [online]
  • Muellner, Leonard. The Anger of Achilles: Mênis in Greek Epic. Ithaca: Cornell University Press, 1996. [online]
  • Watkins, Calvert. “À propos de μῆνις.” Bulletin de la Société de Linguistique de Paris 72.1 (1977): 187–209.
  • Beekes, Robert S. P., con Lucien van Beek. Etymological Dictionary of Greek. 2 voll. Leiden/Boston: Brill, 2010, s.v. μῆνις (vol. II, p. 946). [online]

Tradizione manoscritta e papirologia

  • Centanni, Monica. “Tradurre l’oro. Le pagine incipitarie greca e latina dell’Iliade in un codice miniato rinascimentale (Vat. gr. 1626).” Engramma 30 (2004). [online]
  • Princeton University Library, APIS. P.Princeton inv. AM 4405 (= P.Oxy. III 551), Homer, Iliad XIV 227–253, 256–263, II sec. d.C. [online]

Albanese e paleo-Balcani

  • Orel, Vladimir E. Albanian Etymological Dictionary. Leiden/Boston: Brill, 1998, s.v. mëri ~ mëni.
  • Orel, Vladimir E. A Concise Historical Grammar of the Albanian Language: Reconstruction of Proto-Albanian. Leiden/Boston/Köln: Brill, 2000.
  • Matasović, Ranko. A Grammatical Sketch of Albanian for Students of Indo-European. Zagreb: University of Zagreb, 2024, versione online dell’autore, p. 65. [online]
  • Luka, David. Studime për historinë e gjuhës shqipe. Tiranë: Qendra e Studimeve Albanologjike, 2010. Comprende lo studio “Rreth prejardhjes së fjalës mëni, mëri”; la discussione sulla voce è ripresa nell’introduzione pubblicata in Studime Filologjike 3–4 (2017), pp. 141–162. [online]
  • Topalli, Kolec. Fjalor etimologjik i gjuhës shqipe. Tiranë: Qendra e Studimeve Albanologjike, Instituti i Gjuhësisë dhe i Letërsisë, 2017.
  • Hyllested, Adam; Joseph, Brian D. “Albanian.” In The Indo-European Language Family: A Phylogenetic Perspective, ed. Thomas Olander. Cambridge: Cambridge University Press, 2022, pp. 223–245. DOI 10.1017/9781108758666.013. [online]
  • Mansaku, Seit. “Tradita e shkrimit të shqipes dhe ‘Formula e pagëzimit’.” Studime Filologjike 3–4 (2007): 27–34. [online]
  • Friedman, Victor A.; Joseph, Brian D. The Balkan Languages. Cambridge Language Surveys. Cambridge: Cambridge University Press, 2025. In particolare cap. 1, “The Balkan Peninsula and Its Languages”, pp. 11–64. DOI 10.1017/9781139019095.003. [online]

Lineare B e greco miceneo

  • Ventris, Michael; Chadwick, John. “Evidence for Greek Dialect in the Mycenaean Archives.” Journal of Hellenic Studies 73 (1953): 84–103.
  • Ventris, Michael; Chadwick, John. Documents in Mycenaean Greek. Cambridge: Cambridge University Press, 1956.
  • Thompson, R. J. E. “The Ventris–Chadwick Correspondence and the Decipherment of Linear B: A Denier, a Dissenter and a Dubious Conclusion.” The Cambridge Classical Journal 65 (2019): 173–199. [online]
  • Killen, John, ed. The New Documents in Mycenaean Greek. 2 voll. Cambridge: Cambridge University Press, 2024. [online]

Origine dell’alfabeto greco

  • Papadopoulos, John K. “The early history of the Greek alphabet: new evidence from Eretria and Methone.” Antiquity 90.353 (2016): 1238–1254. [online]
  • Waal, Willemijn. “Deconstructing the Phoenician myth: ‘Cadmus and the palm-leaf tablets’ revisited.” The Journal of Hellenic Studies 142 (2022): 219–254. DOI 10.1017/S0075426922000131. [online]

Segni di Vinča e sistemi simbolici

  • Winn, Shan M. M. Pre-Writing in Southeastern Europe: The Sign System of the Vinča Culture, ca. 4000 B.C. Calgary: Western Publishers, 1981. [online]
  • Sproat, Richard. Symbols: An Evolutionary History from the Stone Age to the Future. Cham: Springer, 2023. DOI 10.1007/978-3-031-26809-0. [online]

Testi oggetto della verifica

  • Autokton. “Dokumenti, fjalët e para të Iliadës janë shkruar në gjuhën pellazg-shqipe dhe jo greke.” 14 agosto 2026. [online]
  • Peza, Luftulla; Peza, Liljana. “Gjuha shqipe më e vjetra e shkruar në botë.” Gazeta Telegraf, 7 febbraio 2017. [online]
  • Peza, Luftulla; Peza, Liljana. “Ilias of Omer and Incorrect Translations in European Languages.” Paper diffuso online; da trattare come fonte della tesi degli autori, non come consenso filologico. [online]