LE TERRE ALBANESI OLTRE I CONFINI (1878–1913) · TERZA PUNTATA
Dal Congresso di Berlino del 1878 alla flotta internazionale del 1880: la resistenza della Lega di Prizren e la cessione di Dulcigno al Montenegro.
ELTON VARFI

Una città sull’Adriatico, una questione europea

Alla fine di settembre del 1880, davanti alla costa di Dulcigno comparvero le navi di una flotta internazionale. La città, chiamata Ulqin in albanese e oggi Ulcinj in Montenegro, si trovava ancora sotto la sovranità dell’Impero ottomano. Non era però il governo di Istanbul a decidere liberamente il suo destino. Sei grandi potenze europee pretendevano che fosse ceduta al Principato del Montenegro, mentre una parte importante della popolazione locale e i volontari della Lega Albanese di Prizren si preparavano a opporsi.

La flotta non interveniva in una guerra tra due Stati già dichiarata. Era uno strumento di pressione diplomatica: il «Concerto d’Europa» intendeva imporre l’esecuzione di un accordo territoriale che il governo ottomano continuava a rinviare. In gioco non c’era soltanto un porto adriatico. C’erano l’autorità delle potenze firmatarie del trattato di Berlino, il consolidamento del Montenegro e la capacità delle comunità albanesi di incidere sulle decisioni che riguardavano le terre in cui vivevano. Il dispaccio inviato il 2 ottobre 1880 dal ministro degli Esteri britannico Granville all’ambasciatore George Goschen ricostruisce questa crisi quasi giorno per giorno. [1]

Per comprendere perché Dulcigno divenne montenegrina nel novembre 1880 occorre ripercorrere una catena di decisioni fallite. Il Congresso di Berlino non aveva assegnato definitivamente la città al Montenegro. Furono le resistenze incontrate nell’applicazione del trattato, le successive proposte di scambio territoriale e infine l’intervento coordinato delle potenze a cambiare la sua sorte.

PUNTO CHIAVE | 1878 ≠ 1880
Il Congresso di Berlino prevedeva la cessione di Plav e Gusinje, non quella definitiva di Dulcigno: la scelta della città adriatica maturò nel 1880 dopo il fallimento delle alternative territoriali.
Illustrazione storica, figura 1 — Carta storica dei Balcani
Fig. 1 — I Balcani dopo le guerre del 1912–1913. Carta politica storica in lingua tedesca: il Kosovo e altre regioni abitate da popolazioni albanesi risultano esterne ai confini dello Stato albanese. Dulcigno era già passata al Montenegro nel 1880. La carta rappresenta confini politici, non la distribuzione etnica.
Fonte della riproduzione: timediver.de, «Von den Dardanern zu den Kosovaren». Autore ed edizione originale della carta non ancora identificati.

Berlino, 1878: confini tracciati e confini contestati

Nel 1877–1878 la guerra russo-ottomana accelerò il ridisegno politico dei Balcani. Il trattato di Santo Stefano, concluso nel marzo 1878, prevedeva un’espansione molto ampia del Montenegro e un nuovo equilibrio favorevole all’influenza russa. Gran Bretagna e Austria-Ungheria, preoccupate dalle conseguenze strategiche, contribuirono a imporne la revisione al Congresso di Berlino, riunito dal 13 giugno al 13 luglio 1878.

Il trattato conclusivo riconobbe l’indipendenza montenegrina e stabilì un ampliamento territoriale, includendo, fra gli altri territori, Plav e Gusinje, a est del lago di Scutari. Dulcigno ebbe invece una sorte diversa: occupata militarmente dai montenegrini nel gennaio 1878, secondo la ricostruzione britannica fu restituita alla sovranità ottomana in applicazione dell’accordo di Berlino. La sua cessione definitiva fu il risultato di negoziati successivi, non una disposizione immediata del Congresso. [1]

Le potenze ragionavano per compensazioni strategiche, linee di frontiera, vie di comunicazione e accessi marittimi. La composizione linguistica, religiosa e sociale dei territori era conosciuta solo in parte e raramente determinava da sola la scelta politica. Parlare di «terre albanesi» per quel periodo significa riferirsi a zone di radicata presenza albanofona e di mobilitazione nazionale, non a province di uno Stato albanese indipendente, che nel 1880 ancora non esisteva.

Per il Montenegro, l’attuazione delle clausole territoriali significava assicurare i risultati diplomatici della guerra e rendere più stabile il proprio accesso all’Adriatico, già ottenuto ad Antivari, oggi Bar. Per gli abitanti delle regioni contese, invece, il passaggio di sovranità poteva modificare autorità, obblighi militari, fiscalità, rapporti fondiari e possibilità di continuare a vivere dove erano nati.

La Lega di Prizren e il diritto di non essere ignorati

La Lega Albanese di Prizren nacque nel giugno 1878, mentre le grandi potenze stavano discutendo il futuro della regione. Riuniva personalità e rappresentanti provenienti da aree albanesi diverse per appartenenza confessionale e posizione sociale. Il suo programma non fu immutabile: accanto alla difesa dell’integrità dei territori abitati da albanesi all’interno dell’Impero ottomano, si rafforzarono richieste di coordinamento amministrativo e autonomia. Ridurla a semplice strumento del sultano oppure descriverla fin dall’inizio come il governo di uno Stato indipendente significherebbe cancellarne l’evoluzione. [2][3]

La Lega inviò proteste e memorandum alle cancellerie. Nel 1879 Abdyl Frashëri e Mehmet Ali Vrioni intrapresero una missione nelle capitali europee per esporre le rivendicazioni albanesi. Ma la capacità di incidere su Berlino, Londra, Vienna o San Pietroburgo rimase limitata: la questione albanese non era riconosciuta come un problema di sovranità nazionale alla stessa stregua di altre questioni balcaniche.

Noel Malcolm mette in guardia da una rappresentazione uniforme della diplomazia britannica. Il console a Prizren, St John, guardava alla Lega con sospetto; il console a Scutari, Kirby Green, formulava proposte influenzate anche dai contatti con il collega austro-ungarico Lippich; l’ambasciatore Goschen arrivò invece a riconoscere l’esistenza di aspirazioni nazionali albanesi. Queste differenze individuali contano, ma non cambiarono l’indirizzo finale deciso a Londra. [3]

A Dulcigno la mobilitazione assunse un significato immediato. Non si chiedeva il riconoscimento retroattivo di uno Stato albanese: si contestava la possibilità che una città fosse trasferita a un altro sovrano senza il consenso di chi vi abitava. L’opposizione era insieme politica, materiale e, quando fallirono le petizioni, militare.

Plav e Gusinje, poi Hoti e Gruda: il compromesso che non arrivò

La prima prova di forza riguardò Plav e Gusinje, territori attribuiti al Montenegro dal trattato di Berlino ma non effettivamente consegnati. La resistenza armata albanese, particolarmente intensa tra la fine del 1879 e l’inizio del 1880, impedì alle forze montenegrine di consolidarne il possesso. L’impasse non era soltanto militare. Istanbul esitava a imporre con le armi a sudditi ottomani una cessione impopolare, mentre le potenze non volevano che il trattato rimanesse lettera morta.

Si passò così a un’altra soluzione. Un accordo del 12 aprile 1880 e un protocollo internazionale del 18 aprile prospettarono una frontiera alternativa che coinvolgeva zone di Hoti, Gruda e Kelmendi, insieme alla cosiddetta Kuči Kraina. Anche questa proposta incontrò resistenza. All’atto dello sgombero delle posizioni ottomane, secondo il rapporto di Granville, i montenegrini non ricevettero il preavviso previsto; le posizioni furono occupate dai combattenti albanesi e il trasferimento non si realizzò. [1]

Illustrazione storica, figura 2 — Incisione ottocentesca sulla questione albanese
Fig. 2 — La questione albanese nella stampa illustrata dell’Ottocento. Incisione attribuita a Richard Caton Woodville relativa a Tushi, località menzionata nelle proposte di compensazione territoriale tra Impero ottomano e Montenegro. La scena riguarda la crisi dei confini albanesi, non direttamente i combattimenti di Dulcigno.
Fonte: incisione ottocentesca, «The Albanian Question: Tushi, offered in exchange for Ourinyë». Riproduzione grafica restaurata; testata e data dell’originale da identificare.

Le lotte della primavera del 1880, ricordate nella storiografia albanese anche per lo scontro presso il ponte di Ržanica del 22 aprile, dimostrarono che sostituire una regione con un’altra non eliminava il problema: spostava semplicemente la contestazione su popolazioni differenti. [2][4]

A questo punto maturò l’ipotesi di cedere Dulcigno e una fascia costiera, facendo salvo il territorio che non si riusciva a trasferire nell’entroterra. La proposta fu sostenuta dai consoli Kirby Green e Lippich, discussa tra le potenze e presentata ufficialmente alla Porta nel giugno 1880. Essa sembrava più facilmente realizzabile perché riguardava una città portuale e una regione relativamente circoscritta. Era, però, una valutazione diplomatica: gli abitanti di Dulcigno non la condividevano necessariamente.

TRE TENTATIVI DIPLOMATICI
Plav e Gusinje: consegna non attuata. Hoti e Gruda: soluzione alternativa fallita. Dulcigno: la cessione imposta dalle potenze nel novembre 1880.

Le sei potenze: interessi diversi, pressione comune

La Gran Bretagna perseguiva soprattutto la credibilità dell’accordo di Berlino e il contenimento di una crisi capace di provocare nuovi interventi militari. Sotto il governo liberale di Gladstone, Granville e Goschen adottarono un orientamento di forte pressione sulla Porta. Non ne deriva che tutti i diplomatici britannici condividessero la medesima opinione sugli albanesi: Goschen sosteneva, in una comunicazione del 26 luglio, che una futura entità politica albanese avrebbe potuto contribuire alla stabilità balcanica. Quel ragionamento non divenne però la linea operativa del governo nella questione di Dulcigno. [3]

L’Austria-Ungheria voleva controllare l’equilibrio nell’Adriatico e limitare l’espansione dell’influenza russa. Ebbe un ruolo significativo nella formulazione delle soluzioni di frontiera attraverso il console Lippich, pur restando attenta a non concedere al Montenegro una libertà marittima incompatibile con i propri interessi. La Russia, tradizionale sostenitrice del principato montenegrino, appoggiava l’esecuzione delle compensazioni territoriali.

L’Italia guardava alla sponda orientale dell’Adriatico come a uno spazio di crescente interesse strategico e commerciale. Nei negoziati intervennero rappresentanti italiani e il nome del diplomatico Luigi Corti rimase legato a un progetto di delimitazione. Il ruolo di Roma non fu identico a quello di Vienna, sebbene le due potenze partecipassero alla stessa azione collettiva. La Francia favorì la soluzione negoziale e prese parte alla pressione comune; la Germania di Bismarck sostenne l’accordo tra le cancellerie senza fare di Dulcigno il centro di una propria politica nazionale balcanica. Per queste valutazioni occorre distinguere le linee generali della diplomazia dalle intenzioni dei singoli funzionari, documentate con maggiore precisione. [1][2][4]

Fu il loro accordo su un obiettivo limitato — ottenere la consegna del territorio — a risultare decisivo. Non serviva che le sei potenze condividessero una visione del futuro degli albanesi. Bastava che considerassero inaccettabile una nuova sconfessione del sistema diplomatico costruito a Berlino.

Le promesse di riforma e il limite della diplomazia

La proposta su Dulcigno non conteneva soltanto una nuova frontiera. I consoli britannico e austro-ungarico suggerirono anche misure amministrative per il vilayet di Scutari: una maggiore partecipazione di funzionari locali, garanzie per le comunità confessionali e attenzione alle particolarità delle tribù montane. Granville riferì che simili riforme avrebbero potuto rispondere almeno parzialmente alle aspirazioni albanesi senza spezzare il legame con l’Impero ottomano. [1]

La Porta non mostrò disponibilità a concedere un’autonomia specifica a Scutari nei termini suggeriti. Dichiarò che gli abitanti non avevano domandato privilegi ulteriori e rinviò alla prospettiva di una riforma più ampia delle province europee. Il problema rimase irrisolto: la questione territoriale correva più rapidamente di quella politica.

In agosto Londra rese pubblica in Parlamento la posizione collettiva: l’Impero ottomano avrebbe dovuto attuare l’accordo precedente oppure consentire la cessione del distretto di Dulcigno. Il 30 agosto Granville confermò che le risposte ottomane non erano univoche e che le potenze avevano già predisposto l’invio di navi verso la costa. [5]

Anche il linguaggio dei dispacci richiede cautela. Granville descriveva i comitati armati della Lega come un fattore di disordine, e accusava le autorità ottomane di incoraggiare alcune resistenze per guadagnare tempo. Questa è la lettura politica del governo britannico, non una prova che ogni mobilitazione albanese fosse eterodiretta. Allo stesso modo, le proteste di fedeltà al sultano presenti nelle petizioni locali non escludono che molti partecipanti stessero difendendo una comunità e un territorio percepiti come propri.

La flotta internazionale e l’autunno della pressione

Nel settembre 1880 le sei potenze organizzarono una dimostrazione navale nel basso Adriatico, sotto il comando del viceammiraglio britannico Beauchamp Seymour. Le squadre alleate comparvero davanti a Dulcigno il 28 settembre, data riportata nel riepilogo diplomatico britannico. La loro presenza doveva persuadere Istanbul a ordinare il trasferimento e mostrare che la controversia non poteva essere rinviata indefinitamente. [1]

Illustrazione storica, figura 3 — Flotta internazionale davanti a Ragusa
Fig. 3 — La flotta internazionale nell’Adriatico durante la crisi di Dulcigno del 1880. Incisione storica raffigurante le navi delle potenze europee davanti a Ragusa (oggi Dubrovnik). La squadra navale partecipò alla pressione diplomatica esercitata sull’Impero ottomano per ottenere la cessione di Dulcigno al Montenegro. L’immagine documenta la flotta internazionale, non un bombardamento o una battaglia davanti a Dulcigno.
Fonte: «Turkey and the Powers — The International Fleet off Ragusa», incisione pubblicata sulla stampa illustrata dell’epoca. Riproduzione restaurata dall’originale.

La dimostrazione navale non equivale a dire che la città fu conquistata dalla flotta. Le navi costituirono una minaccia credibile e un presidio politico; lo scontro decisivo sul terreno si svolse invece tra forze ottomane e volontari albanesi. Quando la Porta subordinò la consegna a condizioni considerate inaccettabili — tra cui garanzie sui diritti della popolazione e il ritiro della pressione navale — i governi europei respinsero soprattutto la richiesta di rinunciare per il futuro all’impiego della forza.

UN PUNTO FONDAMENTALE
La flotta internazionale esercitò pressione diplomatica sull’Impero ottomano: non conquistò Dulcigno. Sul terreno combatterono invece le forze ottomane e i volontari albanesi.

Nell’ottobre 1880 la Porta comunicò una nuova disponibilità a cedere Dulcigno, ma l’accordo sulla carta non cancellò i problemi sul terreno. L’ultimo ostacolo era la presenza di formazioni albanesi intenzionate a impedire la consegna.

La voce degli abitanti e l’organizzazione della resistenza

Una petizione datata 3 settembre 1880, riprodotta da Nail Draga, fu indirizzata dagli abitanti di Dulcigno al console britannico Kirby Green. I firmatari dichiaravano di aver appreso con dolore la decisione di trasferire la città e manifestavano timori per le differenze di lingua, consuetudini e religione rispetto al Montenegro. Chiedevano al rappresentante britannico di trasmettere le loro ragioni al proprio governo. Il documento è una testimonianza di parte, scritta per influenzare una decisione diplomatica; proprio per questo è prezioso per comprendere come i residenti presentavano la loro posizione. [4]

La Lega attivò collegamenti con Scutari e mobilitò volontari di provenienza diversa. Riza Rexha ricostruisce il ruolo di Isuf Sokoli, legato ai volontari scutarini, e di figure locali come Mehmet Beci e Mehmet Gjyli. Le loro iniziative comprendevano l’organizzazione di comitati, la ricerca di rifornimenti, la sorveglianza degli accessi alla città e la preparazione delle posizioni difensive. Anche all’interno della Lega non mancavano incertezze e discussioni sui costi della resistenza. [2]

In questa fase gli albanesi non affrontarono semplicemente truppe montenegrine in campo aperto. La situazione era triangolare: il Montenegro attendeva la cessione, la Porta voleva evitarne un trasferimento incontrollato ma doveva rispettare le proprie concessioni, e i volontari albanesi si opponevano a entrambe le conseguenze possibili. Gli ottomani cercarono dapprima la via delle trattative e degli ultimatum; poi prepararono un’operazione militare per liberare gli accessi al territorio.

La disponibilità alla resistenza, testimoniata da fonti albanesi e diplomatiche, non autorizza a trasformare ogni dichiarazione solenne in un fatto di battaglia. Va riconosciuta l’esistenza di uno sforzo organizzato, distinguendo il contenuto delle petizioni, i resoconti di guerra e i documenti sottoscritti dalle autorità.

Dervish Pascià e i combattimenti di novembre

In autunno Istanbul affidò a Dervish Pascià il compito di ristabilire il controllo militare della zona e rendere possibile la consegna. L’operazione coinvolse reparti regolari, artiglieria e posizioni lungo la Bojana, oggi Buna, e sulle vie tra Scutari e Dulcigno. Rexha descrive scontri già nella seconda metà di novembre, con un aggravamento tra il 21 e il 23 del mese. I volontari cercarono di tenere le alture presso Klezna e gli accessi da San Giorgio; l’esercito ottomano disponeva di uomini e mezzi superiori. [2]

Il 22 novembre si combatté nell’area di Shkallmushkë, presso Klezna. Nella ricostruzione di Rexha, Isuf Sokoli rimase gravemente ferito e morì in seguito alle lesioni riportate. Il 23 novembre i reparti ottomani proseguirono verso la città e, secondo lo stesso autore, vi entrarono nella tarda serata. La nota conclusiva al dispaccio di Granville riferisce a sua volta di un’avanzata ottomana il 22 novembre, di una reazione armata albanese e della successiva ritirata dei difensori. [1][2]

La resistenza terminò dunque non per una battaglia navale combattuta davanti alla città, bensì per l’azione dell’esercito ottomano, intervenuto sotto il peso delle pressioni internazionali. È questo uno degli aspetti più difficili da ridurre a una narrazione semplicistica: per garantire una cessione a un vicino cristiano, Istanbul dovette impiegare la forza contro sudditi che in diversi documenti ribadivano la propria fedeltà al sultano.

La convenzione di Kounia: che cosa fu deciso il 25 novembre

Il 25 novembre 1880, a Kounia — località indicata nelle fonti albanesi come Kunje — il rappresentante ottomano Bedri e quello montenegrino Nicolas Matanovich firmarono la convenzione relativa alla cessione di Dulcigno. Il documento originale, numerato 579 nella raccolta diplomatica britannica, contiene dieci articoli. Il primo stabilisce che la città e il suo distretto devono essere consegnati formalmente e pacificamente al Montenegro dal governo imperiale ottomano. [6]

Non si trattava di un testo soltanto militare. Il secondo articolo impegnava il Montenegro al rispetto dei diritti, della vita, dell’onore e della proprietà degli abitanti che avessero deciso di restare. Altre disposizioni trattavano i beni delle fondazioni religiose, la validità degli atti giudiziari precedenti e la possibilità di emigrare. L’articolo VII prevedeva la dispersione delle bande armate albanesi intenzionate a ostacolare la marcia delle truppe montenegrine. Una clausola imponeva di proteggere le case abbandonate dai proprietari prima dell’arrivo degli occupanti. [6]

L’articolo X disciplinava in dettaglio la consegna: il venerdì 26 novembre era previsto il ritiro delle forze ottomane e l’avanzata montenegrina verso posizioni concordate; per il sabato 27 novembre si regolavano gli spostamenti successivi e la presa di possesso della città. Il testo stabiliva anche la consegna formale delle posizioni sul lato destro della Bojana e in altre località indicate nell’accordo.

L’importanza della convenzione sta nella distanza fra la formula giuridica e l’esperienza dei residenti. Le garanzie individuali erano esplicite, ma nascevano all’interno di un trasferimento sovrano al quale gli abitanti non avevano partecipato come contraenti. Non bastavano, da sole, a evitare futuri conflitti sul possesso dei beni e sulle condizioni della permanenza.

26 o 27 novembre? Il valore dei documenti coevi

Riza Rexha e Nail Draga indicano il 26 novembre 1880 come data dell’ingresso o della consegna della città alle forze montenegrine; Rexha colloca l’entrata di una brigata alle ore 17. Questa versione è presente in una parte della storiografia albanese. Esiste però una documentazione coeva che richiede una precisazione. [2][4]

L’edizione diplomatica della convenzione del 25 novembre contiene una nota redazionale secondo la quale Dulcigno fu occupata pacificamente dai montenegrini il 27 novembre; nella stessa pagina si segnala che il 5 dicembre le flotte riunite lasciarono le acque cittadine. Un dispaccio inviato da Costantinopoli il 1° dicembre 1880 dal diplomatico statunitense G. H. Heap conferma espressamente che il 27 novembre le truppe montenegrine entrarono nella città senza sparare un colpo, dopo il ritiro delle forze ottomane. [6][7]

In assenza di documenti operativi più precisi che chiariscano il riferimento al 26, per la presa di possesso formale della città la data più solidamente documentata è quindi il 27 novembre 1880. Il 25 resta la firma della convenzione; il 26 figura nel calendario delle operazioni e in ricostruzioni successive. Confondere queste tre date significherebbe nascondere un problema che le fonti permettono invece di affrontare apertamente.

25 NOVEMBRE: LA CONVENZIONE | 27 NOVEMBRE: L’INGRESSO
La firma risale al 25 novembre 1880. L’ingresso e la presa di possesso montenegrina sono attestati il 27 novembre da fonti diplomatiche coeve; alcuni studi indicano il 26.

La delimitazione pratica della nuova frontiera richiese altro lavoro. Il protocollo della conferenza internazionale del 28 gennaio 1881 discusse il tracciato fra il lago di Scutari e il mare, incluse le acque del lago di Šas e le linee lungo la Bojana. Perciò il novembre 1880 chiuse la crisi della consegna della città, non ogni controversia relativa al confine. [8]

Proprietà, emigrazione e una frontiera vissuta

Per gli abitanti la questione non terminò quando le truppe cambiarono bandiera. La nuova sovranità produceva effetti sugli uffici, sui tributi, sui contratti, sulla leva e sul rapporto con la regione di Scutari, rimasta ottomana. I beni delle famiglie partite e delle fondazioni religiose divennero uno dei principali terreni di conflitto tra garanzie promesse e pratiche amministrative.

Qamil Gexha, nel suo studio sulle politiche agrarie montenegrine, distingue Dulcigno da altre regioni acquisite dopo Berlino. Descrive l’allontanamento di proprietari di imbarcazioni e commercianti, le difficoltà dei possessori terrieri emigrati, i rapporti di affitto, le proprietà dei vakuf e provvedimenti adottati anche molti anni dopo il 1880. Lo studio sottolinea che nella zona di Dulcigno i terreni degli emigrati non furono distribuiti immediatamente e in modo uniforme come altrove: è una precisazione essenziale, perché impedisce di raccontare tutta la vicenda come un’unica confisca istantanea. [9]

Le disposizioni del 25 novembre promettevano protezione personale e patrimoniale e facilitazioni per chi volesse emigrare. La documentazione successiva mostra tuttavia quanto fosse difficile tradurre tali principi in una tutela effettiva, soprattutto per chi lasciava la città e continuava a possedere terreni, case o interessi economici oltreconfine. Gexha ricostruisce anche controversie relative ai pascoli utilizzati da comunità montane e alle pressioni fiscali che influivano sul mantenimento della proprietà. [6][9]

Non è possibile ricavare dalle sole fonti qui utilizzate un bilancio complessivo, omogeneo e verificato dei trasferimenti di popolazione del 1880. Né le categorie dei documenti — «albanesi», «musulmani», «emigrati» — sono sempre sovrapponibili. È invece documentabile la frattura economica e sociale prodotta dalla nuova frontiera, e il fatto che le sue conseguenze continuarono ben oltre il momento della consegna.

Una frontiera decisa dalle potenze

Dulcigno finì al Montenegro perché una serie di soluzioni territoriali pensate dalle potenze europee non poté essere applicata e perché, nell’estate del 1880, il trasferimento della città fu giudicato il compromesso più praticabile per soddisfare il Principato. La Porta, stretta fra la resistenza di sudditi albanesi e la pressione del Concerto d’Europa, alla fine impiegò il proprio esercito per assicurare la consegna. Il 25 novembre firmò la convenzione; il 27 la città passò sotto occupazione montenegrina secondo i documenti coevi meglio circostanziati.

Questa storia non è soltanto il racconto di una decisione subita. Le mobilitazioni della Lega di Prizren cambiarono ripetutamente i progetti diplomatici: da Plav e Gusinje a Hoti e Gruda, fino a Dulcigno. Ma mostrarono anche il limite della resistenza locale quando le grandi potenze, pur divise su molti interessi, raggiungevano un accordo concreto.

Il caso di Ulqin appartiene dunque a una fase precedente alla nascita dello Stato albanese e non va confuso con le delimitazioni del 1912–1913. Anticipa però una questione destinata a ripresentarsi: come conciliare frontiere costruite attraverso trattati internazionali con le appartenenze, le proprietà e le aspirazioni politiche di chi vive sui territori interessati? A Dulcigno, nel 1880, la risposta fu data anzitutto dalla diplomazia e dalla forza degli Stati. La popolazione ne visse le conseguenze.

Postilla geografica — Le terre albanesi oggi in Montenegro

La vicenda di Dulcigno è un capitolo di una storia più vasta. Guardando all’attuale Montenegro, la geografia della presenza storica albanese comprende diverse aree, spesso collegate fra loro ma interessate da passaggi di sovranità e delimitazioni in epoche differenti. L’elenco che segue ricostruisce le principali regioni e i loro nuclei territoriali, senza confondere una comunità storicamente albanese con l’intera popolazione di un comune moderno. [10][11][12]

1. Ulqin (Dulcigno), la fascia costiera e Anë e Malit. Accanto alla città di Ulqin rientrano nella geografia albanese del litorale i territori di Shtoj, Braticë, Zogaj, Pistull e Reç e, nell’entroterra, la regione di Anë e Malit con Katërkollë (Vladimir), Shas (Šas), Sukobinë, Këllezna (Klezna) e i nuclei limitrofi. Il distretto ceduto nel 1880 non coincide necessariamente con il perimetro dell’attuale comune di Ulcinj: la delimitazione della frontiera continuò a essere discussa anche nel 1881. [8][16]

2. Tivar (Antivari), Kraja e Shestan. Nell’area dell’attuale Bar/Tivar occorre ricordare soprattutto Kraja (Krajina), con Ostros, Arbnesh, Bobovishtë e Ckla, e la vicina Shestan (Šestani), con Briska, Murići, Livari, Dedići e altri villaggi storici. Nell’area dei Mrkovići/Mërkoti si documentano intensi rapporti linguistici e familiari albanesi-slavi: una storia di contatto che non autorizza ad attribuire indistintamente un’unica identità etnica all’intera regione. [10][11]

3. Malësia e Madhe, Tuzi e le terre dei fis. Sui rilievi e nelle pianure a est di Podgorica si collocano Tuzi (Tuz), i settori montenegrini di Hoti e Gruda, le regioni di Triesh (Zatrijebač) e Koja e Kuçit, con villaggi e località quali Traboin, Dinoshë, Vuksanlekaj, Deçiq, Delaj, Nikmarash, Poprat, Pikalë, Prifti e Milesh. Hoti e Gruda sono territori storici transfrontalieri: soltanto alcune loro porzioni si trovano nell’attuale Montenegro. Non vanno quindi rappresentati come se ogni loro area fosse stata ceduta in blocco nel 1880. [10][12]

4. Plavë e Guci, nelle valli del Lim e delle Alpi Albanesi. La regione comprende Plav (Plavë), Gusinje (Guci) e località di radicamento albanese come Vuthaj (Vusanje), Martinaj (Martinovići), Dolë (Dolja), Gërnçar (Grnčar), Kruševë (Kruševo) e Vishnjevë (Višnjevo). Sono territori dalla storia etnica e linguistica composita. La loro assegnazione diplomatica del 1878 incontrò una resistenza che ne impedì allora la consegna al Montenegro; il loro ingresso sotto sovranità montenegrina appartiene invece al ciclo delle guerre balcaniche del 1912–1913. [13][14][15]

5. Presenze storiche nell’interno montenegrino. La ricognizione deve tenere presenti anche le comunità albanesi dell’area di Rozhajë (Rožaje) e le tracce storiche documentate nei centri di Podgorica, Žabljak Crnojevića, Spuž e in altre località del Montenegro meridionale e centrale. Si tratta però di situazioni molto diverse dalle regioni di insediamento albanofono più compatto: la loro menzione non significa che tutti questi centri, né tanto meno i loro territori comunali odierni, fossero integralmente albanesi. [10][13]

Una precisazione cronologica è indispensabile: Tivar e vari territori montenegrini dell’area di Podgorica furono acquisiti nel quadro del riassetto seguito al Congresso di Berlino del 1878; Dulcigno e la sua fascia costiera furono consegnate nel 1880; Plav, Gusinje e porzioni della Malësia passarono sotto il Montenegro nel contesto del 1912–1913. All’epoca del Congresso di Berlino non esisteva ancora uno Stato albanese indipendente: l’espressione «terre albanesi rimaste fuori» indica qui territori con una presenza storica albanese, non un elenco di province sottratte a uno Stato già costituito. [1][6][10][15]

Questo quadro geografico presenta le principali regioni e non ogni singolo villaggio. La storia delle delimitazioni e delle comunità locali sarà approfondita nella puntata dedicata alle terre albanesi del Montenegro.

Le puntate precedenti

Per comprendere meglio la storia delle terre albanesi rimaste fuori dai confini dell’Albania, leggi anche le prime due puntate della serie.

PRIMA PUNTATA — Albania 1913: divisa a Londra

Leggi l’articolo: Albania 1913: divisa a Londra

SECONDA PUNTATA — Perché il Kosovo rimase fuori dall’Albania?

Leggi l’articolo: Perché il Kosovo rimase fuori dall’Albania?

Fonti e documenti

[1] Earl Granville, «Despatch ... Boundaries of Montenegro, between 15th January, 1877, and 26th September, 1880», Londra, 2 ottobre 1880, in Edward Hertslet, The Map of Europe by Treaty, vol. IV, doc. 578, pp. 2997–3009. Pagine utilizzate: 2997–3009. PDF: https://pdf.arkiva.me/Kongresi-i-Berlinit/1880-02-10-PDF-Dergese-ambasadorit-te-vecante-te-Mbretereshes-ne-Stamboll.pdf

[2] Riza Rexha, «Lufta e Lidhjes Shqiptare të Prizrenit për mbrojtjen e Ulqinit (1880): Manovrat diplomatike rreth çështjes së Ulqinit», in Lidhja Shqiptare e Prizrenit dhe vendi i saj në histori, Atti del convegno di Prizren (2003), pubblicazione 2008, pp. 181–198. Pagine utilizzate: 181–197. https://konferenca.al/ih-rks/article/view/553

[3] Noel Malcolm, «Diplomacia britanike dhe Lidhja e Prizrenit 1878–1880», in Lidhja Shqiptare e Prizrenit dhe vendi i saj në histori, Atti del convegno di Prizren (2003), pubblicazione 2008, pp. 41–56. Pagine utilizzate: 41–55. https://konferenca.al/ih-rks/article/view/543

[4] Nail Draga, «Çështja e Ulqinit dhe gjeopolitika e fuqive të mëdha (1880)», in Lidhja Shqiptare e Prizrenit 1878–1881, Atti del convegno di Prishtina (2008), pubblicazione 2011, pp. 273–282. Pagine utilizzate: 273–279. https://konferenca.al/ih-rks/article/view/426

[5] House of Lords, intervento del conte Granville, 30 agosto 1880, Parliamentary Debates (Hansard), vol. 256, coll. 604–605. https://api.parliament.uk/historic-hansard/lords/1880/aug/30/ministerial-statement

[6] «Convention between the Porte and Montenegro, relative to the Cession of Dulcigno», Kounia, 25 novembre 1880, in Hertslet, The Map of Europe by Treaty, vol. IV, doc. 579, pp. 3010–3014. Pagine utilizzate: 3010–3014, articoli I–X e nota finale. PDF: https://pdf.arkiva.me/Kongresi-i-Berlinit/1880-25-11-Marrveshja-ne-mes-Turqise-dhe-Malit-te-Zi-ne-lidhje-me-dorezimin-e-Ulqinit.pdf

[7] G. H. Heap a William M. Evarts, Costantinopoli, 1° dicembre 1880, in Foreign Relations of the United States, 1881, doc. 710, p. 1176. https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1881/d714

[8] «Protocols of Conferences ... accepting the so-called Dulcigno Arrangement», 10 maggio 1880 e 28 gennaio 1881, in Hertslet, The Map of Europe by Treaty, vol. IV, doc. 580, pp. 3015–3018, con mappa. Pagine utilizzate: 3015–3018. PDF: https://pdf.arkiva.me/Kongresi-i-Berlinit/1880-1881%20PDF%20Marreveshtja-per-Ulqinin-Protokollet-e-Konferencave-Dolcigno-Arrangement-Protocols-of-Conferences.pdf

[9] Qamil Gexha, «Politika agrare e Malit të Zi dhe problemi i pronës së shqiptarëve pas Kongresit të Berlinit», in Lidhja Shqiptare e Prizrenit dhe vendi i saj në histori, Atti del convegno di Prizren (2003), pubblicazione 2008, pp. 167–180. Pagine utilizzate: 167–178, in particolare 173–177. https://konferenca.al/ih-rks/article/view/552

[10] Trattato di Berlino, 13 luglio 1878, articoli XXVIII–XXIX e clausole territoriali per il Montenegro, testo diplomatico pubblicato in Foreign Relations of the United States, 1878: https://history.state.gov/historicaldocuments/frus1878/d523

[11] Maria S. Morozova, «Language Contact in Social Context: Kinship Terms and Kinship Relations of the Mrkovići in Southern Montenegro», Journal of Language Contact, 12 (2019), pp. 305–343, in particolare pp. 308–310, DOI: 10.1163/19552629-01202003. https://brill.com/view/journals/jlc/12/2/article-p305_305.pdf

[12] Comune di Tuzi, Local Environmental Action Plan of the Municipality of Tuzi 2024–2027, sezione «General Data» (geografia e insediamenti). https://investintuzi.me/wp-content/uploads/2024/06/LEAP-Tuzi_final-version-ENG.pdf

[13] Consiglio d’Europa, Committee of Experts of the European Charter for Regional or Minority Languages, Fifth Report: Montenegro, MIN-LANG (2020) 1, § 34 (distribuzione della minoranza albanese). https://rm.coe.int/montenegroecrml5-en3-docx/16809f9a82

[14] Comune di Gusinje, «O Gusinju», dati geografici e principali località del territorio comunale. https://opstinagusinje.me/o-gusinju/

[15] Izet Šabotić, «Decisions of the Berlin Congress in the Light of Gusinje-Plav Affair (1878–1880)», Historijska misao, 1 (2015), pp. 67–93. https://www.hm.ff.untz.ba/index.php/hm/article/view/8

[16] MSJA, « Njofto vendlindjen tënde», guida alla geografia e ai villaggi del comune di Ulqin (2025). https://msja.me/wp-content/uploads/2025/12/MSJA_Doracak-Njofto-vendlindjen-tende.pdf