Il DNA antico entra nel grande mistero dei Balcani

ELTON VARFI
Per secoli, la domanda sulle origini degli Albanesi è rimasta sospesa tra storia, archeologia e linguistica. Nel 2026, uno studio pubblicato su Nature Human Behaviour ha aggiunto al dossier una testimonianza che non usa parole: il DNA antico. E ciò che racconta è abbastanza forte da cambiare il modo in cui formuliamo la domanda, ma non abbastanza semplice da trasformarsi in uno slogan.

Se potessimo fermare un uomo vissuto nell’Albania del IX secolo e chiedergli chi fossero i suoi antenati, non avremmo una risposta. Non conosciamo il suo nome, non sappiamo quale lingua parlasse, non possiamo domandargli a quale popolo sentisse di appartenere. Di lui sono rimaste ossa, denti, una sepoltura. E dentro quelle ossa, minuscole tracce di una storia molto più antica.

È da lì che parte una delle ricerche più interessanti apparse negli ultimi anni sulle origini degli Albanesi.

Ricostruzione di un abitante dell’Albania altomedievale in un paesaggio montano dei Balcani occidentali
Fig. 1 — Ricostruzione visiva di un abitante dell’Albania altomedievale (VIII–IX secolo) in un paesaggio montano dei Balcani occidentali. Elaborazione editoriale per Cronache Albanesi.

Nel maggio 2026 un gruppo internazionale di studiosi ha pubblicato su Nature Human Behaviour Ancient DNA evidence for the history of the Albanians. Gli autori hanno messo a confronto più di 6.000 genomi antichi dell’Eurasia occidentale con 74 nuovi genomi di Albanesi contemporanei. Il risultato centrale è sorprendente proprio perché non ha bisogno di effetti speciali: nell’Albania altomedievale emerge una continuità genetica con le popolazioni dei Balcani occidentali della tarda età del Bronzo e dell’età del Ferro, più marcata di quella osservata nelle regioni balcaniche vicine. Secondo lo studio, gli Albanesi di oggi discendono in prevalenza da quel fondo paleobalcanico sopravvissuto, e già tra l’800 e il 900 d.C. compare un profilo genetico che gli autori considerano ancestrale a molti Albanesi moderni.1

Sembra la risposta che molti aspettavano da generazioni. Ma è qui che bisogna fare attenzione: il dato è forte, la tentazione di semplificarlo lo è ancora di più.

Il DNA può ricostruire parentele, mescolanze, continuità e spostamenti. Non può leggere il nome di un popolo sulla fronte di uno scheletro. Non può dirci quale lingua parlasse una persona morta quindici secoli fa. E non può trasformare automaticamente una continuità biologica in un’identità etnica moderna.

Proprio per questo lo studio è così interessante. Non chiude il mistero con una formula. Lo rende finalmente più stretto.

Il grande vuoto: quasi mille anni di silenzio

Il problema delle origini albanesi nasce da un paradosso. L’albanese è una lingua indoeuropea autonoma, profondamente radicata nello spazio balcanico, ma entra tardi nella documentazione scritta. La prima testimonianza conservata è la formula battesimale del 1462 attribuita all’arcivescovo Pal Engjëlli; il primo testo ampio è il Meshari di Gjon Buzuku, stampato nel 1555.2

Il popolo appare nelle fonti medievali molto prima, generalmente a partire dall’XI secolo, ma anche qui le cose non sono lineari. Alcune celebri menzioni bizantine sono state discusse e reinterpretate: un lavoro del 2024, per esempio, ha rimesso in questione l’identificazione automatica di uno degli Albanoi di Michele Attaliate con gli Albanesi in senso etnico moderno.3

E prima dell’XI secolo? È qui che la luce si abbassa.

Per secoli la storiografia ha provato a colmare quel vuoto con ciò che aveva a disposizione: nomi di luogo, prestiti linguistici, cronache, reperti archeologici, descrizioni di autori antichi. Ma le lingue paleobalcaniche sono quasi tutte scomparse senza lasciarci testi abbastanza lunghi da essere interrogati davvero. Dell’illirico abbiamo soprattutto nomi propri, toponimi, glosse e frammenti. Del tracio e del daco-moesio conosciamo abbastanza da formulare ipotesi, non abbastanza da ottenere una risposta definitiva.

Non esiste, insomma, una pietra di Rosetta dell’illirico. Nessuna iscrizione ci permette di affiancare una frase antica a una frase albanese e dire: eccola, questa è la genealogia della lingua.

Da qui nascono le grandi ipotesi. Una colloca il proto-albanese nel mondo illirico dei Balcani occidentali. Altre hanno cercato la sua origine più a est, in ambienti daco-moesi o traci. Altri studiosi ancora ricordano che etichette come “illirico”, “tracio” e “daco-moesio” rischiano di far sembrare compatto un paesaggio linguistico che probabilmente era molto più frammentato. La linguistica contemporanea considera l’albanese un ramo autonomo dell’indoeuropeo e alcuni lavori recenti individuano una particolare vicinanza con il greco all’interno di un più ampio quadro paleobalcanico. Ma nemmeno questo, da solo, ci dice dove fosse la patria del proto-albanese.4

Per molto tempo il dibattito si è fermato davanti a questo muro. Poi sono entrati in scena i morti.

Quando le ossa cominciano a raccontare

L’archeogenetica non cerca un fantomatico “gene albanese”. Fa qualcosa di molto più utile: confronta centinaia di migliaia di varianti genetiche, misura somiglianze e differenze tra individui vissuti in epoche diverse e prova a ricostruire quali popolazioni abbiano contribuito alla formazione di quelle successive.

Scavo archeologico di resti umani nei Balcani occidentali
Fig. 2 — Ricostruzione visiva di uno scavo archeologico di resti umani. I campioni scheletrici costituiscono la base materiale per le successive analisi di DNA antico. Elaborazione editoriale per Cronache Albanesi.

Nel lavoro del 2026 gli studiosi incrociano più strumenti. Alcuni mostrano come i campioni antichi e moderni si dispongono geneticamente gli uni rispetto agli altri; altri verificano se una popolazione possa essere spiegata come combinazione di determinate sorgenti; l’analisi dei segmenti IBD, cioè porzioni di DNA ereditate da antenati comuni, permette invece di seguire connessioni genealogiche che attraversano il tempo. Nessun metodo, preso da solo, basta. La forza arriva quando indizi diversi puntano nella stessa direzione.5

Laboratorio di archeogenetica per l’analisi del DNA antico
Fig. 3 — Ricostruzione visiva di un laboratorio di archeogenetica: analisi di resti ossei e dentali per lo studio del DNA antico. Elaborazione editoriale per Cronache Albanesi.

È importante capirlo perché in genetica una percentuale non è una sentenza e una vicinanza su un grafico non equivale a un certificato di nascita. I modelli dipendono dai campioni disponibili e dalle popolazioni usate come riferimento. Ma quando risultati indipendenti convergono, la probabilità che stiano descrivendo un fenomeno reale aumenta.

Ed è esattamente ciò che accade qui.

Una linea che attraversa Bronzo, Ferro e Medioevo

Il passaggio più affascinante dello studio non è un aplogruppo e non è una percentuale. È una continuità.

Insediamento dei Balcani occidentali tra tarda età del Bronzo ed età del Ferro
Fig. 4 — Ricostruzione visiva di un insediamento dei Balcani occidentali tra tarda età del Bronzo ed età del Ferro, a evocazione del contesto paleobalcanico discusso nello studio. Elaborazione editoriale per Cronache Albanesi.

I campioni della tarda età del Bronzo e dell’età del Ferro provenienti dall’attuale Albania si collocano dentro il più ampio continuum genetico dei Balcani occidentali. Le analisi supplementari li collegano a popolazioni vicine dell’area che oggi comprende Albania, Montenegro, Macedonia del Nord e zone del retroterra adriatico-balcanico.6

Poi arriva Roma, e il quadro si complica.

L’Impero romano non fu un mondo immobile. Soldati, mercanti, schiavi, funzionari e intere comunità si spostarono lungo le province, e il DNA antico ha mostrato quanto i Balcani imperiali fossero attraversati da apporti provenienti anche dall’Anatolia e da altre regioni. Dopo la fine del controllo romano, tra VI e VIII secolo, le migrazioni legate a gruppi geneticamente affini alle popolazioni slave dell’Europa orientale lasciarono un’impronta enorme in gran parte della penisola. Uno studio pubblicato su Cell nel 2023 ha stimato che questa componente possa rappresentare circa il 30–60% dell’ascendenza in diverse popolazioni balcaniche moderne considerate nell’analisi.7

Ed è qui che l’Albania si distingue.

Nei due campioni altomedievali esaminati sul territorio albanese, i modelli ricostruiscono una componente nettamente maggioritaria legata al precedente fondo balcanico occidentale. A seconda delle sorgenti utilizzate, circa il 68–84% dell’ascendenza di quei campioni può essere modellato a partire dalla popolazione locale della tarda età del Bronzo e dell’età del Ferro; il resto è compatibile con ulteriori apporti anatolici o balcanici orientali. Ancora più interessante, gli individui che gli autori riferiscono all’VIII-IX secolo non mostrano, nei modelli dello studio, ascendenza est-europea riconducibile alle migrazioni slave.8

La frase va letta con precisione: si parla di quei campioni, non di ogni abitante dell’Albania medievale. Due individui non possono rappresentare da soli un intero paese. Ma sono due tasselli collocati esattamente nel periodo in cui, altrove nei Balcani, il paesaggio demografico stava cambiando profondamente.

E gli Albanesi di oggi? Lo studio trova anche in loro una componente legata alle migrazioni medievali dall’Europa orientale, ma con un peso mediamente inferiore e molto variabile: intorno al 10–20% nel campione analizzato, a seconda del proxy genetico utilizzato. Alcuni individui e alcune aree mostrano valori maggiori, altri molto più bassi.9

Questo dato è importante per due ragioni. La prima: gli Albanesi non sono una popolazione rimasta immobile per tremila anni. La seconda: la loro storia genetica non sembra neppure il risultato di una sostituzione massiccia avvenuta nel Medioevo.

La parola giusta, quindi, non è “purezza”. È continuità dentro il cambiamento.

La domanda che tutti faranno: dunque erano Illiri?

Prima o poi si arriva qui. È inevitabile.

Se gli antenati principali degli Albanesi moderni sono collegati alle popolazioni dei Balcani occidentali dell’età del Bronzo e del Ferro, e se proprio in quello spazio le fonti antiche collocano gruppi che chiamiamo illirici, la tentazione di chiudere il discorso in una riga è fortissima: “Il DNA ha dimostrato che gli Albanesi sono Illiri”.

È una frase efficace. Ed è più forte di ciò che i dati consentono di dire.

Lo studio mostra una continuità demografica importante con popolazioni pre-romane dei Balcani occidentali. Nella documentazione supplementare, per esempio, l’aplogruppo paterno J2b-L283 compare con grande frequenza nel record antico dell’area durante il Bronzo e il Ferro; altri lignaggi, come E-V13, seguono storie e distribuzioni differenti.10 Ma un aplogruppo non è un popolo, così come un cognome non è una lingua.

Gli stessi autori invitano alla cautela quando rappresentano le lingue paleobalcaniche. Le mappe di “illirico”, “dalmatico”, “messapico”, “daco-moesio” e delle altre realtà linguistiche antiche sono ricostruzioni basate su materiale frammentario: archeologia, testimonianze storiche, onomastica, toponimi. I confini non sono netti e, in alcuni casi, non sappiamo neppure se certe etichette indicassero una lingua unica o gruppi di varietà affini.11

Che cosa possiamo affermare, allora, senza forzare la prova?

Possiamo dire che una componente ancestrale fondamentale degli Albanesi contemporanei affonda le radici nelle popolazioni dei Balcani occidentali della tarda età del Bronzo e dell’età del Ferro. Possiamo dire che una parte consistente di quella ascendenza è ancora riconoscibile nell’Albania altomedievale. Possiamo dire che questo rende molto difficile immaginare una sostituzione totale della popolazione locale prima della comparsa storica degli Albanesi.

Possiamo anche osservare che quella continuità si trova nello stesso grande spazio geografico in cui operarono popolazioni che le fonti classiche e la storiografia definiscono illiriche.

Ciò che il DNA non può fare è il passo successivo: dirci quale lingua parlasse ogni individuo o quale nome etnico usasse per se stesso. Per dimostrare che l’albanese discende da una specifica varietà dell’illirico serve la linguistica, e le prove linguistiche disponibili restano incomplete.

Non è una sfumatura da specialisti. È il confine tra una conclusione storica e una scorciatoia identitaria.

E la pista daco-tracia?

Il nuovo studio non la cancella con un colpo di penna. La mette alla prova.

Nelle analisi supplementari gli autori introducono anche individui della Serbia romana con un profilo vicino a popolazioni dei Balcani sudorientali, utilizzandoli come possibile riferimento per scenari daco-traci. Per i campioni medievali dell’Albania, però, risulta adeguato anche un modello costruito interamente su una popolazione romana dei Balcani occidentali. Gli studiosi formulano quindi due possibilità: gruppi daco-traci potrebbero non aver contribuito in maniera rilevante all’ascendenza dei campioni analizzati, oppure eventuali gruppi coinvolti potrebbero aver avuto un profilo autosomico troppo simile a quello centro-occidentale balcanico per essere distinto con chiarezza.12

È una risposta meno spettacolare di un verdetto. Ma è scientificamente più interessante, perché mostra il limite reale del metodo.

Due popolazioni possono essere geneticamente vicine e parlare lingue diverse. Il DNA può dirci che hanno condiviso antenati; non può farci ascoltare la voce con cui quei discendenti chiamavano il pane, la montagna o la propria terra.

Per questo il lavoro del 2026 non “vince” una guerra tra Illiri e Daco-Traci. Sposta il terreno della discussione: qualunque ipotesi futura sull’origine degli Albanesi deve ora spiegare una forte continuità demografica centro-occidentale balcanica.

La lingua: l’unico pezzo del puzzle che il DNA non può leggere

Ed è forse proprio qui che il mistero resta più affascinante.

L’albanese non è una variante di una lingua vicina: costituisce un ramo autonomo dell’indoeuropeo. Una sintesi linguistica pubblicata da Cambridge University Press nel 2022 individua, sulla base di innovazioni condivise, una relazione particolarmente stretta fra albanese e greco entro un più ampio gruppo paleobalcanico che potrebbe comprendere anche messapico, frigio, armeno e altre lingue scarsamente documentate.13

Questo non significa che l’albanese discenda dal greco, né che le due lingue fossero un tempo la stessa cosa. Significa che una parte della loro storia profonda potrebbe essere stata condivisa molto prima che le lingue storiche assumessero la forma che conosciamo.

Rimane però la domanda geografica: dove si parlava il proto-albanese? Il progetto The Albanian Language in Antiquity dell’Università di Basilea è nato proprio per affrontare questo problema. La risposta deve essere ricostruita indirettamente attraverso prestiti, toponimi, grammatica storica e confronto con le altre lingue indoeuropee, perché non possediamo testi proto-albanesi dell’età romana o dell’Alto Medioevo.14

Il DNA non sostituisce questa indagine. Ma restringe il campo.

Se la componente principale degli Albanesi moderni è già riconoscibile nell’Albania altomedievale e deriva in larga misura da popolazioni dei Balcani occidentali pre-romani, ogni ricostruzione linguistica dell’origine del proto-albanese dovrà confrontarsi con questa geografia. Genetica e linguistica non diventano la stessa disciplina, ma smettono di potersi ignorare.

Gheghi e Toschi: una frattura antica scritta anche nei geni

C’è un altro risultato capace di sorprendere chi conosce l’Albania soprattutto attraverso la lingua.

Le due grandi aree dialettali, ghega a nord e tosca a sud, tradizionalmente separate dal fiume Shkumbin, lasciano una traccia anche nella struttura genetica. Nel materiale supplementare, i segmenti IBD più lunghi — quelli che segnalano legami genealogici relativamente recenti — mostrano una condivisione molto ridotta o praticamente assente tra i due grandi gruppi oltre determinate soglie. Gli autori interpretano il dato come compatibile con un isolamento genetico di lunga durata tra Gheghi e Toschi.15

Non possiamo trasformare questo risultato in una data di nascita dei dialetti. Possiamo però intravedere qualcosa di molto concreto: per secoli geografia, reti matrimoniali, mobilità e lingua devono aver interagito, lasciando segni paralleli nella cultura e nei cromosomi.

Che cosa cambia davvero

Per molto tempo le origini degli Albanesi sono state un puzzle costruito con pezzi che non combaciavano mai del tutto.

La storia mostrava un popolo che compariva tardi nelle fonti. La linguistica indicava una lingua antica e autonoma, ma senza una “madre” documentata. L’archeologia poteva seguire continuità e trasformazioni culturali, ma non sapere quale lingua parlassero i morti. La genetica dei contemporanei, infine, descriveva il presente senza poter riempire da sola i secoli mancanti.

L’archeogenetica cambia il problema perché inserisce nel racconto persone reali vissute nel passato. Non più soltanto frequenze moderne proiettate all’indietro, ma individui dell’età del Bronzo, del Ferro, dell’epoca romana e del Medioevo, confrontabili tra loro.

La sequenza che emerge non racconta un popolo comparso improvvisamente nei Balcani in epoca medievale. Indica invece una componente ancestrale principale radicata nei Balcani occidentali pre-romani e ancora riconoscibile nell’Albania dell’VIII-IX secolo. Le migrazioni e le mescolanze successive esistono, e sono misurabili; non cancellano però quel filo.

Allo stesso tempo, lo studio smonta anche l’immagine opposta: nessuna popolazione europea è rimasta immobile, isolata e “pura” per millenni. Roma, l’Anatolia, le migrazioni medievali dall’Europa orientale e i continui contatti balcanici hanno lasciato tracce.

La storia genetica degli Albanesi non assomiglia a una linea retta. Assomiglia a una stratigrafia: strati diversi, sovrapposti nel tempo, ma con un fondo antico che continua a riemergere.

Il mistero non è finito. È diventato migliore

Oggi possiamo dire con maggiore sicurezza che gli antenati principali degli Albanesi contemporanei erano presenti nell’area centro-occidentale dei Balcani molto prima delle prime attestazioni medievali del loro nome. Possiamo seguire una parte importante di quella continuità dal mondo del Bronzo e del Ferro fino all’Alto Medioevo. Possiamo misurare anche l’apporto delle migrazioni successive e vedere che non fu uniforme.

Rimane aperta, però, la domanda che continua ad avere più fascino di tutte: come chiamavano se stessi quegli uomini e quelle donne? E quale lingua parlavano?

“Illiri” è una risposta possibile all’interno di una parte della tradizione storica e linguistica. Altre ricostruzioni chiamano in causa aree e popolazioni differenti. Il DNA ha ridotto lo spazio in cui queste ipotesi possono muoversi, ma non ha inciso un etnonimo sulle ossa.

Ed è forse proprio questo a rendere lo studio del 2026 così importante. Non offre una leggenda più elegante. Offre qualcosa di molto più difficile da ottenere: un limite alle leggende.

Con questo studio, il lungo silenzio fra il mondo paleobalcanico e l’Albania medievale appare meno vuoto. Dentro quel silenzio si intravede una popolazione che cambia, assorbe nuovi apporti, attraversa imperi e migrazioni, ma conserva una parte consistente della propria continuità biologica.

Da dove vengono, dunque, gli Albanesi? Non da un solo giorno, non da una sola tribù, non da una formula costruita a posteriori. I dati oggi disponibili li collocano soprattutto dentro la lunga storia delle popolazioni paleobalcaniche dei Balcani occidentali, sopravvissute alle trasformazioni dell’età romana e ancora riconoscibili geneticamente nell’Albania altomedievale.

Il DNA non ha consegnato agli Albanesi un mito delle origini.

Ha consegnato loro qualcosa di più raro: una cronologia.

Note e fonti

  • 1. L.-R. Davranoglou et al., “Ancient DNA evidence for the history of the Albanians”, Nature Human Behaviour, 10 (2026), pp. 1371–1391, pubblicato online il 4 maggio 2026, DOI: 10.1038/s41562-026-02462-z. L’abstract riferisce l’analisi di oltre 6.000 genomi antichi dell’Eurasia occidentale e 74 nuovi genomi di Albanesi contemporanei; segnala continuità dell’ascendenza dei Balcani occidentali della tarda età del Bronzo e dell’età del Ferro nell’Albania altomedievale e un profilo già ancestrale a molti Albanesi moderni entro almeno l’800–900 d.C.
  • 2. A. Hyllested, B. D. Joseph, “Albanian”, in T. Olander (a cura di), The Indo-European Language Family: A Phylogenetic Perspective, Cambridge University Press, 2022, pp. 223–245, DOI: 10.1017/9781108758666.013. Gli autori ricordano la formula battesimale del 1462 come prima attestazione conservata e il Meshari di Gjon Buzuku del 1555 come primo testo sostanziale.
  • 3. Lo studio di Nature del 2026 assume come quadro generale l’apparizione degli Albanesi nelle fonti dell’XI secolo. Per la discussione critica di una celebre occorrenza in Michele Attaliate: G. Welte Bernardo, “Michael Attaleiates’ Ἀλβανοὶ and Λατῖνοι: the southern Italian rebels and the changing perception of the Normans in Byzantium”, Byzantina Symmeikta, 34 (2024), pp. 39–70, DOI: 10.12681/byzsym.33970.
  • 4. Hyllested e Joseph, cit. Il capitolo tratta l’albanese come ramo autonomo dell’indoeuropeo e argomenta per una relazione particolarmente stretta con il greco entro un più ampio quadro paleobalcanico. Si tratta di una proposta di classificazione linguistica e non, da sola, di una prova geografica della patria proto-albanese.
  • 5. Davranoglou et al., cit.; Supplementary Information dello stesso articolo, sezioni 1.1–1.9 e figure supplementari. Lo studio combina PCA, qpAdm, analisi IBD/ancIBD, dati uniparentali e altri strumenti di genetica delle popolazioni; i risultati dipendono dai modelli e dalle popolazioni proxy impiegate.
  • 6. Davranoglou et al., Supplementary Information, sezioni 1.3–1.4. I campioni della media e tarda età del Bronzo e dell’età del Ferro dell’attuale Albania sono modellati in relazione con popolazioni vicine dei Balcani occidentali e centrali; tali modelli non equivalgono a identità etniche.
  • 7. I. Olalde et al., “A genetic history of the Balkans from Roman frontier to Slavic migrations”, Cell, 186 (2023), pp. 5472–5485.e9, DOI: 10.1016/j.cell.2023.10.018. Lo studio documenta un grande afflusso post-romano di ascendenza affine a popolazioni slave dell’Europa orientale e stima un contributo del 30–60% nell’ascendenza delle popolazioni balcaniche moderne considerate nel lavoro.
  • 8. Davranoglou et al., Supplementary Information, sezione 1.7. Nei modelli qpAdm, Albania_Medieval (i campioni analizzati in questa categoria) riceve la maggior parte dell’ascendenza, circa 68–84%, da Albania_BA_IA, con apporti aggiuntivi a seconda del proxy. Gli autori riferiscono inoltre assenza di ascendenza est-europea nei campioni altomedievali considerati. Il numero di individui è limitato e non autorizza generalizzazioni assolute sull’intero territorio albanese.
  • 9. Davranoglou et al., Nature Human Behaviour, abstract; Supplementary Information, sezione 1.7. La quota media di ascendenza medievale est-europea nei contemporanei varia in funzione del proxy, con valori medi nell’ordine del 10–20% e forte variabilità geografica e individuale.
  • 10. Davranoglou et al., Supplementary Information, sezione 1.9 e Figure S14–S17. J2b-L283 è molto rappresentato nel record antico dei Balcani occidentali e centrali del Bronzo-Ferro; E-V13 presenta una storia distinta e associazioni più complesse. Gli aplogruppi non possono essere equiparati automaticamente a etnie o lingue.
  • 11. Davranoglou et al., Supplementary Information, Fig. S16. Gli autori avvertono esplicitamente che la distribuzione delle lingue paleobalcaniche è approssimativa, basata su dati archeologici, storici, onomastici e toponomastici frammentari; anche i rapporti interni fra varie etichette linguistiche restano incerti.
  • 12. Davranoglou et al., Supplementary Information, sezione 1.7. Un modello a una sorgente con Montenegro_Doclea_Roman risulta adeguato per Albania_Medieval; gli autori precisano che popolazioni daco-traciche potrebbero non aver contribuito oppure potrebbero aver avuto un profilo autosomico centro-occidentale balcanico non distinguibile con questi dati.
  • 13. Hyllested e Joseph, cit. Gli autori propongono, sulla base di innovazioni condivise, una particolare vicinanza fra albanese e greco entro un sottogruppo paleobalcanico più ampio; questa è una ricostruzione linguistica e non implica discendenza dell’una lingua dall’altra.
  • 14. University of Basel, Department of Ancient Civilizations, progetto “The Albanian Language in Antiquity” (2022–2026). Il progetto dichiara come obiettivi la ricostruzione dell’aspetto del precursore dell’albanese nell’antichità e la localizzazione dell’area in cui poteva essere parlato, questioni da affrontare indirettamente attraverso la linguistica storico-comparativa. Pagina del progetto: https://daw.philhist.unibas.ch/en/hcl/research/research-projects/snsf-project-the-albanian-language-in-antiquity-en/
  • 15. Davranoglou et al., Supplementary Information, Fig. S13. I grandi segmenti IBD (>12–16 cM) mostrano una condivisione inter-dialettale virtualmente assente fra Gheghi e Toschi alle soglie considerate, dato interpretato dagli autori come indicativo di un isolamento genetico di lunga durata; il risultato non data da solo la separazione linguistica.