I confini del 1913 e il progetto segreto di spartizione del 1915
Dal Trattato di pace del 30 maggio 1913 al Patto segreto del 26 aprile 1915: come le Grandi Potenze definirono lo Stato albanese, ne tracciarono le frontiere e, due anni dopo, tornarono a negoziarne il territorio.
ELTON VARFI
Fig. 1 — Ricostruzione visiva della Conferenza degli Ambasciatori a Londra, sede delle decisioni che definirono l’assetto internazionale dell’Albania nel 1913. Immagine editoriale ricostruttiva, non fotografia d’epoca.
Fig. 1 — Ricostruzione visiva della Conferenza degli Ambasciatori a Londra, sede delle decisioni che definirono l’assetto internazionale dell’Albania nel 1913. Immagine editoriale ricostruttiva, non fotografia d’epoca.

L’indipendenza non bastava: bisognava decidere i confini dell’Albania

Quando l’Albania proclamò la propria indipendenza a Valona il 28 novembre 1912, il problema politico non era affatto risolto. Era stato affermato il principio dell’esistenza di uno Stato albanese, ma restavano da determinare la sua forma, il suo grado di sovranità e, soprattutto, i suoi confini. In quelle settimane gli eserciti della Lega balcanica occupavano vaste aree dell’ex spazio ottomano europeo e ciascuno degli Stati confinanti avanzava pretese che, se accolte integralmente, avrebbero lasciato ben poco territorio a un’Albania indipendente.

Qui sta la distinzione da cui dipende l’intera ricostruzione. Il Trattato di Londra del 30 maggio 1913 non disegnò una carta dettagliata dell’Albania e non elencò, città per città, ciò che sarebbe rimasto dentro o fuori. Escluse l’Albania dalla cessione generale dei territori ottomani e affidò alle sei Grandi Potenze la definizione delle sue frontiere e delle altre questioni concernenti il nuovo Stato. La linea concreta venne quindi costruita attraverso le decisioni della Conferenza degli Ambasciatori, il lavoro delle commissioni internazionali e i protocolli di delimitazione.

Non è una distinzione terminologica, ma il filo che unisce tutti i documenti: nel processo londinese del 1913 il Trattato affida alle Potenze la questione albanese e la Conferenza degli Ambasciatori, con i successivi protocolli, definisce lo Stato e ne traccia le frontiere; nel 1915, nel pieno della guerra europea, un nuovo accordo segreto torna a trattare parti del suo territorio come materia di compensazione diplomatica.

Fonti di base: Amedeo Giannini, L’Albania dall’indipendenza all’unione con l’Italia (1913-1939), 4ª ed., ISPI, 1939; documenti riprodotti in appendice. Per il Patto del 1915: U.S. Department of State, FRUS 1917, Supplement 2, vol. I, doc. 416.

1. Prima di Londra: quattro progetti territoriali sull’Albania

Amedeo Giannini apre la sua ricostruzione ricordando che Austria-Ungheria e Italia, pur rivali nell’Adriatico, finirono per convergere su un punto: nessuna delle due poteva accettare che l’altra ottenesse un controllo predominante sull’intera costa albanese. La prospettiva che l’Austria-Ungheria si spingesse fino a Valona e quindi verso il canale d’Otranto era percepita a Roma come una minaccia strategica. Il contrasto tra le due potenze contribuì paradossalmente a sostenere la soluzione di un’Albania separata dagli Stati balcanici confinanti.

Le aspirazioni di Montenegro, Serbia, Bulgaria e Grecia andavano invece in direzione opposta. Nel quadro sintetizzato da Giannini, il Montenegro mirava ad annettere Scutari e il territorio fino al Drin; la Serbia voleva un corridoio verso l’Adriatico e Durazzo; la Bulgaria guardava a una porzione dell’area del lago di Ochrida come parte della questione macedone; la Grecia aspirava a spingersi nell’Albania meridionale fino al fiume Semani. Queste erano rivendicazioni, non ancora decisioni. Ma indicano bene la pressione territoriale entro la quale nacque il compromesso internazionale del 1913.

La questione di Scutari fu particolarmente drammatica. Il Montenegro riuscì a occupare la città, ma la pressione delle Grandi Potenze impose che Scutari restasse nel nuovo Stato albanese. La Serbia, dal canto suo, non ottenne Durazzo né un corridoio sovrano fino al mare. La Grecia non ottenne la linea del Semani. Tuttavia, il fatto che queste pretese massime fossero respinte non significò che l’Albania ottenesse i confini reclamati dagli albanesi: il compromesso avrebbe lasciato fuori una serie di regioni e centri che la diplomazia albanese avrebbe poi continuato a rivendicare.

Giannini, cap. I, pp. 11-16 dell’edizione riprodotta nel PDF; nel dossier: sezioni 2.1 e 7.

2. Il Trattato di Londra del 30 maggio 1913: che cosa dice davvero sull’Albania

Il Trattato di pace firmato a Londra il 30 maggio 1913 concluse la Prima guerra balcanica tra l’Impero ottomano e gli Stati della Lega balcanica. Per la questione albanese sono decisivi soprattutto gli articoli 2 e 3, mentre l’articolo 1 stabilisce la pace e l’amicizia tra le parti.

L’articolo 2: l’Albania viene esclusa dalla cessione generale dei territori ottomani

L’articolo 2 dispone che l’Impero ottomano ceda agli Stati alleati tutti i propri territori europei situati a ovest della linea Enos-Midia, con una eccezione espressa: l’Albania. Questo passaggio è fondamentale perché impedisce che il territorio albanese venga trattato semplicemente come parte del bottino territoriale ceduto in blocco ai vincitori balcanici. L’eccezione, tuttavia, non definisce ancora cosa debba intendersi geograficamente per “Albania”.

L’articolo 3: la frontiera viene consegnata alle Grandi Potenze

Il vero nodo è l’articolo 3. Il Sultano e i sovrani alleati affidano alle sei Grandi Potenze - Germania, Austria-Ungheria, Francia, Gran Bretagna, Italia e Russia - il compito di regolare la delimitazione delle frontiere dell’Albania e tutte le altre questioni concernenti il Paese. In altri termini, il Trattato non chiude la questione albanese: la trasferisce alla Conferenza degli Ambasciatori.

Giannini osserva anche una sottigliezza giuridica. Se si legge l’articolo 3 isolatamente, l’Albania appare già come un’entità distinta di cui resta soltanto da tracciare il territorio. Se però lo si collega all’articolo 2, poteva sorgere il dubbio teorico che l’esclusione dell’Albania dalla cessione lasciasse sussistere una qualche sovranità ottomana. Secondo l’autore, questa tesi non ebbe seguito pratico: gli Alleati non la considerarono e la Turchia non rivendicò un effettivo ritorno della propria sovranità sul Paese. Le decisioni successive della Conferenza degli Ambasciatori avrebbero escluso espressamente ogni vincolo di suzeraineté con la Porta.

Punto chiave: il Trattato del 30 maggio 1913 non “disegna” da solo l’Albania. Esso sottrae l’Albania alla cessione generale dei territori ottomani e affida alle sei Potenze il potere di definirne confini e assetto.
Fig. 2 — Pagina 13 di Amedeo Giannini: riproduzione degli artt. 1-3 del Trattato di Londra del 30 maggio 1913. Scansione restaurata e portata in alta risoluzione senza ricreare il testo.
Fig. 2 — Pagina 13 di Amedeo Giannini: riproduzione degli artt. 1-3 del Trattato di Londra del 30 maggio 1913. Scansione restaurata e portata in alta risoluzione senza ricreare il testo.
Fonte: A. Giannini, L’Albania dall’indipendenza all’unione con l’Italia, p. 13 dell’edizione riprodotta.

3. La Conferenza degli Ambasciatori: dal mandato del Trattato alla nascita dello Stato

La Conferenza degli Ambasciatori a Londra, iniziata nel dicembre 1912 e protrattasi nel 1914, divenne quindi il luogo nel quale le Grandi Potenze trasformarono il principio di un’Albania separata in un ordinamento statale concreto. La decisione del 29 luglio 1913 costituisce uno dei documenti più importanti dell’intera vicenda.

Il testo riprodotto da Giannini è articolato in undici punti. L’Albania viene costituita come principato autonomo, sovrano ed ereditario secondo l’ordine di primogenitura e posta sotto la garanzia delle sei Potenze. Il Principe deve essere designato dalle stesse Potenze. Ogni legame di suzeraineté con la Turchia è escluso. Il Paese è neutralizzato e la sua neutralità è garantita internazionalmente. Il controllo dell’amministrazione civile e delle finanze è affidato a una Commissione internazionale composta dai delegati delle sei Potenze e da un delegato albanese.

La Commissione deve elaborare l’organizzazione dettagliata dell’amministrazione, presentare un rapporto alle Potenze e, fino alla nomina del Principe e alla formazione di un governo nazionale definitivo, controllare il funzionamento delle autorità esistenti e della gendarmeria. Il documento stabilisce inoltre l’organizzazione internazionale della forza di pubblica sicurezza e prevede ufficiali stranieri con comando effettivo. Il testo riprodotto da Giannini indica al punto 9 che questi ufficiali avrebbero dovuto essere scelti nell’esercito svedese; nella fase concreta, tuttavia, l’organizzazione della gendarmeria venne affidata a ufficiali olandesi. È un esempio utile di come le decisioni diplomatiche potessero essere modificate nella loro esecuzione.

Il materiale di Giannini conserva anche una discrepanza utile da segnalare: nel racconto del capitolo I i poteri della Commissione internazionale sono indicati in cinque anni; nel testo documentario dell’appendice, al punto 5, la durata è invece di dieci anni, rinnovabili in caso di necessità. Nella ricostruzione va quindi privilegiato il testo dell’atto, mantenendo però visibile l’incongruenza della fonte.

Giannini, Documento I, pp. 195-196. La decisione del 29 luglio 1913 è richiamata anche dal Ministero per l’Europa e gli Affari Esteri della Repubblica d’Albania. Per la successiva missione olandese: Museo delle Forze Armate albanesi, sezione sul Principato.

4. Lo Statuto del 1914: indivisibilità e inalienabilità del territorio

Il passaggio istituzionale successivo avvenne il 10 aprile 1914, quando la Commissione internazionale approvò a Valona lo Statuto dell’Albania, un testo di 216 articoli. Ai fini territoriali, i primi tre sono particolarmente importanti.

L’articolo 1 definisce l’Albania come principato costituzionale sovrano ed ereditario sotto la garanzia delle sei Grandi Potenze. L’articolo 2 contiene una formula di grande rilievo: l’Albania è indivisibile e il suo territorio è inalienabile. Le frontiere sono quelle determinate dalle sei Potenze e non possono essere cambiate o rettificate se non per legge e con la previa approvazione delle stesse Potenze. L’articolo 3 conferma la neutralizzazione dell’Albania, pur riconoscendo al Paese il diritto di adottare le misure necessarie alla difesa del territorio; stabilisce inoltre un regime particolare per il porto commerciale servito dalla prevista ferrovia internazionale tra Serbia e Adriatico, con il divieto di fortificarlo.

La formula acquista un peso particolare alla luce di ciò che avverrà nel 1915: il territorio che lo Statuto definiva indivisibile e inalienabile sarebbe tornato, nel quadro delle compensazioni di guerra, al centro di un negoziato segreto.

Giannini, Documento II, pp. 197-198; cap. I, p. 16.

5. Il confine settentrionale: dal Boyana al lago di Ochrida

La frontiera settentrionale non può essere compresa attraverso formule generiche. Il documento riprodotto da Giannini come protocollo per la delimitazione dell’Albania settentrionale, elaborato nel quadro della Conferenza degli Ambasciatori del 1913, descrive una linea costruita attraverso fiumi, creste montuose, villaggi, tribù e distretti. Seguendo quella linea si vede, concretamente, quali territori venivano inclusi nello Stato albanese e quali restavano fuori; per il settore nord e nord-est, tuttavia, la tracciatura materiale sul terreno sarebbe stata ripresa e rettificata dopo la guerra.

Il confine parte dall’Adriatico alla foce della Boyana, l’attuale Buna/Bojana, e segue il thalweg del fiume fino al villaggio di Goritza. Da lì raggiunge le alture che separano la Boyana dal lago di Scutari, lasciando il Taraboche all’Albania. Attraversa il lago presso Dedire-Zogay, anch’esso lasciato all’Albania, e arriva alla baia di Licheni-Hoti.

A questo punto la linea diventa anche una frontiera tra comunità tribali. Gruda e Hoti vengono cedute al Montenegro; Kastrati e Klementi rimangono all’Albania. Il confine prosegue lungo la separazione tra i Koutchi montenegrini e i Klementi, fino ai territori di Gusinje e Plav, che con le loro dipendenze sono lasciati al Montenegro. Da qui segue la catena principale e lo spartiacque tra il bacino del Lim e quello del Drin.

Più a sud-est, il protocollo stabilisce che la linea raggiunga la cresta delle colline a sud di Gjakova - nel documento “Diakowa” - lasciando la città fuori dall’Albania. Prosegue poi fino al Drin Bianco, ne segue il corso fino a ovest di Prizren e lascia il distretto di Luma all’Albania. Da Luma risale la cresta del Korab: la Bassa Dibra resta al nuovo Stato albanese, mentre il distretto di Reka ne rimane fuori.

Poco a nord della città di Dibra, l’attuale Debar, il confine abbandona la cresta; la città viene lasciata fuori dall’Albania. La linea raggiunge il Drin Nero, lo risale fino a Zoukowo e poi segue le creste che separano il bacino del Drin da quello dello Skumbi. Anche Struga resta fuori. Infine il confine raggiunge la riva del lago di Ochrida, l’attuale lago di Ohrid, nei dintorni del villaggio di Lin.

Il testo del protocollo permette quindi di stabilire una prima serie di inclusioni ed esclusioni. Rimangono all’Albania Taraboche, Dedire-Zogay, Kastrati, Klementi, Luma e la Bassa Dibra. Restano fuori Gruda, Hoti, Gusinje, Plav, Gjakova, Reka, Dibra città e Struga; Prizren è collocata a est del tracciato. Nel riassunto narrativo Giannini aggiunge che la Serbia ottenne Prizren, Ipek/Peć, Gjakova e Prilep: questa indicazione va letta come sintesi dell’assetto territoriale riferita dall’autore e non come elenco letterale del protocollo. Per Prilep, in particolare, l’articolo non la assume come località attribuita dal protocollo albanese, ma registra esclusivamente il dato così come compare nel riepilogo di Giannini.

Giannini, Documento XVIII, pp. 266-267; cap. I, p. 15.

6. Il confine meridionale: mandato, criteri e territori da attribuire

Per il confine meridionale la Conferenza di Londra diede alla Commissione internazionale un mandato particolarmente dettagliato. Il territorio nel quale la Commissione doveva operare era delimitato, a ovest, dalle montagne che separavano la regione costiera attribuita all’Albania fino a Phtelia dalla valle di Argirocastro; a nord-est, dalla frontiera dell’antico caza ottomano di Koritza. Tra queste due aree, il memorandum di Venizelos costituiva uno dei riferimenti settentrionali del campo di lavoro, mentre a sud e sud-est la Commissione avrebbe dovuto spingersi fino alla linea proposta da Austria-Ungheria e Italia.

Le decisioni londinesi dell’agosto 1913 fissavano però alcuni punti di principio per il settore meridionale. Dovevano far parte dell’Albania la regione costiera fino a Phtelia, compresa l’isola di Saseno; la regione situata a nord della linea greca; l’antico caza di Koritza; e la riva occidentale e meridionale del lago di Ochrida dal villaggio di Lin fino al monastero di Svet Naum. Proprio sul significato dell’ultimo tratto, tuttavia, sarebbe nata una controversia: nel 1924 la Corte permanente di giustizia internazionale ritenne che i testi del 1913 non fossero sufficientemente precisi per considerare definitivamente fissata la frontiera al monastero di San Naum.

La delimitazione avrebbe dovuto basarsi su criteri etnografici e geografici. Per gli accertamenti etnografici, la Commissione doveva rilevare la lingua materna, cioè la lingua parlata nelle famiglie. Il testo escludeva invece che si tenesse conto di tentativi di plebiscito o di altre manifestazioni politiche. Per i distretti abitati dai Koutzo-Valaques, la Commissione avrebbe dovuto accertare la nazionalità, lasciando poi alle Potenze la decisione finale sull’attribuzione all’Albania o alla Grecia. Infine, entro un mese dalla conclusione dei lavori, le truppe greche avrebbero dovuto evacuare i territori assegnati all’Albania.

Giannini, Documento XX, pp. 270-271.

7. Il Protocollo di Firenze del 17 dicembre 1913: la linea punto per punto

Il Protocollo di Firenze del 17 dicembre 1913 trasformò quel mandato in una linea concreta. È uno dei documenti più importanti per comprendere il confine tra Albania e Grecia, perché non si limita a una formula politica: segue creste, quote, fiumi e villaggi.

La linea parte dal cosiddetto punto C, quota 1738 sulla carta austriaca, a nord-est di Mandra Nikolica, dove il limite meridionale del caza di Koritza incontra la cresta del Grammos. Da qui procede verso sud lungo la cresta fino a Mavri Pétra, passa per le quote 2536 e 2019 e raggiunge Golo. Segue poi lo spartiacque fino alla quota 1740, passa tra i villaggi di Badati e Kursaka e si dirige verso la collina a nord-est di Kukesi, da dove scende fino al Sarandaporos.

Il confine segue il letto del Sarandaporos fino alla confluenza con la Vojoussa, la Vjosa. Da lì raggiunge la sommità del monte Tumba, passando tra Zipaliça e Messaria e per le quote 956 e 2000. Dal monte Tumba piega verso ovest alla quota 1621, passando a nord di Zrimazes, quindi segue nuovamente lo spartiacque fino all’altura a nord-est di Episkopi.

È in questo tratto che il protocollo comincia a precisare esplicitamente il destino di singoli villaggi: Badati resta all’Albania, mentre Gaidohor resta alla Grecia. La linea scende nella valle dello Ziinos, attraversa il fiume e risale sulla collina di Kakavia, che rimane all’Albania. Poi segue ancora lo spartiacque: Valtista e Kastaniani restano alla Grecia, Kossoviça all’Albania, fino a raggiungere Murgana, quota 2124.

Dal Murgana la frontiera prosegue verso Stugara e, passando per Vertop e quota 750, lascia Janiari e Yerva all’Albania. Passa poi per le quote 1014, 675 e 839, piega verso nord-ovest e lascia Konispoli all’Albania. Infine segue la cresta delle colline Stilo e Orba e, prima della quota 254, gira verso sud fino alla baia di Phtelia.

Nel riassunto generale Giannini osserva che la Grecia, pur non ottenendo tutta l’Albania meridionale rivendicata, ebbe Janina. Anche questo dato va tenuto distinto dal tracciato tecnico del Protocollo di Firenze: il protocollo descrive la linea e nomina alcune località poste su un lato o sull’altro; l’affermazione su Janina appartiene invece alla sintesi politica di Giannini sull’assetto balcanico complessivo e non viene qui presentata come una clausola del Protocollo di Firenze.

Fig. 3 — Documento XIX: prima pagina del Protocollo di Firenze del 17 dicembre 1913, con l’inizio della descrizione della frontiera meridionale dell’Albania. Scansione restaurata e portata in alta risoluzione senza ricreare il testo.
Fig. 3 — Documento XIX: prima pagina del Protocollo di Firenze del 17 dicembre 1913, con l’inizio della descrizione della frontiera meridionale dell’Albania. Scansione restaurata e portata in alta risoluzione senza ricreare il testo.
Fonte: A. Giannini, Documenti, pp. 268-269.

8. I territori rimasti fuori: ciò che i documenti consentono di affermare

Parlare dei “territori rimasti fuori dall’Albania” richiede precisione, perché le fonti operano su piani diversi. Alcune località sono dichiarate espressamente esterne dai protocolli; altre risultano esterne perché il confine passa a ovest o a nord di esse; altre ancora sono citate da Giannini nel suo riassunto; infine, un gruppo più vasto di territori compare nelle rivendicazioni albanesi presentate dopo la guerra. Confondere queste categorie produce un elenco apparentemente più ampio, ma storicamente meno rigoroso.

Nel settore montenegrino

Il protocollo settentrionale lascia al Montenegro Gruda e Hoti, Gusinje e Plav con le loro dipendenze. Scutari costituisce invece il caso opposto: fu occupata e rivendicata dal Montenegro, ma rimase all’Albania. Il confine non accolse quindi la pretesa montenegrina di spingersi fino al Drin, anche se assegnò al Montenegro territori tribali e montani che la parte albanese avrebbe successivamente considerato parte del proprio spazio nazionale.

Nel settore serbo e nell’area poi jugoslava

Il testo del protocollo lascia fuori Gjakova, Reka, Dibra città e Struga; colloca Prizren a est della linea e lascia Luma e la Bassa Dibra all’Albania. Giannini, nel suo riepilogo, aggiunge Prizren, Ipek/Peć, Gjakova e Prilep tra i centri ottenuti dalla Serbia: questa è una sintesi dell’autore, distinta dal tenore letterale del protocollo. Nella terminologia contemporanea, una parte importante di questi centri appartiene oggi al Kosovo o alla Macedonia del Nord; nel 1913, però, il criterio da seguire è quello dei distretti e delle località ottomane e delle nuove attribuzioni statali, non quello delle frontiere odierne.

Nel settore greco

Il Protocollo di Firenze lascia alla Grecia Gaidohor, Valtista e Kastaniani, mentre mantiene all’Albania Badati, Kakavia, Kossoviça, Janiari, Yerva e Konispoli. Giannini indica inoltre Janina tra i centri passati alla Grecia nel più ampio riassetto seguito alle guerre balcaniche; l’articolo mantiene deliberatamente separato questo riepilogo dal contenuto letterale del Protocollo di Firenze. La regione meridionale fu il terreno più controverso perché la parte greca rivendicava un’area molto più ampia, spesso indicata nei memoriali greci dell’epoca come “Epiro del Nord”, mentre la parte albanese sosteneva una linea etnografica assai più meridionale.

Un quadro sintetico delle attribuzioni esplicite nei documenti del 1913

Per fissare con immediatezza il dato territoriale, conviene separare le attribuzioni espresse nei protocolli dalle sintesi narrative di Giannini. Il quadro seguente raccoglie soltanto località e aree nominate in modo esplicito nelle fonti utilizzate; non va letto come un elenco completo di ogni villaggio compreso da un lato o dall’altro della linea.

Fig. 4 — Le frontiere dell’Albania nel 1913. Carta editoriale di sintesi basata sui protocolli di delimitazione e sulle località richiamate nel testo.
Fig. 4 — Le frontiere dell’Albania nel 1913. Carta editoriale di sintesi basata sui protocolli di delimitazione e sulle località richiamate nel testo.
Elaborazione grafica editoriale sulla base dei Documenti XVIII, XIX e XX riprodotti da Giannini; la carta ha funzione orientativa e di sintesi.
Settore Località/aree nominate Esito documentato Fonte
Montenegrino Gruda; Hoti; Gusinje; Plav e dipendenze Fuori dall’Albania; attribuite al Montenegro nel protocollo settentrionale. Documento XVIII
Serbo / orientale Gjakova; Reka; Dibra città; Struga; Prizren a est della linea. Giannini aggiunge Ipek/Peć e Prilep nel riepilogo. Fuori dall’Albania secondo il tracciato o il riepilogo della fonte. Documento XVIII; cap. I
Meridionale / greco Gaidohor; Valtista; Kastaniani; Janina nel riepilogo di Giannini. Alla Grecia; Janina è indicata nel riepilogo narrativo, non nel dettaglio del Protocollo di Firenze. Documento XIX; cap. I
Territori mantenuti all’Albania Scutari; Kastrati; Klementi; Luma; Bassa Dibra; Badati; Kakavia; Kossoviça; Janiari; Yerva; Konispoli; caza di Koritza; costa fino a Phtelia. Dentro lo Stato albanese nei passaggi documentari considerati. Documenti XVIII-XIX-XX
Nota: la carta non sostituisce i protocolli diplomatici e non pretende di riprodurre ogni dettaglio topografico della delimitazione sul terreno.

9. La risposta albanese: la “frontiera etnografica” rivendicata dopo la guerra

Il materiale raccolto da Giannini consente di vedere non solo ciò che le Potenze decisero, ma anche come la diplomazia albanese descrisse successivamente la perdita territoriale del 1913. Alla Conferenza della pace di Parigi, la Delegazione albanese presentò un programma massimo fondato sull’idea di una “frontiera etnografica”. È importante riportarlo come rivendicazione della parte albanese, non come semplice descrizione neutrale della situazione demografica.

Secondo i memoriali riassunti da Giannini, la Delegazione sosteneva che il Congresso di Berlino del 1878 e la Conferenza di Londra del 1913 avessero incorporato territori albanesi nel Montenegro, nella Serbia e nella Grecia. La linea rivendicata partiva dalla baia di Spitza, a nord di Antivari, si dirigeva verso nord-est includendo Touri, Hoti, Gruda e Triepchi e la città di Podgorica. Seguendo poi le frontiere montenegrine anteriori al 1912, comprendeva il distretto di Ipek, la parte orientale del distretto di Mitrovitza, i distretti di Prichtina, Guilan, Ferizovitch e Katchanik, una parte del distretto di Uskub, quindi Kankandelen, Gostivar, Kertchov e Dibra.

Da Dibra la linea avrebbe raggiunto il Mal i Thate, tra i laghi di Okrida e Prespa; da quel punto avrebbe seguito il tracciato del 1913 fino alla cresta del Grammos e sarebbe proseguita verso sud fino al golfo di Prevesa. Giannini riferisce che la Delegazione definiva tutti i territori a ovest di questa linea come “Albania etnica e storica”.

La stessa Delegazione affermava che in questo spazio vivessero due milioni e mezzo di albanesi: un milione entro i confini assegnati nel 1913 e un milione e mezzo nelle regioni cedute a Montenegro, Serbia e Grecia. Sosteneva inoltre che gli albanesi formassero circa l’80 per cento della popolazione nei territori rivendicati e che in aree come Ipek, Gjakova, Prizren e Tchameria gli elementi slavi o greci fossero minoritari. Queste cifre sono parte dell’argomentazione diplomatica albanese e vanno presentate come tali: non sono statistiche indipendenti validate dalla Conferenza.

Giannini aggiunge che, nella formulazione più estesa, per “integrità territoriale” alcuni ambienti albanesi facevano riferimento ai vecchi vilayet ottomani di Scutari, Kosovo, Monastir e Janina, oltre a una parte di quello di Salonicco. Anche questo è un programma politico e territoriale, non il confine che le Potenze avevano riconosciuto nel 1913.

Giannini, cap. IX, pp. 63-68. I dati demografici sono qui riportati come rivendicazioni della Delegazione albanese, non come misurazioni neutrali.

10. Le rivendicazioni dei vicini: perché volevano quei territori

Per capire il confine del 1913 non basta sapere dove fu tracciato. Bisogna capire quali argomenti venivano utilizzati per spostarlo. I memoriali richiamati da Giannini mostrano che le parti non parlavano soltanto di etnia: utilizzavano storia, geografia, strategia, economia, accesso ai porti e controllo delle comunicazioni.

Montenegro: Scutari come “porta” economica e strategica

Nel memoriale montenegrino del 5 marzo 1919, che riprendeva argomenti già presenti nel 1913, Scutari veniva rivendicata per ragioni storiche, geografiche, strategiche, etniche ed economiche. La Boiana era vista come naturale sbocco del Montenegro verso il mare e il controllo di Scutari come condizione per regolare il fiume, bonificare territori e sviluppare l’economia. Queste erano argomentazioni della parte montenegrina; non furono sufficienti a rovesciare la decisione che manteneva Scutari all’Albania.

Serbia e poi Jugoslavia: Durazzo, il Drin e la sicurezza strategica

Giannini sintetizza le aspirazioni serbe e jugoslave in tre livelli: programma massimo, Durazzo; programma medio, il Drin; programma minimo, una rettifica del confine che lo rendesse strategicamente sicuro. L’aspirazione a Durazzo avrebbe comportato, secondo l’autore, l’annessione di tutta l’Albania settentrionale e di una parte rilevante di quella centrale, fino alla Voiussa. Nei memoriali jugoslavi, Scutari e la Boiana erano inoltre collegate al progetto di una ferrovia Danubio-Adriatico.

Grecia: la linea della Voiussa e la questione di Koritza

Nel Mémoire sur les frontières de l’Epire presentato nel 1913, il Governo greco proponeva una frontiera che risalisse la Voiussa dalla foce fino a Clissura, seguisse i monti Dangli e raggiungesse il sistema montuoso che separa i laghi di Okrida, Prespa e Malik dai bacini del Devoli e dello Skumbi. Poiché le condizioni internazionali rendevano impraticabile una pretesa su Valona, la proposta venne arretrata a sud del porto: dalla baia di Gramata verso i monti Keravnia, Kjore, Cepin e Suhogora, fino alla confluenza del Drin e della Voiussa e quindi a Clissura.

La questione di Koritza, l’attuale Korçë, divenne particolarmente sensibile. I memoriali greci richiamavano scuole, istituzioni comunitarie e coscienza nazionale della popolazione ortodossa; la parte albanese contestava l’equivalenza automatica tra appartenenza religiosa ortodossa e nazionalità greca. La Conferenza del 1913 e le decisioni successive mantennero l’antico caza di Koritza nell’Albania. Anche qui, dunque, il confine fu il risultato di un compromesso tra criteri etnografici, geografici e strategici, non l’applicazione meccanica di una sola regola.

Giannini, capp. VI-VIII, pp. 49-61.

11. Il 1914: l’ordine creato a Londra si sfalda

L’assetto del 1913 ebbe pochissimo tempo per consolidarsi. Il Principato di Guglielmo di Wied entrò rapidamente in crisi e, con lo scoppio della Prima guerra mondiale, il territorio albanese tornò a essere attraversato da occupazioni e centri di potere concorrenti. Giannini descrive una situazione nella quale Scutari era amministrata da una commissione locale, i Mirditi conservavano il loro ordinamento tradizionale, i Malissori vivevano nel loro regime patriarcale, Essad pascià dominava Tirana, Durazzo e la zona centrale, l’Albania meridionale era occupata da forze greche e Valona era amministrata localmente.

Nell’autunno del 1914 l’Italia, ancora neutrale, inviò a Valona una missione della Marina e prese possesso dell’isola di Saseno. Nello stesso periodo forze greche sbarcarono a Santi Quaranta e occuparono i distretti di Argirocastro e Premeti. La scansione cronologica di Giannini presenta qui una incongruenza interna nelle date di ottobre; per questo è più prudente trattenere il dato sostanziale - la contemporanea penetrazione italiana e greca - senza fondare la ricostruzione su quella singola data stampata.

Quando l’Italia cominciò a negoziare con l’Intesa il proprio ingresso in guerra, l’Albania non era dunque uno Stato stabilmente organizzato entro i confini del 1913, ma un territorio formalmente riconosciuto e internazionalmente garantito che, sul terreno, era di nuovo frammentato. Fu in questo contesto che nacque il Patto di Londra.

Giannini, pp. 18-20 e cap. II.

12. Il Patto di Londra del 26 aprile 1915: l’Albania nel negoziato segreto dell’Intesa

Una precisione documentaria è necessaria prima di entrare nelle clausole. Giannini apre il capitolo dedicato al Patto indicando il 24 aprile 1915, ma in un altro punto dello stesso volume usa il 26 aprile. Il testo diplomatico pubblicato negli atti del Dipartimento di Stato statunitense reca la firma del 26 aprile 1915: è questa la data da adottare per l’accordo.

U.S. Department of State, Office of the Historian, FRUS 1917 Supplement 2, vol. I, doc. 416: firma del 26 aprile 1915 e testo degli artt. 5-7 e 16.

13. Come si arrivò al Patto: Valona, Durazzo e l’idea di una piccola Albania centrale

Secondo i documenti diplomatici utilizzati da Giannini, già alla fine di luglio 1914 il Governo francese si era mostrato favorevole a che, nella futura sistemazione, l’Italia ottenesse il Trentino e Valona, mentre Serbia e Grecia avrebbero ricevuto a loro volta compensazioni territoriali sull’Adriatico. La Gran Bretagna era pronta ad aggiungere Trieste alle concessioni italiane. Il ministro russo Sazonov riconosceva l’interesse italiano su Valona.

Quando le condizioni dell’ingresso italiano in guerra cominciarono a prendere forma, Roma insistette perché Durazzo restasse a un’Albania centrale indipendente, mentre Valona e Saseno sarebbero passate sotto piena sovranità italiana insieme a un territorio abbastanza ampio da garantirne la difesa. Giannini riassume questa fascia, in modo approssimativo, tra la Voiussa a nord-est e la frontiera settentrionale del distretto di Chimara a sud.

La Russia premeva invece per una soluzione più favorevole alla Serbia, al Montenegro e alla Grecia. Giannini ricostruisce un orientamento russo favorevole a far confinare Serbia e Grecia attraverso territorio albanese, attribuendo alla Grecia l’Epiro e alla Serbia e al Montenegro l’Albania settentrionale fino al Drin. L’Italia continuava a sostenere l’esistenza di un’Albania indipendente con Durazzo capitale, ma accettava, a determinate condizioni, di non opporsi a una spartizione delle zone settentrionali e meridionali.

Questa è la premessa indispensabile per leggere correttamente gli articoli 5, 6 e 7: non tre clausole isolate, ma il risultato di un negoziato nel quale l’Adriatico, l’ingresso in guerra dell’Italia e le aspirazioni balcaniche venivano trattati nello stesso pacchetto.

Giannini, cap. II, pp. 25-29.

14. Articolo 5: la costa adriatica e Durazzo

L’articolo 5 del Patto riguarda in primo luogo la Dalmazia e la sistemazione dell’Adriatico, ma contiene due disposizioni direttamente rilevanti per l’Albania. Da una parte, prevede una vasta neutralizzazione della costa adriatica; dall’altra, nella nota territoriale, include San Giovanni di Medua tra i porti del settore destinato agli Stati slavi meridionali e stabilisce che il porto di Durazzo venga assegnato allo Stato indipendente musulmano d’Albania.

La formula è significativa. Durazzo non viene destinata all’Italia né alla Serbia: deve costituire lo sbocco di un’entità albanese indipendente. Ma questa indipendenza, come chiarirà l’articolo 7, non implica necessariamente la conservazione dell’Albania del 1913 nella sua interezza. Il Patto immagina infatti un possibile Stato albanese centrale molto più piccolo.

FRUS 1917 Supplement 2, vol. I, doc. 416, art. 5 e nota territoriale.

15. Articolo 6: Valona e Saseno all’Italia

L’articolo 6 è netto: l’Italia deve ricevere la piena sovranità su Valona, sull’isola di Saseno e su un territorio circostante abbastanza esteso da garantire militarmente questi punti. Il testo ufficiale colloca approssimativamente questo territorio tra la Voiussa a nord e a est e la frontiera del distretto di Chimara a sud.

Il significato strategico è evidente. Valona controllava l’accesso orientale al canale d’Otranto; Saseno, posta davanti alla baia, completava il dispositivo. Nel 1913 l’isola era stata compresa tra i territori destinati all’Albania dalla Commissione per il confine meridionale. Nel 1915, invece, il Patto la trasferiva esplicitamente all’Italia insieme a Valona. In appena due anni, quindi, un punto che il sistema di Londra aveva collocato nell’Albania veniva rimesso sul tavolo come compensazione di guerra.

Giannini, Documento XX per Saseno nel 1913; FRUS, doc. 416, art. 6, per il 1915.

16. Articolo 7: il progetto di spartizione dell’Albania

L’articolo 7 è il punto decisivo per comprendere fino a dove potesse spingersi il progetto del 1915. La clausola è condizionale: non dispone una spartizione immediata e automatica dell’Albania, ma stabilisce che, qualora l’Italia avesse ottenuto le compensazioni previste dagli articoli precedenti e fosse stato formato in Albania un piccolo Stato autonomo neutralizzato, Roma non si sarebbe opposta all’eventuale volontà di Francia, Gran Bretagna e Russia di dividere tra Montenegro, Serbia e Grecia i distretti di frontiera settentrionali e meridionali dell’Albania.

La stessa clausola prevedeva che la costa dal limite meridionale del territorio italiano di Valona fino a capo Stylos fosse neutralizzata e che all’Italia fosse affidata la rappresentanza dello Stato albanese nelle relazioni con le potenze straniere. Il passaggio finale dell’articolo 7 è formulato in modo particolare: l’Italia accettava di lasciare, in ogni caso, a est dell’Albania un territorio sufficiente a garantire l’esistenza di una linea di frontiera tra Grecia e Serbia a ovest del lago di Ochrida. È questa la formulazione dell’edizione diplomatica britannica del 1920, coincidente nel senso con quella pubblicata negli atti statunitensi.

Ne emerge una configurazione molto diversa dall’assetto del 1913: un nucleo albanese centrale, Valona e Saseno destinate alla sovranità italiana, la possibile divisione dell’Albania settentrionale e meridionale tra Montenegro, Serbia e Grecia e, sul lato orientale, la previsione di lasciare spazio sufficiente perché Grecia e Serbia potessero avere una frontiera comune a ovest del lago di Ochrida. Il Patto, tuttavia, non fornisce una delimitazione puntuale di tutti questi territori: per questo ogni carta del 1915 deve essere letta come ricostruzione o schema interpretativo, non come semplice trascrizione di un confine già descritto articolo per articolo.

Giannini insiste su una distinzione: a suo giudizio, l’Italia preferiva una soluzione con Albania indipendente e Durazzo capitale e accettò la possibilità di spartizione solo in via subordinata, per assecondare gli Alleati e le aspirazioni balcaniche. Questa è però l’interpretazione dell’autore sulla politica italiana; il dato documentario certo è la clausola stessa, che impegna l’Italia a non opporsi a quella eventuale divisione se si realizzano le condizioni previste.

FRUS, doc. 416, art. 7; Giannini, pp. 28-29 per l’interpretazione italiana della clausola.
Fig. 5 — Il Patto di Londra del 26 aprile 1915. Carta editoriale di sintesi delle previsioni territoriali contenute negli artt. 5, 6 e 7.
Fig. 5 — Il Patto di Londra del 26 aprile 1915. Carta editoriale di sintesi delle previsioni territoriali contenute negli artt. 5, 6 e 7.
Elaborazione grafica editoriale sugli artt. 5-7 del Patto. Le campiture visualizzano destinazioni e ipotesi previste dall’accordo; non rappresentano confini entrati effettivamente in vigore.

La differenza rispetto al 1913 è quindi netta: allora le Potenze costruirono un confine attraverso commissioni e protocolli; nel 1915 il trattato segreto definì soprattutto diritti, destinazioni e possibilità di spartizione, lasciando volutamente indeterminata la linea precisa di diversi settori.

17. Il Patto era segreto

L’articolo 16 stabiliva che il trattato dovesse restare segreto. Questo elemento spiega perché l’accordo del 1915 appartenne a una logica diplomatica diversa da quella pubblica e multilaterale del 1913. Le Potenze non stavano ridisegnando apertamente l’assetto balcanico in una conferenza internazionale: stavano negoziando l’ingresso dell’Italia in guerra attraverso promesse territoriali reciproche.

La pubblicazione dei trattati segreti da parte del governo rivoluzionario russo dopo il 1917 rese noto il contenuto dell’accordo. Da quel momento il Patto divenne uno dei documenti più discussi nella diplomazia adriatica del dopoguerra e una delle basi delle polemiche sul destino dell’Albania alla Conferenza della pace.

FRUS, doc. 416, art. 16 e documentazione allegata alla comunicazione dell’ambasciatore statunitense a Pietrogrado.

18. 1913 e 1915: due atti, due logiche diverse

Il confronto tra i due momenti mostra un mutamento radicale del contesto diplomatico. Nel 1913 le Grandi Potenze escludono l’Albania dalla cessione generale dei territori ottomani, ne definiscono l’ordinamento e affidano a commissioni internazionali il tracciato delle frontiere. Nel 1915, invece, il sistema europeo che aveva garantito quell’assetto è già spezzato dalla guerra, e la questione albanese viene assorbita nel negoziato sulle compensazioni territoriali.

Nel 1915, invece, il sistema internazionale che aveva garantito l’Albania è già entrato in guerra contro se stesso. Germania e Austria-Ungheria non partecipano all’accordo; Francia, Gran Bretagna e Russia negoziano con l’Italia. Valona e Saseno vengono promesse a Roma; Durazzo resta al nucleo albanese; il nord e il sud possono essere divisi tra Montenegro, Serbia e Grecia. La neutralità del 1913 cede alla logica delle compensazioni della guerra mondiale.

Per questo è improprio fondere in un unico evento il “Trattato di Londra” e il “Patto di Londra”. Il primo, del 30 maggio 1913, chiude la Prima guerra balcanica e affida alle Potenze la definizione dell’Albania. Il secondo, del 26 aprile 1915, è un accordo segreto di guerra che ridiscute l’assetto adriatico e contempla una nuova riduzione territoriale dell’Albania. Sono collegati, ma non sono la stessa cosa.

19. Dal confine deciso al confine sul terreno: Koritza, Vermosh e San Naum

Anche dopo il 1915, il problema non era chiuso. La guerra aveva impedito di completare alcune operazioni di delimitazione, soprattutto a nord e a nord-est. Il 9 novembre 1921 le principali Potenze alleate tornarono sulla questione e confermarono nel complesso il tracciato stabilito nel 1913, prevedendo però rettifiche locali e una nuova attività delle commissioni sul terreno.

I quattordici villaggi del caza di Koritza

Quando la Grecia chiese che, a nord del Grammos, la frontiera seguisse una diversa catena montuosa invece del vecchio confine amministrativo del caza di Koritza, la Conferenza degli Ambasciatori respinse la richiesta. Giannini sottolinea che la modifica avrebbe comportato l’annessione alla Grecia di quattordici villaggi e il controllo della strada Janina-Koritza-Florina. La motivazione della Conferenza fu che il protocollo del 1913 aveva dichiarato l’ex caza ottomano di Koritza parte integrante dell’Albania. Dopo una lunga sequenza di proteste e rinvii, le truppe albanesi presero possesso della zona contestata il 31 ottobre 1924.

Vermosh

Nel settore di Vermosh, la Commissione Tellini, richiamandosi alle decisioni del 1913, respinse inizialmente le rettifiche richieste dalla Jugoslavia. Ulteriori indagini conclusero che la valle dovesse essere assegnata all’Albania, salvo una parte dipendente da Gusinje e Plav, già attribuite al Montenegro. La questione divenne però parte di un negoziato più ampio con la Jugoslavia, strettamente collegato al caso di San Naum.

San Naum

I testi londinesi del 1913 indicavano, nel quadro del lavoro della Commissione meridionale, che la riva occidentale e meridionale del lago di Ochrida dal villaggio di Lin fino al monastero di Svet Naum dovesse far parte dell’Albania. Ma la controversia sul punto esatto del confine al monastero rimase irrisolta. La Corte permanente di giustizia internazionale, nell’Advisory Opinion n. 9 del 4 settembre 1924, ricostruì gli atti del 1913 e concluse che essi non erano abbastanza precisi per dimostrare che la frontiera a San Naum fosse stata definitivamente fissata allora. La Conferenza degli Ambasciatori aveva attribuito il monastero all’Albania con decisione del 6 dicembre 1922, e la Corte ritenne che con quella decisione le Potenze avessero esaurito, su quel punto, la missione loro riconosciuta. La vicenda non finì qui: nel 1925, dopo la produzione di nuovi elementi e negoziati diretti, Albania e Regno dei Serbi, Croati e Sloveni raggiunsero un compromesso che lasciò il monastero alla Jugoslavia e attribuì all’Albania la località di Pichkoupiya/Peshkëpi. Giannini inserisce questo compromesso nel più ampio negoziato di frontiera che coinvolse anche Vermosh.

La chiusura del processo nel 1926

Secondo la ricostruzione di Giannini, il 30 luglio 1926 fu sottoscritto a Parigi l’atto finale della delimitazione, con la partecipazione dei rappresentanti delle Potenze e degli Stati interessati, chiudendo formalmente il lungo processo di tracciamento delle frontiere albanesi. L’autore conclude che la frontiera con la Jugoslavia derivava dal tracciato di Londra del 1913, dalle decisioni del 1921 e dalle successive rettifiche sul terreno; quella con la Grecia dagli accordi londinesi del 1913 e dal Protocollo di Firenze, anch’essi integrati da correzioni locali. La data e la funzione conclusiva dell’atto del 30 luglio 1926 sono inoltre confermate dalla documentazione archivistica relativa alla delimitazione dell’Albania.

Il giudizio finale di Giannini è esplicitamente valutativo: considera la frontiera insoddisfacente sotto i profili geografico, etnico, economico, amministrativo e politico e sostiene che una parte rilevante della popolazione e del territorio albanese sia stata aggregata agli Stati vicini. È la conclusione dell’autore e riflette il suo punto di vista; ciò che la documentazione dimostra indipendentemente da quel giudizio è che il confine fu il risultato di compromessi successivi e non di un unico atto lineare.

Giannini, capitolo sulle frontiere, pp. 150-166; decisione delle Potenze del 9 novembre 1921 e atti finali del 1926.

20. Una cronologia per non confondere gli atti

28 novembre 1912 - proclamazione dell’indipendenza albanese a Valona.
30 maggio 1913 - Trattato di Londra: l’Albania è esclusa dalla cessione generale dei territori ottomani; le Potenze ricevono il mandato di definirne le frontiere.
29 luglio 1913 - decisione della Conferenza degli Ambasciatori: principato sovrano, neutralizzato e garantito dalle sei Potenze.
1913 - protocollo per la frontiera settentrionale.
17 dicembre 1913 - Protocollo di Firenze per la frontiera meridionale.
10 aprile 1914 - Statuto dell’Albania: territorio indivisibile e inalienabile.
26 aprile 1915 - Patto segreto di Londra: Valona e Saseno all’Italia; possibilità condizionata di dividere il nord e il sud dell’Albania tra Montenegro, Serbia e Grecia.
9 novembre 1921 - conferma generale del tracciato del 1913 con rettifiche e ripresa delle operazioni di delimitazione.
1924-1925 - decisioni su Koritza, Vermosh e San Naum.
30 luglio 1926 - atto finale di delimitazione delle frontiere.

Conclusione. Uno Stato riconosciuto, ma disegnato dall’esterno

La vicenda di Londra non può essere ridotta alla sola formula secondo cui «le Grandi Potenze divisero l’Albania». Quella formula restituisce la percezione politica della perdita territoriale, ma non spiega il meccanismo concreto attraverso il quale essa si produsse. Per capirlo bisogna distinguere il Trattato del 30 maggio, le decisioni della Conferenza degli Ambasciatori, i protocolli di delimitazione, lo Statuto del 1914 e, infine, il Patto segreto del 1915.

Il Trattato del 30 maggio 1913 sottrasse l’Albania alla cessione collettiva dei territori ottomani ai vincitori balcanici, ma non le assegnò una frontiera già definita. Quel potere fu trasferito alle sei Grandi Potenze. La Conferenza degli Ambasciatori diede forma istituzionale al nuovo Stato; i protocolli settentrionale e meridionale trasformarono la decisione politica in una linea geografica; il Protocollo di Firenze fissò punto per punto la frontiera meridionale.

Per gli albanesi, tuttavia, il problema non era soltanto l’elenco delle città. La Delegazione alla Conferenza della pace sostenne che la frontiera del 1913 avesse lasciato fuori una parte molto più vasta dello spazio etnico albanese: dal Montenegro e dal Kosovo fino alla Macedonia occidentale e alla Tchameria. Quelle erano rivendicazioni politiche e demografiche della parte albanese, che devono essere lette come tali, ma mostrano l’ampiezza della distanza tra i confini riconosciuti internazionalmente e il programma nazionale albanese.

Il Patto di Londra del 26 aprile 1915 andò oltre. Nel momento in cui il sistema europeo precipitava nella guerra, la stessa Albania che nel 1914 era stata dichiarata indivisibile e inalienabile divenne nuovamente oggetto di negoziato. Valona e Saseno furono promesse all’Italia; Durazzo venne riservata a un piccolo Stato albanese; la divisione dell’Albania settentrionale e meridionale tra Montenegro, Serbia e Grecia fu contemplata come possibilità espressa e condizionata. La differenza tra il 1913 e il 1915 sta tutta qui: nel primo caso le Potenze costruiscono, attraverso una sequenza di atti, i confini di un nuovo Stato; nel secondo ammettono che quello Stato possa essere nuovamente ridotto per soddisfare un equilibrio di guerra.

La storia dei confini albanesi, infine, non si chiuse né a Londra né a Firenze. Proseguì attraverso proteste, commissioni, arbitraggi, occupazioni, rettifiche, Vermosh e San Naum, fino all’atto finale del 1926. È questa lunga sequenza - e non una sola firma - che spiega davvero come nacque la carta politica dell’Albania contemporanea.

Note e fonti

1. Amedeo Giannini, L’Albania dall’indipendenza all’unione con l’Italia (1913-1939), 4ª ed., Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, 1939. Il volume fornito costituisce la fonte-guida dell’articolo; le valutazioni politiche di Giannini sono distinte dai testi documentari da lui riprodotti.

2. Trattato di pace di Londra, 17/30 maggio 1913, artt. 1-3. Oltre alla riproduzione in Giannini, il testo è verificato sul Nouveau Recueil général de traités, 3ª serie, t. VIII, n. 3, pp. 16-19: l’art. 2 esclude l’Albania dalla cessione generale dei territori ottomani a ovest della linea Enos-Midia; l’art. 3 affida ai sei capi di Stato delle Grandi Potenze la delimitazione delle frontiere e le altre questioni concernenti l’Albania.

3. Decisioni della Conferenza degli Ambasciatori, Londra, 29 luglio 1913, Documento I in Giannini, pp. 195-196. La decisione è richiamata anche nella documentazione storica del Ministero per l’Europa e gli Affari Esteri della Repubblica d’Albania.

4. Statuto dell’Albania elaborato dalla Commissione internazionale di controllo, Documento II in Giannini, pp. 197 ss.; artt. 1-3 per forma dello Stato, indivisibilità, inalienabilità e neutralità.

5. Protocollo per la delimitazione dell’Albania settentrionale, Conferenza degli Ambasciatori, Londra, 1913, Documento XVIII in Giannini, pp. 266-267. Per il carattere non definitivamente tracciato sul terreno di parte della frontiera nord e nord-est si veda anche la decisione del 9 novembre 1921 e la successiva attività della Commissione di delimitazione.

6. Decisioni e istruzioni della Conferenza di Londra del 1913 per la delimitazione della frontiera meridionale, Documento XX in Giannini, pp. 270-271. La ricostruzione della questione di San Naum è verificata anche in Permanent Court of International Justice, Question of the Monastery of Saint-Naoum (Albanian Frontier), Advisory Opinion No. 9, 4 September 1924, Series B, No. 9.

7. Protocollo firmato a Firenze il 17 dicembre 1913 dalla Commissione di delimitazione della frontiera meridionale, Documento XIX in Giannini, pp. 268-269.

8. Giannini, cap. IX, Le aspirazioni albanesi, pp. 63-68: le cifre demografiche e la linea fino a Prevesa sono presentate come rivendicazioni della Delegazione albanese alla Conferenza della pace.

9. Giannini, capp. VI-VIII, pp. 49-61, per i memoriali e le argomentazioni montenegrine, jugoslave e greche.

10. Agreement between France, Russia, Great Britain and Italy, Londra, 26 aprile 1915, pubblicato in Great Britain, Parliamentary Papers, Miscellaneous No. 7 (1920), Cmd. 671, pp. 2-7, e in U.S. Department of State, Foreign Relations of the United States, 1917, Supplement 2, The World War, vol. I, doc. 416.

11. Nel testo del Patto del 1915, l’art. 5 regola la sistemazione adriatica e riserva Durazzo allo Stato indipendente musulmano d’Albania; l’art. 6 promette all’Italia piena sovranità su Valona, Saseno e un territorio circostante sufficiente alla loro difesa; l’art. 7 contempla, a precise condizioni, la possibile divisione dell’Albania settentrionale e meridionale tra Montenegro, Serbia e Grecia e la rappresentanza estera dello Stato albanese da parte italiana; l’art. 16 impone la segretezza dell’accordo.

12. Decisione relativa alle frontiere dell’Albania, 9 novembre 1921, riprodotta anche nella documentazione della Società delle Nazioni; Giannini la analizza nel capitolo dedicato alla delimitazione definitiva.

13. Giannini, pp. 150-166, per le controversie su Koritza, Vermosh, San Naum e la chiusura del processo di delimitazione. Per San Naum: Permanent Court of International Justice, Advisory Opinion No. 9, 4 settembre 1924; per gli sviluppi successivi, si vedano anche gli atti della Corte e della Conferenza degli Ambasciatori relativi al compromesso del 1925.

14. Il testo del 29 luglio 1913 parla di ufficiali “svedesi” per la gendarmeria; l’organizzazione effettiva fu poi affidata a ufficiali olandesi. Si veda anche la documentazione storica del Museo delle Forze Armate della Repubblica d’Albania.

15. La data 24 aprile 1915 presente all’inizio del cap. II di Giannini è un’incongruenza dell’opera: l’accordo diplomatico reca la data del 26 aprile 1915, attestata sia nell’edizione parlamentare britannica del 1920 sia nella pubblicazione FRUS; Giannini stesso utilizza altrove il 26 aprile.

Bibliografia essenziale

• Amedeo Giannini, L’Albania dall’indipendenza all’unione con l’Italia (1913-1939), 4ª ed., Milano, ISPI, 1939.

• Great Britain, Parliamentary Papers, Miscellaneous No. 7 (1920), Cmd. 671, Agreement between France, Russia, Great Britain and Italy, signed at London, April 26, 1915.

• Library of Congress, Geography and Map Division, Approximative zones according to the secret Treaty of London (April 26th 1915): [Albania], 1915, G6831.F2 1915 .R3, utile come confronto cartografico storico del progetto del 1915.

• Permanent Court of International Justice, Question of the Monastery of Saint-Naoum (Albanian Frontier), Advisory Opinion No. 9, 4 September 1924, Series B, No. 9.

• Documenti XVIII, XIX e XX riprodotti in Giannini: protocollo settentrionale del 1913, Protocollo di Firenze del 17 dicembre 1913, protocollo della Conferenza di Londra sulla frontiera meridionale.

• Nouveau Recueil général de traités, 3ª serie, t. VIII, n. 3, pp. 16-19, testo del Trattato di pace di Londra del 17/30 maggio 1913; decisione delle Potenze del 9 novembre 1921 e documentazione della Commissione di delimitazione per le frontiere albanesi.