Pubblico con particolare piacere un articolo scritto dal professore Areddu proprio per questo blog. Colgo l’occasione per rinnovargli i miei complimenti per il suo attento e meticoloso lavoro di diffusione di una prospettiva etimologica diversa, che tenta di spiegare termini di dubbia provenienza riconducendoli in qualche modo alla lingua albanese.

 

Due nomi di piante che ci legano agli Albanesi

Di Alberto Areddu

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E’ dal mondo agricolo e della terminologia delle piante che vengono le maggiori sorprese riguardo la verosimile origine illirica della civilizzazione in Sardegna; cosa in sé ovvia giacché l’isola pur avendo subito una notevole afflusso di termini latini nel campo agricolo, ha comunque lasciato sopravvivere altri termini, qui e là, che coll’ impianto grammaticale del latino non si spiegano affatto. I registri lessicali e le raccolte fitonomastiche ci consegnano due nomi di pianta per i quali si è sospettata fin dai tempi del Wagner una loro sostraticità. Il riparlarne qui mi dà modo di ritrattare la questione della loro etimologia, da altri e da me proposta nel saggio. Le piante sono il rethi/retti/rettiu  'cirro, viticcio' (clematis vitalba) e il carcuri/craccuri/curcuri/curcuriu 'giunco, saracchio' (ampelodesma mauritanica) (utilizzate entrambi perlopiù per fare legacci e corde).

Secondo lo studioso Paulis che agli inizi degli anni '9o ha predisposto un vocabolario etimologico per i molteplici nomi di pianta della Sardegna, in un caso si tratterebbe di una retroformazione (cioè una forma abbreviata) del lat. RETIOLUm 'piccola rete', nel secondo caso del verbo latino CALCARE 'premere, calcare', intervenuto non si sa bene e in quale maniera su una qualche forma prelatina. Come abbiamo detto entrambe le piante (stelo e rami) servono ad avvolgere, legare, circondare oggetti di uso comune: basi di sedie, scarpe, baracche e come dicemmo in un altro studio, quello sulla serpe d'acqua, l'albanese conosce un suffisso -çi/-thi col quale si demarca il diminutivo maschile. Tale suffisso ha una peculiare presenza sopratutto nelle comunità italo-albanesi, che sono perlopiù d'origine tosca e che hanno preservato un certo tratto arcaico dell'albanese medievale. Orbene io trovo nel vocabolario del Giordano le forme rripthi e rrypthi 'cirro, viticcio' che derivano dal sostantivo rip 'laccio', e questo dal verbo rrjep 'strappare'. Questo verbo viene fatto derivare (cito per tutti Orel) da un protoalbanese *repa, connesso alla radice ie. *rep- 'strappare', tra i cui derivati si annoverano il greco ereptomai 'strappo', il latino rapere 'rapire', il lit. ap-repti 'fassen, ergreifen, begreifen'. E' ben evidente che la forma sarda deriva da un illirico *rep-thi 'il piccolo strappo, il piccolo laccio > il cirro, il viticcio', nel quale il nesso -pt- nel passaggio al latino di Sardegna si è naturalmente assimilato  in -tt- (sette < SEPTEm; rettulia < REPTILEm), con preservazione della forma interdentale -th- nelle aree centrali (come barbaricino thiu 'zio' a petto del logudorese tiu, dal greco-latino THIUm), e assimilazione -tt- nell'area logudorese. Questa ipotesi, di una provenienza da un illirico *repthi 'il cirro' mi pare più soddisfacente di quella velocemente affacciata nel mio saggio di un influsso del sostantivo rethi 'cerchio' su rrip-thi.

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E ora veniamo al secondo fitonimo: carcuri e varianti, per il quale mi sono espresso  per una connessione coll'albanese kërcuri (leggi: kertzuri]) 'ceppo', che pone in realtà grossi problemi fonetici e semantici. Vedo invece ora che nel sostantivo qark (leggi:[kjark]) 'cerchio' potrebbe trovarsi una soluzione. Tale voce viene però ricollegata dai vari studiosi al latino CIRCUm come prestito, anche se riconosce l'Orel la fonetica fa difetto (da CIRCUm otterremmo: *kirke, o *kjërke). In effetti è probabile che sia voce indigena in relazione con il greco arkus 'arco, cerchio' di variegata interpretazione (il Pokorny lo colloca sotto due basi diverse: *ar-  e *arqu), con in aggiunta il ben noto prefissuale - 'questo, ciò' dell'albanese, altamente produttivo nella formazione di elementi lessicali e aggettivi (rimando a Camaj anche per la  palatalizzazione di K- iniziale col suo esempio di kem, qem 'incenso' da un *ke anem; ma si potrebbe ipotizzare anche una metatesi di -i- in prima sillaba da un *karki-os, con successiva palatalizzazione; o ancora: visto che il nome del popolo illirico dei Japidi si presenta colla forma alternativa Apudi/Apuli, si può pensare a una tendenza già antica, come nelle lingue slave, di palatalizzazione della vocale iniziale, per cui potremmo sospettare un *kë jarkos originario). Il tutto deve avere quindi indicato in origine "questo cerchio, tale arco". Possiamo dire che in questo caso è la forma sarda carcuri (leggi: [karkuri]), con la sua -a- iniziale, che dà sostanza e giustificazione all'indigenato dell'albanese qark, mentre l'uscita in -uri del sardo, che non è affatto latina, trova invece risposta nell'illirico e nell'albanese, dove ha verosimilmente avuto valore aggettivale per cui "il cerchiante, quello del cerchio, quello che cerchia, quello che gira a cerchio" è divenuto professionalmente nel gergo dei contadini, il nostro saracchio.

Possiamo aggiungere in conclusione un'altra osservazione: diversi nomi di piante sarde terminanti in -i, presentano anche delle forme con -u aggiunta: così abbiamo eni/eniu; retti/rettiu; carcuri/curcuriu. Secondo me è lo stesso fenomeno che distingue in albanese njerì e njeri-u, e di cui ho parlato nel saggio.

 
 
 

Areddu A.G., Le origini albanesi della civiltà in Sardegna, Napoli 2007

Camaj M., Albanische Wortbildung, Wiesbaden 1964

Giordano E., Fjalor e arbëreshvet t'Italise, Bari 1965

Landi A., Gli elementi latini nella lingua albanese, Napoli 1989

Orel V., Albanian etymological dictionary, Leiden-Boston-Köln, 1998

Paulis G., I nomi popolari delle piante in Sardegna, Sassari 1992

Pokorny J., Indogermanisches etymologisches Wörterbuch, Heidelberg 1959

Wagner M.L., Dizionario etimologico sardo, iii volumi 1960-62