domenica 30 ottobre 2011

L’antica iscrizione di Durazzo

Nel Museo di Viterbo, si può osservare questa iscrizione scolpita su una stele, particolarmente interessante perché invece di avere il consueto concetto funerario, riporta la preghiera di un agricoltore che invoca la pioggia (shi) e di conseguenza desidera un grande (mathi) granaio (mash) da riempire:

L'ENIGMA DELLA LINGUA ALBANESE - BLOG -

Pelasgo - Illirico

Albanese

Italiano




THMI

Timi

Al mio

ARATHIA

aratia

campo

FELA

fale

dona

VESHNA

vreshtna

vigne,

SHI

shi

pioggia

A

a

e

MATHI

madhi

grande

MASH

mash

granaio

L’espressione Fela, fale in albanese, è l’imperativo derivante da Fal, cioè preghiera, perdono, dono.

Altra parola che merita di essere messa in evidenza è MATHI, cioè grande o anche il Grande. Si tratta di un’antica parola dei Pelasgi, la cui radice, attraverso gli Etruschi, si è affermata nel latino (magnus, magnitudo) e sopravvive praticamente nelle lingue europee moderne (magnifico, magnificent, magnifique, etc.).

Al superlativo assoluto, questa stessa parola si ritrova per esempio su una delle tavolette murate nell’androne dell’Università di Perugia:

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Pelasgo - Illirico

Albanese

Italiano




AVLE

Avlli

Nell’avello

SCELI

shkeli

scese,

MADNOIA

Madhnia

il Grandissimo

LEYE

leje

permesso

DA

dha

diede

Considerando la parola MATHI, è interessante osservare un’antica iscrizione illirica scoperta a Durazzo, dove il vocabolo è presentato solo con le consonanti.

Vediamo quindi questo profondo concetto filosofico tombale che, assomiglia di quasi tutte le iscrizioni dell’Illiria, e non soltanto funerarie ma anche di semplice saluto o benvenuto, termina con la parola HAIRE , “per il bene” :

HAIRE

Pelasgo - Illirico

Albanese

Italiano




TEI

Tei

Oltre

TOC

toc,

la terra

TEI

tei,

oltre

MH

(abbr. di) madhe

la grande

NOC

nat:

notte:

HAIRE

Hair

per il Bene

La caratteristica più interessante di queste iscrizioni è costituita dai caratteri, che sono straordinariamente simili a quelli etruschi e che inconfondibilmente rivelano un ceppo comune.

Merita notare che la parola HAIRE si ritrova nel greco (χαιρε), nel tedesco (heil), nell’iglese (hail), nel turco (hayir), etc. sempre con un significato di benevolenza.

In Albania, oggi, questa parola sussiste anche come nome femminile: Hairìe, come pure Lirì cioè Libertà, di cui Iliri è i corrispondente maschile.

Tratto dal libro L’etrusco lingua viva di Nermin Vlora Falaschi

Link versione albanese: Mbishkrimi antik i Durrësit


domenica 23 ottobre 2011

Deucalione

Atlante e Deucalione furono i primi che fondarono colonie e dominarono in Grecia. Cecrope fondò Atene, che da lui fu detta Cecropia. Vi furono Codio, Cotlìos e Drymas, i cui nomi sono di origine frigia, come ampiamente riconosciuto. Ora Atlas, in lingua albanese, significa padre decrepito: al (da cui in Omero abbiamo αττα - atta, “padre”) e lascio – losc, “decrepito”, da cui deriva dunque atlasc, atlosc.

Iosepho Crispi

Busto di monsignor Giuseppe Crispi (1781 – 1859) che si trova nel Pantheon dei personaggi illustri di Palermo, all'interno della chiesa di San Domenico

Atlante fu anche chiamato Henoch “lunare”, nome derivato da hën “luna”. Inoltre fu detto hanach, che in albanese vuol dire “torquato”, “collana”, proprio come i Latini da torques, “collana”, diedero il nome a Torquato.

I discendenti di Atlante, essendo i progenitori di Cadmo, vennero denominati Crysopelechi, voce greco-barbara[1], che significa “aurei antichi”: pellechët infatti vuol dire “vecchi”, “antichi”, e χρυσοί (crisoi)aurei”.

Cecrope, recatosi nella sterile Attica, scoprì che gli abitanti vivevano in caverne, per cui fu chiamato, con un termine frigio-albanese, ghien-crop “trova-cave”, o “fosse”: crop, infatti, vuol dire “caverna” o “fossa”, da cui derivò il greco κρύπτα (cripta) “grotta”, e κρύπτω (cripto) “nascondo”.

Deucalione istituì il rito di bollire in grandi pentole legumi, per distribuirli ai poveri in onor di Bacco; e quelle pentole erano dette cutri dal greco κύτροι (kitri). In lingua albanese coth vuol dire “pignatta”; dal cui significato Cothos prese il suo nome; o semplicemente dal termine “vaso”, o perché si volle alludere al suddetto rito delle sacre pentole di Bacco.

Codros significa “pane”, giacché in albanese codr vuol dire “pane”, o piuttosto “biscotto”. Ma, se invece di Codros volessimo leggere Cordos, il termine significherebbe “spada”, o “scimitarra”, poiché cord in albanese questo vuol dire: denominazione appropriata ad un gran guerriero quale fu Codro. Se poi si volesse sapere l'etimologia del nome di Deucalione, lo si riscontrerà ugualmente nella lingua albanese. significa “terra”, pronunciata in dialetto eolico invece di γά (ga), in quanto l’originario γή (ghe), cambiando la η in α, diventa γά, e trasformandosi poi il γ in δ, si ottiene δά (dha), parola usata anche dai Dori nel loro dialetto: e câ lën vuol dire “ha lasciato”. Dunque Deucalione significa “ha lasciato la terra”, alludendo al mito per cui Deucalione, lasciata la terra, che stava per essere sommersa dal diluvio, si salvò su un'arca, la quale poi approdò sulle montagne dell'Attica.

Drymas, o piuttosto Drymath, “grande vite” od “albero”, potrebbe significare “grande come un albero”, o “rigoglioso come una vite”.

Il nome del frigio Pelops è composto da due termini: pelë, “cavalla” e lops, “vacche”, per denotare le ricchezze di Pelope, che consistevano in cavalle e in vacche, poiché le maggiori sostanze degli antichi furono costituite dal bestiame, come anche per i patriarchi.

Il nome di Priamo, molto simile a Pariamo, proviene da par, che vuol dire “primo”, voce analoga al παρά (para) greco “davanti”, a denotare un “prevosto”, od un “sovrano”: e da questa stessa parola i Latini fecero discendere il loro primus, simile a parimus. Paride deriva da un vezzeggiativo albanese, cioè parìthi, che si potrebbe tradurre con “il piccolo primo”, o il “piccolo principe”, per rappresentare il figliuolo d'un re, come Omero descriveva Alessandro (questo è il nome originario di Paride) “dal divino aspetto”, cioè θεοειδής (theoidis), per grazia e per bellezza.

[1] Greco-barbara, cioè non greca.

Liberamente tratto dal libro Memoria sulla lingua albanese di Giuseppe Crispi

Link versione albanese: Deukalioni

domenica 16 ottobre 2011

L’origine degli Albanesi

Se diamo uno sguardo al periodo precedente a quello in cui i rapsodi omerici cantavano i loro dei e i loro eroi mitologici, prima ancora che la lingua greca venisse scritta, scopriamo che a quel tempo viveva un popolo conosciuto con il nome di Pelasgi. A loro Erodoto attribuisce vicende antecedenti la civiltà greca. Le costruzioni di pietra grezza davanti al Panteon di Atene anche oggi vengono attribuite ai Pelasgi. Essi costruirono enormi mura che vengono denominate “ciclopiche”, sulle quali il dott. Pocock si è espresso affermando che esse furono erette molto prima dell’epoca dei Greci di Omero.

George Fred Williams  1852 - 1932

George Fred Williams 1852 - 1932

I discendenti diretti di questo popolo preistorico sono gli Albanesi. Soltanto in tempi recenti si è capito che i Pelasgi erano da identificarsi con gli Illiri, cioè il primo ceppo indoeuropeo, l’impero dei quali era esteso dall’Asia Minore al Mar Adriatico, fino a nord del Danubio. La loro origine è stata confermata dagli studi di professori come Max Müller e August Friedrich Pott. Gli Illiri che vivono ancora in Albania, conosciuti sotto il nome di Toski, sono giunti anche in Italia e sono noti come Etruschi.

È inutile cercare l’etimologia dei nomi degli dei della Grecia basandosi sull’idioma attualmente parlato in quella nazione: il loro significato è molto chiaro nella lingua albanese. Per esempio, Caos è lo spazio; Erebus, il figlio di Caos, significa buio, crepuscolo; Zeus, (Za, Zee, Zoot-Zot) voce, fulmine; Atene, colei che disse; Nemesis (senza il suffisso greco is ) maledire, chiamata del diavolo; Musa, colei che insegna; Afrodite, vicino al giorno (all’alba), ecc.

Quando un giorno la comunità storico-letteraria approfondirà la lingua albanese, e quando avrà studiato a fondo i miti e le leggende di quella terra, allora le opere di Omero saranno viste con un occhio diverso, e la storia avrà bisogno di essere corretta. Erodoto non sapeva che i nomi degli eroi omerici avevano significato soltanto nella lingua pelasgica, così come gli studiosi di oggi ancora non sono consci che quei nomi e gli echi della lingua pelasgica continuano a conservarsi nel linguaggio albanese. Anche lo stesso nome di Omero si spiega tramite la lingua albanese: I-mirë, che nella forma greca I-mir-os potrebbe tradursi con “bella poesia”.

Il lessico albanese ci spiega i nomi di Agamennone (in albanese Ai-që-menon) “colui che pensa”, Ajax (Gjaks) “sanguinario”, Priamo (Bir-i-amës) con il significato di “figlio della terra”, l’appellativo di Ulisse, Odisseo, (Udhësi) “il viaggiatore”, “colui che viaggia”, e di tanti altri che potremmo aggiungere a questa lista. Per questo motivo non ci deve sembrare strano che chi ha studiato l’albanese sia convinto che sia proprio questa la lingua originale di Omero, e che i Greci abbiano copiato dai rapsodi pelasgi la loro epopea.

Dunque, affermiamo che gli Albanesi vivono nella terra dei loro antenati e ne parlano la lingua. Ancora prima che la tribù degli Elleni facesse la sua comparsa sulle montagne della Tessaglia, Scutari, la principale città dell’Albania del nord, era senza ombra di dubbio la capitale del grandioso impero illirico. L’albanese fu la lingua madre di Alessandro il Grande, che invase tutto il mondo allora conosciuto, e di Pirro, re dell'Epiro, uno dei più grandi generali che la storia abbia conosciuto e l’ultimo baluardo contro gli eserciti romani. È una tragedia senza precedenti che questa razza così importante e gloriosa nel passato, oggi sia ridotta in uno stato che può essere definito come il grande scandalo della civiltà europea. Non è per niente strano che l’invasore ottomano avesse proibito qualsiasi tipo di scavo nella terra albanese, perché c’era il rischio per gli Ottomani che questo popolo potesse prendere coscienza della sua gloria passata.

Tratto dal libro The Albanian di George Fred Williams

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Origjina e Shqiptarëve

domenica 9 ottobre 2011

La tradizione serba non possiede canti epici

di Veis Sejko

Ringraziamo la signora Esmeralda Tyli – nipote dell’autore – per aver autorizzato la traduzione e la pubblicazione di questo materiale.

La tradizione serba non possiede canti popolari di eroi propriamente detti. Lo strumento musicale Liuto (alb. Lahuta) è noto in Serbia grazie ai cantori erranti stranieri ciechi e non, che vagavano su e giù per guadagnarsi da vivere, e i serbi consapevoli di non avere esattamente una propria Epica, ronzarono intorno ad essi. Le canzoni epiche dei cantori ciechi non erano apprezzate dalla gente e nemmeno dagli autori serbo-croati che nei loro confronti si esprimevano con parole di disprezzo. Questi cantori ciechi non erano realmente dei veri rapsodi di professione, ma si sono occupati di questo lavoro solo per necessità. Tra di essi avevano una certa abilità Filip Visnjić e un uomo cieco di nome Qorr Hysa, il primo proveniva dall’Erzegovina e il secondo dalla Bosnia. (N.d.T. ‘Qorr’ in lingua albanese vuol dire ‘cieco’)

veis seiko

Veis Sejko

Tuttavia, il distretto della città serba di Uzhice e in parte la regione di Jadri nella Serbia occidentale sono popolati da emigrati della Erzegovina, Bosnia e Montenegro, i quali hanno canti epici con il Liuto, il che dimostra ancora meglio che la Serbia propriamente detta non è una zona di cultura Epica.

L’aspetto strano è che, nonostante la Serbia non possieda il folk epico con il Liuto, nessuno degli autori serbo-croati riesce ad ammettere che non ne sono i possessori. Anche Vuk Karadzic, a questo punto balbetta e non riesce a pronunciare la parola “non abbiamo un folk epico”, ma gira intorno alla questione senza nemmeno affermare come stanno le cose. In una conversazione con A. Dozen nel 1857, Vuk gli conferma questo: “Oggi solo in Bosnia-Erzegovina, in Montenegro e nelle regioni montane della Serbia meridionale esiste una specie di preferenza per il canto eroico ...” [August Dozen: La poesie populaire serbe, Paris, 1859, p. 3.]. Quindi, come si vede, la Serbia viene “inclusa” nella dichiarazione di Karadzic tanto per dire che le regioni montuose del sud - Kosovo odierno - hanno tendenze epiche. Vale a dire che la Serbia propriamente detta non l’adopera e questo aspetto non viene dichiarato in modo esplicito.

Osservando i tre volumi dei canti di Vuk Karadzic non esiste nemmeno un singolo canto che provenga dai villaggi e dai contadini serbi, il che significa che la Serbia non è mai stata l’area del Liuto e quindi nemmeno l’area dei canti eroici. Abbiamo poi due asserzioni chiare: quella di M. Ibrovaci che dice “Questa poesia così ricca e così diversificata è comparsa improvvisamente nel 1814”, e quella di Vuk Karadzic che afferma “le canzoni epiche ci sono oggi solo in Bosnia, Erzegovina e Montenegro”. Considerando ad literam le affermazioni di questi due autori, si evince che questa poesia apparve nel 1814 in quei stessi luoghi dove rimasero anche nel 1857, ma dove la Serbia stessa non risultava. Dal 1814 fino al 1857 sono solo 43 anni, un periodo troppo breve per la nascita, lo sviluppo e la morte di una poesia popolare. Tanta fretta non dimostrarono nemmeno i bugarstice (influenza musicale bulgara sulla musica popolare serba), che malgrado tutto lasciarono alcune canzoni, mentre i deseterci non lasciarono nessuna influenza in Serbia. Vuk Karadzic, avendo dei problemi fisici camminava con le stampelle e difficilmente poteva viaggiare recandosi personalmente nei luoghi serbo croati per raccogliere le canzoni popolari, ad eccezione di Karlovac, Serm e la Croazia - ovviamente sempre seduto su un trono a chiamare davanti a sé quei rapsodi che gli segnalavano. Questo difetto fisico costrinse Vuk Karadzic a creare una rete di corrispondenti in tutta la Croazia, Bosnia, Montenegro, ecc, per raccogliere e gestire i canti che gli venivano recapitati a Vienna, dove aveva stabilito la sua famiglia. La rete di corrispondenti era composta da capi dei villaggi, vescovi, sacerdoti, commercianti, insegnanti, generali, ecc, persone per così dire ‘istruite’ per quell’epoca.

Nella Serbia del 1822, Vuk raccolse quattro canti da un vecchio errante di Kolashin, e altri quattro da un certo Angelico Vukovici dal Kosova, il quale cantò a Vuk tre canzoni piccole con contenuti della provincia croata e una canzone autobiografica; vale a dire nessun canto autentico serbo. Milivoje V. Knezevic nella sua relazione che riguardava il Liuto d’Acero, tenutasi nel VII congresso del folclore a Ohrid del 1960, ex- Jugoslavia, disse: “La Serbia nel senso stretto della parola, fuoriuscì dalla zona epica insieme con altre regioni del territorio serbo-croato, e con il declino della cultura patriarcale, l’estensione geografica del liuto vene concentrata in Montenegro, in Bosnia-Erzegovina e nella Zagora della Dalmazia”. [Mil. V. Knezevic: "Gusle javorove" VII Congresso di folklore Jugoslavo a Ohrid 1960, p. 348 .]

Quindi, nemmeno questo autore ci dice se in Serbia sia mai esistita oppure no una cultura del canto Epico con il Liuto. L’Autore si aggrappa al filo dell’ambiguità per lasciar recepire che un tempo in Serbia esisteva il canto epico degli eroi, ma ora non c’è più poiché lo ha fatto sparire la scomparsa della vita patriarcale. (?) Ma una tale pretesa sarebbe stata appropriata nel caso in cui nel passato in Serbia ci fossero state effettuate raccolti di canti epici. Dichiarare che si è persa la cultura epica dal momento che è scomparsa la vita patriarcale non è una giustificazione valida, poiché se osservassimo la Croazia e la Bosnia vedremmo che i canti epici hanno avuto una loro continuità.

elementi comuni epica albanese-arbereshe e serbo-croata.2

Gli sforzi di questi autori per convincerci che in Serbia siano esistiti un tempo i canti epici e che adesso non esistano più non si presentano come un lavoro serio e responsabile. Vogliono forzatamente far apparire la Serbia come una zona epica, come fosse una montagna che nel passato ha avuto una foresta mentre adesso non ce l’ha più perché è stata disboscata. Senza darci esempi di canti serbi raccolti nei villaggi serbi e da cantori propriamente serbi in una certa data e anno, con quale coraggio si dice che la Serbia fu una zona epica mentre adesso non lo sarebbe più?

In allegato riportiamo un elenco di opere e di cantori rapsodi di Vuk Karadzic, per dare la possibilità al nostro lettore di capire che nella Serbia propriamente detta non ci sono e non ci sono mai stati cantori serbi di canti accompagnati dal Liuto.

L’Ordine dei cantanti e delle canzoni di Vuk Karadzic.

Nome e Cognome / Di dove è / Dove si incontrò con Vuk Karadzic / Quanti canzoni ha dato /

Teshan Podrugoviq / Erzegovina / Karlovac / Errante / 22

Filip Visnjić / Bosnia / Serm / Mendicante cieco / 13

Starac Milija / Erzegovina / Serbia / Errante / 4

Starac Rashko / Erzegovina / Serbia / Errante / 10

Stojai (ladro) / Erzegovina / Serbia / Prigioniero/ 3

Gjuro Cernagorac / Montenegro / Belgrado / Mendicante anziana / 6

Gaj Balaqi / Lika / Serbia / Soldato / 7

L’anziana Zhivana /? / Zemun / Mendicante cieca / 6

Angelico Vukovici / Kosova / Serbia / Emigrante / 4

Commerciante anonimo / Bosnia / Karlovac / Emigrante/ 3

donna Mehanxhiq / Croazia / Zemun / Guardia / 3

Due montenegrini / Montenegro/ Serbia /Viaggiatori di passaggio/ 2

Anonimi

Un contadino anonimo / Serbia / Serbia / Agricoltore / 3

Stefania Plaka /? / Serbia / Mendicante cieca / 4

Un certo Rov / Serbia / Serbia / Proprietario / 3

Pavlo Iriq / Uzhica / Serbia / Proprietario / 6

Vaso Popovic /Croazia / tramite corrispondenza / Proprietario / 16

Commerciante anonimo / Bosnia / Serbia / Commerciante / 8

Anziana anonima/? / Serbia /? / 1

Ivan Beriq /? / materiale inviato tramite corrispondenza /? / 1

Urosh Voliq /? /? /?

Montenegrino anonimo / Montenegro / Serbia /? / 1 *

Primo – Come si può vedere nell’area serba non ci risulta nessun cantore rapsodo, ma ci sono solo degli individui erranti.

Secondo – I canti sono stati raccolti da persone eterogenee: 29 canzoni da mendicanti ciechi; 36 da erranti senza un indirizzo; 6 canzoni da pellegrini diversi; 9 canzoni da servi che non si sa di dove siano; 4 canzoni che provengono da un kosovaro e che non hanno alcun collegamento né con il Kosova e nemmeno con la Serbia. Lo stesso vale anche per i canti bosniaci di Kosta Hermani, che sono stati raccolti lontano dal luogo di origine, - come l’acqua che viene raccolta lontano dalla fonte del ruscello, direttamente dal fango.

In questo lavoro scientifico ci basiamo su un principio fondamentale: là dove suona il liuto è presente anche il decasillabo (ma là dove è presente il decasillabo non deve essere presente anche il liuto). L’etnografico russo P. Rovinski che è stato in Serbia, in Montenegro e Kosovo nel 1860, scrive nella sua opera ”Cernagorije” II pagina 23: “da su gusle u Serbiji malo ponzate” che in italiano vorrebbe dire “Il liuto in Serbia è poco conosciuto” [Murko: Gjurmët, 19].

Gli autori serbo-croati dichiarano che il Sandzak di Novi Pazar costituisce un ‘insieme epico’, (ibidem) e questo onore lo fanno a loro stessi e non agli altri - visto che il Novi Pazar è stato l’epicentro dello stato prima del 1280, cioè prima che l’epicentro monarchico, religioso e politico serbo convogliasse da Rascia in Kosova; e per non catalogare questo centro antico dicono che oggi esso forma un ‘insieme epico’. Anche se di questo “insieme epico” non si conosce nessun canto, tanto nella raccolta di Vuk quanto in quelle di M. Parry e di A. B. Lord. Facciamo riferimento agli ortodossi serbi o ai musulmani del Novi Pazar - vale a dire alla popolazione che parla slavo come lingua madre -, poiché anche gli albanesi parlano il serbo come seconda lingua, cantano molti canti con liuto dando vita così ad un “insieme epico”, e questo viene dimostrato in particolare nei due volumi del canto epico dei due autori americani.

Se fosse vero che i serbi avevano nella loro tradizione i canti epici, allora gli emigranti serbi dell’ Ungheria lo avrebbero dimostrato prendendo queste canzoni con sé in terra straniera, così come fece la popolazione albanese che emigrò in Italia - in Calabria, in Sicilia e altrove. In questo modo, anche se avessero perso queste canzoni in Serbia, le avrebbero mantenute in vita in emigrazione in Ungheria.

Sia per quanto riguarda gli altri slavi del sud che per i serbi, si impone una domanda fondamentale: come mai queste popolazioni non formarono un epica popolare durante le guerre sanguinose combattute contro i Franchi, i Bizantini e gli altri nemici? Comprendiamo i croati che furono quasi sempre sotto il giogo ungherese, ma non i serbi che riuscirono a vincere nelle loro guerre raggiungendo una certa indipendenza da Bisanzio dal 1196 fino al 1398, - anno in cui dopo la guerra del Kosova la persero nuovamente a causa dell’Impero Ottomano. Come è possibile che i serbi abbiano fatto una lunga lotta contro Bisanzio per molti secoli, senza aver creato nessun canto epico per ricordare le loro gesta? Noi pensiamo che ci siano, ma non sussistono in nessun caso. I serbi, tuttavia, sono un caso atipico.

Il primo ostacolo è stato il clero ortodosso che era sia serbo che Bizantino. In pratica Bisanzio non fu solo una scelta politica per i serbi, ma fu anche la loro metropoli religiosa. Per il rapsodo serbo sarebbe stato difficile cantare contro Bisanzio, poiché i sacerdoti lo avrebbero ucciso subito.

Il secondo ostacolo fu la mancanza di una linea epica, perché gli slavi in generale non furono capaci di assimilarla. Addirittura quando non potevano essere costituiti in liberi versi, i canti non furono registrati e conseguentemente persi. L’esistenza di canti in liberi versi nella popolazione ceca è una casualità, poiché qualcuno si impegnò a registrarle, ma questo succede raramente e non si verificò con i serbi. Supponendo che fosse stata presente nei serbi ma che la collezione fu persa e mai trovata, ciò dimostrerebbe solo l’esistenza della prosa ritmica. Ma l’Epica popolare non rimane in piedi solamente con la prosa ritmica, essa necessita di una metrica regolare. Il cantore serbo ha avuto la possibilità di prendere in prestito questa metrica dal popolo albanese, con il quale viveva in simbiosi e/o come vicino di frontiera, ma con una grande differenza: il popolo albanese cantava contro i re e i nemici serbi, dunque la sua canzone era, per i serbi, da evitare a tutti i costi. Anzi doveva essere maledetta due volte: la prima volta, perché la chiesa ortodossa serba non l’avrebbe mai accettata data la lesa maestatis contro i re serbi; la seconda perché gli albanesi erano oppressi e venivano disprezzati per la loro arcaica eredità culturale.

Sono molte le ragioni oggettive che non diedero agli albanesi la possibilità di formare il loro Stato durante i secoli VIII, IX, X, XI mentre gli slavi, in particolar modo i serbi, diligentemente tramite guerre sanguinose riuscirono a creare il loro. Le cause principali sono state esattamente la doppia oppressione e la penetrazione nelle fila degli albanesi dell’elemento serbo. In merito alla situazione degli albanesi, i quali si trovavano tra l’'incudine e il martello, tra l’oppressione bizantina e quella serba, sono state spese parole anche dagli stessi autori slavi. L’autore croato Milan Shuflai dice: “Oppressi dai greci a sud, e moltissimo dai serbi a nord, gli aristocratici albanesi si sono rivolti agli Angiò a Durazzo e Napoli” [Dr.Milan Shuflai: Serbi e Albanesi (prospetto medievale), con l’introduzione di St.Stanojeviq, professore presso Università di Belgrado. Tradotto da Zef Fekeçi e Karl Gurakuqi, Tirana 1926, p.59.]

Questi due occupanti, che erano in conflitto tra di loro ma solidali contro gli albanesi, non davano a quest’ultimi tempo e spazio neanche per respirare. Questa ostilità diventava ancora più aggressiva vedendo che gli albanesi si coalizzavano con l’occidente, sorreggendo le loro speranze principali nelle rivolte. Forse alla fine di una di esse arrivavano a creare un nucleo militare stabile all’origine dello Stato. Ma le insurrezioni albanesi, come dalla narrazione di Ataliati (1043) o come accennato dai fratelli Dhimitër e Bogoje Suma (1331) contro Stefan Dusan, causavano grandi stragi senza creare un nucleo statale, rimandando più in là le speranze in uno Stato. Un popolo che ha uno Stato è un popolo che ha una capitale, una amministrazione nazionale e locale, un capo, un esercito, l’organizzazione della propria cultura, delle leggi e tribunali, ecc. Condizioni necessarie per vivere collettivamente con diritti e doveri equi e dignitosi. Un popolo senza uno Stato è come una carrozzeria senza motore buttata per terra che chiunque può squartare e saccheggiare. In una nazione senza Stato regnano gli interessi, vincono i più forti, la violenza, la vendetta, ecc. aspetti questi che diventando principi fanno sì che il nemico esterno penetri facilmente. In aggiunta, una nazione senza Stato è disprezzata ed è calpestata dagli altri, sentendosi essa stessa debole e umile.

Il popolo albanese seppe creare una comunità militare sotto la guida di Scanderbeg, tale da sfidare un intero impero potente, come quello ottomano, resistendo molto meglio e più a lungo rispetto ai vicini balcanici - che fruivano di una organizzazione statale. Questa nazione, la popolazione albanese, non si e incamminata durante la storia come una folla sparpagliata, ma ha esercitato una efficiente organizzazione tribale interna, con in testa i suoi nobili e le casate - che non era altro che uno stato in miniatura che aveva le sue leggi, i suoi tribunali, il suo mondo culturale, i suoi confini politici, i suoi alleati e l’esercito per affrontare il comune nemico esterno per il bene di tutta la nazione.

Anche nei suoi momenti più critici la popolazione albanese non è mai stata una massa amorfa, si presentava piuttosto come una unità pronta a raccogliere un esercito come quello del re illirico Bato, Skanderbeg o della Lega Albanese di Prizren, ecc. Per le loro qualità virili e pagane gli albanesi sono stati temuti dai loro nemici, così come ci spiega anche Vincenzo Dorsa: “Dice Byron: Non vi è un Popolo più odiato e temuto dai suoi vicini come gli Albanesi … i greci a malapena li considerano cristiani, e lo stesso i turchi a malapena li considerano musulmani. Per quanto io ho potuto constatare altro non devo loro che degli elogi…” [Vincenzo Dorsa: Su gli Albanesi, ricerche e pensieri, Napoli, 1847, fq. 138-139.]

Durante lo Stato medievale serbo, il Liuto - essendo uno strumento senza rilevanza, primitivo e appartenente ad un popolo snobbato che lo utilizzava contro gli stessi re serbi – non fu trasmesso ai serbi e non fu adottato da quest’ultimi. Inoltre i serbi stessi in quel momento particolare della storia non avevano di cosa cantare con questo strumento musicale - visto che loro stessi erano degli aggressori e antagonisti. Durante il dominio turco il Liuto ai serbi non serviva poiché essendo dei raja (schiavi liberi) a loro servivano piuttosto strumenti lavorativi come il piccone e le pale per lavorare la terra. I serbi presero già pronto il Liuto da terzi, dai cantori presi a prestito, in ugual modo di come i bosniaci oggi si trovano ad avere al loro interno il bilinguismo del Novipazar. I cantori prestati non sono proprio stranieri, ma sono popolazioni bosniache, montenegrine e hercegovine.

Se gli autori serbi dicono che “Il valore morale del Liuto si osserva quando si dice che il Liuto liberò la Serbia dai turchi, …” [MURKO, Tragom, pagina 196 ], si deve tener presente il cantore cieco Filippo Vishnjiq; Quest’ultimo si incamminò dalla Bosnia verso la Serbia nel 1809 e cantò il primo canto della liberazione serba “L’inizio della rivolta contro i dahis” (N.d.T, i dahis erano leader dei giannizzeri), così come molte altre canzoni che furono le prime conosciute dai serbi sul loro suolo. Come è ben noto le rivolte serbe iniziarono nel 1804 con l’aiuto della Russia, raggiungendo l’autonomia nel 1817. L’aiuto del Liuto in questo caso è a dir poco eccessivo.

Estratto dal libro “Sugli elementi in comune nell’epica albanese - arbëreshë e quella serbo-croata”

Traduzione dall’albanese di Brunilda Ternova

Link post Originale: La tradizione serba non possiede canti epici

Link versione albanese: Serbia e mirëfillte s'ka këngë epike


domenica 2 ottobre 2011

Dodona

Il centro di culto più antico nel mondo pelasgico è Dodona, che si trova sulla montagna di Tomor. Lì ebbe inizio il culto di Zeus, dodoneo e pelasgico[1]. Karapano è riuscito addirittura riportare alla luce i resti dell'oracolo sacro di Dodona, nel 1974, ai piedi del monte Tomor, nelle vicinanze di Giannina. Ma esiste una Dodona anche più a nord, e c'è anche una montagna che si chiama Tomor presso la città di Berat (Albania); invece la montagna vicino a Giannina si chiama in realtà Tomorica (la pronuncia è: Tomoriza) che significa “piccolo Tomor”. Comunque sia, in queste montagne del nordovest balcanico si trovano il centro del mondo pelasgico e il suo epicentro religioso. Lì abitavano i preti consacrati a quella liturgia (Εεγγoς) e l'oracolo di Dodona fu l’ultimo a essere soppresso nel IX secolo dai “nostri gloriosi imperatori bizantini”, con riferimento ai quali molte volte mi sono chiesto se davvero siano “nostri” e quanto gloriosi fossero essi per i Greci stessi.

Gjuha e perëndive

Copertina del libro, versione albanese

È noto che i primi templi dedicati agli dei nella penisola balcanica si costruirono sulle cime delle montagne[2]. Lì si recavano, fin dalle prime luci dell’alba, i sacerdoti e aspettavano pregando “la nascita del sole”, l’alba. Si afferma che la stessa cosa facesse Orfeo. In quei tempi la popolazione abitava ai piedi delle montagne, nelle maggior parte dei casi nelle grotte, ragion per cui è evidente che i primi a vedere l'alba fossero i sacerdoti, che si trovavano sulle cime delle montagne proprio per annunciarla alla popolazione che si doveva svegliare per iniziare il suo lavoro quotidiano. Ma i sacerdoti come riuscivano a proclamare che “il sole era nato”? Sicuramente con uno strumento sonoro, che la popolazione, giù ai piedi della montagna, era in grado di ascoltare. Il suono che emetteva questo strumento poteva assomigliare a un daw, dew-diw, duw, a secondo del materiale con il quale era costruito: legno, metallo, pelle ecc. L’antica popolazione pelasgica che abitava ai piedi delle montagne di questa regione, appena sentiva i suoni diw, dew che emetteva il tamburo dei sacerdoti, li collegava con l’alba e il sole, ed è proprio per questo motivo che il sole venne chiamato Diaw, Deaw, Diw[3] ecc.

La cerimonia dell’annuncio che il sole era alto fu celebrata per molte migliaia di anni senza interruzioni e non sappiamo quando fu abbandonata. Quello che sarà sicuramente cambiato nel corso dei secoli è il materiale con cui era costruito lo strumento primitivo che annunciava l’arrivo dell'alba. La scoperta che si potessero fabbricare tamburi con la pelle degli animali avrà fatto sì che i sacerdoti sostituissero il vecchio strumento con il tamburo. Avendo il tamburo un suono evocabile con la parola duw, in albanese esso venne chiamato Daulle, perché questa parola è onomatopeica. Così, successivamente, è nato il nome dell'oracolo: Dodona; oppure Duduna nella lingua degli Arvaniti[4] e nel greco antico. Perciò il suono dell’antico tamburo diede il nome all’antico oracolo. In Albania abbiamo un piccolo tamburo che si usava per convocare le riunioni popolari e che è chiamato “Duduka”.

Per rafforzare la mia ipotesi sulla similitudine tra il suono del tamburo ed il nome dell'oracolo, porto a testimonianza anche gli studi di K. Rodhi sulla parola dihet. Dihet, nella lingua degli Arvaniti, significa arriva il nuovo giorno cioè arriva l’alba. Ma ha anche il significato di “tuono. Perché mai un suono si collega con la “nascita del sole” soltanto in questa lingua antichissima che si è parlata nello stesso luogo dove venne “creata” Dodona (o Duduna) migliaia di anni fa?

In conclusione, Jani Vreto[5] ci fa sapere di una antica credenza secondo la quale i vecchi Arvaniti (Albanesi) che risiedevano nei presi di Dodona, credevano che sulla montagna vivesse un monaco invisibile, santo e immacolato. Egli suonava un tamburo invisibile che diffondeva ovunque un rombo sordo[6].

Molte religioni infierirono, con il loro fanatismo velenoso e distruttivo, sul popolo albanese ma, nonostante ciò, ne conservarono, con identico fanatismo, alcuni elementi di culto.


[1] Iliade p, 233.

[2] “Le più alte cime delle montagne greche conservano tracce dell’antico culto dedicato a Zeus”, dice Richpin in “Mitologia greca”, vol. I, p. 75.

[3] In albanese odierno il sole viene chiamato Diell. (N.D.T. )

[4] Gli Arvaniti sono gli Albanesi che vivono in Grecia. (N.D.T.)

[5]Jani Vreto (1822-1900) è stato uno dei maggiori componenti del “Rilindja” (risorgimento) albanese.

[6] Jani Vreto “Aπoγoγια” , p.84.

Liberamente tratto dal libro Gjuha e perëndive di Aristidh Kola

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Dodona