Quando “Albania” non indicava l’Albania
La domanda sembra semplice, ma in realtà apre uno dei problemi più affascinanti della storia albanese. Dietro questi due nomi non c’è una contraddizione: c’è una lunga stratificazione storica. Ci sono parole nate in epoche diverse, usate da popoli diversi, fissate da lingue diverse e sopravvissute fino a oggi.
L’errore più comune consiste nel leggere all’indietro il passato, come se ogni volta che una fonte antica o medievale parlasse di Albanoi, Arbanon o Albania stesse già indicando, senza sfumature, lo Stato albanese moderno. Non è così. I nomi hanno una storia. Possono restringersi, allargarsi, cambiare funzione, passare da una regione a un popolo e infine da un popolo a uno Stato. Nel caso albanese è proprio questo movimento a rendere la storia del nome tanto interessante.
Un nome antico, ma non una prova automatica
Uno dei primi punti di partenza è Tolomeo. Nel II secolo d.C. il geografo alessandrino registra nei Balcani forme come Albanoi e Albanopolis. È un dato importante, perché mostra che una denominazione riconducibile alla radice Alban- era presente nell’area già nell’antichità.
Ma qui bisogna fermarsi un momento. La somiglianza di un nome non basta, da sola, a dimostrare una continuità lineare, perfetta e senza vuoti tra gli Albanoi antichi e gli Albanesi medievali e moderni. Può essere un indizio. Non è, da sola, una sentenza.
Questo significa che il nome Albania ha radici molto antiche? Probabilmente sì. Significa che possiamo raccontare la storia come se tutto fosse già chiaro nel II secolo? No. Tra il mondo di Tolomeo e le fonti medievali si apre uno spazio cronologico enorme. Proprio per questo gli studi più prudenti distinguono la testimonianza antica dalla ricomparsa medievale del nome, evitando di colmare con la sola somiglianza linguistica ciò che le fonti non documentano direttamente.
Quando gli Albanesi entrano davvero nelle fonti medievali
Il passaggio decisivo avviene nell’XI secolo, quando lo storico bizantino Michele Attaleiate usa il termine Albanoi. Per molto tempo questo passo è stato considerato la prima menzione chiara degli Albanesi medievali. Poi arrivò la contestazione: la studiosa Era Vranoussi propose che in uno dei contesti di Attaleiate quegli Albanoi non fossero Albanesi balcanici, ma Normanni dell’Italia meridionale.
La discussione con Alain Ducellier ha segnato per decenni il dibattito. Nel 2021 John Quanrud ha riesaminato l’intera controversia e ha concluso che le prove favoriscono la lettura tradizionale, cioè l’identificazione degli Albanoi con Albanesi balcanici, rispetto all’ipotesi dei mercenari normanni. La formula corretta, dunque, non è “il problema non è mai esistito”, ma “oggi la lettura tradizionale appare meglio sostenuta”.
Questa cautela è preziosa perché impedisce di trasformare un problema storico in uno slogan identitario. Le fonti diventano più forti quando se ne riconoscono i limiti, non quando li si nasconde.
Arbanon: una regione, non ancora l’Albania moderna
Se Attaleiate ci avvicina agli Albanesi medievali, Arbanon ci avvicina al territorio. Attorno all’anno 1100 il nome ricompare in forme diverse: Arbanon in greco, Raban in antico serbo, Albanum in latino. Ma anche qui il punto essenziale è non forzare la geografia.
Arbanon non coincide automaticamente con l’intera Albania di oggi. In origine designa soprattutto una regione dell’area centro-albanese, grosso modo collegata all’entroterra dell’odierna Tirana e a Krujë. Solo in seguito il nome si amplia, si sposta e viene riutilizzato da lingue e poteri diversi fino ad assumere un raggio geografico più vasto.
In altre parole: il nome esisteva, ma il suo territorio non era ancora quello dello Stato moderno. Anche quando si parla del cosiddetto Principato di Arbanon, conviene evitare una formula troppo moderna. Non si trattava di uno Stato nazionale nel senso ottocentesco o novecentesco, ma di una formazione politica medievale inserita nel mondo bizantino e balcanico. Il dato importante, per la storia del nome, è un altro: Arbanon stava diventando una denominazione politica e territoriale riconoscibile.
Arbër, Arbën, Arbëresh: come si chiamavano gli Albanesi
Se guardiamo non agli esonimi, cioè ai nomi dati dall’esterno, ma agli endonimi, cioè ai nomi usati dagli Albanesi per se stessi, il quadro diventa ancora più interessante.
Per secoli gli Albanesi si riconobbero in forme come Arbër e Arbën. Da questa stessa famiglia derivano Arbëresh e arbërisht, che non sono curiosità marginali ma testimonianze viventi di un’antica autodenominazione. Le comunità albanesi trasferitesi in Italia meridionale conservarono infatti il vecchio nome, così come in Grecia sopravvissero forme affini nel mondo arvanita.
È un fatto di grande importanza. Significa che prima dell’affermazione generale di Shqiptar il vecchio sistema Arbër/Arbën era pienamente vivo. E lo è rimasto proprio nelle comunità che si separarono dai Balcani prima che il nuovo endonimo diventasse dominante.
Anche termini esterni come il turco Arnavut e il greco Arvanitis appartengono, attraverso trasformazioni fonetiche diverse, alla stessa grande famiglia storica. Le varianti cambiano perché cambiano le lingue che le pronunciano. Non per questo descrivono necessariamente popoli differenti.
Quando arriva Shqip
A un certo punto, però, nel mondo albanofono cambia qualcosa di fondamentale. Alla vecchia autodenominazione Arbër/Arbën si affianca e poi si sostituisce progressivamente un altro sistema: shqip per la lingua, Shqiptar per la persona, Shqipëri o Shqipni per il Paese.
Qui è essenziale non raccontare la storia come se questo nome fosse esistito da sempre. La ricerca linguistica contemporanea sottolinea che l’uso generale di shqip e Shqiptar è postmedievale e si afferma dopo la conquista ottomana, mentre nelle comunità albanofone dell’Italia meridionale e della Grecia continua a vivere arbërisht. Questa sopravvivenza è quasi una fotografia linguistica di un’epoca precedente.
Il passaggio da Arbër a Shqiptar non dimostra la nascita improvvisa di un nuovo popolo. Indica piuttosto un mutamento di autodenominazione all’interno di una comunità linguistica e storica già esistente. È un cambiamento nel modo di nominarsi, non una frattura etnica.
La leggenda del “Paese delle aquile”
È qui che entra in scena la spiegazione più nota e più amata: Shqipëri come “Paese delle aquile”, Shqiptar come “figlio dell’aquila” o “uomo dell’aquila”. È una spiegazione potente, bella, simbolicamente perfetta. E proprio per questo bisogna essere prudenti.
L’aquila è certamente uno dei grandi simboli dell’identità albanese, anche per l’eredità araldica di Skanderbeg e per la storia successiva della bandiera nazionale. Ma un simbolo nazionale non coincide automaticamente con un’etimologia scientificamente dimostrata.
Per questo la derivazione da shqipe o shqiponjë, “aquila”, non va presentata come fatto acquisito. Nella tradizione linguistica albanologica è stata invece discussa una relazione con la sfera del “parlare chiaramente” o del “pronunciare”, attraverso shqip e shqiptoj. Anche questa ricostruzione richiede cautela: l’origine ultima del termine non è un problema che si possa liquidare con una formula assoluta.
La distinzione è semplice ma decisiva: l’aquila appartiene senza dubbio alla storia simbolica dell’Albania; non per questo possiamo trasformarla automaticamente nell’origine certa del nome Shqipëri.
Perché allora l’Europa dice Albania?
La risposta, a questo punto, diventa molto più chiara. Quando Shqiptar e Shqipëri si affermarono all’interno del mondo albanese, l’Europa aveva già da secoli i propri nomi per quel territorio e per i suoi abitanti. Albania, Albanie, Albanian, Albanesi: tutte queste forme appartengono alla lunga continuità esterna delle denominazioni in Alb- e Arb-.
Le cancellerie latine, la diplomazia, la cartografia e le lingue europee avevano ormai fissato il nome. Non c’era alcuna ragione perché lo abbandonassero quando gli Albanesi cambiarono progressivamente il modo di chiamare se stessi.
Per questo oggi convivono due storie nello stesso Paese: Albania, il nome internazionale sedimentato nelle lingue europee, e Shqipëri, il nome interno affermatosi più tardi. Non si contraddicono. Raccontano due prospettive storiche differenti sullo stesso popolo e sullo stesso spazio.
Un nome che è diventato una cronaca
Nel Medioevo, dunque, “Albania” non indicava sempre e soltanto l’Albania che conosciamo oggi. A volte indicava una regione più ristretta. A volte una realtà politica medievale. A volte un territorio percepito dall’esterno in modo elastico. Solo molto più tardi sarebbe diventato il nome stabile di uno Stato nazionale.
Allo stesso tempo, gli Albanesi non si chiamarono sempre Shqiptar. Prima vennero Arbër e Arbën. Poi arrivò Shqip. E proprio la sopravvivenza di Arbëresh nelle comunità italiane mostra quanto sia importante non confondere le diverse epoche della stessa storia.
Così il paradosso iniziale si scioglie. Gli Albanesi chiamano il loro Paese Shqipëri perché questa è la forma con cui, nel tempo, si è affermata la loro autodenominazione moderna. Il resto del mondo continua a chiamarlo Albania perché quel nome appartiene a una tradizione più antica, già fissata nelle lingue europee quando l’endonimo interno cambiò.
Non è una stranezza. È una lezione di storia. Perché i nomi dei Paesi non sono etichette immobili: sono archivi. Conservano tracce di incontri, di conflitti, di migrazioni, di amministrazioni, di lingue che si sfiorano e si trasformano. E nel caso albanese, più che altrove, un nome non indica soltanto un territorio. Racconta un lungo viaggio attraverso i secoli.
Note e bibliografia essenziale
1. Claudio Tolomeo, Geographia, II secolo d.C., per le attestazioni di Albanoi e Albanopolis. La menzione antica va distinta dalla documentazione medievale e non costituisce, da sola, prova di continuità etnica.
2. John Quanrud, “The Albanoi in Michael Attaleiates’ History: revisiting the Vranoussi-Ducellier debate”, Byzantine and Modern Greek Studies, 45/2 (2021), pp. 149-165, DOI 10.1017/byz.2021.11.
3. Bernd J. Fischer, Oliver Jens Schmitt, A Concise History of Albania, Cambridge University Press, 2022, in particolare il capitolo iniziale sulla storia e sull’estensione del nome Albania/Arbanon.
4. Brian D. Joseph, Victor A. Friedman et al., The Balkan Languages, Cambridge University Press, 2024, per la diffusione postmedievale di shqip/Shqiptar e la sopravvivenza di arbërisht nelle comunità storiche di Italia e Grecia.
5. Eqrem Çabej, Shaban Demiraj e Bardhyl Demiraj, studi di linguistica storica ed etimologia albanese, da utilizzare con cautela per la questione dell’origine di shqip/Shqiptar e per evitare etimologie popolari presentate come certezze.


0 Commenti