VILLA 31

Dentro la casa proibita di Enver Hoxha

Una piscina sotterranea, un tunnel di fuga, migliaia di libri e un quartiere interdetto al resto della città. Oggi l'antica residenza del dittatore è diventata uno spazio d'arte. Le sue stanze, però, continuano a raccontare la distanza fra l'uguaglianza proclamata e la vita reale del potere nell'Albania socialista.

ELTON VARFI

Villa 31 a Tirana, già residenza di Enver Hoxha

Villa 31 a Tirana, già residenza di Enver Hoxha. Foto: Ivan Ruggiero (Wikimedia Commons), 2024 – CC BY-SA 4.0.

La casa dietro il muro

A Tirana, per decenni, bastava conoscere il nome del quartiere per capire dove cominciava un'altra città. Blloku non era semplicemente una zona residenziale nel centro della capitale. Era lo spazio riservato ai vertici del Partito del Lavoro, alle loro famiglie e agli apparati che li proteggevano. Mentre le strade circostanti appartenevano alla vita ordinaria, dietro i posti di controllo iniziava un territorio al quale il cittadino comune non aveva accesso.

Nel cuore di quel territorio si trovava Villa 31, la residenza di Enver Hoxha. Oggi l'edificio è circondato da locali, ristoranti, torri e traffico: Blloku è diventato uno dei quartieri più frequentati di Tirana. Per molti anni, invece, la villa fu uno dei luoghi più protetti e inaccessibili di uno dei paesi più isolati d'Europa. Non era soltanto una casa. Era contemporaneamente abitazione familiare, luogo di lavoro, spazio di rappresentanza e rifugio di un potere che si proteggeva dalla stessa società che pretendeva di guidare.

Blloku: una città nella città

L'Albania socialista proclamava di aver abolito le vecchie gerarchie di classe. Nella pratica, però, il sistema aveva prodotto una nuova geografia del privilegio. Blloku ne era la forma più visibile: residenze assegnate alla dirigenza, accessi controllati, servizi riservati e una distanza fisica dal resto della popolazione che rifletteva una distanza politica ben più profonda.

Non serve immaginare palazzi dorati o una corte nel senso tradizionale del termine. Il privilegio nel sistema albanese aveva un'altra misura. In una società nella quale la scelta dei beni di consumo era limitata, i viaggi all'estero eccezionali, l'informazione filtrata e molti prodotti difficili da ottenere, disporre di spazi ampi, sicurezza, approvvigionamenti selezionati, libri stranieri e servizi non accessibili ai più rappresentava già un'enorme differenza di condizione.

Veduta aerea di Villa 31 e del giardino nel quartiere Blloku

Veduta aerea della Villa 31 e del suo giardino nel quartiere Blloku. Foto: Kleidieski (Wikimedia Commons), 2019 – CC0, pubblico dominio.

Una casa costruita per il potere

L'Associated Press, entrando nella villa dopo la sua trasformazione recente, ha descritto un complesso di circa 4.000 metri quadrati con oltre cento ambienti, costruito negli anni Settanta. Il dato va letto come la misura riportata da quella fonte: altre schede architettoniche contemporanee adottano criteri di superficie diversi. Le dimensioni, da sole, non raccontano tutto. Più significativo è il modo in cui gli spazi combinavano la dimensione domestica con quella istituzionale: saloni di rappresentanza, appartamenti familiari, aree di servizio, biblioteca, spazi protetti e percorsi sotterranei.

Hoxha visse qui negli ultimi anni della sua vita e morì nel 1985. Era ormai il leader che aveva attraversato l'intero dopoguerra albanese: la rottura con la Jugoslavia, l'alleanza e poi lo scontro con l'Unione Sovietica, il rapporto privilegiato con la Cina e, dopo il deterioramento di quell'alleanza, un isolamento politico sempre più marcato. La villa rifletteva anche questa progressiva chiusura. Era comoda, ma soprattutto era difesa.

La piscina e la porta che conduceva sottoterra

Il dettaglio che colpisce di più è nascosto nel seminterrato: una piscina privata. La sua esistenza è stata documentata fotograficamente nel 2019 e confermata dalle successive descrizioni della residenza. Accanto alla piscina si trovava una porta di fuga che conduceva a un tunnel e a un bunker sotterraneo previsto per il caso di attacco; l'Associated Press documenta inoltre l'esistenza di tunnel sotterranei costruiti come rifugi.

La piscina, presa da sola, rischia di diventare un simbolo facile. Il punto storico è più interessante. Nell'Albania degli anni Settanta e Ottanta una piscina privata coperta non era semplicemente un bene costoso: apparteneva a un ordine di possibilità estraneo alla vita quotidiana della quasi totalità della popolazione. E il tunnel accanto alla piscina racconta l'altra faccia della stessa casa. Il comfort conviveva con la paura. Il capo di un regime che aveva costruito bunker in tutto il paese disponeva, anche nella propria abitazione, di vie di protezione e di fuga.

Villa 31, in questo senso, è un luogo quasi perfetto per leggere la psicologia del potere hoxhista: sicurezza e sospetto, intimità familiare e apparato, isolamento politico e protezione fisica.

La biblioteca del paese isolato

Forse il contrasto più sottile non si trova nel seminterrato ma sugli scaffali. La biblioteca personale di Hoxha conteneva migliaia di volumi. Le descrizioni della villa ricordano Marx, Engels, Stalin e Lenin, libri sulla Rivoluzione francese e sui movimenti studenteschi in Cecoslovacchia e Ungheria negli anni Cinquanta e Sessanta; l'Associated Press segnala anche libri su temi sessuali che, secondo la stessa fonte, erano vietati ai comuni cittadini albanesi.

Nel 2019 venne raccontato anche il metodo con cui Hoxha consultava ogni anno cataloghi editoriali di Parigi e ordinava lotti di libri. Nel 2025 i nuovi ospiti della villa hanno trovato ancora sugli scaffali opere che mostravano la vastità di quella curiosità privata. È difficile immaginare un'immagine più efficace del paradosso: il leader di uno Stato che controllava rigidamente l'accesso all'informazione disponeva di un accesso a testi stranieri enormemente più ampio di quello del cittadino comune, per il quale la disponibilità di opere contemporanee o ideologicamente sospette dipendeva dai filtri dello Stato.

Non significa che in Albania fosse proibito ogni libro straniero. Sarebbe un'esagerazione. Significa invece che l'accesso alla cultura esterna era selettivo e controllato, mentre il vertice del sistema godeva di possibilità incomparabilmente più ampie. Anche la conoscenza, dunque, aveva una sua gerarchia.

Enver Hoxha in un ritratto ufficiale del 1968

Enver Hoxha in un ritratto ufficiale del 1968. Foto: Petrit Kumi; immagine in pubblico dominio secondo la scheda Wikimedia Commons.

Fuori dal cancello: la scarsità senza slogan

Per capire Villa 31 è necessario evitare una scorciatoia. Non è storicamente corretto ridurre quarantasei anni di regime alla frase secondo cui «tutto il popolo moriva di fame». Le condizioni economiche cambiarono nel tempo, e l'Albania conobbe periodi diversi. Ma è altrettanto scorretto cancellare la realtà della scarsità.

La Federal Research Division della Library of Congress documenta che nel settembre 1946 il governo impose il razionamento dei beni di consumo; le restrizioni sui generi alimentari furono eliminate formalmente nel 1957. La stessa ricostruzione segnala gravi carenze alimentari all'inizio degli anni Sessanta e nuovamente all'inizio degli anni Ottanta, quando fu reintrodotto il razionamento della carne. Nei negozi statali la scelta dei prodotti rimaneva limitata, e la popolazione sviluppò strategie quotidiane per affrontare la mancanza di beni.

La ricerca accademica di Russell King e Julie Vullnetari sulla vita rurale nell'Albania comunista analizza quel sistema attraverso il concetto di «shortage economy», economia della scarsità. Gli autori mettono inoltre in evidenza una «gerarchia istituzionalizzata dell'accesso»: alcuni gruppi disponevano di canali privilegiati verso beni e servizi difficili da reperire, mentre altri rimanevano ai margini di quel sistema.

È qui che Villa 31 acquista il suo significato. Non perché dimostri da sola che il paese fosse affamato, ma perché rende visibile la differenza fra chi viveva dentro il sistema del privilegio e chi doveva adattarsi al sistema della scarsità.

Il privilegio non aveva bisogno dell'oro

La casa di Hoxha non assomiglia a Versailles, e proprio per questo è più facile fraintenderla. Lo stile relativamente sobrio di alcuni ambienti può indurre a concludere che non vi fosse privilegio. Ma il privilegio è sempre relativo alla società che lo circonda.

Un grande spazio protetto nel centro della capitale; una piscina privata; tunnel di sicurezza; accesso a libri e informazioni provenienti dall'estero; approvvigionamenti e servizi destinati alla cerchia dirigente; la possibilità di vivere in un quartiere dal quale il resto della popolazione era escluso: tutto questo costituiva una forma concreta di disuguaglianza all'interno di uno Stato che faceva dell'uguaglianza uno dei propri principi ufficiali.

Non occorre aggiungere nulla. Il contrasto è già nei fatti.

Dopo Hoxha: da luogo proibito a problema di memoria

Alla morte di Enver Hoxha, nel 1985, la villa sopravvisse al suo proprietario e poi al regime. Quando il sistema comunista crollò all'inizio degli anni Novanta, Blloku cessò di essere la cittadella chiusa della nomenklatura. Nel giro di pochi anni diventò quasi il contrario di ciò che era stato: uno dei centri della vita commerciale e notturna della Tirana postcomunista.

Villa 31, invece, rimase a lungo sospesa. Troppo carica di storia per essere una semplice abitazione, troppo legata al potere per essere un luogo neutrale. La domanda era inevitabile: che cosa fare della casa del dittatore? Trasformarla in museo? Conservarla intatta? Aprirla al pubblico? Riutilizzarla? Ogni scelta avrebbe implicato un modo diverso di raccontare il passato.

2025: la casa del dittatore diventa una residenza d'artisti

Nel 2023 il Ministero della Cultura albanese, la Direzione dei Servizi Governativi e la fondazione francese Art Explora sottoscrissero l'accordo per il progetto di trasformazione della villa. Dal 2025 Vila 31 x Art Explora è entrata in funzione come centro di residenza, ricerca e sperimentazione artistica. Il programma accoglie artisti e ricercatori, mette a disposizione spazi di produzione ed esposizione e organizza iniziative aperte al pubblico.

Il rovesciamento simbolico è evidente. Stanze un tempo riservate a una cerchia ristrettissima ospitano oggi persone provenienti da paesi diversi; un luogo costruito per proteggere e separare è stato destinato allo scambio. Art Explora definisce esplicitamente l'obiettivo come una dinamica di «riappropriazione pubblica» del sito e afferma di voler bilanciare la conservazione della sua storia con la creazione di spazi nei quali possano emergere nuove narrazioni plurali.

La trasformazione, però, non è priva di interrogativi. Alcuni ritengono che la villa avrebbe dovuto essere conservata il più possibile nella sua forma originaria, come documento della dittatura. È un'obiezione seria. Quando un luogo traumatico viene riutilizzato, esiste sempre il rischio che la nuova funzione attenui ciò che il luogo era. Ma esiste anche la possibilità opposta: che l'apertura renda finalmente accessibile ciò che per decenni era stato deliberatamente invisibile.

Che cosa resta di Villa 31

Oggi Villa 31 non è più il luogo interdetto e sorvegliato che fu durante il regime. È forse questo il cambiamento più radicale. L'edificio non incute più il timore che accompagnava il Blloku, e la città gli è cresciuta intorno fino quasi a inghiottirlo. Ma una casa non smette di essere un documento soltanto perché cambia funzione.

La piscina sotterranea, i tunnel, la biblioteca, i grandi ambienti e la stessa collocazione nel quartiere riservato non sono curiosità da museo. Sono frammenti di un sistema politico. Raccontano che l'isolamento imposto a un paese non significava isolamento identico per tutti; che la scarsità non veniva distribuita nello stesso modo; che l'uguaglianza dichiarata poteva convivere con gerarchie molto concrete di accesso, sicurezza e conoscenza.

Villa 31 non ha bisogno di essere caricata di leggende. La sua forza nasce proprio da ciò che è verificabile. Dietro quelle finestre viveva l'uomo che per quattro decenni dominò la vita politica albanese. Fuori da quelle finestre viveva un paese che non poteva entrare. Oggi quelle porte vengono aperte al pubblico attraverso open studios, mostre e iniziative programmate. La distanza fra quei due mondi, però, resta una delle chiavi più importanti per comprendere l'Albania del Novecento.

Fonti e riferimenti essenziali