Edi Rama. Ventotto anni al centro del potere
Tirana, ottobre 2026. Davanti agli edifici dello Stato si incontrano due immagini incompatibili della stessa Albania. Da una parte il primo ministro che parla di ordine pubblico, investimenti, negoziati europei e pericoli di destabilizzazione. Dall’altra studenti, giovani lavoratori e cittadini che chiedono istruzione migliore, responsabilità politica e un futuro che non obblighi a partire. Tra loro, pietre e lacrimogeni, ma anche una domanda precedente agli scontri: perché una parte del Paese ha smesso di credere che le istituzioni ascoltino?
Il nome a cui si rivolgono le proteste è Edi Rama. Nel 1998 era entrato nell’esecutivo come ministro della Cultura. Nel 2000 diventò sindaco di Tirana; nel 2005 assunse la guida del Partito Socialista; nel 2013 arrivò alla presidenza del Consiglio. Ventotto anni dopo il suo ingresso nel governo, occupa ancora il centro del confronto nazionale. Questa è la notizia storica da cui partire: la sua longevità non coincide con un incarico statale ininterrotto — tra il 2011 e il 2013 non era più sindaco e non era ministro — ma con una centralità politica quasi continua.
La lunga centralità politica di Rama nasce dall’intreccio di risultati amministrativi, vittorie elettorali, forza del Partito Socialista e debolezza delle alternative. Sono fattori diversi, da esaminare senza confondere il consenso ottenuto nelle urne con una risposta definitiva alle contestazioni che possono maturare negli anni successivi.
Il 13 ottobre 2026, mentre la protesta si allargava, l’Unione europea ha compiuto un nuovo passo nei negoziati di adesione con l’Albania: quattro capitoli risultavano ormai chiusi in via provvisoria. In quella stessa settimana, per le strade di Tirana, il governo veniva contestato duramente. Sono due fatti contemporaneamente veri. Il paradosso apparente — progressi internazionali e sfiducia interna — è il punto da cui leggere questa storia, non un dettaglio da nascondere.

Per capire la biografia politica di Rama occorre tornare a un Paese segnato dal crollo delle società piramidali nel 1997, dalla crisi dell’ordine pubblico e dalla ricerca difficile di nuove istituzioni. L’Albania usciva dalla dittatura senza avere ancora stabilizzato tutte le regole della democrazia. Il potere aveva volti riconoscibili, ma gli apparati erano fragili e la fiducia dei cittadini meno solida della retorica della transizione.
Rama proveniva dal mondo dell’arte. Pittore, docente, figura pubblica capace di suscitare adesioni e irritazioni, nel 1998 fu nominato ministro della Cultura, della Gioventù e dello Sport. Non divenne improvvisamente un tecnocrate: portò nelle istituzioni la capacità di comunicare attraverso immagini, gesti e provocazioni. L’innovazione fu anche stilistica. Il rischio, percepito sin dall’inizio da alcuni osservatori, era che la rappresentazione del cambiamento finisse per precedere il cambiamento verificabile.
Il suo ingresso nel governo introdusse un linguaggio politico riconoscibile, legato alla personalità e al gesto pubblico. Accanto ai risultati culturali, restava una questione istituzionale: trasformare le iniziative di un ministro in procedure, competenze e controlli capaci di durare oltre chi le aveva promosse.
Nel 2000 scelse Tirana. Non era un arretramento: governare la capitale significava intervenire sulla vetrina più importante del Paese e costruire un rapporto quotidiano con amministrazione, interessi economici e cittadini. Qui il laboratorio politico divenne visibile.
Le facciate dipinte degli edifici nati nel periodo socialista sono entrate nell’immaginario internazionale della capitale. Accanto alla scelta dei colori ci furono interventi sul corso della Lana, recupero di spazi pubblici, demolizioni di costruzioni abusive e lavori infrastrutturali. Nel 2004 Rama ricevette il riconoscimento World Mayor: non fu soltanto un premio individuale, ma un moltiplicatore della visibilità internazionale della città.

Quella trasformazione sollevò anche problemi amministrativi e sociali. Le demolizioni e la riqualificazione modificarono equilibri consolidati; i benefici degli interventi non raggiunsero nello stesso modo ogni quartiere. Valutare la stagione da sindaco significa quindi affiancare alle fotografie della nuova Tirana le condizioni di vita dei residenti, la distribuzione delle risorse e la trasparenza delle decisioni.
A Tirana si delineò un metodo che avrebbe accompagnato Rama nella politica nazionale: visione progettuale, comunicazione molto personale, capacità di trasformare un intervento pubblico in racconto simbolico. Il consenso, però, non viene prodotto soltanto dall’immagine. Il sindaco fu rieletto nel 2003 e nel 2007. Questi risultati indicano una base politica reale, che sarebbe scorretto ridurre a puro marketing.
Nel 2005 aveva già assunto la guida del Partito Socialista, allora all’opposizione nazionale. Per alcuni anni, il sindaco della capitale fu anche il principale competitore del governo. È qui che la rivalità con Sali Berisha smette di essere semplice differenza fra caratteri: diventa lo scontro fra due modi di rappresentare il futuro dell’Albania, sostenuti da blocchi politici radicati.

Sali Berisha appartiene alla prima generazione della transizione: presidente della Repubblica negli anni Novanta, poi capo del governo dal 2005 al 2013. Rama incarna una stagione successiva, ma la sua affermazione si sviluppa contro il perimetro politico creato anche da Berisha. La competizione è stata elettorale, istituzionale e narrativa: ciascuno ha spesso indicato nell’altro il problema principale del Paese.
La rivalità fra i due leader ha reso riconoscibili le alternative di governo, ma ha spesso concentrato il dibattito sui protagonisti più che sui programmi. Il confronto si è esteso alle regole elettorali, agli organi indipendenti e alla memoria delle crisi: aspetti in cui la solidità di un sistema democratico si misura anche dalla sua capacità di funzionare al di là dei singoli nomi.

Il 21 gennaio 2011 quattro manifestanti persero la vita durante una protesta davanti alla sede del primo ministro. Berisha guidava il governo; Rama era il leader dell’opposizione che aveva organizzato la manifestazione. Gli scontri non rendevano legittimo un uso ingiustificato della forza letale. Nella sentenza Nika c. Albania del 14 novembre 2023, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha accertato una violazione dell’articolo 2 della Convenzione, in relazione alla morte di uno dei manifestanti e alle carenze delle indagini.


La Corte ha esaminato gravi lacune nella ricostruzione dei fatti e nell’effettività degli accertamenti. Human Rights Watch aveva già chiesto nel gennaio 2011 che la procura potesse indagare senza interferenze. La sentenza riguarda gli obblighi dello Stato e non attribuisce automaticamente a Berisha una responsabilità penale personale. È una distinzione giuridica essenziale, che non attenua il dovere delle istituzioni di chiarire l’uso della forza.
Dopo la protesta di gennaio, la sfida si spostò alle urne. Alle elezioni municipali dell’8 maggio 2011, il primo conteggio attribuì a Rama un vantaggio di dieci voti. La successiva decisione di conteggiare anche schede valide inserite nell’urna sbagliata modificò il risultato e alimentò ricorsi e contestazioni. Il 23 giugno la Commissione elettorale proclamò vincitore Lulzim Basha, candidato del Partito Democratico, con 93 voti di vantaggio su Rama. Il margine di 81 voti riportato in una fase del contenzioso non era quello definitivo. L’OSCE/ODIHR documentò le criticità della procedura; a prevalere non fu Berisha personalmente, ma il candidato del suo schieramento.
Rama lasciò il municipio, ma restò alla guida del Partito Socialista. Due anni dopo, nelle elezioni del 2013, la coalizione da lui guidata conquistò la maggioranza e pose fine al governo Berisha. Il passaggio dall’opposizione all’esecutivo invertì i ruoli dei due leader e riportò al centro la questione delle regole democratiche che entrambi avevano invocato da posizioni opposte.
Nel 2026 i ruoli si sono invertiti: Rama governa, Berisha sostiene la contestazione dell’esecutivo. Le piazze di oggi non sono sovrapponibili ai quattro morti del 2011. Il confronto storico serve invece a ricordare una regola costante: il diritto a manifestare pacificamente non dipende dall’identità del partito al potere.
Il governo deve proteggere persone e beni da aggressioni e incendi; l’opposizione può contestarne le scelte. In entrambi i casi l’intervento delle forze dell’ordine dev’essere proporzionato e verificabile. È su questa continuità di principi, più che sulla polemica fra Rama e Berisha, che si misura la memoria del 21 gennaio.
Dal 2013 Rama governa il Paese; dopo le elezioni del 2025 è al quarto mandato. La longevità del suo governo è anche un dato elettorale: gli elettori hanno ripetutamente assegnato la maggioranza ai socialisti. Ignorarlo significherebbe falsificare la storia. Ma un’elezione competitiva non esaurisce la valutazione sulla qualità delle istituzioni fra un voto e l’altro.
Il rapporto finale OSCE/ODIHR sul maggio 2025 contiene due elementi che devono essere tenuti insieme: il voto è stato competitivo e professionalmente gestito, ma non si è svolto in condizioni paritarie per tutti i contendenti. Gli osservatori hanno segnalato uso improprio di risorse pubbliche, pressioni sui dipendenti e altri problemi che incidono sull’eguaglianza della competizione. Non hanno annullato politicamente il risultato; hanno indicato difetti che un sistema democratico deve correggere.
Nel frattempo l’Albania ha compiuto progressi oggettivi nel percorso di adesione europea. Il 13 ottobre 2026, nel momento in cui cominciavano le proteste studentesche di questi giorni, i negoziati hanno segnato la chiusura provvisoria del quarto capitolo. Tutti i 33 capitoli del negoziato sono stati aperti. È un risultato istituzionale, non una garanzia automatica sull’esito finale né una prova che ogni settore del Paese funzioni bene.
Qui emerge una tensione del lungo governo Rama. Il progresso nei negoziati europei si misura in capitoli aperti, riforme e impegni formali; la fiducia dei cittadini passa anche per i servizi pubblici, le opportunità economiche, la possibilità di contestare decisioni e l’imparzialità degli uffici. I risultati internazionali e il dissenso interno possono quindi coesistere senza che l’uno cancelli l’altro.
L’accusa di corruzione percorre la politica albanese da molti anni e non nasce con l’ottobre 2026. In questa nuova ondata di manifestazioni ha assunto particolare rilievo il procedimento che riguarda Belinda Balluku, già vicepremier e ministra delle Infrastrutture. Il 20 ottobre la Procura speciale anticorruzione ha formalizzato contestazioni connesse, tra l’altro, ad appalti pubblici, corruzione e riciclaggio. Balluku aveva negato gli illeciti. Non è intervenuta una condanna e non sarebbe legittimo scrivere il contrario.
Il dato politico non coincide con l’esito penale. Per il giudice contano elementi, responsabilità individuali e standard di prova; per i cittadini conta anche il rapporto fiduciario con chi amministra grandi risorse. Il governo deve difendere la presunzione d’innocenza degli indagati e, insieme, rendere conto di come sono state operate le scelte amministrative contestate. Né lo scandalo politico può sostituirsi alla sentenza, né l’assenza di condanna definitiva esonera da spiegazioni pubbliche.
Berisha utilizza la questione della corruzione nella critica al governo, ma la richiesta di trasparenza riguarda ogni schieramento. Un procedimento penale non è una sentenza e non permette di estendere automaticamente responsabilità a un partito o al primo ministro. Parallelamente, l’assenza di una condanna definitiva non elimina il dovere politico di spiegare le scelte amministrative sottoposte a contestazione.
Le manifestazioni di ottobre hanno una genealogia più ampia della politica dei partiti. Nella primavera del 2026 si era formato un movimento ambientalista contro un contestato progetto turistico nella fascia costiera di Vjosa-Narta, divenuto riconoscibile anche attraverso il simbolo del fenicottero rosa. Il 13 ottobre le proteste studentesche su costi dell’istruzione e prospettive economiche hanno dato nuova forza alla contestazione. Si sono poi aggiunte la critica alla corruzione e le richieste di dimissioni.
Berisha ha pubblicamente sostenuto i giovani e sollecitato la partecipazione dei democratici. Il suo partito, il 17 ottobre, ha diffuso un intervento in cui prometteva protezione e appoggio alla rivolta studentesca. È una scelta politica esplicita, legittima in quanto tale. Non prova però che il Partito Democratico abbia creato, organizzato o controllato l’intero movimento.
Resoconti indipendenti descrivono una mobilitazione che rifiuta di essere assorbita nel tradizionale duello Rama–Berisha. Alcuni rappresentanti dell’opposizione hanno incontrato diffidenza quando hanno cercato di rivolgersi alle piazze. Questo elemento è decisivo: se la protesta contiene anche una contestazione dell’intera classe dirigente, trattarla come semplice prolungamento di Berisha impedirebbe di capire una parte del suo significato.
Accanto a cortei pacifici si sono verificati assalti, danneggiamenti e incendi. Le forze dell’ordine hanno impiegato lacrimogeni e idranti; sono stati registrati numerosi arresti e feriti. Il 21 ottobre le autorità sanitarie hanno comunicato 320 feriti complessivi dal 13 ottobre: 192 agenti, 92 manifestanti e 36 passanti, inclusi sei operatori dell’informazione. È un dato sanitario riferito a una data e a un perimetro precisi, non un giudizio sull’attribuzione delle responsabilità.
Il Difensore civico ha aperto rilievi preliminari sulle condizioni della custodia e sul trattamento delle persone fermate. I rilievi devono essere approfonditi; non equivalgono a sentenze. È necessario, simultaneamente, accertare chi abbia aggredito gli agenti, chi abbia danneggiato beni pubblici e privati e se ogni intervento di polizia sia rimasto proporzionato. Altrimenti il confronto politico trasforma la sicurezza e i diritti in due bandiere incompatibili, quando sono entrambi doveri dello Stato.

Il 18 ottobre Rama ha dichiarato che un drone con esplosivo diretto verso la sede del governo sarebbe stato neutralizzato due giorni prima, evocando possibili interferenze straniere. Il 20 ottobre ha parlato di «guerra ibrida» e di attività digitali riconducibili, secondo la sua interpretazione, anche a soggetti russi o iraniani. Sono affermazioni del premier: nelle fonti esaminate non costituiscono di per sé una prova tecnica indipendente.
La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha respinto le accuse. Anche questa risposta è una presa di posizione politica. L’Albania aveva già denunciato nel 2022 attacchi informatici attribuiti all’Iran, ma quel precedente non dimostra un ruolo iraniano nelle proteste del 2026. Per stabilire l’esistenza di una regia estera servirebbero dati sul coordinamento e sull’attribuzione delle operazioni, distinti dalle rivendicazioni dei manifestanti.
Il 16 settembre 2026 le Camere specializzate del Kosovo all’Aia hanno pronunciato una sentenza di primo grado contro Hashim Thaçi, Kadri Veseli, Rexhep Selimi e Jakup Krasniqi. Il verdetto riguarda crimini di guerra; i quattro sono stati assolti dai capi relativi ai crimini contro l’umanità. La decisione non è definitiva e riguarda responsabilità individuali, non la legittimità della lotta per l’indipendenza del Kosovo.
Rama ha reagito duramente alla decisione, richiamando il peso della guerra del Kosovo nella memoria nazionale albanese. Il procedimento dell’Aia resta tuttavia distinto dalla crisi politica di Tirana: la vicinanza delle date non dimostra un collegamento causale con le proteste né con le accuse di interferenza straniera. Il nesso, se sostenuto, richiederebbe prove specifiche.
La carriera di Edi Rama attraversa quasi trent’anni di storia albanese: il ministero alla fine degli anni Novanta, la trasformazione di Tirana, la guida del Partito Socialista e quattro mandati alla testa del governo. Alla sua continuità hanno contribuito il consenso elettorale, la capacità di organizzare il partito e risultati riconoscibili nel rapporto con l’Europa. È una storia politica concreta, che non può essere ridotta né a un’immagine di modernizzazione né alle contestazioni più recenti.
La permanenza di Rama al centro della scena si è sviluppata dentro una rivalità altrettanto duratura con Sali Berisha. Lo scontro ha segnato la transizione democratica, offrendo agli elettori alternative riconoscibili ma lasciando spesso in secondo piano il rafforzamento delle istituzioni indipendenti. Le elezioni del 2025 e le manifestazioni del 2026 raccontano due realtà da considerare insieme: la legittimazione ottenuta nelle urne e le domande di una parte della società che non si sente ascoltata.
Per questo, il significato dei ventotto anni non sta soltanto nella successione delle cariche. Sta nel modo in cui una figura inizialmente presentata come rottura abbia finito per identificarsi con una lunga fase di potere. La durata può testimoniare capacità di governo e radicamento; rende anche più difficile separare i risultati ottenuti dai problemi rimasti irrisolti.
Il futuro dell’Albania non dipenderà soltanto da quanto a lungo Rama rimarrà in carica o da chi riuscirà a sostituirlo. Dipenderà dalla possibilità che le regole, i controlli e le opportunità funzionino per chi governa, per chi si oppone e per chi scende in piazza senza riconoscersi in nessuno dei due. È questa la questione che il suo lungo percorso consegna al Paese.
La quinta puntata tornerà alle origini delle mobilitazioni ambientaliste. La conclusione della serie distinguerà invece i fatti accertati dalle ipotesi sui possibili legami tra protesta, interferenze straniere e dibattito sulla memoria dell’UÇK, senza dedurre una regia comune dalla sola coincidenza delle date.
Le fonti sono riportate con link attivi. Le dichiarazioni del governo e dell’opposizione sono identificate come fonti di parte.


0 Commenti