domenica 1 aprile 2012

Apollonia dei Taulanti e la Gylakia dei Corinzi

di Etnor Canaj

Secondo la storiografia ufficiale albanese, ed è il caso di dire anche secondo quella mondiale, Apollonia, città illirica, è stata fondata dal popolo detto dei greco-corinzi nel VI secolo a.C.. Sull’influenza della cultura ellenica, ossia sull'importanza del contributo culturale di questi coloni, posso parzialmente concordare. Ma è vera la teoria secondo la quale essi diedero addirittura il nome alla città di Apollonia? Oppure la denominazione che adoperavano era diversa? Il geografo bizantino Stefano di Bisanzio (Στέφανος Βυζάντιος, secolo VI d.C.), nella sua opera intitolata “Ethnica” o “De urbibus” (città e popoli), alla pagina 94 scrive chiaramente che i coloni di Corinzio non chiamavano questa città Apollonia (Απολλωνία), ma con un nome derivato da quello del loro condottiero Gylaks, e cioè “GYLAKION” oppure “GYLAKIA”.

Apollonia dei Taulanti e la Gylakia dei Corinzi

Questa affermazione di Stefano è basata su opere di altri autori dell'antichità, come Strabone. Perciò, il toponimo Apollonia è molto più antico della colonizzazione dei greco-corinzi, e possiamo quindi supporre che quella città fosse abitata da una popolazione preellenica. Non dobbiamo dimenticare che le colonie elleniche non avevano una consistenza numerica tale da poter assimilare i nativi della tribù dei Taulanti[1]. Si pensa che il numero di coloni non fosse maggiore di 200 o 300. Essi, perciò, non erano in grado di sottomettere una popolazione come i Taulanti sia a Durazzo che ad Apollonia, sia a Bylis che sulla costa ionica o adriatica, giacché questa etnia era di molto superiore numericamente.


[1] I Taulanti erano una delle principali tribù illiriche.

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Apollonia e Taulantëve dhe Gjylakia e Korinthiotëve

domenica 25 marzo 2012

Albania, il regno più giovane d’Europa (6)

di Melville Chater

Per la rivista National Geographic, febbraio 1931

Sesta ed ultima parte

Link quinta parte

Il padrino dei capelli

Pietro spiegò che il padrone di casa che ci stava ospitando era il suo padrino che gli aveva tagliato i capelli. Così come gli antichi Illiri, anche gli abitanti delle montagne si radono la testa. In questa cerimonia, che si svolge quando il bambino compie due anni, il padrino porta le forbici. Se il bambino è cristiano, il padrino gli taglia i capelli in modo che sulla testa rimanga la forma di una croce. Se, invece, è musulmano, il padrino rade i capelli del bambino in maniera che appaia il simbolo di un triangolo. Dopo un'ora, ci ritrovammo seduti per terra insieme al bajraktar del posto ed ai suoi uomini, a rispondere alle loro domande incessanti, mentre continuavano ad offrirci tabacco. I montanari albanesi sono molto orgogliosi delle loro origini, della loro razza. Sono molto sensibili e abituati all'idea della morte.

Donne dell'Albania settentrionale (Mirdita) - Foto: Luigi Pellerano.

Donne dell'Albania settentrionale (Mirdita) - Foto: Luigi Pellerano.

Gli uomini della zona di Dukagjin hanno un motivo in più per sentirsi fieri della loro origine, perché proprio dalla loro tribù è nato Lek Dukagjini, colui al quale si attribuisce il codice delle consuetudini albanesi. Questo codice vale per tutto il paese, ma soprattutto nella zona dell'Albania settentrionale. Il codice medioevale di Lek Dukagjini ha un valore superiore ai dieci comandamenti, superiore anche alle leggi dello Stato. Questo codice si basa sulla “Lex talionis”. Le sue fondamenta sono nel patriarcato e nel potere dell'uomo. Secondo tale corpo di leggi, l'uomo ha pieni poteri sulla sua donna, ha diritto addirittura uccidere sua moglie e i suoi figli. Alcuni anni fa un uomo uccise sua moglie con un proiettile che gli era stato dato dal fratello della donna, come prova del consenso da parte della famiglia della donna stessa.

Un venditore di pane in attesa dei clienti - Foto: Melville Chater.

Un venditore di pane in attesa dei clienti - Foto: Melville Chater.

La vendetta è obbligatoria

Per quanto possano sembrare barbare queste usanze e queste leggi del codice di Lek Dukagjini, così come la vendetta, che costituisce un obbligo per gli abitanti di queste zone, dobbiamo capire che tutto ciò nacque come una necessità durante il periodo del dominio ottomano, a causa della tolleranza dei Turchi, i quali non punivano nessun malfattore. Queste tribù di montanari indomabili hanno resistito fino ai nostri giorni, indipendenti, liberi nonostante la ferocia degli imperatori e dei sultani che hanno occupato l’Albania durante i secoli. L'appellativo di conservatori, per questi cecchini infallibili, ci appare alquanto improprio. La verità è che gli abitanti delle montagne albanesi vivono secondo le loro leggi antiche. Prendiamo in esame la vendetta. In queste montagne si chiama debito di sangue. Tutt'oggi, colui che ritarda a “pagare la tassa” del sangue è minacciato di totale isolamento non solo dal paese ma dall'intera popolazione della zona. Se qualcuno uccide un uomo quand'è accompagnato da moglie e figli, il nome di colui cui spetta la vendetta entra nella lista nera, e tutti nel paese si prendono gioco di lui. Dopo che l'omicida è stato ucciso, il suo uccisore dichiara che vendetta è stata fatta. Nel caso in cui fosse inseguito, egli può chiedere asilo in qualsiasi casa del paese per 24 ore, e il padrone di casa ha l’obbligo di proteggerlo e di accompagnarlo in un posto sicuro. Alcuni anni fa un prete fece la sua vendetta e fu egli stesso a dare l'estrema unzione al morto. Il codice di Lek Dukagjini si mette in pratica secondo gli accordi raggiunti dai capifamiglia, che sono gli anziani. Questo è uno degli aspetti più originali di questi tribunali delle montagne. Per dichiarare innocente un accusato devono essere d'accordo tutti gli anziani; nel caso in cui anche uno soltanto si dichiara contrario, allora viene sostituito da altri due. Gli anziani non possono condannare a morte nessuno, ma possono comminare multe o addirittura possono decidere che vengano bruciati tutti i beni dell'accusato. Continuammo a scendere attraverso la vallata di Shalës per tre giorni. Avevamo la sensazione che ci aspettasse un'oasi di freschezza in questa stagione così calda dove, dappertutto, si sentiva il canto delle cicale. Davanti a noi camminava la nostra guardia del corpo, costituita da sette uomini provenienti dalla vallata di Shalës. Ad un certo punto, i nostri accompagnatori trovarono in un vecchio accampamento di briganti i loro fucili, e qualcuno cominciò a cantare e suonare usando come cornamusa la canna del fucile. Potrebbe sembrare un gesto di malaugurio, ma capendo le parole della canzone si cambierebbe idea: sono nascosto dietro una roccia / l'assassino di mio fratello è passato / la mia pallottola ha fischiato / il mio debito è saldato.

I nostri angeli custodi perlustravano il terreno concentratissimi. Dov'erano i briganti di cui ci avevano tanto parlato? Uno degli uomini ci spiegò che la maggior parte dei malfattori erano uomini scappati per evitare le vendette, e avevano creato delle bande armate che portavano disordine in tutta la penisola Balcanica.

Sulle vie di Scutari - Foto: Melville Chater.

Sulle vie di Scutari - Foto: Melville Chater.

Un paese caldo e affamato

Il paese non era soltanto caldo, ma anche molto affamato. In molti villaggi manca il pane, e gli abitanti bevono latte di capra diluito al posto dell'acqua. Un giorno, mentre stavamo dividendo i pochi viveri offerti da un prete, gli chiedemmo se era vero che qualcuno avesse pescato con la dinamite nel fiume e avesse preso oltre 20 chili di pesce. Quando sentì di questo atto barbarico, il prete alzò le mani verso il cielo con espressione grave. Noi avevamo notato poco prima in un armadio alcuni oggetti che non sembravano per niente cose che potessero servire ad un prete. Non parlammo più, ma aprimmo l'ultima bottiglia di whisky che era rimasta. Dopo aver bevuto, il prete cominciò a confidarsi. Andammo con lui sulla riva del fiume. Il prete preparò un piccolo ordigno, e, con tutti i rimorsi di coscienza, vi posso confessare che mangiammo uno splendido pranzo a base di pesce. Camminando nei pressi del paese, notammo una fontana con acqua fresca. Questa fontana era l'unica sorgente di acqua per le trenta famiglie del paese. Il caldo insopportabile, gli insetti fastidiosi fecero sì che noi perdessimo spesso la pazienza. Ma il nostro traduttore, Pietro, cercava di mantenere alto il morale: “Vedete quel posto lassù? Andremo lì, poi scenderemo giù camminando per una ventina di metri ed arriveremo in una città dove troveremo un posto di ristoro meraviglioso.”

Finalmente acqua

Arrivammo a Guri i Kuq. Più camminavamo e più il posto diventava selvaggio e deserto. Ogni tanto incontravamo qualche viaggiatore solitario, come una donna che camminava da tre giorni portando un sacco di grano sulla schiena. Dopo cinque ore di viaggio, ci ritrovammo nei pressi del fiume Kiri. Finalmente acqua! Smontammo dai cavalli, ci spogliammo e ci buttammo nel fiume giocando, insieme ai bambini, con l'acqua. L'ultimo giorno di viaggio camminammo per otto ore consecutive per arrivare nel punto di confine come avevamo concordato. Salutammo calorosamente gli uomini che ci avevano accompagnato per tutti quei giorni. Pietro, dopo i saluti, si girò il capo di lato per non farsi scorgere e si mise a piangere. Saliti su una macchina che ci stava aspettando, partimmo. Rimanemmo a lungo in silenzio. Ho la sensazione che Pietro ci avesse attaccato la sua nostalgia.

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Shqipëria, Mbretëria më e re e Evropës (6)

domenica 18 marzo 2012

Albania, il regno più giovane d’Europa (5)

di Melville Chater

Per la rivista National Geographic, febbraio 1931

Quinta parte

Link quarta parte

La carne di maiale divide i gheghi cristiani dai toschi musulmani

Ci eravamo allontanati un bel po' da Kroia, quando la presenza di un maiale che gironzolava liberamente in mezzo alla strada ci dimostrò che eravamo giunti nella “zona del maiale” la quale, dal punto di vista gastronomico, divide i gheghi cristiani dai toschi musulmani. Era chiaro che eravamo entrati nella zona di influenza delle tribù del Nord, dove fanno le imboscate e praticano la vendetta. Questo lo abbiamo capito osservando dei passanti che erano armati fino ai denti, e camminavano a due a due. Era giorno di mercato. In nessun posto d'Europa trovi un ambiente così pieno di colori come quello rallegrato dai costumi tradizionali dei montanari dell'Albania. Se un fotografo li volesse immortalare, dovrebbe avere per lo meno quattro mani e due teste. Qui gli uomini indossano pantaloni stretti. Le donne della zona vestono dei corsetti con delle cinture metalliche, cui si aggiunge una corda legata intorno al corpo che inizia dal petto e scende fino alla pancia.

Una ragazza nel giorno del suo matrimonio. (foto: L.F.Hurlong)

Una ragazza nel giorno del suo matrimonio. (foto: L.F.Hurlong)

Per capire il perché di tale vestito, basta guardare come le donne si caricano sulla schiena i sacchi con la farina o le giare con l'acqua. Nessun circo si può paragonare con il mercato di Scutari. Dove finiscono le gomme delle macchine? Domandate al gobbo che prepara le suole per i sandali dei montanari. Com'è stato fatto quel piatto per il formaggio? Non è che il tronco di un albero che un montanaro, con tanta pazienza, ha svuotato dall'interno, piano-piano, per un mese intero, e alla fine lo vende soltanto per un dollaro e mezzo. Cosa hanno da discutere con tanta passione tutti questi gruppi di persone che sono radunate sotto gli alberi, oppure negli strani bar improvvisati che servono bevande fredde, raffreddate con la neve delle montagne? Il mercato di Scutari è una occasione di incontro che viene colta dai rappresentanti delle varie tribù, un evento sociale importante per il quale i montanari scendono dal paese che si chiama Malsia e Madhe (la Grande Montagna).

A cavallo nel paese della grande montagna

Alla fine cosa possiamo dire della bella ragazza che sta in piedi vicino al pozzo, vestita con un costume tipico meraviglioso, gilè dorato, collana impreziosita con una moneta d'oro? Non abbiamo bisogno di spiegare quale merce stia mostrando. È vestita in questa maniera per avvicinare un giovane di un'altra tribù amica della sua. La visita al mercato di Scutari suscita in noi la curiosità di vedere come vivono i montanari del nord dell'Albania. Così parcheggiamo la macchina e affittiamo dei cavalli. Ci accompagnano una guida e un traduttore. Iniziamo a viaggiare in una zona selvaggia e pericolosa, dove raramente passano esseri umani. Questa zona si chiama Malësia e Madhe che, tradotto, significa “il paese della grande montagna”. Nei pressi del villaggio chiamato Shkrel iniziamo a salire su un’altura che avevamo notato all'orizzonte fin dall'inizio di questa nostra escursione. Sei ore più tardi siamo arrivati nella chiesa di Boga dove centinaia di uomini e donne seguivano la messa. Fuori dalla chiesa abbiamo visto tanti fucili lasciati lì dagli uomini. Alla fine della messa, i fedeli, che appartengono alle tribù dei Kastrati e dei Kelmendi, riempiono le stradine del paese. La gente del posto usa i vestiti come “distintivo” per far capire a quale tribù appartiene. Tutti gli albanesi si differenziano gli uni dagli altri per via dei loro costumi. I vestiti della zona di Boga consistono in un paio di pantaloni larghi sopra e stretti sotto, bianchi o neri secondo i gusti per gli uomini; invece le donne indossavano degli strani abiti, che svolazzavano in modo curioso mentre esse camminavano. Un uomo dall’espressione seria si è avvicinato ai nostri accompagnatori, i quali provenivano dalle zone di Hoti e Dukagjin. Essi ci avevano salutato baciandoci sulle guance. Il nostro traduttore ci ha spiegato che l'uomo era il bajraktar della zona e da quel momento noi eravamo sotto la sua totale protezione. Oggi, come secoli fa, ogni tribù albanese fa riferimento a un capotribù, il quale guida gli altri capifamiglia della comunità. Questo capotribù viene chiamato bajraktar e cioè “il portatore della bandiera”, colui che porta la bandiera.

Un Bajraktar del Nord con abito tradizionale. (foto: Luigi Pellerano)

Un Bajraktar del Nord con abito tradizionale. (foto: Luigi Pellerano)

Ancora oggi, le tribù albanesi continuano a mantenere viva la tradizione della ospitalità verso gli stranieri; questa non è soltanto un'abitudine tramandata dagli antichi ma è una regola anche feroce, per chi trasgredisce. Questa norma viene rispettata da tutta la tribù e dall’intero paese. Per fare un esempio semplice, in caso di nostra morte per mano di un assassino nella zona controllata dal bajraktar che si era impegnato a difenderci, la situazione sarebbe precipitata e sarebbe diventata un affare personale da risolvere ad ogni costo con una vendetta del bajraktar nei confronti del nostro presunto assassino. Per questo motivo ogni paese si incarica di proteggere i forestieri che passano nella loro zona di influenza. Nonostante gli avessimo detto che noi non temevamo agli agguati, il bajraktar, dopo aver parlato con Gjregj (Giorgio) e Pjetrin (Pietro) - così si chiamavano i nostri accompagnatori - decise di farci scortare da un gruppo di uomini armati fino ai denti. Giorgio era il nostro traduttore; in verità, lo avevamo battezzato noi così perché il suo vero nome era Ndue, pronuncia difficile per noi. Pietro era stato alcuni anni prima in una città del Kentucky. Lui ci parlava spesso di “quei tempi migliori”, quando era arrivato a risparmiare 5000 dollari lavorando in un ristorante; poi, poco alla volta, li aveva persi tutti. Qualche volta, per scherzare, quando ci trovavamo in alta montagna, Pietro gridava: “Un hamburger! Due uova e un caffè!” “Pietro,” domandavamo noi “ci sono veramente i ladri su queste montagne?” “ Sì.” rispondeva lui “Diavolo, se ci sono.”

Gli uomini armati che hanno accompagnato l’autore di questo articolo. (foto: Melville Chater)

Gli uomini armati che hanno accompagnato l’autore di questo articolo. (foto: Melville Chater)

Il grido è “ il telefono” dei montanari

Prima dell'alba lasciammo Boga accompagnati da otto uomini armati. Erano tutti alti, belli e possenti, ed erano entrati a far parte delle truppe armate che difendevano il paese, grazie ad una legge del governo che cercava di colpire i fuorilegge, offrendo lavoro ai giovani dei villaggi. La metà della truppa camminava davanti e sondava la strada impervia dove saremmo passati noi. Ogni tanto gli uomini che camminavano con noi lanciavano un grido acuto e subito dopo uomini che erano nascosti nella foresta e nella montagna vicina rispondevano con altre grida. Questo segnale è il telefono degli abitanti delle montagne, si sente e si trasmette così bene da un’altura all'altra che le novità del giorno si sanno in poche ore in una zona che a noi, per attraversarla, occorsero due settimane. Uno degli uomini che ci accompagnava ci spiegò che se qualcuno grida dalla vetta della montagna, si riesce a sentirlo fino a cinque chilometri di distanza. Durante il nostro viaggio incrociavamo anche altri viaggiatori, sia musulmani che cristiani. Alcuni facevano la stessa nostra strada e, ad un certo punto, la nostra comitiva si incrementò di altre dieci persone e altrettante guardie armate. Un cavaliere aveva un tatuaggio sulla mano destra, usanza questa sulla quale aveva scritto anche Erodoto nella sua trattazione sugli Illiri antichi. Pietro, indicandoci il cavaliere col tatuaggio, mi disse: “È una donna-uomo. Non si sposerà mai.” Al mio sguardo curioso e stupito, Pietro ci spiegò di un'usanza antica di quel posto, che doveva avere un’origine risalente ai tempi delle Amazzoni. Gli abitanti di quelle zone avevano l'usanza di fidanzare i loro figli quando erano ancora lattanti, offrendo un anticipo in denaro alla famiglia della ragazza. Essi danno un'importanza vitale al fatto di avere un erede maschio. Nel caso in cui la ragazza, divenuta adulta, non mantenesse la promessa e la parola data dai suoi genitori e rompesse il fidanzamento, si dovrà allontanare immediatamente da colui che sarebbe dovuto essere suo marito, giurando che non sposerà mai nessuno e rimarrà per sempre vergine. In seguito potrà diventare “uomo”, cioè girare armata e vestire da uomo. Se figlia unica, eredita tutti i beni che appartenevano a suo padre. Alla sua morte, i suoi averi verranno ereditati dal parente più prossimo, ovviamente maschio. Dopo sette ore di viaggio, siamo arrivati ai confini della zona di influenza del bajraktar che si era impegnato a difenderci. Dopo aver salutato gli uomini armati, ce ne siamo andati senza che essi ci chiedessero nemmeno un soldo per la loro protezione: scortandoci, avevano compiuto la loro missione, e cioè ci avevano portati fino ai confini della “loro” zona senza incidenti, che avrebbero comportato per loro disonore e, in seguito, vendetta. Continuammo il nostro viaggio a piedi scendendo giù per la verdeggiante vallata di Shalës. Oramai ci trovavamo nella zona di Dukagjin; Pietro, che era proprio di queste contrade, lanciò un grido acuto per avvisare i suoi che eravamo arrivati. Dopo, entrammo in una casa dalle mura spesse, in cui si trovavano degli uomini armati. In quella casa ci furono offerti pane, zuppa, formaggio e ricotta.

Link sesta parte

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Shqipëria, Mbretëria më e re e Evropës (5)

domenica 11 marzo 2012

Albania, il regno più giovane d’Europa (4)

di Melville Chater

Per la rivista National Geographic, febbraio 1931

Quarta parte

Link terza parte

Tirana verso il tramonto

Dall’aria fresca del mare di Durazzo, siamo tornati al caldo della capitale albanese per conoscerla da vicino. Veramente, eravamo intenzionati a fare una visita di qualche ora, per andarcene subito dopo, visto che la “battaglia” fatta per trovare un letto libero in un albergo ci aveva lasciato la sensazione di una situazione grottesca. Se non avessimo trovato un cittadino americano, che ci ha aperto la sua casa e ci ha ospitati, facendoci così finalmente provare il conforto di un bagno caldo e di un letto pulito, sicuramente ce ne saremmo andati quello stesso giorno dall’Albania. Tirana, con le sue macchine di lusso, è una città “buona” dell'Albania, in cui il tentativo e lo sforzo per arrivare al più presto ai livelli di civiltà dell'Occidente si avverte più che in ogni altro centro albanese. Lo si nota dalle strade larghe, illuminate dai neon, che contrastano con i vicoli del centro storico.

Vista della capitale del regno, Tirana. Oggi qui si trova la piazza “Scanderbeg”, vicino all'Hotel “International”. (foto: Melville Chater)

Vista della capitale del regno, Tirana. Oggi qui si trova la piazza “Scanderbeg”, vicino all'Hotel “International”. (foto: Melville Chater)

Una fila interminabile di taxi e pullman di ogni genere trasportano passeggeri eterogenei. Si vedono spesso autisti musulmani con i pantaloni larghi. Lontano da questa moltitudine che sorbisce ogni specie di bevanda, che discute dei suoi affari, l'unico muezzin della città, dall'alto del minareto della moschea, richiama i fedeli ricordando loro che è il momento della preghiera: ma la sua voce si perde come una goccia nell'oceano. Questa comunità di commercianti ancora non ha un suo equilibrio. Il suo export, che è costituito da prodotti agricoli, pelli di animali, lana, carbone e bitume, non supera il budget di 25.000 dollari all'anno. Nel contempo, il valore dell'import di zucchero e cotone arriva al doppio di questa cifra. Come si può equilibrare questo bilancio? Le montagne, ricchissime di minerali come oro, ferro, carbone, rame non sono, però, sfruttate dall’industria mineraria. I soldi che rientrano grazie agli emigranti, per la maggior parte dislocati in America, ammontano a oltre 300.000 dollari all'anno. Il paese ha bisogno dell'industria pesante, di fabbriche. Da tante persone senti dire, con una grande tristezza: “Qui non c'è lavoro! Sono stato per cinque, sei anni in America. Magari avessi la possibilità di tornare di nuovo là!”

La nuova generazione albanese vuole studiare

Questo erano alcuni dei problemi più urgenti del nuovo stato, dichiaratosi indipendente il 12 novembre 1912. Esso perse la sua indipendenza temporaneamente durante la Prima Guerra Mondiale, per riconquistarla nel 1920. Nel 1928, da repubblica si trasformò in regno. Una cosa è certa: il governo approva il desiderio di studiare della nuova generazione. Funzionano oltre seicento tra scuole primarie e scuole serali, senza parlare delle scuole tecniche, che sono state istituite perché ci lavorano ancora professori americani.

Studenti albanesi delle scuole primarie. (foto: Luigi Pellerano)

Studenti albanesi delle scuole primarie. (foto: Luigi Pellerano)

Il bisogno di studiare si vede chiaramente. Quando un dipendente statale ti ridà indietro un documento che, nonostante sia scritto nella sua lingua, non è capace di leggere, non ti puoi lamentare con nessuno, e, tuttavia, ciò non può lasciarti indifferente. Durante il nostro viaggio da Tirana a Scutari, ci è rimasta impressa la città di Kroia, con il suo castello, il suo bazar coperto e le sue colline, da cui scendevano contadini carichi di sacchi sulle spalle, i quali, dopo aver viaggiato per tutta la notte, arrivano alla mattina presto, in tempo per portare al bazar i propri prodotti. Sono gheghi cristiani, e le loro donne non hanno i volti coperti e non fa loro impressione la presenza di uomini stranieri. Al contrario, il nostro fotografo vorrebbe avere un velo sul capo per sfuggire ai loro sguardi curiosi. Alcuni filologi vogliono convincerci che il nome ghego derivi dal greco “gigas” che significa “gigante”. Ci è sembrato un ragionamento logico, quando abbiamo visto quegli uomini duri e altissimi con il fucile sulle spalle. Avevano addosso pantaloni larghi, camice bianche, sandali di pelle non lavorata e dei fez bianchi sul capo. Addosso a qualcuno di loro potevi notare la “xhoka” nera di Scanderbeg, ossia una giacca corta di lana.

La guardia reale con i vestiti di colore rosso e nero. (foto: Luigi Pellerano)

La guardia reale con i vestiti di colore rosso e nero. (foto: Luigi Pellerano)

Scanderbeg, il “drago” dell'Albania

I ruderi del castello di Kroia sono il ricordo vivo di Giorgio Castriota, principe albanese, conosciuto dai turchi con il nome di Scanderbeg. All'inizio del 15º secolo, lui e i suoi tre fratelli erano prigionieri del sultano, che li usava come ostaggi per dissuadere il loro padre dall’attaccarlo. Giorgio, che era all'epoca soltanto un bambino, crebbe alla corte del sultano il quale, quando il bimbo diventò adulto, gli affidò il comando di un reparto di cavallerizze. Così diventò uno dei guerrieri più forti e più temuti dell'impero ottomano. Gli ottomani gli diedero il nome di Isacander, che significa Alessandro, in onore di Alessandro il Grande, e il titolo di bey, che significa “principe”. Il nome di Scanderbeg significa letteralmente “il principe Alessandro”. Ma nonostante ciò, nel suo cuore, come la storia dimostrerà, rimase per sempre albanese. Circa trent'anni più tardi, quando gli ottomani furono sconfitti dagli ungheresi, Scanderbeg tornò nella sua Kroia, mise in fuga il presidio turco e prese il controllo della città. Nei successivi ventiquattro anni difese con successo l'Albania dagli assalti ottomani. L'esercito ottomano era composto da almeno 200.000 uomini ben equipaggiati con cannoni e catapulte che portavano un carico esplosivo fino a 60 kg. Quando morì, all'età di 64 anni, lasciò dietro di sé una fama che non si è mai sbiadita. Il suo ricordo viene tramandato, da generazione in generazione, oralmente con ballate, canzoni e aneddoti, ma anche nei libri. Le sue opere e la sua vita sono state descritte in un libro di Longfellow. Riferimenti ad un altro condottiero albanese, Ali Pasha, li troviamo nelle pagine di “Childe Harold's pilgrimage”, di Byron, in cui lo scopo del poeta era scoprire la verità: Ali Pasha non si arrese mai al sultano, neanche in un momento di sconforto! Nonostante la sua testa venisse appesa davanti ai muri del palazzo del sovrano, le sue gesta sono rimaste indelebili nella storia.

Link quinta parte

Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Shqipëria, Mbretëria më e re e Evropës (4)

domenica 4 marzo 2012

Albania, il regno più giovane d’Europa (3)

di Melville Chater

Per la rivista National Geographic, febbraio 1931

Terza parte

Link seconda parte

L'acqua è preziosa in Albania

Due giorni dopo, siamo arrivati a Berat e ad Elbasan. Guardavamo le montagne che, in lontananza, formavano una catena infinita di verde. La vallata si allargava e in essa scorrevano due piccoli fiumi, creando una sensazione di freschezza. L'acqua in Albania è preziosa, perché questo paese ha soltanto due fiumi che forniscono l'acqua potabile, ma nelle stagioni di siccità questi due fiumi sono quasi secchi. Le cascate di acqua scendono inarrestabili in inverno ma sono asciutte in estate: il problema dell'acqua potabile, in questo piccolo regno, si potrebbe risolvere con la costruzione di laghi artificiali, il che sarebbe veramente una benedizione di Dio.

Ponte sul fiume Osum, Berat (foto: Franz Bespaletz).

Ponte sul fiume Osum, Berat (foto: Franz Bespaletz).

Continuando il nostro viaggio, dopo aver attraversato un altro fiume, abbiamo visto un giovane che ci ha fatto segno di fermarci. Senza nessuna buona maniera ed educazione, ci ha chiesto di dargli un passaggio fino a Berat, che distava quattro ore da lì. “Perché?” gli abbiamo domandato noi, sapendo che lui poteva arrivare a Berat completamente gratis con uno dei carri che passavano da quelle parti. “Perché?!” ha replicato stupito lui, e poi ha risposto: “Perché io sono figlio di bey, ecco perché!” Nick Carter gli ha detto qualcosa e poi è ripartito in quarta. Più tardi ci ha spiegato, ridendo: “Ho detto a quel “furbo” che voi siete il figlio del presidente degli Stati Uniti.” Questo è stato il nostro primo contatto con una società primitiva, ancora dominata da potenti feudatari, società, questa, che era sopravvissuta da secoli in Albania. Secondo la politica perseguita in questo paese, la Sublime Porta distribuiva titoli ai feudatari indigeni, facendoli diventare bey e pashà e regalando loro terre che venivano ereditate da generazione in generazione, come ringraziamento per il loro contributo militare all'impero ottomano. La società feudale in Albania, come in molti altri paesi balcanici, ebbe fine, sì, ma con molti strascichi. Sia Berat, che si trova sotto le falde della montagna di Tomor, sia Elbasan, quando li vedi per la prima volta, ti colpiscono per gli alti minareti delle moschee, non per le ciminiere delle fabbriche. La maggior parte della popolazione è dedita all'agricoltura; ogni famiglia si dedica alla pulizia delle pelli degli animali o alla lavorazione della lana. Sarebbe un fatto molto significativo se al centro della città ci fosse un monumento celebrativo per ricordare Dhaskal Todri di Elbasan. I primi tentativi di creare la scrittura in lingua albanese si devono al lavoro e alla perseveranza di alcuni monaci e chierici, i quali cercarono di tradurre in albanese i Vangeli. Ma il loro lavoro non ebbe un grande successo, come ebbe successo invece l'opera di Dhaskal Todri, una persona saggia, che non si fermava se prima non aveva raggiunto il suo scopo. Quando seppe di una strana invenzione che alcuni attribuivano al Signore, altri al diavolo, andò fino a Venezia per verificare di persona l'attendibilità di queste voci. Al ritorno dal viaggio, i suoi bagagli consistevano soltanto in alcune casse piene di... Che cosa c'era, di tanto prezioso, che Todri conservava con tanto fanatismo? “Oro!” mormoravano sottovoce coloro che lo accompagnavano con i muli. E così uccisero Todri per mettere mano sul suo “tesoro”. Quando aprirono le casse, notarono, con grande sorpresa, migliaia di pezzi di metallo dalle forme più strane. Dovevano essere opera del diavolo, quei piccoli oggetti senza senso! Un patto con il diavolo! Terrorizzati, gli accompagnatori lasciarono il maestro morto sulle sue lettere tipografiche. Ed è così che la tipografia è stata introdotta in Albania.

Un fiume divide le due tribù dell'Albania in gheghi e toschi

Per andare da Elbasan a Durazzo abbiamo dovuto seguire il corso del fiume Shkumbin, che divide gli albanesi in gheghi a nord e toschi a sud. Strabone ha scritto che gli Illiri e gli Epiroti vivevano a nord e a sud del corso del fiume Shkumbin.

Strada sulla costa di Valona.

Strada sulla costa di Valona.

Nelle zone più interne, è tangibile il cambiamento nel dialetto degli abitanti. I cambiamenti non sono causati da qualche conflitto fra le due tribù, ma semplicemente dalla geografia del posto, la quale ha un ruolo fondamentale sulla diversità degli stili di vita. Il confine tra i due gruppi, secondo Strabone, era dato dalla via Egnatia. Questa antica via, costruita dai Romani, che doveva servire loro per arrivare in Asia Minore, era la stessa via che abbiamo seguito noi con la nostra macchina per giungere a Durazzo, in riva al mare. Molti Illiri, guardando passare davanti ai loro occhi le maestose legioni romane, decisero a partecipare alle campagne militari di Roma, diventando così una forza enorme nelle guardie pretoriane. Una di loro, che si chiamava Diocleziano, non avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe stato lui a mettersi sul capo gli allori degli imperatori di Roma. Un altro, mentre osservava le legioni passare davanti ai suoi occhi, gridava con entusiasmo: “Ecco dove sono: stanno arrivando!” Lui desiderava diventare un grande guerriero: era Costantino il Grande. Mura ciclopiche sono state rinvenute vicino ad Argirocastro; resti di statue di stile greco sono stati trovati a Himara, Apollonia, Saranda ecc. Ma il mito dell'impero romano, dai tempi dei senatori dell'imperatore Tiberio, che venivano a passare le vacanze a Durazzo per riposare, descrivendola nelle loro lettere come “le nuove province illiriche”, continua a rimanere nel sottosuolo, nascosto in profondità sotto le rovine della via Egnatia, facendo ogni tanto qualche comparsa come per incantare con le sue meraviglie ancora non scoperte.

Operai al porto di Valona (foto: Alice Schalek).

Operai al porto di Valona (foto: Alice Schalek).

I pettegolezzi degli artigiani corrono veloci

Andando verso Durazzo, ci siamo fermati per pranzare all'ombra di un grande fico, presso il quale si trovava anche un uomo anziano con una lunga barba bianca. Ci siamo accorti, però, che c'era tanta polvere; allora, abbiamo raccolto le nostre cose e ci siamo spostati a cercare un posto migliore per pranzare. Andandomene, mi sono accorto che l'uomo anziano, che fino a quel momento stava pregando sottovoce, ha smesso per un attimo, osservandoci stupito. In un paese dove si trovano grandi bazar frequentati da molta gente, le novità corrono rapide. La mattina successiva, a Durazzo, abbiamo ascoltato il racconto di un uomo anziano: “Stavo sdraiato a riposare all'ombra di un fico, fratelli miei. Tutto ad un tratto, arriva una macchina con persone che, dalla parlata, sembravano americani. Scendono dalla macchina, si siedono e tirano fuori il cibo dalle loro borse: formaggio, carne fredda, uova, sarde salate, frutta a volontà; insomma, tutto il ben di Dio. Visto che era l'ora della preghiera, mi sono fatto da parte e mi sono messo a pregare. Giuro su questa pietra che non sono passati nemmeno tre minuti che questi viaggiatori americani avevano mangiato tutto il loro cibo e se ne stavano andando. Sarebbe questo il tipo di pasto che gli americani chiamano fast-food?”

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Traduzione dall’albanese di Elton Varfi

Link versione albanese: Shqipëria, Mbretëria më e re e Evropës (3)