La pagina 173 di Moikom Zeqo
Nel 2000 avevo ventitré anni e vivevo ancora a Durazzo. In quel periodo Moikom Zeqo mi regalò una copia di Mes Laokontit dhe Krishtit – Onufri II. Quel libro è rimasto con me e negli anni l’ho riletto più volte.
A pagina 173, Zeqo ricostruisce il contesto storico e umano in cui visse e operò Onufri, tra i massimi maestri dell'iconografia albanese del XVI secolo e pilastro della pittura post-bizantina nei Balcani. Attivo principalmente a Berat e in diverse località balcaniche, il pittore ha lasciato un'eredità di affreschi e icone dalla straordinaria forza espressiva. Le sue opere si distinsero per il ricco cromatismo, reso celebre dall'inconfondibile sfumatura passata alla storia come «rosso di Onufri».
Per farlo utilizza testimonianze di viaggio e descrizioni dell’Albania del XVI secolo. È in questo contesto che introduce un riferimento bibliografico che compare nella forma «G. Sfroza» e rimanda a un «Viaggio 1575», alle pagine 21 e 26.
«G. Sfroza në “Viaggio 1575”, fq. 21, 26 flet për një udhëtim nëpër Shqipëri.»
«G. Sfroza, nel “Viaggio 1575”, alle pp. 21 e 26, parla di un viaggio attraverso l’Albania.»
Il passo riportato da Zeqo descrive gli Albanesi incontrati durante il viaggio: uomini armati, abiti scuri, copricapi rossi, donne forti e ornate di monete d’argento. Il giudizio del viaggiatore è spesso duro, segnato dai pregiudizi del suo tempo. Zeqo utilizza però soprattutto quei dettagli per ricostruire l’ambiente di Onufri e richiama, in particolare, le kësula të kuqe, i copricapi rossi, mettendoli in relazione con figure presenti nella pittura onufriana.
Poi, nel mezzo di quella descrizione, compare la frase che mi aveva colpito: giunti al «monte più alto e ultimo», i viaggiatori avrebbero visto in lontananza apparire i «monti neri dell’Armenia», dove, secondo la tradizione, si trovava l’Arca di Noè.
La cosa più interessante è che Zeqo non si limita a riportare la notizia. La interpreta come una singolare tradizione conservata nell’Albania centrale: l’idea che dalle alture si potessero vedere i monti dell’Armenia e che, insieme a questa immagine geografica, continuasse a vivere nella coscienza popolare la leggenda biblica di Noè.
Il libro di Moikom Zeqo e il passo di p. 173 da cui è nata la ricerca. Elaborazione editoriale su scansione dell’esemplare personale.
Fu proprio quella osservazione di Zeqo ad aprire un interrogativo destinato a rimanere irrisolta per anni. L’idea che dalle montagne vette dell’Albania centrale qualcuno avesse potuto scorgere i lontanissimi monti dell’Armenia, intrecciandole al mito dell’Arca di Noè, era troppo singolare per essere liquidata come una semplice curiosità. All’epoca cercai di risalire direttamente alla fonte e mi rivolsi allo stesso Moikom Zeqo, chiedendogli qualche indicazione ulteriore sul testo cinquecentesco che aveva menzionato. La sua risposta fu essenziale: non disponeva di informazioni più dettagliate su quel libro del XVI secolo. con quel vicolo cieco la ricerca si interruppe, lasciando dietro di sé solo pochi frammenti: un nome incerto — «G. Sfroza» —, il riferimento a un «Viaggio 1575» e soprattutto quell’immagine sorprendente dei «monti neri d’Armenia» collegati all’Arca di Noè. Mancavano ancora l’autore esatto, il testo originale e una spiegazione plausibile di ciò che il viaggiatore sosteneva di aver visto. Molti anni dopo, tornando su quella pagina, decisi di riaprire il caso partendo proprio da quelle scarse tracce bibliografiche.
Da «Sfroza» a Sforza
Il primo passaggio è stato identificare correttamente la fonte.
Dietro il nome «G. Sfroza» si trova Giovanni Sforza, storico e studioso italiano che nel 1915 pubblicò a Siena un opuscolo intitolato Un viaggio attraverso i Balcani nel 1575. Il titolo poteva facilmente far pensare che Sforza fosse l’autore del viaggio. Non era così.
Giovanni Sforza aveva riportato alla luce, oltre tre secoli dopo, la relazione di un altro uomo. Il vero viaggiatore era Carlo Ranzo, gentiluomo vercellese che nel 1575 aveva seguito l’ambasciatore veneziano Giacomo Soranzo nel viaggio verso Costantinopoli.
A questo punto la ricerca aveva finalmente un autore, un itinerario e una fonte da seguire.
Carlo Ranzo e il viaggio del 1575
Ranzo attraversò i Balcani nell’ambito di una missione diplomatica veneziana diretta alla corte ottomana. La sua Relatione d’un viaggio fatto da Venetia in Constantinopoli fu stampata a Torino nel 1616, quindi più di quarant’anni dopo il viaggio.
Questa distanza tra esperienza e pubblicazione è importante. Il testo non è un moderno rapporto topografico compilato sul posto, ma una relazione nella quale memoria, impressioni, informazioni ricevute durante il cammino e costruzione narrativa possono sovrapporsi.
Il percorso raggiunge Alessio, l’odierna Lezhë, e da lì prosegue verso l’interno dei Balcani, in direzione di Skopje e poi di Costantinopoli. È durante questa fase che compare il passaggio che aveva attirato l’attenzione di Zeqo.
Il passo originale
Nell’edizione critica curata da Alessandro Gallotta nel 2017, il passo si trova a pagina 75. Ranzo scrive:
«scoprirno i monti neri d’Armenia, ove s’afferma esser l’Arca di Noè».
Il confronto con la resa albanese di Zeqo è istruttivo. Zeqo rende la scena in maniera ancora più esplicitamente visiva, con «pamë në largësi», cioè «vedemmo in lontananza», e parla della «reliquia» dell’Arca. Ranzo, invece, è più asciutto: i viaggiatori «scoprirno» quei monti e lì, scrive, «s’afferma esser l’Arca di Noè».
La differenza non cambia il problema fondamentale, ma mostra come la ricezione moderna abbia accentuato la forza visiva di un passaggio già di per sé molto suggestivo.
Che cosa significa «scoprirno»?
Il verbo è decisivo.
Nel contesto del racconto di viaggio, «scoprirno» è una forma antica per «scoprirono» e ha valore visivo: scorsero, avvistarono, videro apparire qualcosa all’orizzonte. Ranzo, quindi, non sta semplicemente riferendo una conoscenza geografica o una storia ascoltata da qualcuno. La frase è costruita come un avvistamento.
Ed è esattamente qui che nasce l’enigma. I viaggiatori si stanno muovendo tra la costa albanese e Skopje. L’Ararat e le montagne dell’Armenia si trovano enormemente più a oriente. Non può trattarsi di un’osservazione reale.
Mappa schematica editoriale in rilievo dell’itinerario balcanico di Carlo Ranzo e della posizione del Monte Ararat. La linea tratteggiata indica la direzione dell’Ararat dalla zona montuosa precedente a Skopje, evidenziando l’impossibilità dell’avvistamento descritto nel racconto.
La domanda, a questo punto, non era più se dall’Albania si potesse vedere l’Ararat. Geograficamente la risposta è no. La domanda diventava: che cosa credeva di vedere Ranzo, e perché lo chiamò «monti neri d’Armenia»?
Prima ipotesi: un errore di toponimo
La spiegazione più immediata è quella dell’errore.
Durante un viaggio del XVI secolo le informazioni geografiche passavano attraverso lingue differenti, guide locali, interpreti, soldati e popolazioni incontrate lungo il cammino. Un nome poteva essere ascoltato male, tradotto, deformato o ricordato molti anni dopo in maniera imperfetta.
Nel testo compaiono inoltre i «Monti neri di Scoppia», cioè di Skopje. La presenza ravvicinata di denominazioni montuose e la complessità della toponomastica balcanica rendono plausibile l’idea che «Armenia» possa nascondere un fraintendimento o uno scambio di nome. È una possibilità seria, ma allo stato delle fonti non è possibile dimostrarla.
Seconda ipotesi: rendere il viaggio più straordinario
La seconda spiegazione è più letteraria, ma forse anche più convincente.
Il riferimento all’Arca di Noè è narrativamente perfetto. Ranzo raggiunge il «più alto e ultimo monte» e, proprio da quel punto estremo, l’orizzonte sembra spalancarsi fino alle montagne dell’Armenia. Non montagne qualsiasi, ma quelle sulle quali la tradizione collocava l’Arca.
Per un lettore del Cinquecento il richiamo aveva una forza immediata. Noè, il Diluvio, l’Arca e l’Ararat appartenevano a un patrimonio religioso e culturale universalmente riconoscibile. Inserire quel nome trasformava una difficile traversata balcanica in un episodio quasi biblico.
Da qui il sospetto: Ranzo si era semplicemente sbagliato oppure aveva reso il proprio viaggio più grande, più remoto e più memorabile di quanto fosse realmente?
La lettura di Alessandro Gallotta
Alessandro Gallotta è uno studioso specializzato in ambito storico-geografico e nella cura di fonti odeporiche. Nel 2017 ha curato per l'editore Phasar l’edizione critica della Relatione d’un viaggio fatto da Venetia in Costantinopoli di Carlo Ranzo, arricchendola con un saggio critico, la trascrizione del testo e un commento analitico.
La sua attività scientifica è strettamente legata all’Università di Firenze e al LabGeo (Laboratorio di Geografia Applicata) dell’Ateneo fiorentino. Per conto di questa istituzione, Gallotta ha inoltre pubblicato nel 2022, sulla rivista Documenti geografici, un saggio dedicato ai punti cardinali e all’immaginario geografico europeo. È pertanto al curatore che ha analizzato direttamente l'opera di Ranzo che occorre fare riferimento per interpretare e valutare la singolare affermazione sui «monti neri d’Armenia».
L’edizione critica moderna consente di affrontare il passo con maggiore prudenza. Alessandro Gallotta, curatore della Relatione, considera innanzitutto decisivo il contesto geografico: in quel momento Ranzo si sta spostando dalla costa albanese verso Skopje, perciò è da escludere che potesse vedere materialmente il monte Ararat o i monti dell’Armenia.
Per spiegare la stranezza, Gallotta mantiene aperte due possibilità. La prima è un semplice errore toponomastico: Ranzo potrebbe aver confuso un nome o averne frainteso uno simile. È una pista possibile, ma difficilmente verificabile senza un riscontro documentario indipendente.
La seconda ipotesi, che Gallotta ritiene più verosimile perché più coerente con lo spirito dell’opera, è che Ranzo abbia inserito deliberatamente nel racconto un riferimento celebre e immediatamente riconoscibile. La tradizione dell’Arca sul monte Ararat era nota a ogni lettore cristiano; collocarla all’orizzonte del viaggio avrebbe reso l’episodio più interessante e memorabile. Questa lettura è rafforzata dal fatto che le esagerazioni, nella Relatione, non sono infrequenti.
Resta anche una sfumatura importante: non sappiamo quanto Ranzo fosse consapevole dell’entità della forzatura geografica. Potrebbe aver abbellito il racconto senza possedere, nello stesso tempo, una percezione esatta delle distanze tra i Balcani e l’Armenia. Per questo sarebbe troppo semplicistico ridurre tutto alla parola «menzogna». La costruzione del testo potrebbe essere il prodotto simultaneo di memoria, ricostruzione geografica imperfetta, cultura religiosa e gusto per l’esaltazione del meraviglioso.
Dalla curiosità alla conclusione
È qui che la ricerca torna al punto da cui era partita.
La pagina di Zeqo mi aveva fatto immaginare per anni l’esistenza di una strana tradizione dell’Albania centrale: dalle montagne si sarebbero potuti vedere i monti dell’Armenia, e insieme a quell’immagine sarebbe sopravvissuto il ricordo biblico di Noè.
La verifica delle fonti racconta invece una storia diversa. Non abbiamo una prova indipendente che dimostri l’esistenza, nell’Albania centrale, di una tradizione popolare secondo cui l’Ararat fosse visibile dalle montagne locali. Quello che possiamo documentare con certezza è il racconto di Carlo Ranzo: un viaggiatore del 1575 che afferma di aver scorto montagne che, dal luogo in cui si trovava, ha creduto potessero essere quelle dell’Armenia.
Le spiegazioni plausibili restano dunque due. La prima è un errore materiale o toponomastico. La seconda, che durante la ricerca mi era sembrata progressivamente più probabile e che coincide con la lettura proposta da Gallotta, è che Ranzo abbia voluto esagerare, vantarsi o comunque impreziosire il proprio viaggio con un riferimento che nessun lettore dell’epoca avrebbe potuto ignorare.
Non sarebbe corretto trasformare questa ipotesi in una certezza. Ma la costruzione narrativa del passo è eloquente: il «più alto e ultimo monte», l’orizzonte lontano, l’Armenia, Noè, l’Arca. È quasi una scena costruita per essere ricordata.
Un orizzonte che non esisteva
Alla fine, la parte più affascinante di questa storia non è scoprire che dall’Albania non si vede l’Ararat. Per questo sarebbe bastata una carta geografica.
È il percorso seguito da una frase. Nel 1575 Carlo Ranzo attraversa i Balcani. Nel 1616 il suo racconto viene stampato. Nel 1915 Giovanni Sforza lo riporta all’attenzione degli studiosi. Nel 2000 Moikom Zeqo lo utilizza per ricostruire l’ambiente storico di Onufri e legge in quelle parole la possibile sopravvivenza di una tradizione legata a Noè. Molti anni dopo, quella stessa pagina fa nascere una domanda e spinge a tornare indietro, fino alla fonte.
Forse Ranzo confuse un nome. Forse una notizia ascoltata durante il viaggio si deformò nel ricordo. Oppure decise che, dal punto più alto del suo itinerario, i suoi lettori meritavano di vedere qualcosa di più straordinario delle montagne che aveva realmente davanti.
Se fu così, l’espediente riuscì perfettamente.
I monti dell’Armenia non erano all’orizzonte. L’Arca di Noè non poteva essere vista dai Balcani. Eppure quelle poche parole, più di quattro secoli dopo, continuano ancora a produrre domande.
Forse è proprio questa la parte più riuscita del racconto di Ranzo: non ciò che vide, ma ciò che riuscì a far vedere ai suoi lettori.
Fonti e bibliografia essenziale
Zeqo, Moikom, Mes Laokontit dhe Krishtit – Onufri II, Tirana, Medaur, 2000, p. 173.
Ranzo, Carlo, Relatione d’un viaggio fatto da Venetia in Constantinopoli, Torino, 1616.
Sforza, Giovanni, Un viaggio attraverso i Balcani nel 1575, Siena, Stabilimento Arti Grafiche Lazzeri, 1915, 54 pp.
Ranzo, Carlo, Relatione d’un viaggio fatto da Venetia in Costantinopoli. Saggio critico, trascrizione e commento, a cura di Alessandro Gallotta, Firenze, Phasar, 2017, p. 75 e nota 141.
Rombai, Leonardo, recensione all’edizione Gallotta della Relatione di Carlo Ranzo, Geostorie, 2018.
Elsie, Robert, traduzione e presentazione del tratto albanese della relazione di Carlo Ranzo, Albanian History.
Cartografia dell’itinerario: elaborazione editoriale su base geografica moderna, realizzata per il presente articolo.
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