domenica 18 luglio 2010

Museo archeologico di Tarquinia (2)

-Seconda parte-

Nella sala attigua, sotto la finestra, si trova un altro coperchio. Sebbene sia grigio e semplice come il precedente, ha tuttavia qualche accenno di ornamenti alle estremità. L’iscrizione scolpita su di esso si presenta, dal punto di vista letterario e concettuale, molto perfezionata, anche se purtroppo non sia possibile leggerla per intero: le lettere sono logorate e la pietra è scheggiata e non sarebbe coretto cercare di indovinare solo seguendo il senso della frase.

coperchio sarcofago

iscrizione_1

Pelasgo - Etrusco

Albanese

Italiano

     

C

Qe

Era

ANA

ana

Dalla parte

NAS

nash

Di noi

LA

la

Lasciò

ROI

roi

Di vivere

LARTHAL

I Larti

L’Altissimo

MATIUAL

I Maturi

il Saggissimo

CCLA

Ke krah

Nelle braccia

TI

Tij

Sue

ANATI

Ana Tij

al lato Suo

VOI

vej

metterlo (voglia)

LAFTNI

lavdi

Lode

CERIM

kërkim

richiesta

TE

te

verso

MAHI

Madhi

la Grande

SA

Za

Voce

MUTHITH

mu thith

essere recepita

In fondo alla seconda sala del museo, è posato un sarcofago con una figura maschile adagiata sul coperchio. La base presenta bassorilievi elaborati, che tuttavia ormai sono velati dalla nebbia del tempo e sembrano fantasmi di se stessi.

La figura, nel suo atteggiamento di sereno riposo, sembra l’espressione della beatitudine e se non leggessimo il messaggio scolpito sul bordo del coperchio potremmo rimanere con questa precisa sensazione.

Invece l’iscrizione è un urlo disperato, rivolto ad ARNO, il Creatore, per la perdita di quasi tutti i membri di quella famiglia, forse causa di un epidemia.

Quanto dolore straziante traspare dalle parole:

“Hai condannato i padri a sopravvivere, o Creatore!”.

sarcofago

iscrizione_2

Pelasgo- Etrusco

Albanese

Italiano

     

DAINOA

Dënove

Hai condannato

APAT

apat

i padri

RUI

ruj

a sopravvivere

LAROIAL

duke la rojtjen

facendo lasciare di vivere

FEKH

duke fik

e spegnendo

ATA

ata

loro

CRI

qe i ri

era giovane

AI

ai

colui

CALE

ka le

che è nato

ONAS

jonash

dai nostri

ARNO

Arno

Creatore

AI

ai

egli

LAROI

la roi

lasciò di vivere

ATIMIA

a timia

anche la mia

PUIA

gruia

moglie

APA

apa

il fratello maggiore

AVIS

a fis

e i parenti

TER

tër

tutti

NES

nesh

di noi

La tomba dei Vend-Kahrun e le altre di Tarquinia sono conservate come luogi di culto.

L’ordine, la pulizia che le contraddistinguono esprimono l’intensità dell’amore per i nostri lontani antenati da parte di coloro che curano questa cultura e che con passione la mostrano al visitatore.

Con occhi stupiti, il visitatore riceve i messaggi, legge le iscrizioni e impara ad amare chi visse e soffrì come noi, moltissimo tempo prima di noi.

Lucus a non lucendo, diceva Marco Fabio Quintiliano alludendo ironicamente alle distorsioni verbali per trovare la radice delle parole.

Infatti non è stato proprio “il bosco sacro dal non far luce” il risultato dello sforzo di tanti linguisti che si sono prodigati nel tentativo di scoprire “la chiave” dell’idioma degli Etruschi rincorrendo parole tortuose che sgusciano via e il più delle volte fanno perdere l’orientamento?

Hanno potuto raggiungere lo scopo solo coloro che hanno avuto l’intuizione di affidarsi alla lingua albanese.

Un particolare riconoscimento in questo senso è dovuto al Prof. Zacharie Mayani dell’Università della Sorbona di Parigi, che ha voluto imparare l’albanese, ne ha approfondito la conoscenza pratica in Albania e ha potuto così mettere in luce la verità. Altra personalità di grande cultura è il Prof. Skënder Rizaj dell’Università del Kosovo a Prishtina, che con il soccorso dell’albanese e riuscito ad interpretare la paleografia nell’odierna Turchia occidentale, anticamente abitata da tribù pelasgo-iliriche.

Né vanno dimenticati gli approfonditi studi del Prof. Giuseppe Catapano che con lo stesso metodo ha dato nuova luce all’idioma esoterico dell’altra sponda del Mediterraneo, l’Egitto faraonico (in albanese fara = stirpe, one = nostra).

Tratto dal libro L’etrusco lingua viva dell’autrice Nermin Vlora Falaschi

1 commento:

  1. Si grekët dhe latinët i kanë pasur në mes të tyre shqiptarët e ditur dhe shqipen e bukur dhe shumë të pasur. Por nga shqipja ata kanë marrë vetëm një grusht fjalësh për të ndërtuar me to gjuhët dhe kulturat e tyre duke lënë në errësirë trashëgiminë gjuhësore, dijen, traditat dhe kontributin e shqiptarëve vetëm e vetëm «për të mahnitur me gjeninë e tyre» tërë botën. Kush ka sy dhe veshë, kush ka pak mend mund të konstatojë se kjo lojë e vjetër po vazhdon edhe në ditët tona m’u para hundës tonë. Edhe sot e kësaj dite mjaft shqiptarë detyrohen të ndërrojnë identitetin e tyre në dhe të huaj në mënyrë që atje t’u hapen rrugët e dijes dhe të jetës.

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