Perché il Kosovo è rimasto fuori dall’Albania
L’occupazione serba e montenegrina del Kosovo nel 1912, l’accordo delle grandi potenze, il negoziato su Scutari e le città kosovare: come nacque un confine che non seguì la geografia delle comunità albanofone.
Il 7 aprile 1913, mentre in Europa si discuteva come fermare l’espansione della guerra balcanica, il ministro degli Esteri britannico Edward Grey spiegò alla Camera dei Comuni ciò che le grandi potenze avevano già concordato sul destino dell’Albania. Scutari e il litorale sarebbero rimasti al nuovo Stato; Peja, Prizren, Dibra e, dopo negoziati particolarmente difficili, Gjakova ne sarebbero state escluse. La ragione addotta non era un censimento, né una consultazione degli abitanti. Era la necessità di mantenere la pace fra le potenze europee. [1]
Questa dichiarazione, pronunciata quasi due mesi prima del Trattato di Londra del 30 maggio, offre una chiave per comprendere una delle questioni più profonde della storia albanese: perché il Kosovo, con la sua consistente popolazione albanofona, non entrò nello Stato proclamato indipendente a Valona il 28 novembre 1912?
La risposta non è contenuta in una singola firma su una carta geografica. Si formò attraverso una guerra, l’occupazione militare dei territori ottomani, i timori di Vienna, le rivendicazioni di Belgrado, il sostegno russo alla Serbia e la volontà britannica di evitare che una crisi locale diventasse una guerra europea. L’argomento della lingua e della nazionalità venne evocato spesso, ma non fu applicato uniformemente e non prevalse su tutti gli altri criteri diplomatici. [2]
![Fig. 1 — Carta etnografica dell’Albania compilata da N. Lako nel 1918, con annotazioni sui confini del 1919. È una fonte cartografica successiva al 1913, non la carta ufficiale della Conferenza. Fonte: Library of Congress, Geography and Map Division, LCCN 88694253 [12].](https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEh7HQ9wtMAfGqB9a1oiraoXg2LIN75_M3fm4ndT425u0ZAJv2prr_0Y9eZSvB_l8fkTaUE76jE_a6jPonQ8RblAnrCtungw39Ex6gAi8gWv-klSqgQPP8mcERfEGZiGZmvYqT4ciz-FTSnxMutMajGkr6Mo2pWtkvPf819PGa3BmgJ__qdKAdYpC-FgQ6k/s1600/image.jpeg)
Il Kosovo prima del confine: una regione contesa, non un vuoto politico
Prima di parlare del Kosovo «rimasto fuori» è necessaria una distinzione storica. Nel 1912 non esisteva uno Stato kosovaro con i confini attuali. Esisteva il vilayet ottomano del Kosovo, un’unità amministrativa molto più estesa del Kosovo contemporaneo, comprendente anche territori oggi appartenenti ad altri Stati balcanici. La parola Kosovo designava inoltre, nel discorso politico serbo, una regione storica più ampia e carica di significati nazionali e religiosi. Le due geografie non coincidevano perfettamente. [2]
Il Kosovo ebbe un ruolo centrale nella formazione del movimento nazionale albanese. Prizren aveva ospitato nel 1878 la Lega albanese, nata nel clima della crisi del 1878, quando la guerra russo-ottomana e le decisioni territoriali allora in discussione minacciavano di attribuire ai vicini Stati balcanici territori abitati anche da albanesi. La Lega cercò di organizzare una rappresentanza politica e di difendere quelle terre. Le risoluzioni del 1878 riportano delegati di Prizren, Gjakova, Peja, Prishtina e di altri distretti, mentre i documenti organizzativi prevedevano anche forze albanesi nel Kosovo. Da allora, e in forme diverse, la questione dell’unità delle regioni albanofone accompagnò la crisi dell’Impero ottomano. [3]
Nell’estate del 1912 la mobilitazione albanese raggiunse un nuovo punto di svolta. Già il 21 maggio, su iniziativa di Hasan Prishtina, un’assemblea riunita a Junik, nell’area di Gjakova, aveva preparato l’insurrezione. Dopo l’avanzata su Ferizaj, Prishtina presentò al governo ottomano un programma di quattordici richieste. L’insurrezione sostenuta da figure come Hasan Prishtina estese il proprio controllo fino a Skopje, allora centro amministrativo del vilayet del Kosovo. Le richieste riguardavano autonomia, amministrazione, lingua e garanzie politiche. La caduta dell’ordine ottomano non era dunque attesa passivamente: gli albanesi avevano aperto una propria iniziativa politica, ma il tempo a disposizione fu brevissimo. [4]
In ottobre scoppiò la Prima guerra balcanica. Serbia, Montenegro, Bulgaria e Grecia attaccarono l’Impero ottomano e occuparono rapidamente ampie porzioni dei suoi territori europei. Quando Ismail Qemali proclamò l’indipendenza a Valona, gli eserciti dei vicini controllavano già molte zone che i rappresentanti albanesi consideravano parte del proprio spazio nazionale. La nascita dello Stato avvenne così in condizioni radicalmente diverse da quelle immaginate durante le rivolte contro Istanbul: l’indipendenza veniva annunciata, ma il territorio era in gran parte oggetto di occupazione e di negoziato. [2][4]
![Fig. 2 — Scene dell’Albania settentrionale rielaborate digitalmente a colori da fotografie storiche associate alla documentazione di M. Edith Durham (1914). Non sono riproduzioni fotografiche fedeli e non documentano episodi specifici del Kosovo nel 1913. Si veda la nota [13].](https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiziqkG6f7qQKh8VIq_diqtmgPzVNY4kwTYBZn7OUQLwh0mRVqVl-a0P3UlQS-DGG6lTE_LG-M5ryA_zBJLdTac1QYfQUr4da1MC4aB91EpLZJ2TuwUJmLSYh-D4SBSQPvXyy6eLbJa-t_nYqTNM4xHf9NvqYjRazXK48mLo4NqoXgtxqaUGF0rbwjFGBQ/s1600/image.jpeg)
La Serbia e il significato di «Vecchia Serbia»
Per Belgrado il Kosovo non rappresentava soltanto una conquista territoriale. Nel linguaggio politico e nazionale serbo era la «Vecchia Serbia», una regione legata alla memoria del regno medievale, ai monasteri ortodossi e alla battaglia del 1389. Questi riferimenti avevano un valore identitario e venivano tradotti in una rivendicazione politica: recuperare il Kosovo significava, per il nazionalismo serbo, riunire territori ritenuti parte della propria storia. [2]
Quel richiamo alla storia serba, però, non esauriva la realtà del Kosovo: le comunità albanesi vi erano radicate e partecipavano attivamente alla mobilitazione nazionale. Nelle città e nelle campagne convivevano comunità di lingua, religione e appartenenza differenti; la composizione variava da distretto a distretto e non poteva essere dedotta da un unico dato per tutta la regione. In un’epoca nella quale l’appartenenza religiosa, la lingua d’uso e la coscienza nazionale non coincidevano sempre, le statistiche venivano frequentemente impiegate come strumenti di contesa diplomatica. Anche le definizioni etniche utilizzate dai governi erano tutt’altro che neutrali. [2]
Il fattore decisivo, nell’autunno del 1912, fu però un altro: l’esercito serbo si trovava già sul territorio. La Serbia aveva occupato gran parte dell’area kosovara e non era disposta a rinunciarvi. Imporre il ritiro significava mettere in discussione uno dei risultati che Belgrado considerava centrali nella vittoria contro l’Impero ottomano; avrebbe richiesto una pressione internazionale che le potenze, pur divise, non vollero spingere fino al rischio di una nuova guerra. Nicola C. Guy, sulla base della documentazione diplomatica britannica, individua proprio nell’occupazione effettiva uno dei motivi per cui la questione kosovara fu risolta senza seguire coerentemente il criterio etnografico dichiarato. [2]
Il mare negato alla Serbia e il compromesso sulle terre interne
L’Austria-Ungheria considerava l’avanzata serba verso l’Adriatico un pericolo strategico. Una Serbia giunta stabilmente al mare, sostenuta dalla Russia, avrebbe alterato gli equilibri nella regione e accresciuto la tensione lungo il versante balcanico della monarchia asburgica. Per l’Italia, a sua volta, era essenziale che nessun concorrente dominasse indisturbato la costa albanese e il passaggio verso il canale d’Otranto. Vienna e Roma non avevano interessi identici, ma finirono per convergere sul sostegno all’esistenza di uno Stato albanese. [2][5]
A Londra, nel dicembre 1912, le potenze concordarono in linea di principio di negare alla Serbia il corridoio territoriale che avrebbe dovuto raggiungere l’Adriatico. Si discusse di un eventuale accesso commerciale attraverso collegamenti ferroviari verso un porto neutralizzato, soluzione ben diversa dalla sovranità serba sulla costa. Belgrado perse così il principale sbocco marittimo che aveva cercato di ottenere dopo le vittorie militari. [2]
Ma quel rifiuto non comportò la restituzione all’Albania delle regioni orientali occupate. Al contrario, la trattativa si spostò sulle concessioni che ciascun blocco avrebbe potuto accettare. La Russia proteggeva le aspettative serbe e montenegrine; l’Austria-Ungheria insisteva su uno Stato albanese che impedisse l’espansione serba fino al mare; la Gran Bretagna, con Grey, cercava soprattutto un accordo capace di scongiurare il conflitto fra grandi potenze. Anche Francia e Germania intervenivano nel quadro dei rispettivi schieramenti. [2]
Il Kosovo divenne così una delle aree nelle quali veniva pagato il costo politico del compromesso. Non vi fu una semplice applicazione del principio secondo cui una comunità linguistica dovesse appartenere al proprio Stato nazionale. Fu una negoziazione condotta da governi che ragionavano sul valore strategico dei territori, sui rapporti di forza e sull’urgenza di evitare una crisi generale. Non significa che ogni città fosse oggetto di uno scambio formale scritto in un trattato: significa che le concessioni territoriali erano collegate, nella logica dei negoziati, alla soluzione complessiva della crisi. [2]
Scutari e Gjakova: il negoziato che mostra il meccanismo
La vicenda di Scutari rende visibile quel meccanismo meglio di qualsiasi formula astratta. Il Montenegro assediava la città e ne rivendicava il possesso. Vienna sosteneva che Scutari dovesse essere albanese; la Russia difendeva le pretese montenegrine. Nel frattempo, i diplomatici discutevano anche di Peja, Prizren, Gjakova e Dibra. [1][2]
Secondo la ricostruzione archivistica di Guy, il 22 gennaio 1913 Grey cercò di collegare la sorte di Scutari alle grandi città dell’area settentrionale e nord-orientale. Nei mesi successivi il rappresentante austro-ungarico a Londra si mostrò disposto a rinunciare a ulteriori centri orientali pur di ottenere Scutari per il nuovo Stato. Gjakova rimase un punto particolarmente controverso. Secondo la ricostruzione di Guy, il 21 marzo 1913 l’ambasciatore austro-ungarico Mensdorff la offrì come concessione nel negoziato su Scutari: si trattava di una posizione diplomatica, non di un atto definitivo di attribuzione territoriale. Il compromesso politico maturò prima del Trattato del 30 maggio. [2]
Il 7 aprile, davanti ai deputati britannici, Grey confermò il risultato raggiunto: Scutari e il litorale all’Albania; Peja, Prizren, Dibra e Gjakova al di fuori dei suoi confini. Le terre così escluse sarebbero state ripartite tra Serbia e Montenegro. Lo disse presentando l’accordo come necessario a preservare la pace europea. Non è una lettura patriottica formulata molto tempo dopo: è la spiegazione ufficiale del ministro degli Esteri britannico nel pieno dei negoziati. [1]
Scutari, peraltro, non fu salvata soltanto dalla diplomazia sulla carta. In aprile le truppe montenegrine riuscirono a entrarvi, mettendo nuovamente in discussione l’intesa. La pressione internazionale e la minaccia di ulteriori misure costrinsero il Montenegro a lasciare la città. Le grandi potenze erano dunque disposte a imporre con forza alcune decisioni, quando le consideravano indispensabili all’equilibrio europeo. Non esercitarono una pressione equivalente per ricondurre il Kosovo entro l’Albania. [1][2]
Il confronto è istruttivo. Scutari entrò nello Stato albanese non perché le rivendicazioni territoriali fossero scomparse, ma perché il suo mantenimento era ritenuto parte necessaria dell’accordo fra le potenze. Per i centri kosovari e per altre località orientali la convergenza diplomatica si produsse invece sull’esclusione. In entrambe le direzioni contò la politica internazionale; non una medesima regola applicata a tutte le popolazioni. [2]
Chi decise, e quando: la differenza fra Londra e il trattato
La cronologia è decisiva. Si tende a riassumere la vicenda dicendo che «il Trattato di Londra divise il Kosovo dall’Albania». È una formula efficace, ma imprecisa se letta alla lettera. Le decisioni politiche sulle principali città erano già state discusse e in buona parte concordate nei mesi precedenti. La testimonianza del 7 aprile lo dimostra. [1]
Il Trattato del 30 maggio 1913 concluse la Prima guerra balcanica e, all’articolo 2, escluse espressamente l’Albania dalla cessione generale dei territori ottomani europei. L’articolo 3 affidò alle sei grandi potenze la delimitazione delle sue frontiere e le altre questioni relative al nuovo Stato. Non conteneva un elenco completo dei villaggi o una descrizione minuziosa della linea che oggi separa Albania e Kosovo. Quella frontiera fu sviluppata attraverso le decisioni della Conferenza degli Ambasciatori, i protocolli e il lavoro successivo delle commissioni. [5]
Anche qui la distinzione è sostanziale: prima vennero fissati alcuni vincoli politici — quali città e regioni non avrebbero fatto parte dell’Albania — e poi si lavorò per trasformarli in una linea di confine. La delimitazione tecnica non partì da una pagina bianca. A Prizren e lungo il confine nord-orientale le discussioni riguardarono anche il significato dei distretti ottomani, l’ampiezza delle aree indicate nei documenti, le comunicazioni e le posizioni militari già occupate. Guy mostra come il diverso modo di definire un «distretto» potesse spostare intere comunità dall’uno all’altro lato del confine. [2]
L’esistenza stessa di una commissione che ricorresse, almeno nelle istruzioni, a considerazioni linguistiche ed etnografiche non bastava quindi a garantire un confine fondato sulla lingua della maggioranza. Gli esperti ricevevano un mandato entro limiti politici già concordati. La geografia locale poteva essere studiata, ma non era libera di ribaltare ogni compromesso diplomatico. [2]
Il criterio etnografico invocato e quello effettivamente seguito
Le grandi potenze ricorrevano spesso al linguaggio delle nazionalità. Per delimitare uno Stato sembrava ragionevole chiedersi quale lingua parlassero le popolazioni dei territori controversi. Nella pratica, però, quel criterio era difficile da applicare in una regione segnata da mobilità, insediamenti misti, appartenenze religiose differenti e dati statistici incompleti o contestati. Soprattutto, non era il solo criterio adottato. [2]
È significativo che la storiografia abbia analizzato la questione kosovara proprio attraverso il contrasto tra confini linguistici e interessi geopolitici. Guy rileva che le soluzioni territoriali riflettevano principalmente le rivalità e le compensazioni fra le potenze, più che un’applicazione coerente dell’etnografia. Questa conclusione non autorizza a dipingere ogni villaggio come etnicamente uniforme; invita piuttosto a non scambiare le giustificazioni pubbliche per la forza effettiva dei negoziati. [2]
Le rivendicazioni nazionali dell’epoca vanno lette con la medesima cautela. Per la parte albanese, il Kosovo era una regione essenziale per la lingua, la partecipazione alla vita nazionale, le città e le reti economiche. Per la parte serba, il richiamo alla storia medievale, ai luoghi religiosi e alla «Vecchia Serbia» era parte integrante della legittimazione territoriale. Entrambe le tradizioni avrebbero sviluppato ulteriormente tali argomenti. La ricostruzione storica deve registrarle senza trasformare le affermazioni di una parte in una fotografia demografica indiscutibile. [2][9]
A Londra, in ogni caso, non fu organizzato un referendum fra gli abitanti del Kosovo per decidere a quale Stato appartenere. I destini politici furono affidati al negoziato internazionale e al consolidamento delle conquiste militari. L’assenza di una consultazione è uno degli elementi che distinguono le decisioni territoriali del 1913 dal principio di autodeterminazione al quale si sarebbe dato maggiore risalto nel linguaggio diplomatico dopo la Prima guerra mondiale. [1][2][9]
La frontiera nella vita quotidiana: Gjakova e le montagne
Che cosa significò quella linea per chi non partecipava alle conferenze diplomatiche? Mary Edith Durham, viaggiatrice e testimone britannica schierata a favore della causa albanese, offre un esempio preciso. Nel suo volume del 1914 descrisse Gjakova come il mercato da cui dipendevano diverse comunità montane, tra cui Nikaj, Mërtur, Gash e Krasniq. La separazione fra città e retroterra, osservava, aveva privato queste popolazioni del luogo abituale nel quale vendere i propri prodotti e rifornirsi. [6]
La testimonianza va trattata per ciò che è: il resoconto ravvicinato di un’autrice partecipe, non una perizia neutrale sui confini. Ma fa emergere un problema che la diplomazia lasciava in ombra. Tracciare una linea lungo una montagna poteva separare non soltanto comunità linguisticamente affini, ma mercati, sentieri, pascoli, parentele e consuetudini di scambio. Una frontiera apparentemente netta sulla carta poteva produrre un territorio economicamente meno coerente. [6]
Nell’opinione pubblica britannica il problema era già stato sollevato prima della firma della pace. L’8 maggio 1913 Aubrey Herbert denunciò alla Camera dei Comuni la scelta di lasciare al nuovo Stato soprattutto territori montani mentre pianure e centri di scambio venivano attribuiti agli Stati vicini. L’affermazione era parte di un intervento politico apertamente filalbanese e le cifre demografiche proposte da Herbert non vanno riprese senza verifica indipendente. Il nucleo della critica, tuttavia, corrisponde alla frattura territoriale ed economica descritta da Durham. [7]
La questione kosovara non fu quindi soltanto una controversia identitaria. La frontiera separò il nuovo Stato da città, vie di comunicazione e mercati che avrebbero potuto contribuire al suo sviluppo. Ciò aiuta a capire perché il tema sia rimasto vivo anche molto tempo dopo la chiusura delle conferenze. [6][7]
![Fig. 3 — Ponte storico nell’area albanese, raffigurato mediante una rielaborazione digitale a colori ispirata a una fotografia d’epoca inclusa nella documentazione di M. Edith Durham (1914). Immagine illustrativa delle vie di comunicazione, non testimonianza diretta della frontiera kosovara [13].](https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEiNOCIxhnVRaO6YKYGPwxTt8EdwVpMivmmlguvQxhVnjf72mKuqyjk_3DeiOK1FgVYDwMm7h0EfORl-6Sq-X4rs8tslF23lX4TT0FhgWz7JX4ztJLMtsnPTjgEvkoaSILJB5PCv5_2PIIQekjMd2XjE6Sb6wE9FyLH208XJSAUPQOgdPz7xpfAhgD0HlX8/s1600/image.jpeg)
Occupazioni e violenze: il prezzo umano della spartizione
Le guerre balcaniche non si limitarono a cambiare l’autorità amministrativa su una provincia ottomana. Furono accompagnate da violenze contro le popolazioni civili, espulsioni, distruzioni e trasferimenti forzati, in un contesto nel quale più eserciti e gruppi armati commisero abusi in varie aree della penisola. Il rapporto pubblicato nel 1914 dalla Commissione internazionale promossa dal Carnegie Endowment raccolse denunce e testimonianze riguardanti anche gli albanesi sotto l’occupazione serba e montenegrina. [8]
Nelle pagine dedicate alla guerra e alle nazionalità, il rapporto riproduce petizioni e accuse relative a Djakova, Peja, Plav, Gusinje e al precedente vilayet del Kosovo. Documenta l’esistenza di una vasta denuncia contemporanea, ma non autorizza a considerare automaticamente verificato ogni episodio e ogni numero in essa riferito. La commissione non poté svolgere un accertamento diretto su tutti i fatti narrati. Questa precisazione è necessaria tanto per la correttezza storica quanto per la forza probatoria dell’articolo. [8]
Le preoccupazioni arrivarono anche in Parlamento a Londra. In un’interrogazione dell’agosto 1913 Grey ammise di aver ricevuto notizie su restrizioni alla ricerca di cibo e agli spostamenti nell’area di Gjakova, mentre dichiarò di non avere conferme per altre specifiche accuse. Il valore di questa risposta è proprio nella distinzione fra notizie ricevute e fatti non confermati: mostra che le condizioni delle popolazioni entrarono nell’agenda diplomatica senza essere sempre oggetto di un’indagine conclusiva. [10]
![Fig. 4 — Case distrutte e civili nell’area albanese: rielaborazioni digitali a colori ispirate a fotografie storiche riportate nella documentazione di M. Edith Durham (1914). Sono immagini di contesto, non riproduzioni fedeli né prove fotografiche degli episodi avvenuti in Kosovo [13].](https://blogger.googleusercontent.com/img/b/R29vZ2xl/AVvXsEhPTgbPy5fQVWnxKEcm27iR8qTm47HhEfqP4lqVBpPwXdWlng4eKdLV-AyStaIF7Q6w8VVLocieU_4d6RWPhvXCT_Dud-aUH13befD4i3iLXD8XPxcJOZW5PGoYP_Ob_6o3AlM6QrbfbFcq_MJ86iet8X3YQyQvCrbZ4HIMK_EN-R4kHlPTn69Vf72VUXE/s1600/image.jpeg)
Le conseguenze delle decisioni territoriali non possono essere comprese limitandosi al colore che una carta assegna a una regione. Cambiarono le istituzioni, le autorità cui rivolgersi, il controllo militare, la sicurezza dei villaggi e la possibilità di muoversi fra aree un tempo collegate. In quei mesi la pace celebrata nelle cancellerie europee non ebbe ovunque lo stesso significato per gli abitanti. [6][8]
Dopo il 1913: una questione che non si chiuse a Londra
Alla fine della Prima guerra mondiale, la questione dei confini albanesi riemerse alla Conferenza di pace di Parigi. Nel febbraio 1919 una delegazione albanese ripropose le rivendicazioni sulle regioni assegnate a Serbia e Montenegro, facendo riferimento anche a Prishtina, Peja, Prizren, Ferizaj, Gjilan e ad altri distretti dell’antico spazio ottomano. Le affermazioni demografiche contenute nel memoriale erano argomenti della delegazione, non conclusioni statistiche adottate dalla Conferenza. Quel documento prova però che la delimitazione del 1913 non aveva chiuso la questione politica e nazionale. [9]
Il confine fu oggetto di ulteriori decisioni e rettifiche. Nel 1921 le potenze confermarono in larga misura l’impostazione del 1913 e incaricarono una nuova commissione di completare la delimitazione sul terreno. Il contenzioso sul monastero di San Naum dimostra quanto potessero rimanere ambigui alcuni tratti della linea: nel 1924 la Corte permanente di giustizia internazionale esaminò l’efficacia delle successive decisioni degli ambasciatori. Il caso non riguardava il Kosovo nel suo insieme, ma ricorda che il confine internazionale fu un procedimento protratto nel tempo, non un singolo gesto compiuto in una sola giornata del 1913. [11]
Nella storia del Kosovo, inoltre, il 1913 non può essere isolato dalle trasformazioni successive: il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni dopo il 1918, la Jugoslavia e le vicende del Novecento modificarono più volte l’ordinamento politico entro il quale la regione fu amministrata. Ma per comprendere perché non appartenne all’Albania del 1912–1913 occorre tornare al momento originario, quando gli eserciti controllavano il terreno e le potenze negoziavano quale assetto potesse evitare uno scontro più vasto. [2][11]
Perché, dunque, il Kosovo rimase fuori?
Se si mettono insieme le testimonianze contemporanee e gli studi d’archivio, la risposta appare più precisa di quanto suggerisca una formula come «lo decisero a Londra».
Il Kosovo rimase fuori dall’Albania perché, quando le grandi potenze negoziarono i confini del nuovo Stato, gran parte della regione era già occupata militarmente dalla Serbia e una parte occidentale rientrava nell’espansione del Montenegro; perché Belgrado attribuiva a quelle terre un valore nazionale e strategico irrinunciabile; perché la Russia sosteneva le posizioni dei suoi alleati balcanici; e perché l’Austria-Ungheria, nel tentativo di impedire alla Serbia di raggiungere l’Adriatico e di conservare Scutari all’Albania, accettò compromessi sulle città e sulle regioni interne. Londra cercò soprattutto un equilibrio tra le potenze, non una soluzione che facesse coincidere senza residui lingua, territorio e Stato. [1][2][5]
Questa spiegazione non cancella la storia serba del Kosovo, né la pluralità delle comunità che vi abitavano. Non cancella neppure il ruolo che Prizren, Peja, Gjakova, Prishtina e altri centri ebbero nel movimento nazionale albanese. Permette piuttosto di distinguere il fatto militare, la rivendicazione storica, l’argomento etnografico e la decisione diplomatica: elementi che nel 1913 furono intrecciati, ma non avevano lo stesso peso. [2][3][9]
Il passaggio più eloquente rimane quello del 7 aprile. Edward Grey disse che l’accordo era essenziale per la pace europea. Non disse che ogni popolazione coinvolta avesse scelto quel confine. Le potenze riuscirono a evitare nell’immediato una guerra fra loro; sul terreno lasciarono una questione destinata a percorrere l’intero Novecento.
È qui che si comprende la differenza fra la nascita di uno Stato e la nascita di una frontiera condivisa: l’Albania ottenne un posto sulla carta politica d’Europa, ma non tutti i territori nei quali il movimento nazionale albanese aveva preso forma. Il Kosovo fu una delle espressioni più profonde di quella distanza. La frontiera separò il nuovo Stato da una parte importante della storia nazionale albanese, senza cancellare i legami di lingua, cultura e memoria che la attraversavano.
Fonti e documentazione
La numerazione fra parentesi quadre nel testo rinvia alle fonti qui elencate. Le testimonianze e le memorie di parte sono indicate come tali; le valutazioni storiografiche sono tenute distinte dai documenti diplomatici originali.
[1] Parlamento britannico, Hansard, Camera dei Comuni, 7 aprile 1913, vol. 51, coll. 816–819, dichiarazione di Sir Edward Grey, «Montenegro (Great Powers)». Consulta la fonte
[2] Nicola C. Guy, Ethnic Nationalism, the Great Powers and the Question of Albanian Independence, 1912–1921, tesi di dottorato, Durham University, 2008, soprattutto pp. 89–103; per la sintesi metodologica, N. C. Guy, «Linguistic boundaries and geopolitical interests: the Albanian boundary commissions, 1878–1926», Journal of Historical Geography, 34, n. 3 (2008), pp. 448–470, DOI: 10.1016/j.jhg.2007.12.002. Consulta la fonte · DOI dell’articolo
[3] Lega di Prizren, risoluzioni e memorandum del giugno 1878, in Robert Elsie (a cura di), «Texts and Documents of Albanian History», «The Resolutions of the League of Prizren» (risoluzioni del 18 giugno 1878, traduzione e riproduzione documentaria). Per le rivendicazioni successive si veda anche il memoriale albanese del 1919 [9]. Consulta la fonte
[4] Muzeu Historik Kombëtar (Museo storico nazionale albanese), sezione «Hall of Albanian Renaissance», ricostruzione delle insurrezioni del 1912 e della proclamazione d’indipendenza del 28 novembre 1912. Consulta la fonte
[5] Trattato di Londra, 30 maggio 1913, artt. 2–3, riportati in Amedeo Giannini, L’Albania dall’indipendenza all’unione con l’Italia (1913–1939), 4ª ed., ISPI, 1940, pp. 13–14; Antonello Folco Biagini, Storia dell’Albania contemporanea, Bompiani, Milano, 2021, pp. 100–114, soprattutto pp. 100–103, 106–109, 114. Consulta la fonte
[6] M. Edith Durham, The Struggle for Scutari (Turk, Slav, and Albanian), Edward Arnold, Londra, 1914, soprattutto pp. 299–305 (in particolare pp. 304–305 sul mercato di Djakova/Gjakova). Testimonianza contemporanea di un’autrice filalbanese. Consulta la fonte
[7] Parlamento britannico, Hansard, Camera dei Comuni, 8 maggio 1913, vol. 52, coll. 2298–2302, intervento di Aubrey Herbert, «Albania and Montenegro». Consulta la fonte
[8] Carnegie Endowment for International Peace, Report of the International Commission to Inquire into the Causes and Conduct of the Balkan Wars, Washington, 1914, cap. IV, pp. 149–151. Il testo riporta anche denunce e testimonianze non tutte direttamente verificate dalla Commissione. Consulta la fonte
[9] U.S. Department of State, Foreign Relations of the United States, The Paris Peace Conference 1919, vol. IV, doc. 6, addendum «Albanian Claims», dichiarazione della delegazione albanese del 24 febbraio 1919. Le statistiche sono rivendicazioni di parte. Consulta la fonte
[10] Parlamento britannico, Hansard, risposte scritte, 8 agosto 1913, vol. 56, coll. 1935–1936W, «War in Balkans», domande di Aubrey Herbert e risposte di Sir Edward Grey. Consulta la fonte
[11] Corte permanente di giustizia internazionale, Question of the Monastery of Saint-Naoum (Albanian Frontier), parere consultivo n. 9, 4 settembre 1924, in particolare pp. 13–22 della versione inglese e dispositivo a p. 22. Consulta la fonte
[12] N. Lako, Carte ethnographique de l’Albanie, 1918, esemplare della Library of Congress, Geography and Map Division, Library of Congress Control Number (LCCN) 88694253, con annotazioni manoscritte del 1919 sui confini esistenti e proposti. Consulta la carta originale
[13] Apparato iconografico. M. Edith Durham, The Struggle for Scutari (Turk, Slav, and Albanian), Edward Arnold, Londra, 1914. Le pagine 119, 257 e 343 riportate per le tavole si riferiscono alla scansione consultata, non necessariamente alla paginazione del volume. Le immagini a colori qui riprodotte sono rielaborazioni digitali, non restauri fotografici documentariamente fedeli: alcuni dettagli possono differire dalle fotografie originali. Sono illustrazioni di contesto, non testimonianze dirette degli specifici episodi narrati in Kosovo. L’inclusione di una fotografia nel volume non ne dimostra, da sola, la paternità. Consulta il volume del 1914


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